L’Italia ripudia la guerra

L’Italia ripudia la guerra

Lo si legge all’Articolo 11 della Costituzione della Repubblica Italiana promulgata dal Capo provvisorio dello Stato il 27 dicembre 1947, in seguito alla deliberazione della Costituente nell’Assemblea del 22 dicembre 1947. Il testo della Costituzione è stato riportato sulla Gazzetta Ufficiale n° 298, edizione straordinaria, entrata in vigore il 1° gennaio 1948.

L’Art. 11 recita: “L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tele scopo”.

Vado per caso sulla rubrica Reels del mio cellulare e, sempre per caso, mi ritrovo Alessandro Barbero che parla proprio di questo. La cosa mi incuriosisce, poi risveglia in me particolare interesse, e ne seguo lo sviluppo fino in fondo.

Ammiro molto Alessandro Barbero, per la sua profondità e ampiezza colturale, per il suo senso critico eccezionale e raffinato, per la vivacità espressiva, per l’entusiasmo che traspira dalle sue parole e dal suo atteggiamento. Lo ammiro anche perché è capace di descrivere un argomento penetrandone gli angoli più reconditi, svelandone risvolti nascosti nell’ombra, senza fare ricorso a mezzi termini, con la spigliatezza e la disinvoltura che sono manifestazioni evidenti del suo carattere. Ancora, apprezzo il suo colloquiare perché non vi intravedo forzature e manie di convincere, di ottenere consensi a tutti i costi. Barbero ti lascia sempre con un interrogativo sulle labbra e non ti distoglie affatto dalla tua libertà di valutazione attorno a quanto ti va esponendo.

In quanto a me, la sua disquisizione sull’Art. 11 della Costituzione non mi ha lasciato del tutto indifferente; anzi, al contrario, mi ha spinto a riflettere sulla forza delle parole. E qui non starò certo a ripetere i concetti da Barbero elaborati nel suo impetuoso incedere verbale. Dirò piuttosto qualcosa di mio ossia qualcosa che discenda da un posare più opportunamente l’attenzione sugli enunciati dell’Art. 11, nella speranza che una successiva riflessione sia riuscita a stimolare il mio pensiero in un – mi auguro – rinnovato processo di interpretazione.

Ecco, allora. L’Italia ripudia. Il termine “ripudiare” viene usane nel senso di respingere con forza, di negare, allontanare da sé persona o cosa contraria ai comportamenti, alle convinzioni culturali, agli affetti e ai sentimenti coltivati. Si tratta di un bel salto di qualità, dopo che attraversammo lunghi e dolorosi decenni macchiati, per volontà dei nostri alti Comandi, da guerre offensive. Non eravamo né siamo mai stati un popolo di guerrieri: eppure, per emergere nella vasta palude dei confronti politici e di potere, ci lasciammo cadere nella fornace alimentata dalle guerre di invasione.

Mai, però, un rivolgere il pensiero riflessivo sul perché siano occorse numerose esperienze devastanti e ci siano caduti addosso numerosi insuccessi sul piano politico e su quello militare, a funestare il progresso sperato per un popolo di navigatori, artisti, artigiani, poeti, scienziati e lavoratori della gleba, gettati nella mischia bellicosa per la quale non eravamo tagliati in assoluto.

Mi soffermo su questo aspetto attinente al problema “guerra” non già in senso critico nei confronti dell’Art. 11, ma per meglio chiarirmi il modo in cui andarono le cose nel volgersi della nostra Storia. Un esame di coscienza sugli errori commessi dagli Ordinamenti politici e militari che ci precedettero verrebbe quasi d’obbligo nel contesto che sto trattando. Crediamo proprio che il non parlarne più riesca a cancellare i brutti ricordi che un esame retrospettivo fatto con sincerità ci potrebbe rivelare? Crediamo proprio che questo riesame della nostra Storia possa essere nocivo al nostro senso di Patria? Le ammissioni di colpa, anche in questo caso, possono aiutare efficacemente a creare nuovi modi di vedere la realtà, a considerare orizzonti alternativi, a fare il punto sulle responsabilità del passato e del presente, perché in avvenire quanto ci è accaduto non si riduca soltanto a sterile cronaca, ma assurga a monito, ad ammaestramento, a guida per lungi anni di comprensione, di collaborazione, di aiuto reciproco, di assunzione piena di responsabilità nei confronti dei nostri simili e del modo in cui trattiamo e sfruttiamo l’ambiente che ci ospita.

Una breve corsa a ritroso è sufficiente per riportarci alle sofferenze e alle miserie alle quali siamo andati incontro con le aggressioni armate effettuate di nostra mano: la Grande Guerra 1915-1918 che costò al nostro Popolo dai 680 ai 700 mila morti  e più di un milione e 50 mila feriti; la Seconda Guerra mondiale, 1940-1945, con quasi mezzo milione di vittime fra militari e civili; la guerra di Libia, 1911-1912, che causò più di 3.600 morti e quasi 6.700 feriti; le penetrazioni in Albania, anni 1914-1916-1939; la conquista dell’Etiopia, 1935-1936, con il sacrificio di quasi tremila morti e ottomila feriti; il concorso nella Campagna di Spagna, anni 1936-1939, con oltre 3.300 morti e 11.200 feriti; l’invasione della Francia il 10 giugno 1940; l’attacco alla Grecia, il 28 ottobre 1940, con 14 mila morte, 25 mila prigionieri e dispersi, 50 mila feriti e 12 mila colpiti da congelamento.

