Perché Schopenhauer
Parte III di 4
Dunque la Volontà, nostra più intima essenza, non soggetta al principio di ragione, si obiettivizza a determinati gradi (le idee) e si manifesta come forza naturale nei fenomeni (tempo, spazio, pluralità, causalità, materia) che sottostanno al principio di ragione.
Tutte le cose del mondo sono obiettività di un’unica identica Volontà, identiche quindi nell’intima essenza. In esse c’è analogia e ogni fenomeno umano perfetto è la preparazione di un fenomeno di ordine superiore.
Conflittualità
La materia, che esiste soltanto per l’intelletto, è una combinazione di tempo e spazio; in essa la sostanza permane, mentre gli stati della materia mutano.
Dappertutto, dalla natura inorganica a quella organica è una Volontà unica che si manifesta, passando nella forma della rappresentazione, nell’obiettità. Per questo tutte le cose del mondo sono identiche nell’intima essenza. Persino i fenomeni naturali a cui assistiamo, qualora appaiano meno perfetti, sono la preparazione per un fenomeno di ordine superiore.
Questo succede perché la Volontà ambisce a raggiungere una obiettivazione sempre più alta. Persino quando nel regno inorganico vediamo venire a conflitto alcuni fenomeni, ciò sta a significare che da questo conflitto emerge un’idea più elevata che va a dominare tutte le precedenti idee meno perfette.
La materia, lo spazio, il tempo sono oggetti di contesa fra i vari gradi dell’obiettivizzazione. In questa contesa la materia, immutabile nella sostanza, è costretta a cambiare incessantemente forma, in una lotta fra i fenomeni che, ciascuno di loro, spingono a far prevalere la propria idea. Questa lotta è il vero segno del dissidio esistente tra la Volontà e se stessa.
Nell’Universo è come se la Volontà di vivere divori perennemente se stessa. Poiché ogni corpo è fenomeno di una Volontà e la Volontà si presenta come lotta, ecco allora che lo stato originario di ogni corpo celeste non può essere l’immobolità, ma bensì il movimento, la spinta a procedere oltre nello spazio infinito, senza posa e senza meta.
La verità che cerchiamo è come un seme che germoglia sotto un mucchio di grosse pietre e si contorce per salire verso la luce. Non riusciamo a vedere in tutto ciò un fine ultimo, tanto che la Volontà ci appare, nel grado più basso, quello delle forze generali della natura, come un cieco impulso, come un’oscura sorda agitazione, impercettibile, come inconscia aspirazione che investe tutta la natura inorganica e tutte le forze elementari. Essa agisce, in modo del tutto incosciente, come oscura forza impulsiva.
Perché il nostro mondo è fatto, da sempre, di contese, battaglie, vittorie e sconfitte? Perché ogni fenomeno della Volontà è costantemente in lotta con le forze fisiche e chimiche che, nel ruolo di idee inferiori, dominano sulla materia. L’intimo dissidio della Volontà si rivela nell’incessante guerra sterminatrice degli individui delle varie specie e nella perenne lotta delle forze naturali fra loro. Da qui le contese, le battaglie, le vittorie e le sconfitte nel mondo. È una lotta che dimostra il dissidio essenziale tra la Volontà e se stessa. È così che la Volontà di vivere divora permanentemente se stessa, si nutre di sé.
Quale triste constatazione! Eppure innegabile, basti vedere come il mondo si comporta oggi in ambito di controversie fra nazioni, tutti contro tutti, rabbia e livore, delinquenza minorile e tanti altri malanni di ordine sociale, senza contare le malversazioni operate da Madre Natura con disastri ecologici, meteorologici, tellurici e simili. Da chiedersi, ancora: “Ma perché? In quale razza di mondo siamo capitati?”. E, se l’analisi costruita da Schopenhauer corrisponde a verità, che cos’è questo dissidio e che cos’è questo divorare se stessa all’infinito di una Volontà la cui identità ci sfugge inesorabilmente? E chi ha voluto, chi vuole tutto ciò? Sì, è vero, sto procedendo secondo il principio di ragione; l’intuizione che mi porterebbe a conoscere l’essenza di questi comportamenti incomprensibili ancora non è alla mia portata.
