Con le imprese della Gestapo fiorivano traffici del tutto illeciti che arricchirono enormemente alcuni personaggi. Gli enormi guadagni provenienti da traffici a favore della Gestapo fruttavano una immensa fortuna in proprietà immobiliari. Si calcola che dal 1941 al 1944 furono realizzati due miliardi di franchi. Ne fanno testimonianza la condanna, pubblicata il 22 luglio 1949, di Joseph Joanovici al quale furono confiscati beni per 50 milioni e le multe comminate a Joanovici per oltre 90 miliardi di Lire dell’epoca. I re del mercato nero in Francia, a capo dei traffici a beneficio della Gestapo, furono Michel Szkolnikoff e Joseph Joanovici.
Il popolo minuto in Francia soffriva anche la fame. La produzione agricola era andata al collasso anche per le numerose deportazioni in Germania di giovani lavoratori della terra. La mietitura, poi, doveva essere fatta a mano. Grandi quantità di derrate venivano requisite dai Tedeschi. Pullulava così il mercato nero con l’apparire sulla scena di personaggi senza scrupoli, capaci di accumulare enormi fortune riducendo i poveri alla fame. Questi trafficanti del mercato nero riusciranno a portare avanti i loro piani di lucro anche dopo la Liberazione. Alcuni di questi affaristi diventavano milionari in poco tempo, capaci di guadagnare un milione di franchi al netto in un solo giorno. Gli uffici-acquisto, sotto la protezione della Gestapo, si gettarono in affari enormi con il ricavo di profitti altissimi attraverso gigantesche imprese commerciali. Szkolnikoff, apolide ed ebreo, nel 1939 possedeva quantità elevatissime di merci comprate a basso prezzo e nel novembre 1940 concluse il suo primo affare commerciale con il Comando della Kriegsmarine (Marina da guerra tedesca): nei primi tre mesi del 1941 dalla Kriegsmarine aveva incassato 86 milioni di franchi. Anche una donna, Hélène, si inserì nei traffici con la Marina da guerra tedesca. Insieme a Szkolnikoff si gettò in una serie di traffici di enorme portata economica. Si arricchì a dismisura, tanto da vantarsi di possedere, fra i molti gioielli, uno smeraldo da 14 milioni di franchi e un collier di perle da 8 milioni. I due risiedevano in un appartamento di lusso, servito da una dozzina di domestici.
Da una parte per così dire opposta agiva Joseph Joanovici che, nell’inverno 1937-1938, collaborava con i Comandi del Komintern comunista per l’Europa. Egli pure, attraverso gli affari intrapresi, guadagnò una fortuna. Arriviamo al settembre 1941 allorché Joseph Joanovici diventò in brevissimo tempo il maggiore fornitore di metalli nuovi, usati e di attrezzature varie. Arrivava al punto di estorcere, anche ricorrendo a minacce, metalli pagati a prezzo legale e rivenduti ai Tedeschi a tariffa nera. Ogni giorno i suoi mezzi di trasporto scaricavano oltre 100 tonnellate di metalli a Saint-Denis, destinati alle officine metallurgiche do Hoboken nei pressi di Anversa e di Duisburg in Germania. Nel corso dei primi cinque mesi del 1942 fornì 18 mila tonnellate di materiali non ferrosi al “Bureau Otto”, portando la cifra di affari intrapresi con i Tedeschi a circa cinque miliardi di franchi, per un guadagno netto personale di due miliardi di franchi. Era un universo di corruzione fra grossi trafficanti e complici della Gestapo, dove si moltiplicavano ricatti, intrallazzi e relazioni pericolose. Si ricordano anche tre donne in questi affari: Magda Fontange, Natascia Kolnikov che ai primi del 1944 aveva già incamerato la fortuna di 25 milioni; quindi la contessa Jeanne-Claire-Marguerite Clarisse, espulsa da cinque conventi, andata sposa a diciott’anni al conte d’Andurian, attiva nel traffico di diamanti nell’area del Mar Rosso.
