Perché Schopenhauer
Parte IV di 4
Il fondamento della Morale – Egoismo
Ogni individuo vuole essere centro dell’Universo, pronto a distruggere il mondo pur di aumentare anche di poco la propria esistenza. Ma a qualcuno il mondo potrebbe apparire, dal lato estetico, una raccolta di caricature; dal lato intellettuale, un manicomio; dal lato morale, un covo di furfanti.
L’egoismo nasce dal fatto che la Volontà nel suo oggettivarsi si riflette in un numero infinito di individui. Ciascun individuo anela in esclusiva alla conservazione di se stesso, perché gli altri individui gli sono dati solo come rappresentazioni sue. Al massimo grado dell’oggettivazione della Volontà, l’individuazione ossia l’uomo, l’egoismo raggiunge l’apice della propria manifestazione, e così pure il contrasto fra individui. Persino le lotte fra animali sono l’espressione del dissidio interiore di cui si riveste la Volontà di vivere. L’egoismo è come un cavallo selvaggio legato agli zoccoli.
Quando siamo vittime di rimorso: proviamo rimorso non per ciò che abbiamo voluto, ma per ciò che abbiamo fatto. L’egoismo è la causa principale delle azioni umane. È colossale, sconfinato, domina il mondo. Si contrappone alla virtù della giustizia che è la prima vera virtù cardinale. Contrario all’egoismo è la compassione. Soltanto la compassione è la base reale di ogni giustizia spontanea e di ogni genuino amore del prossimo. Per nascondere l’egoismo abbiamo inventato la cortesia, un’ipocrisia riconosciuta.
Persino il sorriso, in certi atteggiamenti meno spontanei, ha qualche attinenza con il digrignare i denti in forma di aggressività, essendo in entrambi i casi gli stessi muscoli facciali a contrarsi nel manifestare il sentimento piacevole o avverso.
Una principale fonte di malevolenza è l’invidia (è umana), il cui contrario è la gioia del danno altrui (è diabolico). Soltanto l’assenza di ogni motivazione egoistica può essere il criterio di un’azione con valore morale.
In genere esistono soltanto tre impulsi fondamentali delle azioni umane: a) l’egoismo, sconfinato, che vuole il bene proprio; b) la cattiveria che vuole il male altrui (crudeltà); 3) la compassione che vuole il bene altrui (nobiltà d’animo, magnanimità).
Dalla giustizia e dall’amore del prossimo derivano tutte le virtù. L’ingiustizia nasce quando un individuo espande l’affermazione della propria Volontà a scapito e negazione della Volontà altrui. Ma l’ingiustizia risiede solo nel fenomeno, non nella Cosa in sé e, nel mondo dei fenomeni, per inganno della conoscenza finisce per disconoscere se stessa creando qui benessere e là dolore, ferisce se stessa come dimostrazione del contrasto interiore che ella trae nel suo intimo.
Molteplicità. Ciò che è molteplice (che esiste nello spazio e nel tempo) non è cosa in sé, ma fenomeno ed esiste soltanto per la nostra coscienza limitata. Ogni molteplicità è soltanto apparente, mentre in tutti gli individui si manifesta un essere solo e il medesimo (Veda, Upanishad)[1]. Per questo ognuno deve riconoscere se stesso (in un altro se stesso) e il proprio vero essere. Il mio vero intimo essere esiste in ogni vivente, mentre l’altro diverso da me è mera apparenza, esiste nella mia rappresentazione, nata dallo spazio e dal tempo. Gli altri non sono un non-io, bensì “io un’altra volta”.
Conoscenza
Ogni carattere, sia appartenente all’uomo, sia a ogni specie animale, vegetale, sia di ogni forza originaria della natura inorganica è da considerarsi come fenomeno di un atto della Volontà indivisibile, che sta fuori del tempo.
Ma, poi, che cosa vuole dunque la Volontà? Noi non possiamo farcene una ragione perché è la stessa Volontà a stare fuori dal principio di ragione. Così, parlando dei fenomeni a cui assistiamo, possiamo semplicemente cercarne la causa, ma non arriveremo mai a comprendere la forza naturale che in essi si manifesta.