Per ora accontentiamoci di vedere, sempre con la mente portata molto in alto, come la Volontà si obiettiva: lo fa a partire dai gradi più bassi (minerali) al più alto (uomo) dove ogni cosa ha bisogno dell’altra (come il fiore del sole e le messi dell’acqua piovana), in una catena di dipendenze, perché la Volontà deve divorare se stessa in quanto fuori di se stessa nulla c’è. Ne derivano la caccia, l’ansia e la sofferenza. Quindi un rivolgimento interno al cospetto del nulla esteriore, ed ecco scaturire la motivazione del dolore nell’esperienza umana. Dolore che si esprime in forma molto generale nelle incomprensioni e nelle aperte rivalità fra gli uomini, necessarie in quanto l’intimo dissidio della Volontà obiettivato nelle idee si rivela nella incessante guerra sterminatrice degli individui appartenenti alle varie specie e nella perenne lotta delle forze naturali fra di loro.
Volontà padrona delle sorti e degli sviluppi di un’umanità condannata a soffrire, Volontà che si presenta come lotta che dà origine a ogni movimento nello spazio infinito.
Sicurezza e infallibilità
Originariamente la Volontà era nelle tenebre, sicura e infallibile. Accadde però, a un certo punto, che, in presenza della complicata natura dei suoi fenomeni, avesse dovuto ricorrere alla realtà delle rappresentazioni, ma così finì per perdere la primitiva infallibile sicurezza.
Quando raggiunse il massimo grado della sua obiettivazione, cioè l’individualità, divenne necessario aggiungere alla primitiva conoscenza intuitiva la ragione con i suoi concetti astratti, quindi la riflessione, la meditazione, la preoccupazione, la pianificazione e la consapevolezza delle proprie decisioni volontarie. L’emergere della ragione fece decadere la primitiva sicurezza e infallibilità della Volontà.
Siamo qui di fronte a una forte similitudine con la dinamica delle forze primordiali che diedero inizio a questo nostro Universo terribile e meraviglioso, al momento in cui la luce non era ancora percettibile.
La conoscenza nasce originariamente dalla Volontà e di essa rimane schiava; se se ne libera diviene arte; se viene soppressa diviene rassegnazione che è lo scopo supremo, la più intima essenza di ogni virtù e santità, ed è la redenzione del mondo.
Eccomi di fronte a un’altra antinomia: la rassegnazione. Non vedo a che cosa di peggio si possa pensare. Per il mio carattere, rassegnarsi, mai! Piuttosto mi rompo la testa e le corna, ma continuo a produrre il massimo sforzo per capire, capire ancora, nonostante Schopenhauer ne faccia la redenzione del mondo, cosa che non riesco a comprendere. Forse sono troppo attaccato, con profonde radici, al mondo delle rappresentazioni e dei fenomeni.
Il carattere di ogni specie e di ogni forza originaria della natura inorganica, asserisce Schopenhauer, è da considerarsi come fenomeno di un carattere intelligibile ossia di un atto di Volontà indivisibile, che sta fuori del tempo. Ognuno di noi sente di essere questa Volontà, come sente di essere soggetto conoscente. Il mondo intero esiste solo in rapporto alla coscienza dell’uomo singolo. Ognuno di noi è, dunque, tutto quanto il mondo.
Ci chiediamo che cosa vuole la Volontà. Di essa non possiamo darci una ragione per il fatto che essa sta al di fuori del principio di ragione, come anche l’idea. Possiamo cercare la causa dei fenomeni, mai della forza naturale che in essi si manifesta.
La Volontà è la cosa in sé e l’idea è la diretta oggettità di quella Volontà in un grado determinato.