Il testo da me consultato (Storia segreta della Gestapo, Ed. Ferni, Ginevra 1972) si dilunga in una serie di pagine dedicate ai loschi affari nel clima di corruzione che regnava in Francia ai vertici alti. Per tutti i casi, che qui non riporto neppure in riassunto, ricorderò soltanto quelli di due fra i maggiori trafficanti. Il primo riguarda Mister Joseph Joanovici, fornitore di armi e finanziatore di fondi agli agenti di “Honneur de la Police”, a organi della stampa clandestina e a personaggi di rilievo della Liberazione, senza trascurare il Partito Comunista debitore a Joanovici, ebreo bessarabico e già cittadino sovietico. Il 29 agosto 1944 Joanovici si incontrò con l’ispettore principale Morin al quale segnalò l’alleanza fra due importanti personaggi, Lafont e Bony, consentendo all’ispettore Morin di avviare la pratica per la cattura dei capi della Gestapo di rue Lauriston. L’istruttoria del caso Gestapo di rue Lauriston si prolungò sino alla fine di ottobre. Quanto Bony aveva rivelato metteva paura nella Parigi mondana, politica, industriale e finanziaria. Bony, tuttavia, non accennò ai nomi di Joanovic e di Szkolnikoff. I lavori del processo perdurarono per tutti i primi undici giorni del dicembre 1944. Al seguito, Bony, Lafont e altri quattro collaboratori vennero fucilati, era il 26 dicembre. L’11 settembre 1944 Joanovici fu arrestato, ma rilasciato già il 10 novembre per l’intervento di persone molto influenti. Di qui Joanovici si dedicò al traffico di valuta estera, oltre a quello di materiale ferroso. Nell’inverno 1944-1945 possedeva 15 auto corredate da lasciapassare tricolore. Il dossier che conteneva i rapporti da lui intrecciati con la Gestapo fu insabbiato. All’epoca del nuovo arresto, il 3 novembre 1945, si scoprì che Joanovici intratteneva importanti relazioni che arrivavano fino al Ministero della Giustizia. Si sa che Joanovici consegnò ai Tedeschi oltre100 mila tonnellate di metalli non ferrosi in cambio di oltre 30 miliardi di vecchi franchi. Si intrufolò nella vendita di relitti navali francesi affondati presso Tolone, nascose e vendette pietre preziose e metalli, collaborò con la Gestapo, intrecciò amicizie con Placke, Radecke, Engelke e capi della Gestapo tedesca. Riuscì anche ad armare ed equipaggiare 300 nordafricani che Lafont aveva arruolato contro le organizzazioni americane per la guerra e, infine, si addossò la colpa di vari omicidi. Allorché fu rilasciato il 15 novembre 1945, Joanovici si lanciò in nuovi traffici, specialmente nel traffico di armi destinate alla Palestina. Si occupò di frodi valutarie e di banconote e fu il primo esportatore di residuati bellici americani. Il denaro ricavato andava in banche francesi e straniere e serviva a pagare i propri collaboratori: magistrati, funzionari, poliziotti, in ogni sia impresa sempre difeso dal consigliere Marchat. Joanovici andò sotto processo il 6 luglio 1949. Il 30% dei suoi guadagni andava a Bony, a Lafont e agli altri assassini della Gestapo, ma serviva anche per sovvenzionare la stampa clandestina degli affiliati alla Resistenza Lecourt e Bayet, come la rete “Honneur de la Police” e i gruppi partigiani “Francs-Tireurs et Partisans”. I testimoni, nel corso del processo, ricordavano ed elogiavano Joanovici per aver devoluto, nel 1940, oltre un milione a favore di una rete di Resistenza a La Rochelle, per aver sostenuto con 30 mila franchi mensili le necessità dei bambini dei deportati, per aver destinato più di quattro milioni al Comitato di soccorsi agli Israeliti. Joanovici aveva compromesso molti personaggi di rilievo i quali non avrebbero mai consentito la sua permanenza in carcere per lungo tempo. La pena che dovette subire fu di appena cinque anni di prigione, una multa da 600 mila franchi, la confisca dei beni e la perdita dei diritti civili, ma Joanovici continuò, senza badare alle sanzioni, nei traffici intrapresi. In questi era coadiuvato da Lucie, la sua fedele segretaria che viaggiò in numerosi Stati europei per ripristinare i contatti con i compratori e i venditori di metalli. Joanovici si fece vivo in Israele nel 1958, ma poi scomparve nuovamente, per sempre. La verità sulla effettiva consistenza dei traffici della Gestapo nel corso dell’occupazione in Francia e i nomi degli arricchiti con scandalose fortune restarono nel silenzio più assoluto.
