In tempi più felici trascorsi dieci anni, fra i più idilliaci della mia vita, fra i boschi della zona collinare dei Volos di Bagnolo Piemonte. La scuola, edificata per i bambini della zona nel 1967, era chiamata Scuola di Bricco Bosi, ma la località omonima si trovava un poco più a valle, allorché il primitivo edificio scolastico era alloggiato in una, chiamiamola baita, del luogo, senza pretese. Quando insegnavo ai Volos ebbi la ventura di conoscere una persona ammirabile: il suo nome era Alessia, la quale – non ricordo di preciso per quale motivo, ma credo abbia avuto esperienza di insegnamento a Bricco Bosi – scrisse, attorno al 1961, una memoria concernente quella beata località. La riproduco con piacere, alla memoria dell’Autrice, con affetto. Eccola:
BRICCO BOSI
Alessia contemplava con interesse quel paesaggio di montagna per lei sconosciuto, mentre il tassista guidava cauto, ma sicuro della sua vecchia Mercedes, collaudata a tutte le carreggiate. La strada tortuosa e stretta, non asfaltata e inghiaiata solo nei tratti più ombrosi, si addentrava in una piega montana remota e impervia che l’autunno vestiva dei suoi colori dorati.
L’autista si fermò dopo aver compiuto un’attenta manovra che gli consentì di ripartire subito.
Avanzava sulla sponda della strada, per venirle incontro, una figura femminile vestita di grigio con i capelli raccolti a crocchia. Era la bidella che la salutò contenta: “Buon giorno Maestra, finalmente!”. Quel richiamo sull’attesa del suo arrivo distolse Alessia dalle proprie osservazioni scoraggianti: Bricco Bosi era un borgo isolato, concentrato in poche baite basse e spoglie, i cui balconi sembravano più utilizzati per conservare le scorte di legna, che per affacciarsi… La scuola, costituita da un solo locale, era a pianterreno con l’unica finestra non sufficientemente ampia per la luce. Addossati gli uni agli altri, in un atteggiamento di timidezza difensiva, gli alunni aspettavano sulla porta: a colpo d’occhio, dalle varie stature, si profilava una sparuta pluriclasse. Una scintilla di simpatia accesa da un sorriso accattivante suggellò l’incontro. Sui loro volti era evidente una tenera espressione di viva curiosità: le maestre non rimanevano a lungo in quella scuola per l’impossibilità di risiedervi in condizioni decorose e confortevoli.
Alessia comprese: quei bambini vestiti del colore delle pietre, votati all’isolamento, avevano bisogno di un soffio di diversità e del calore dell’amicizia. Dimostrare la propria capacità di adattamento sarebbe stata la più efficace delle lezioni. Avviò subito un dialogo sereno e allegro che li coinvolgesse tutti con interesse sciogliendoli a poco a poco da quello stato di stupore, tipico di chi deve accettare novità non previste. Si fece descrivere, sollecitandoli con opportune domande, i loro percorsi per arrivare a scuola: ne risultava più chiara la configurazione geografica del territorio.
Bartolo, un bambino di quarta, piccolo e tarchiato, dalla testa sempre rasata, era il più lontano; impiegava tre quarti d’ora per scendere dalla sua baita a circa duecento metri d’altitudine rispetto alla scuola. Tempo di neve filava sul suo slittino simile a una cassetta, costruito empiricamente con piccole assi inchiodate. (Grazie a lui, la maestra, in seguito, avrebbe provato quel tipo di emozione!).
La conversazione fu sempre il motivo conduttore della attività didattica. “Dove andavano a fare la spesa?”. “Ogni tanto sale un furgoncino con varie mercanzie e generi alimentari si ferma alle case più vicine”. “Quando c’è mercato giù in paese, capita di comprare la carne dal macellaio (magari una volta al mese…)”. “Il pane?”. “Qualche volta viene fatto in casa e quello comperato si mantiene per alcuni giorni: è buono bagnato nel latte come le castagne secche”. Alcuni potevano disporre di polli e conigli(forse destinati ai giorni di festa) e di un piccolo orto.
“Bisogna saper mangiare di tutto e conoscere vari modi per gustare lo stesso cibo” sottolineava Alessia.
Non sempre andavano a dormire presto; la sera usavano radunarsi nella stalla al caldo umido del loro bestiame, talvolta in compagnia di qualche vicino, seduti sulla paglia o su sgabelli a tre gambe che gli uomini sapevano costruire. La “veglia”, alla luce della lampada ad acetilene, era il loro momento di riunione familiare. Le donne si riposavano dei pesanti lavori della giornata lavorando a maglia: una loro specialità era la doppia mantellina di lana che copriva ampiamente le spalle, realizzata in breve tempo usando un uncinetto dalla punta grossa. Qualcuna riusciva ad ascoltare con pazienza la pagina di lettura dei figlioletti scolari. Molte volte il sonno coglieva lì i bambini rimasti incantati a sentire i discori degli adulti, le filastrocche della nonna e le “storie” che correvano di borgata in borgata.
Alessia lasciava che la foga del dialetto scorresse per ricostruire poi, insieme, le frasi italianizzate. Il dialogo si arricchiva di sfumature e si animava di molteplici e interessanti scoperte. Si rivelavano, intanto, nel tessuto della vita scolastica, sentimenti e frustrazioni che bisognava considerare. Scoppiavano, talvolta, assurdi diverbi espressi in un gergo incomprensibile, lasciando affiorare persino rivalità di territorio. Qual era la ragione nascosta di tale suscettibilità? Indubbiamente cattive abitudini di vita e ignoranza avevano il loro peso.
