Perché Schopenhauer
Parte II di 4
L’intuizione è la sorgente di ogni verità e il fondamento di ogni scienza. Nella scienza non tanto sono importanti i giudizi provati o le loro prove, quanto piuttosto quelli direttamente attinti dall’intuizione. Avere facoltà di giudizio vuol dire saper trasferire con precisione nella coscienza astratta ciò che è conosciuto intuitivamente; una facoltà, cioè, intermediaria fra intelletto e ragione. Sono i giudizi a costituire la trama del tessuto di cui si compone la materia del pensiero. La mancanza di giudizio è definita con il termine di stoltezza.
L’intero mondo della ragione, dunque, poggia sul, e ha le proprie radici nel mondo intuitivo: la diretta evidenza è da preferirsi alla verità dimostrata ed è l’intuizione la fonte prima di ogni evidenza, in quanto ogni frapposizione di concetti può essere causa di inganni. La matematica sbaglia quando vuole dare la precedenza all’evidenza logica, rifiutando l’evidenza intuitiva.

La figura qui di presso rappresenta una maniera intuitiva di comprendere il Teorema di Pitagora: non occorre un prolungato ragionamento, la disposizione delle porzioni geometriche parla da sé. Ma l’intuizione non è da tutti. Ci vogliono anche un po’ di ragionamento e una guida attenta per arrivarci. Credo si tratti di una disposizione intellettiva acquisibile, quando non innata. Una guida sensibile non dà soluzioni, non indica la via sicura da battere, ma procede per piccoli passi, per allusioni, per sinonimie, per associazioni di idee, indirizzando la mente del soggetto, ma stando a lato dei suoi procedimenti cognitivi, come stimolo a mantenere viva la curiosità del discente e a risvegliare il suo senso di meraviglia. Chi già possiede capacità intuitive lavora mentalmente a un grado più alto rispetto a chi si affida al ragionamento puro, superando i compagni per rapidità di movimento e per conseguimento di obiettivi immediati.
L’intuizione di una figura, dice Schopenhauer, non proviene dalla figura né dal concetto astratto di essa, ma dalla forma di ogni conoscenza, della quale siamo consci a priori e che non deriva dall’esperienza. La verità dimostrata non è in grado di dimostrarsi superiore alla verità conosciuta intuitivamente.
Così, nel confutare l’affermazione secondo la quale vediamo il sole quando sorge all’orizzonte, quando sappiamo perfettamente che quella è l’immagine del sole così com’era otto minuti prima, il tempo occorrente alla luce dei suoi raggi per raggiungerci. Nel momento in cui ammiriamo il sorgere del sole all’orizzonte, in realtà il sole non è più lì, ne vediamo l’immagine che è stata soggetta a uno spostamento temporo-spaziale pari a otto minuti primi ossia vediamo il sole quando ancora era occultato dall’orizzonte. Dunque, non vedremo mai il sole dove si trova effettivamente al momento dell’osservazione, perché saremo sempre in ritardo di otto minuti. Figuriamoci per i pianeti, le stelle le galassie, le nebulose, le quasar più lontane.
L’evidenza della matematica non si basa su dimostrazioni, ma bensì sull’immediata intuizione che è “a priori” ossia non legata all’esperienza. La conoscenza dell’idea è intuitiva, non astratta. Il genio conosce appieno le idee, ma non gli individui; può conoscere a fondo l’uomo, ma molto male gli uomini. L’intuizione esiste perfetta, non soggetta ad alcun dubbio o errore, non conosce affermazione né negazione, è pura realità[1]. L’intuizione non è semplice sensazione, ma già in essa si mostra attivo l’intelletto. Il pensiero è mera astrazione dall’intuizione: la forma della conoscenza viene resa astratta in concetti. La materia del nostro pensiero non è altro che la nostra stessa intuizione. Il pensiero consta interamente di giudizi i quali sono i fili del suo tessuto.
La possibilità esiste solo nel campo della riflessione per la ragione; il reale nel campo dell’intuizione per l’intelletto; il necessario per ambedue. Tutti gli avvenimenti del mondo sono una rigorosa concatenazione di ciò che necessariamente si verifica (ogni cosa ha la propria causa). Quindi tutto il reale è al tempo stesso necessario.