In quanto a Michel Szkolnikoff, godeva della protezione assicurata dal suo amico Engelke, ma alcuni membri della Gestapo scoprirono l’origine ebrea di Szkolnikoff e la sua ampia attività di trafficante della borsa nera. Penetrarono allora nel lussuoso appartamento di Szkolnikoff, procedettero a una capillare perquisizione e Szkolnikoff finì in manette. Dopo di lui furono arrestati anche Hélène e una decina di amici prossimi. Engelke, che si era assentato per adempiere a servizi in Germania, rientrò a Parigi e si rivolse a Karl Oberg per ottenere la scarcerazione dei prigionieri. Fu così che Szkolnikoff poté intraprendere, nel gennaio 1944, una serie di viaggi in Spagna dove mise al sicuro l’oro e le pietre preziose che possedeva, ma la Polizia spagnola entrò in sospetto avendo scoperto certi rapporti esistenti fra Szkolnikoff e diversi trafficanti. All’inizio di maggio Hélène e Michel Szkolnikoff giunsero a Madrid, ma furono subito arrestati dalla Polizia: avevano nei loro bagagli 800 milioni in oro e gioielli. Szkolnikoff fu poi trovato il 17 giugno 1945, nei pressi di Guadalajara, il corpo semi carbonizzato. Rimane avvolta nel mistero la destinazione dei gioielli e delle pietre preziose, valutati a miliardi di franchi, portati in Spagna da Hélène e Michel Szkolnikoff nel periodo dal gennaio al maggio 1944.
Crudeltà e sterminio.
Le SS di Heinrich Himmler si macchiarono di un diabolico genocidio nei territori orientali dell’Europa. Si calcolano da 1,5 a 2 milioni le vittime tra Slavi, Zingari ed Ebrei. Furono stermini di massa voluti e pianificati a partire già dal 1936-1937. Lo scopo prefisso da Himmler era quello di “distruggere le sottospecie umane di tutto il mondo, alleate contro la Germania, unica detentrice della cultura del genere umano, e popolo pilota della razza bianca”. Dal gennaio 1937 in poi prese vigore una crescente volontà di sterminio. Il 22 agosto 1939 Hitler sentenziò che la Polonia dovesse “essere cancellata dalla carta delle nazioni” con il metodo rapido volto a “sterminare la nobiltà e l’«Intellighenzia» polacca, dal maestro allo scienziato… I Polacchi saranno ridotti a sottospecie umana, alla condizione di iloti”. Questo compito Hitler lo affidò ad Heydrich. Già a partire dall’8 settembre 1939 l’ammiraglio Canaris, capo dell’Abwehr, espresse indignazione quando seppe che Himmler si vantava “di far fucilare ogni giorno duecento Polacchi”. Gli uomini di Heydrich iniziarono subito con l’arrestare maestri, professori, funzionari, commercianti, medici, religiosi, proprietari terrieri e, dal 27 settembre 1939, Heydrich si poteva vantare di aver ridotto l’élite polacca fico alla soglia del 3%. Nello stesso periodo Himmler inviava in Polonia un commando SD supplementare con la consegna di eliminare gli Ebrei e i Polacchi di Katowice. Hitler rincarava la dose ordinando che il livello di vita “deve essere ridotto in Polonia in modo drastico”, sino a sfiorare il rischio di morte per fame. Nel mese di dicembre 1939 Heydrich dispose il trasferimento dei Polacchi nei campi di concentramento.