Simone di tredici anni che frequentava la sesta classe, istituita come complemento del corso elementare, era particolarmente eccitabile; durante l’intervallo fumava la sua sigaretta confezionata a mano con “trinciato e cartina”. Ammetteva candidamente di bere vino e caffè. Anche Giusy, di sette anni, fumava di nascosto. La bestemmia insorgeva facilmente a esaltare un momento di rabbia o incapacità.
“Tali gesti erano parte integrante dei loro modelli familiari”, concludeva Alessia che ben presto sollecitò il colloquio con i genitori (di solito erano solo le mamme a intervenire).
Il suo obiettivo era dilatare l’opera della scuola con la persuasione: reprimere sarebbe stato inutile. Inerzia e depressione non alleviavano certo la solitudine! Ella sosteneva che giovare agli altri dava coraggio e favoriva esperienze utili. Parlava dei suoi sacrifici quotidiani superati con volontà e impegno. “Non tutto andava perduto!”
Piaceva il suo interesse diretto per i bambini!
A Laura che s’impegnava a leggere con evidente sforzo visivo un giorno consigliò: “Occorre aggiornare la visita oculistica”… La bambina estrasse dalla tasca un misero paio di occhiali in plastica con una lente frantumata e timidamente glielo mostrò. Quel gesto silenzioso fu così eloquente che indusse la maestra a decidere per un generoso intervento personale. Ottenuta la necessaria autorizzazione, accompagnò Laura alla Mutua: scesero insieme a piedi per una scorciatoia (fu una piacevole esperienza sportiva…).
“Astigmatismo” diagnosticò l’oculista e compiaciuto dell’interessamento della giovane insegnante, scrisse una breve lettera all’ottico. Questi, benevolo, praticò un sensibile sconto consegnando a Laura, in un astuccio di pelle, gli occhiali nuovi di cui ella ebbe molta cura. In classe l’avvenimento fu commentato festosamente.
La pausa del pranzo era vissuta a scuola: l’orario scolastico si protraeva nel pomeriggio. Alessia e alcuni bambini consumavano in classe un pasto alquanto spartano.
I “gavettini” si allineavano sulla stufa di ghisa per riscaldare il caffelatte.
La cordiale intimità di quell’ora era piacevolmente distensiva. Lei era convinta che la frettolosa monotonia del nutrirsi e la scarsa conoscenza dei cibi appiattissero la gioia del gusto. L’invito ad assaggiare le sue pietanze fu accettato dopo un’iniziale riserva (le piccole quantità eccedenti erano state sapientemente calcolate). Il thermos con la minestra calda era una novità entusiasmante come la pietanziera in acciaio inossidabile. Tolto il coperchio, la fragranza, trattenuta a lungo dall’ermetica chiusura, si spandeva stuzzicante nell’aula. “Stimolando l’olfatto si può distinguere il tipo di cibo…” (sicuramente il tutto veniva riferito in famiglia). Si gustava insieme anche il panino con formaggio o salame per coglierne le qualità e i difetti.
Sorprendente, però, fu la scoperta dell’utilità alimentare delle lumache!
Un giorno, ancora lontano dall’inizio della primavera, Bartolo arrivò con due grosse lumache in mano; si stupì della lieta meraviglia della maestra che asseriva di averne mangiate di quella stessa specie, in un ristorante. “Dove le hai trovate?”. – Ve ne sono tante lugo il pendio, vicino ai massi del prato. Erano ancora in letargo. – “Sapete che la carne della lumaca è tenera e nutriente?” – Nessuno le mangia: fanno la bava, che schifo!
La maestra, invece, apprezzava i pregi gastronomici delle chiocciole; quindi, tutti gli scolari furono impegnati nella ricerca di quei molluschi da riempirne un “cavagnin”. Alessia conosceva la ricetta per cucinare le lumache. L’improvvisata che voleva fare sarebbe stata una conquista alimentare! I due anziani coniugi presso i quali alloggiava, seguirono curiosi e divertiti, tutte le operazioni necessarie per ottenere un bel piatto di lumache fritte dorate: dopo un’accurata bollitura, estratte dal guscio, passate nell’uovo sbattuto, poi nella farina e nell’olio bollente. Il profumo era davvero invitante! La curiosità spinse gli alunni a sbirciare nel piatto della maestra: sapevano già che ogni tanto portava una pietanza insolita.
“Carne magra pere tutti”, ella offrì con dolce ironia; nessuno si tirò indietro. Quando fu unanime la richiesta di poterne mangiare ancora, Alessia confessò la “verità culinaria”. (La Elix Pomatia Alpina aveva fatto colpo!). Lo stupore incredulo lasciò spazio a un’allegra risata cui seguirono positivi commenti.
Nella tarda primavera fu scelta, come meta esplorativa dell’ambiente, la zona più alta che sovrastava la borgata. Punto di rifugio dei partigiani durante la Resistenza, dava una visione grandiosa e pastorale del panorama circostante.
L’entusiasmo della scolaresca contagiò Alessia che imparò molto da quella escursione.
La gita scolastica fuori dai propri confini realizzò il sogno di vedere Torino che quell’anno celebrava il centenario dell’Unità d’Italia.
Immagine di Copertina tratta da Google Maps.