Per Schopenhauer è la relazione fra il mondo delle rappresentazioni e la Volontà; il mondo è l’oggettità della Volontà, considerato come oggettivazione o manifestazione di un principio.
L’essenza della Volontà in sé è una tendenza infinita, dove ogni meta raggiunta è a sua volta principio di un nuovo percorso. La Volontà sa ciò che vuole in un dato momento, in un dato luogo, ma non sa ciò che vuole in genere, perché non ha fini né confini.
Come in Platone e in Kant, il mondo visibile è un’apparenza che è nulla e acquista significato e realtà riflessa solo dal suo riferimento inarrivabile, al di là del mondo dei fenomeni.
Idea e cosa in sé non sono uguali. L’idea è oggettità della cosa in sé ossia della Volontà, ma soltanto in forma di rappresentazione. Ciò che ha effettiva esistenza per noi è l’idea dell’oggetto osservato. Non conosciamo singoli oggetti né pluralità, ma solo idee ossia i gradi nella scala dell’oggettivazione della Volontà. Conosceremmo la vera cosa in sé se la nostra intuizione non avesse un corpo come intermediario, per cui la nostra intuizione può entrare nelle cose conosciute solo nella forma del principio di ragione.
Scaturisce qui il concetto religioso di corpo come trappola dell’anima, la quale arriverà alla conoscenza pura soltanto dopo aver abbandonato le proprie spoglie mortali.
Come individui non abbiamo conoscenza se non sottomessa al principio di ragione che ci impedisce di conoscere le idee. Noi siamo capaci di conoscere soltanto le relazioni degli oggetti fra di loro. Per conoscere la pura Volontà, la cosa in sé o, meglio, l’idea che è l’eterna forma, la diretta oggettità della Volontà in quel grado, è necessario smettere di ricercare, secondo gli aspetti del principio di ragione, le reciproche relazioni tra le cose. Ciò si ottiene se siamo capaci di lasciarci sprofondare nell’intuizione, nella contemplazione dell’oggetto sino a perderci in esso, dimenticando il nostro proprio essere individuo. Diventiamo così puro soggetto della conoscenza, fuori della Volontà, del dolore, del tempo.
Differenza fra idea e concetto. Il concetto è astratto, discorsivo, afferrabile con la ragione e comunicabile con la parola. L’idea, che è adeguata rappresentazione del concetto, è intuitiva, ben determinata, a lei perviene solo il genio, è incomunicabile. Il concetto è come un contenitore che restituisce solo ciò che ha ricevuto. L’idea, invece, sviluppa rappresentazioni nuove in rapporto al concetto cui si riferisce e produce qualcosa che già non conteneva in sé: in questo è generativa. L’idea viene conosciuta solo intuitivamente, la sua conoscenza è lo scopo di tutte le arti le quali muovono a rappresentare le idee. Dunque, il fine di tutte le arti è condurre a conoscere le idee mediante la rappresentazione dei singoli oggetti. Gli oggetti esistono solo per le intuizioni; i concetti sono sempre astrazioni da queste intuizioni. Come individui possiamo conoscere solo oggetti singoli, ma come soggetto puro del conoscere riusciamo a conoscere solo idee.
Senza le cose da conoscere, senza la rappresentazione non siamo soggetti conoscenti, ma Volontà cieca. Così, senza un soggetto del conoscere, la cosa conosciuta non può essere oggetto, ma soltanto pura Volontà, impulso cieco. Volontà del soggetto e Volontà dell’oggetto sono identiche, ma si scindono entrando nel mondo delle rappresentazioni. Soggetto e oggetto diversificati fra di loro vengono stabiliti nel momento in cui la Volontà si fa oggettità, rappresentazione.
Chi riesce a sprofondarsi nella contemplazione della natura, diventando puro soggetto conoscente, è capace di contenere in sé il mondo e ogni esistenza oggettiva, in quanto tutto viene a dipendere dalla sua esistenza.