Dolore – Noia
In quanto non sia mossa da uno scopo o fine ultimo, la Volontà desidera, aspira continuamente, ma non può essere appagata, e così all’infinito. Ogni aspirazione proviene da mancanza, è quindi dolore. Nessun appagamento è durevole e perciò soddisfacente, per cui il soffrire non ha termine, e ogni vita è dolore. Se il dolore concede una tregua, allora sopravviene la noia (il tedio leopardiano). La vita, dunque, viene continuamente rimbalzata tra il dolore e la noia. Sia un profondo dolore sia un’alta gioia sono destinati a svanire rapidamente, perché si fondano su un’illusione. Il soddisfacimento è l’aspetto negativo, mentre il bisogno, la privazione e la sofferenza che vi è connessa sono la sensazione positiva. A ogni appagamento di un desiderio segue un nuovo dolore o languore o nostalgia, per cui una durevole felicità non è possibile. La vita degli uomini è un languido aspirare e soffrire, un sognante traballare attraverso le quattro età della vita fino alla morte. Ognuno di noi è una nuova immagine fuggitiva che la Volontà traccia per gioco sul foglio infinito dello spazio e del tempo, lasciandola durare un attimo appena percettibile, e poi cancellandola (come in G. Leopardi, Canto Notturno). La vita umana è incapace di ogni vera felicità, anzi è essenzialmente dolore, uno stato del tutto infelice. Questo umano mondo è il regno del caso e dell’errore, dove regnano follia e malvagità.
A proposito del dolore che affligge l’umanità, Schopenhauer menziona l’Inquisizione che, soltanto a Madrid, in 300 anni fece morire 300 mila persone (quasi tre al giorno) tra i tormenti, sul rogo, per cose di fede. L’appagamento del desiderio non fa altro che cambiare di forma, e in forma nuova torturare ancora.
Come già osservato, la Volontà può essere soppressa soltanto dalla conoscenza; nessun’altra forza la può distruggere, ma può distruggere soltanto il suo fenomeno nello spazio e nel tempo. Se vogliamo, possiamo pensare alla Volontà come a qualcosa che non ha finalità, non ha confini, ma protesa come tendenza infinita. Per questo ogni meta raggiunta non è che l’inizio di un nuovo percorso, senza sosta. Ogni singolo atto può avere un fine, ma non la Volontà nel suo insieme. La Volontà può conoscere se stessa soltanto nella rappresentazione della totalità del mondo che diventa la sua obiettità, la sua rivelazione, il suo specchio.
Pessimismo di Schopenhauer: la Volontà implica costitutivamente il dolore. La vita si identifica con il desiderio e connaturata a essa è la condizione di bisogno e di mancamento che si manifesta come sofferenza. Lo stesso stato di provvisorio e relativo appagamento porta con sé la noia, che è anch’essa sofferenza e il suo sopravvenire fornisce una ulteriore conferma dell’infinità del volere e dell’inappagabilità di esso. Chi rifiuta la comodità delle transazioni consolatorie non può non riconoscere che “il pendolo della vita oscilla fra il dolore e la noia. La ricerca di un’etica che sia capace di trasformare e migliorare il genere umano (un carattere ignobile in uno virtuoso) è come il tentativo di trovare la pietra filosofale.
Idee
Se vogliamo spingerci così nel profondo sino alla conoscenza delle Idee (vedi Platone), ciò diventa possibile alla sola condizione di sopprimere l’individualità nel soggetto conoscente.
Se la Volontà è la cosa in sé (Kant: noumeno), l’Idea (Platone) è invece la diretta oggettità della Volontà in un grado determinato. Sia per Kant sia per Platone il mondo visibile è pura apparenza, un nulla di per sé. Se vedo un cavallo che corre, questo è un avvenimento che non ha alcuna esistenza effettiva. Quest’ultima appartiene unicamente all’Idea (di cui percepiamo solo un’ombra confusa) che in quell’animale si riproduce.
Per Cartesio (1596-1650) e Spinoza (1632-1677) ciascun uomo diventa ciò che egli è, solo per effetto della sua conoscenza. Per Schopenhauer l’elemento primo e originario è la Volontà; la conoscenza viene dopo, come strumento della Volontà. Ciascuno di noi ha un carattere originario. L’uomo conosce per effetto del suo volere e non vuole per effetto del suo conoscere. L’uomo non può decidere di essere fatto in un altro modo, ma solo successivamente viene a conoscere se stesso. Non vuole ciò che conosce, ma conosce ciò che vuole.
C’è differenza fra Idea e Cosa in sé, perché l’Idea è oggettità della Cosa in sé ossia della Volontà. Ma soltanto in forma di rappresentazione. Noi potremmo conoscere le Idee che coincidono con i gradi sulla scala dell’oggettivazione della Volontà, ma la nostra intuizione ha per intermediario un corpo che è oggettità della Volontà e che conosce solo nelle forme del principio di ragione (fenomeni, singoli oggetti, pluralità).