A Berlino gli ufficiali dello Stato Maggiore della Wehrmacht, indignati per quanto stava accadendo, chiesero “lo scioglimento immediato delle formazioni nere e la destituzione dei capi SS, affinché cessi una situazione che disonora il popolo tedesco”. Hitler, per contro, continuò a lasciare via libera alle SS, intensificandone anzi la spinta repressiva. Himmler dichiarò che le deportazioni di migliaia e centinaia di migliaia di Polacchi erano state attuate a temperature sino a 40 gradi sotto lo zero e che aveva “avuto la durezza di fucilare migliaia di dirigenti polacchi, sentenziando che “Questo popolo di duecento milioni di esseri, deve essere annientato” sino a “dissanguarlo a morte”. Egli non muoveva ciglio se diecimila donne fossero morte per fatica nel lavoro di scavo di fosse anticarro, per lui non si trattava di altro che di “bestie umane”. I criminali responsabili di decine, centinaia di migliaia di esecuzioni furono giudicati nel processo svoltosi dal 27 luglio 1947 al 9 aprile 1948, L’imputato Otto Ohlendorf, nel corso dell’interrogatorio, parlò con totale indifferenza dei crimini a lui contestati, rivelando che “Nella primavera 1942 Himmler diede l’ordine di uccidere le donne e i bambini mediante i gas dentro i camion” che contenevano “dalle 15 alle 30 persone: la morte sopraggiungeva entro dieci minuti”.
Da parte sua, Heydrich non faceva altro che incrementare il potere raccolto nelle proprie mani. Lo otteneva correggendo addirittura le sentenze dei tribunali e comandando esecuzioni sostanzialmente arbitrarie, con la scusante di dover garantire la sicurezza dello Stato. La formazione R.S.H.A. era opera personale di Reinhard Heydrich; in essa regnavano l’assassinio, il ricatto e il terrore. Il 28 settembre 1941 Heydrich fu nominato vice-protettore della Boemia-Moravia, carica che gli consentiva di non passare più per il suo capo diretto Himmler nelle decisioni per comunicare direttamente con Hitler. All’età di 37 anni ricopriva ormai la funzione nel rango di ministro. Hitler lo aveva nominato, ma alla condizione che Heydrich conservasse la propria posizione di capo dell’R.S.H.A. Heydrich veniva investito del compito di “schiacciare i movimenti clandestini e nello stesso tempo ottenere dai Cèchi un maggiore contributo allo sforzo bellico della Germania”. Appena insediato nel nuovo incarico, Heydrich si diede a ordinare un buon numero di esecuzioni preventive. Alla fine di ottobre del 1941 aveva “fatto pulizia” in tutta la Boemia-Moravia, facendo rinchiudere nei campi di concentramento di Mauthausen e di Theresienstadt migliaia di Cèchi e facendone giustiziare altri a centinaia. Aveva così eliminato i capi della resistenza ossia il primo ministro, i generali, gli alti funzionari, i capipopolo, i trafficanti del mercato nero e gli Ebrei.
Nel periodo a partire dal mese di aprile 1942 tra l’SD e l’Abwehr si andò creando una forte tensione, tanto che Heydrich decise di mettere in progetto una attività di controllo che l’SD avrebbe dovuto esercitare sull’Abwehr “in vista di una fusione dei servizi d’informazione”, cosa che non fu certo di gradimento a Canaris nell’incontro tenutosi il 18 maggio tra i comandanti del RSHA e dell’Abwehr.