Siamo arrivati ai tempi di oggi, ovvero a quasi ottant’anni or sono, per accorgerci di dover ripudiare la guerra con tutti i suoi annessi infernali? Non un cenno di esecrazione e di condanna per le nefandezze politiche e militari con le quali fu infangata la Patria? Se non altro per mettere in guardia ognuno di noi, perché si comprenda l’orrore nel quale furono scaraventate centinaia di migliaia di persone loro malgrado, perché non si ripetano situazioni ed eventi storici rivelatisi all’origine di mali immensi a danno di chi non era responsabile, soprattutto, di quanto stava accadendo per deliberazione altrui.

E con questo, affermando il verbo “ripudia”, confermiamo anche gli errori e le devianze sul piano sociale e decisionale del nostro passato contro altre legittime sovranità; riconoscendo, senza peraltro darne visibilità concreta, un nostro comportamento storico fondamentalmente condannabile. Un accenno al mutamento di opinione, trascorsi alcuni anni dalle tragedie incorse, in tutta chiarezza e trasparenza, non farebbe certo male all’amor patrio di cui oggi ci possiamo vantare, tanto più che l’Art. 11 introduce senza esitazione il termine di “offesa” alla libertà altrui, nel ricordo, reso ormai opaco, delle offese o dei tentativi di offesa da noi perpetrati nel corso del secolo breve e in alcuni decenni precedenti a danno di comunità che non ci avevano arrecato alcun danno né avevano avanzato minacce di sorta.

Il ricorso, poi, al vocabolo “altri” sembra quasi escludere il nostro dal consesso dei Paesi sui quali dovremo d’ora in poi gradarci bene dal muovere insidie di qualsivoglia natura. Sarebbe stato sufficiente e meno aleatorio parlare “di tutti i popoli” anziché di “altri”, tanto più che quest’ultimo termine si riveste anche di un carattere indefinito, in quanto non va a precisare se “tutti gli altri” si riferisca soltanto a un limitato riferimento a Paesi con vocazione molto dissimile dalla nostra in fatto di politica e di evoluzione sociale.

Che la guerra, soprattutto, non valga di per sé a risolvere le controversie internazionali, dal momento che la Storia ci insegna essere stato tale obiettivo raggiunto, pur tuttavia appesantito dal destino di una breve sopravvivenza, è un fatto incontrovertibile. Nessuno esce con la fortuna in mano da una guerra, né i vinti né i vincitori. Per entrambi si tratta di una trappola mortale, la guerra, che si pone come sfogo agli istinti di supremazia più diabolici e perversi che si possano considerare in grande dimensione.

Lo sforzo che la lettera auspica sia prodotto dalle Nazioni per raggiungere un “ordinamento che assicuri la pace e la giustizia”, a vedere da come si dipanano le situazioni su scala mondiale dove dominano la voce del più forte e la violenza palesata o attuata in dimensioni più o meno catastrofiche, a iniziare dalle intese politiche di consenso e/o di alleanze su vari ambiti di interesse, assume molto spesso le sembianze di uno schermirsi nei bei modi di approccio, nel formulare promesse di pace e di prosperità, con il fare di chi nasconde l’ipocrisia di intendimenti sotto la parvenza di comportamenti per lo meno accettabili nel loro modo di porsi agli occhi della più vasta comunità.

L’Art. 11 sottolinea opportunamente le parole “pace” e “giustizia”, ed è tutto ciò che ci aspettiamo da chi ci governa. In Europa, è vero, ci sentiamo in buona misura immuni dal ricorso a guerre nei tempi correnti, ma neppure siamo in grado di affermare che la pace regni in effetti fra noi. Basta aprire le pagine dei mezzi quotidiani di informazione per renderci conto del protrarsi di una guerra continua, perniciosa per la sicurezza dei singoli e del più vasto contesto umano. Si sente parlare di accoltellamenti a vista d’occhio, di frodi ricorrenti, di violenze le più efferate, di femminicidi in progressione; figli che uccidono i genitori, minori che si dotano con sempre maggiore frequenza del possesso di armi improprie, con il fermo proposito di far del male al prossimo; famiglie che non ce la fanno a sbarcare il lunario; gente che, per indigenza e povertà assoluta, è costretta a rinunciare all’assistenza medico-sanitaria e che non dispone di mezzi finanziari minimi per curarsi e per acquistare le medicine necessarie alla salute.

Se è questo un clima di pace e di giustizia, allora abbiamo sbagliato nell’attribuire il significato che crediamo di aver dato a quelle parole. L’Art. 11 della nostra Costituzione dice bene, ma tra la declamazione delle prospettive e la loro messa in atto passa ancora un oceano.

Resta la speranza e, forse, sopravvive ancora un embrione di fiducia nell’intelligenza, nel buon senso e nella volontà di chi detiene la responsabilità del progresso sociale della Nazione.

Immagine di Copertina tratta da AccessiWay.

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