Musica
Le Idee vengono conosciute attraverso le arti. La Musica, che va oltre le Idee ed è staccata da tutte le altre arti, potrebbe in certo modo sussistere quand’anche il mondo fenomenico non esistesse più. Essa non è, al pari delle altre arti, l’immagine delle Idee, ma l’immagine della stessa Volontà. Le altre arti ci danno appena il riflesso della Volontà, mentre la Musica ne esprime l’essenza. La melodia narra la storia della Volontà illuminata dalla riflessione, narra della Volontà la storia più segreta, ne dipinge ogni emozione, ogni tendenza, ogni moto. Si potrebbe chiamare il mondo “musica materiata”, quanto “materiata Volontà”. La Musica esprime, in un linguaggio universalissimo, l’essenza intima, l’essere-in-sé del mondo che noi definiamo con il concetto di Volontà. La musica, in particolare, potrebbe anche sussistere in assenza del mondo. (Così in una meridiana sulla parete esterna di una casa: Tempus fugit – Res mutant – Musica manet).
Scienza – Arte
Differenza fra scienze e contemplazione: Le scienze studiano il mondo dei fenomeni; l’arte, l’opera del genio, studia le idee. Affidandoci alle scienze noi percorriamo una linea orizzontale corrente all’infinito, sul filo della razionalità. Con la contemplazione adottiamo la maniera geniale, quella di Platone, una linea verticale che taglia l’orizzonte in qualsiasi punto, come il placido raggio di sole che attraversa l’uragano senza esserne scosso, come il placido arcobaleno che poggia sul tumulto della cascata (contrario alla scienza, maniera di Aristotele: un violento uragano, le gocce di una cascata).
Chi riesce a sprofondarsi e smarrirsi nella contemplazione della natura, tanto da non esistere più se non come puro soggetto conoscente, arriva anche a sentire di essere egli stesso a contenere tutto il mondo. La conoscenza dell’Idea è intuitiva, non astratta. Anche le Idee risiedono fuori del tempo, sono per questo eterne, come la Volontà. Se un soggetto arriva a conoscere un’Idea eterna, allora non è più individuo. Schopenhauer chiama l’atto contemplativo “il sentimento del sublime”, il cui contrario è l’eccitante che cerca l’appagamento immediato del desiderio.
Teoria degli opposti
Schopenhauer elabora anche una teoria degli opposti. Indiziato in questa teoria è il tempo: siccome è il tempo qualcosa di evanescente, di inconsistente e relativo, e di ogni fenomeno concorre a separare il suo principio dalla sua fine, accade allora che ogni fenomeno nel tempo è e non è; ogni essere nel tempo, pertanto, è anche un non-essere.
Il modo di considerare filosoficamente il mondo per conoscerne l’intima essenza, oltre i confini del fenomeno, è quello che non chiede il dove, il da dove e il perché, ma soltanto il che cosa del mondo. Schopenhauer considera la vita non nell’individuo nel suo divenire, ma nelle Idee. Tutta la natura è fenomeno e anche adempimento della Volontà di vivere.
Religioni
Ciò che i mistici cristiani chiamano azione della Grazia e rigenerazione è per Schopenhauer l’unica diretta manifestazione della libertà del volere. Il regno della natura è necessità, mentre il regno della Grazia è libertà. Schopenhauer non pensa all’esistenza di un Assoluto trascendentale, ma per Assoluto può intendere la natura stessa che non sorge e non trapassa e dal cui seme tutto scaturisce e tutto in essa ritorna. Schopenhauer ritiene che il riandare a un Primo Principio nulla ha in comune con la natura delle religioni. A sostegno di questo principio ricorda che le religioni originarie, quella che hanno il maggior numero di seguaci nel mondo ossia il Brahmanesimo e il Buddhismo, fanno risalire all’infinito la serie dei fenomeni.
Dietro la nostra esistenza si nasconde qualche altra cosa che per noi diviene accessibile soltanto quando abbiamo rimosso il mondo da noi stessi.
I requisiti della Volontà
- Sta al di fuori del principio di ragione
- Sta al di fuori dello spazio e del tempo
- Non partecipa della pluralità
- Agisce anche senza alcuna conoscenza
- È unica sostanza di ogni fenomeno
- È immobile, eterna, immutabile
- È in dissidio con se stessa
- Divora se stessa
- Si presenta come lotta
- È cieco impulso, oscura e sorda agitazione
- È oscura forza impulsiva, energia vitale
- La sua essenza è una tendenza infinita
- Non ha fini né confini
- Considerata in se stessa è inconsapevole
- Non può cessare di volere
- Può essere distrutta solo dalla conoscenza
- Soppressa la Volontà, rimane il Nulla
- Implica costitutivamente il dolore
- Le arti sono le immagini delle idee; la musica è l’immagine della Volontà
[1] Upanishad: Testi sanscriti di contenuto religioso-filosofico. Dottrina panteistica che vede nel cosmo la manifestazione di un’anima universale di natura divina (brahman) con cui si identifica l’anima individuale (ātman); il ciclo della trasmigrazione delle anime, legato al concetto di karman, avrà come esito il ricongiungimento dell’ātman al brahman.
Immagine di Copertina tratta da Medium.