Gli ultimi giorni di Heydrich. Era il 28 dicembre 1941 allorché un aereo prese il volo da Londra trasportando sette paracadutisti cèchi inviati per una missione di estremo pericolo, quella di sopprimere Reinhard Heydrich. La data di effettuazione del colpo era stata fissata per il mese di maggio 1942 e la località individuata nei pressi di Praga. L’attentato provocò ad Heydrich ferite varie da sottili schegge di bomba a mano penetrate di molto nella milza e nella regione lombare. Erano le prime ore di giovedì 4 giugno 1942 quando, nonostante le cure tempestive, Heydrich lasciò questo mondo. Venne offerta una taglia di dieci milioni di corone in premio a chi avrebbe contribuito all’arresto dei colpevoli. Venne instaurato il coprifuoco e imposta la chiusura di numerosi esercizi pubblici e commerciali. Non arrivando informazioni utili, a causa dell’omertà opprimente, i nazisti lanciarono una campagna di terrore e il primo a farne le spese fu il villaggio di Lidice a una trentina di chilometri da Praga. Furono trucidati a sangue freddo numerosi maschi a partire dai quindici anni di età. Ne furono gettati ben centosettantatré in una fossa comune. Furono poi massacrati dodici minatori, anch’essi del tutto innocenti. Le donne di un gruppo di 184 vennero internate nei campi di Ravensbruk. Vennero strappati ai genitori 95 bambini. La maggior parte di questi martiri fu infine sterminata. La Gestapo infierì ancora sulla frazione di Lezaky; poi, grazie alle informazioni ottenute da delatori, venne a scoprire il rifugio del commando partito da Londra e a mettere a morte i paracadutisti ivi radunati. Furono inoltre condannati a morte 250 detenuti del campo di Terezin, trasferiti a Mauthausen e massacrati con un colpo d’arma da fuoco nella nuca. Si conoscono i nomi dei tre responsabili della carneficina, che saranno giustiziati a guerra finita: Karl HermannFrank, Kurt Daluege e il cèco Karel Curda.
Alla morte di Heydrich fu Himmler ad assumere la funzione di capo del RHSA, in aggiunta ai propri compiti di comandante supremo delle SS. A lui si sottomettevano la Gestapo, l’SD, la polizia criminale e i gruppi di sterminio dell’Est europeo. Alla fine di gennaio 1943 alla direzione del RHSA fu nominato Ernest Kaltenbrunner. Con la direzione di quest’ultimo continuò il regime di terrore, ma con la differenza che la repressione brutale e di scena si sostituì una repressione più sottile, non senza lo scorrere ancora di molto sangue.
L’SD era riuscita a mettere le mani su un dossier estremamente delicato che avrebbe messo in serie difficoltà l’ammiraglio Canaris e l’Abwehr alle sue dipendenze. Si trattava delle scoperte effettuate da Heinrich Müller e dal suo collega Schellenberg a offrire l’occasione di mettere fuori causa Canaris. Erano attive, allora, personalità di convinta opposizione alla politica di Hitler e si stavano formando focolai nei quali fervevano cospiratori profondamente ostili a Hitler. Era in questi ambiti che la Gestapo cercava i dissidenti e vi riuscì smascherando e arrestando 66 personaggi appartenenti all’alta società. Le SS possedevano una ponderosa raccolta di informazioni anche assai compromettenti che sarebbero bastate a ridurre Canaris all’impotenza, con lo spingere Hitler a sciogliere di autorità l’Abwehr facendolo fagocitare dalle SS. Hitler, infatti, il 18 febbraio 1944 emanò un decreto per l’istituzione di un servizio tedesco di informazioni unificato, con a capo Himmler e alla direzione di Kaltenbrunner. Per Canaris non si presero particolari provvedimenti, fu molto semplicemente collocato in congedo. La Gestapo era riuscita a prevalere sull’Abwehr e la politica del terrore ebbe del tutto via libera di azione. Più avanti Canaris fu incarcerato e subì pure torture, infine impiccato insieme a cinque suoi compagni, dopo che Hitler era venuto a sapere della presenza del Diario di Canaris con tutta la serie di dichiarazioni a lui sfavorevoli.