Ossia, in parole semplici, diventerebbe come Dio, ma chi mai riuscirebbe a tanto?
Quando ci liberiamo della Volontà individuale e ci abbandoniamo al puro conoscere, siamo come trasportati in un altro mondo, come in un sogno, senza felicità e senza dolore.
È ciò che la morte ci prospetta. Schopenhauer chiama l’atto contemplativo “il sentimento del sublime”. Il suo contrario è l’eccitante, ciò che eccita la Volontà soggettiva con un appagamento immediato.
La vera considerazione filosofica del mondo non chiede il donde e il dove e il perché, ma soltanto il che cosa del mondo. La Volontà, considerata in se stessa, è inconsapevole. Conosce se stessa per gradi progressivi, nel mondo quale rappresentazione, dove il grado più compiuto è l’uomo.
In questa affermazione si può ravvisare lo scopo dell’Universo intero, inteso come mente superiore che dirige i propri sforzi verso la ricerca e la conoscenza di se stesso, avvalendosi del mondo delle rappresentazioni con tutte le sue espressioni positive e negative. Tutta la natura è fenomeno, e anche adempimento della Volontà di vivere.
Qualsiasi appagamento è sempre negativo; la sensazione positiva è data dal bisogno, dalla privazione, dal soffrire. La Volontà non può cessare di volere perché non conosce appagamento. Volontaria, perfetta castità è il primo passo nell’ascesi, ovvero nella negazione della Volontà di vivere. Nessuna forza può distruggere la Volontà di vivere, se non la conoscenza. La perfetta santità è l’abbandono e la negazione di ogni volere. Quel che rimane dopo la soppressione completa della Volontà è il nulla.
Il mondo e la nostra propria esistenza ci si presentano come un mistero, la cui soluzione deve essere cercata in qualche cosa di interamente diverso dal mondo e deve scaturire dall’intellezione del mondo stesso accostando opportunamente l’esperienza esteriore con quella interiore. Con ciò giungiamo alla giusta comprensione del mondo, entro certi limiti, senza però raggiungere una spiegazione conclusiva e definitiva della sua esistenza.
Consapevolezza – Presente – Morte
La consapevolezza viene quotidianamente interrotta in modo completo dal sonno. La morte è un sonno, nel quale si dimentica l’individualità, ma tutto il rimanente si risveglia. La forma della vita o della realtà è il solo presente. Il passato non è che un sogno della fantasia, fatto di nulla.
Il presente è formato dal punto d’incontro dell’oggi (il tempo) con il soggetto. Oggetti reali sono solo nel presente; passato e futuro contengono semplici concetti e fantasmi. Il presente è ciò che sempre esiste, e incrollabile perdura. Principio fondamentale del suo contenuto è la Volontà di vivere. Con la morte non si deve temere di perdere il presente perché la forma della vita, legata alla Volontà di vivere, è un presente senza fine. Noi, come individui, siamo effimeri solo in quanto realtà fenomeniche, ma come “Cosa in sé” siamo fuori del tempo e perciò non abbiamo fine. La morte cancella l’illusione che separa la nostra consapevolezza dall’Universale: questa è la vera eternità. Con la morte noi temiamo la fine del nostro individuo, ma la morte non può nulla su chi sa di essere quella Volontà la cui oggettivazione o immagine è il mondo intero. Non si dovrebbe quindi temere la morte più di quanto il sole non tema la notte.
Mondo animale
Tutti gli animali hanno intelletto perché tutti conoscono oggetti. Negli animali c’è intelletto, ma manca la riflessione, perché non ci sono concetti astratti o ragione. L’intelletto animale non coincide con l’istinto. L’assenza della ragione limita gli animali alle rappresentazioni intuitive (opera comunque l’intelletto). Mente l’animale viene sempre mosso da una rappresentazione esclusivamente intuitiva, l’uomo va oltre e ricorre a rappresentazioni astratte.
Immagine di Copertina tratta da Sicurezza Comportamentale.

