Parole di Verità

In un giorno qualunque mi ritrovo a sfogliare le pagine del Vangelo cattolico. Ogni tanto l’occhio si sofferma su certi passi formulati con una terminologia alquanto incredibile. Eccone tre esempi soltanto, tratti dalle scritture di Matteo e di Luca.

Matteo, chiamato anche Levi, figlio di Alfeo, svolgeva la professione di gabelliere a Cafarnao, quando Gesù lo chiamò perché lo seguisse. Il Vangelo di Matteo, il primo si crede, composto fra gli anni 42 e 48 con lo scopo primario di dimostrare nella persona di Gesù Cristo la presenza del Messia, si presenta originariamente in lingua ebraica.  

Luca, si tramanda, era medico, una persona colta dunque. Nacque ad Antiochia, crebbe nel paganesimo ma si convertì al Cristianesimo, forse per opera di Paolo che Luca volle seguire in quasi tutte le sue peripezie missionarie. Subì il carcere con Paolo nelle prigioni di Cesarea e di Roma. La sua predicazione si svolse in Grecia. È stato giudicato il più elegante scrittore del Nuovo Testamento. Luca attinse gli argomenti del proprio Vangelo da Paolo e anche dagli altri apostoli, destinando la propria parola ai Gentili e presentando loro Gesù come salvatore di tutto il genere umano, non soltanto del popolo di Israele. Si suppone che Luca abbia scritto il proprio Vangelo tra gli anni 55 e 60, in Grecia perché, appunto, destinato ai Gentili greci, come il Vangelo di Marco era destinato ai Gentili romani e quello di Matteo agli Ebrei.

Il testo dal quale estraggo i tre passi è La Sacra Bibbia, volume 3°, Nuovo Testamento, Editrice S.A.I.E., Torino, con l’imprimatur della Curia Generalizia, Pentecoste 1956 e del Vic. Gen. Canonico Pasquale Gianolio, 22 maggio 1956.

1° Esempio. “Non pensate che io sia venuto a metter pace sulla terra. Non sono venuto a mettere la pace, ma la spada. Perché son venuto a dividere il figlio dal padre, la figlia dalla madre, la nuora dalla suocera; e i nemici dell’uomo saran quelli di casa” (Matteo, X, 34-35-36). “Pensate che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, vi dico; ma la discordia” (Luca, XII, 51). Con indirizzo ai Farisei: “Razza di vipere, come potete parlare bene voi, che siete cattivi?” (Matteo, XII, 34).

2° Esempio. “E dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora il regno dei cieli si acquista con la forza e se lo afferrano i violenti” (Matteo, XI, 12).

3° Esempio. Gesù indirizza un avvertimento agli apostoli: “E disse loro: Quando vi mandai senza sacca, senza borsa, senza calzari, vi mancò mai niente? Niente, risposero. Ed egli: Ma ora chi ha la borsa, la prenda, e così anche la sacca: e chi non ha la spada venda il mantello e la compri. Perché vi dico che in me deve adempiersi anche questa parola della Scrittura: È stato annoverato tra i malfattori. Or le cose che mi riguardano stan per essere compiute. Ed essi dissero: Signore, ecco qui due spade. Ma egli rispose loro: Ne avanza” (Luca, XXII, 35-38).

L’esame dei Vangeli abitua il lettore a formarsi un’idea della personalità di Gesù come di chi insegna la “Via” per raggiungere la perfezione spirituale, di chi vuole convincere a essere capaci di porgere l’altra guancia se si viene percossi, ad amare il prossimo come se stessi, a essere miti, a perdonare, a prestare aiuto ai bisognosi e così via.

Già nel parlare del Regno dei Cieli acquisibile con la forza e prerogativa dei violenti si notano certe stonature che pesano non poco sugli sforzi rivolti a comprendere. È vero che la nota riportata a piè di pagina ne offre una spiegazione finemente esegetica: per entrare in cielo bisogna vincere se stessi, e dopo che Giovanni ha annunziato il regno di Dio tutti devono vincere se stessi, per acquistare il cielo.