Il 20 luglio 1944 ebbe luogo l’attentato alla vita di Hitler. Ne seguì una repressione spietata, con processi ignobili davanti al tribunale del popolo. Le udienze e le esecuzioni avvenute l’8 agosto vennero filmate. Intanto Himmler proseguiva nell’azione sanguinosa, coadiuvato da Kaltenbrunner. In tutta la Germania dilagava un vero e proprio delirio di sangue. Nella cerchia dei fedeli a Hitler fu il suo fedele segretario, Bormann, ad acquisire una crescente potenza. Bormann non esitava a rammentare a Himmler che al di sopra di lui stava comunque e sempre il Führer, sentendosi per questo, nella sua qualità di segretario di Hitler, indipendente dalle disposizioni emanate dall’Ordine Nero. Kaltenbrunner, per parte sua, si trovava a capo dell’RSHA voluto da Himmler e, in seguito al 1942, diventò il fedele di Bormann.
A Himmler venne affidato il comando di un nuovo gruppo di armate nella località tra Karlsruhe e il confine con la Svizzera. Le SS ottennero alcuni successi nel nord dell’Alsazia sino a diventare una seria minaccia per Strasburgo. Ma il 20 gennaio, in seguito a un contrattacco sferrato dagli Alleati, le armate di Himmler furono costrette a retrocedere sulla riva del Reno. Il 12 gennaio 1945 i Russi avevano attaccato con forza a est riuscendo a sfondare il fronte tenuto dai Tedeschi, dopodiché il comando del gruppo di armate era stato affidato a Himmler che si poteva avvalere di sei divisioni corazzate, non al completo di organico. Il 16 febbraio 1945 iniziava l’avanzata, ma il 28 il gruppo di armate tedesche crollò. Il 1° marzo il generale russo Zukov continuava a guadagnare terreno, quando Himmler decise di lasciare il comando, sostituito dal generale Heinrici. Due giorni appresso la 6a divisione corazzata SS raggiunse l’orlo della disfatta totale e si salvò soltanto con il subitaneo ripiegamento. Appena saputa la cosa, Hitler si mise in contatto con Himmler e, su tutte le furie, ordinò la restituzione di tutte le decorazioni di guerra a carico degli ufficiali. Fu a questo punto che Himmler decise di negoziare la pace con gli alleati occidentali. Non era la prima volta: era già successo nel 1943 allorché a Madrid aveva tentato tramite Franco di arrivare a una pace separata con gli Alleati per garantire la salvezza dell’Europa dall’invasione russa. Fu in quell’occasione che Himmler aveva dichiarato la propria disponibilità a deporre Hitler e a chiudere con il nazionalsocialismo.
Il 20 aprile 1945 nel bunker di Berlino si festeggiava il 56° compleanno di Hitler alla presenza dei suoi stretti collaboratori: Goering, Ribbentrop, Speer, Goebbels, Bormann, Himmler, Doenitz, Keitel e Jodl i quali pensavano che Hitler dovesse lasciare Berlino alla volta di Obersalzberg dove sarebbe stato a capo di una nuova fase di resistenza. Ma Hitler decise di rimanere al proprio posto.
In tutta questa faccenda lo stesso Himmler era disposto a capitolare sul fronte occidentale per favorire l’avanzata degli Angloamericani, ma non sul fronte orientale. Gli Alleati occidentali, tuttavia, respinsero ogni richiesta di pace separata imponendo la resa della Germania senza condizioni.
Immagine di Copertina tratta da Biografie On Line.