Viene difficile accettare parole che inneggiano, pare di capire senza riserve, a prendere la spada apprestandosi ovviamente a usarla nel momento opportuno. Gesù stesso afferma inconfondibilmente di non essere venuto su questa Terra a mettere pace fra gli uomini, ma a dividerli gli uni dagli altri; in più, è la spada che viene intromessa nel mezzo delle relazioni umane. Ed è ciò a cui assistiamo ai giorni nostri, dopo secoli e millenni di lotte fratricide fra popoli di tutto il mondo. Gesù preconizza il fallimento del messaggio d’amore che egli stesso sostiene con la parola e con l’esempio, e lo intravede nella degenerazione dei rapporti fra persone della stessa cerchia familiare ristretta. Quando si rivolge ai discepoli che lo ascoltano attoniti, il più delle volte senza comprendere il significato intimo legato alle sue parole, dimostra egli stesso di non avere molta considerazione del proprio uditorio che non si trattiene dal trattare alla stregua di “razza di vipere”, “ipocriti”, “cattivi”.

Nel secondo esempio che ho riportato, Gesù va oltre un dire allusivo e di denuncia aperta sino anche a proferire verità che suonano estremamente contraddittorie se poste a confronto con il messaggio d’amore professato in numerose occasioni. Riprendo una cosa già detta, ma lo ritengo importante: la nota a piè di pagina  della Bibbia da me consultata, a commento del detto secondo il quale il Regno dei Cieli si acquista con l’impiego della forza e si apre soltanto ai violenti, dà una spiegazione che non mi convince; la vedo come un tentativo, ed è lo stile con cui fondamentalmente si esprimono gli esegeti cattolici, di modellare il significato di un’allocuzione attraverso lo strumento dell’interpretazione che, fra l’altro, sarebbe sempre ispirata da Dio e per ciò stesso inconfutabile.

Per quanto mi compete, quando si parla di acquisire con la forza qualcosa che può essere afferrata dai violenti, si allude senza remore ad azioni di forza con impeto di violenza su quella data cosa, e non su se stessi come vuole intendere con una deviazione artificiosa la nota citata. Altrimenti Gesù avrebbe detto molto più semplicemente: “Fai violenza su te stesso, ossia sui tuoi sentimenti malvagi se vuoi salvarti”. E coloro che lo ascoltavano già erano limitati in cultura comunicativa e in penetrazione alla comprensione; figuriamoci che cosa avranno pensato nel sentire parlare di spada, di forza, di violenza. Oppure avranno congetturato che quell’uomo dalle parole strane e provocatorie sarebbe potuto diventare veramente loro re e avrebbe sollevato il popolo d’Israele per liberarlo dal giogo romano?

Nel terzo esempio troviamo ancora la parola “spada” sulla bocca di Gesù. Perché questa insistenza e questa preoccupazione? Perché stimolare i propri seguaci a munirsi di spada? L’arma da taglio non serviva già allora per difendersi in una configurazione di conflitto e per colpire, per offendere? E il fatto che Gesù desse assicurazione ai suoi discepoli sulla sufficiente disponibilità di due spade non vuole forse significare che egli stesso prevedeva il sopravvenire di un evento avverso, di una situazione minacciosa a tal punto da consigliare il doversi dotare di un’arma affilata? In questa versione dei fatti descritti dal Vangelo di Luca pare di scoprire un Gesù nell’atto di prevedere uno scontro armato e la conseguente necessità di attrezzarsi a difesa, come farebbero tutti gli uomini dotati di un buon senso di realtà. Un Gesù, pertanto, nella veste di guerrigliero più che di Figlio di Dio, venuto a predicare un “regno non di questo mondo” fra la gente di questo mondo. Nel testo della Bibbia sopra citata non trovo a piè di pagina alcuna nota a spiegazione di questo passo. Eppure il redattore del volume ha elargito con grande abbondanza una densa serie di note adibite a chiarire. Forse, ma questo credo di pensarlo io soltanto, il problema sarebbe stato di tale peso e gravità da sconsigliare preventivamente di cercarne una soluzione adatta a tranquillizzare e a soddisfare un lettore attento ed esigente; tentare di parafrasare il detto di Gesù in un luce semantica assai distante dall’evidenza declamatoria in atto avrebbe probabilmente richiesto un’attrezzatura linguistica di eccezionale fantasia e originalità, cosa che pareva del tutto inverosimile; sarebbe apparso più efficace cercare di far finta di nulla e soprassedere, per non cadere nel ridicolo dell’arrampicarsi sugli specchi.

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