Come quando ci si chiede il perché del nostro essere ora e qui e della nostra possibile destinazione, con il ricorrere all’idea risolutiva che dovevamo per forza nascere. Sono gli interrogativi nei quali ogni persona, prima o poi, finisce per imbattersi: il senso dell’identità personale, dell’individualità, dell’insostituibilità che ci accompagna per tutta la vita, e il mistero di sempre: Che cosa ci faccio qui? Perché io e non un altro in questo corpo? Perché sono venuto al mondo in quest’epoca? Quale senso devo attribuire alla mia esistenza? Sono nato perché era necessario che nascessi, era una possibilità che è stata promossa e ha spuntato la via dell’esistenza? O è tutto dovuto al caso, a un caso inconoscibile?
Ciò che non è accaduto, neanche era possibile. Ogni avvenimento è necessario o impossibile, ma solo nel mondo empiricamente reale. Se invece consideriamo, mediante la ragione, le cose in generale, comprendendole in astratto, allora necessità, realtà e possibilità si separano.
Volontà – Cosa in sé
Conosciamo i fenomeni (magnetismo, gravità) e risaliamo alle leggi che li governano, ma rimane per noi inconoscibile la forza in sé che si manifesta, l’intima essenza dei fenomeni.
Alle domande “che cos’è il magnetismo? che cos’è la gravità?”, manifestazioni impalpabili e inspiegabili, non siamo in grado di dare una risposta, né di sapere in base a quali leggi si formino e agiscano. Siamo soltanto in grado di elaborare un elenco delle forze che non riusciamo a spiegare, e una sicura indicazione delle regole seguite dal prodursi dei fenomeni causati da quelle forze. Conosciamo soltanto gli effetti, cioè i fenomeni, ciò che accade e che i nostri sensi percepiscono. Sappiamo dunque definire e nominare i fenomeni e li classifichiamo, ma non riusciamo a risalire alla loro essenza. È il sommo limite della nostra ascesa alla conoscenza pura.
Tutte le forze, in natura: gravità, espansione, elettromagnetismo, interazione debole (radioattività), interazione forte (tiene i protoni “incollati” in un nucleo atomico, altrimenti, essendo essi dotati tutti di carica elettrica positiva, si allontanerebbero inesorabilmente l’uno dall’altro) sono apparentemente diverse, ma possono essere conosciute nell’intima essenza come un’unica forza, che prende il nome di Volontà.
Obiettività
Nella semplice riflessione, volere e agire sono distinti; nella realtà sono tutt’uno. Proviamo ad analizzare la realtà del nostro corpo e delle sue azioni prescindendo dal fatto che esso sia una nostra rappresentazione: non troviamo nient’altro che la Volontà. L’essenza in sé (il noumeno) del nostro corpo e delle nostre azioni è la nostra Volontà: essa costituisce l’elemento immediato della nostra conoscenza; non è conoscibile nel suo complesso dall’individuo, ma la percepiamo nei singoli atti che l’individuo compie, e questa è la chiave per conoscere l’intima essenza della natura intera.
Accennando a Dio, il mistero dell’arrivare a conoscerlo; non lui, nella sua persona o entità indefinibile, ma intuendone la presenza nella realtà da lui disposta per la nostra percezione. L’Ineffabile, dunque, come Essere irraggiungibile, neppure attraverso le ombre al fondo della caverna platonica, forse soltanto con un atto intuitivo che prescinda dalla realtà e che sappia elevarsi a mete supreme.
Il fenomeno è rappresentazione. La cosa in sé, invece, è solamente la Volontà, l’intimo essere, il nocciolo di ogni singolo e, nella stessa misura, del Tutto. La Volontà si manifesta in ogni cieca forza della natura e nella meditata condotta dell’uomo. La Volontà, come cosa in sé, sta al di fuori del principio di ragione, è senza ragione, sebbene ogni sua manifestazione sia in tutto e per tutto sottomessa al principio di ragione.
Perché non possiamo appropriarci dell’intima essenza delle cose? Perché questa è al di fuori della ragione, è senza ragione, perché è la sostanza del fenomeno che noi indaghiamo e proprio per questo non può essere ridotta alla forma di fenomeno ossia al principio di ragione. Come dicevo poc’anzi, portando in campo il concetto di divinità, ecco che, secondo quanto sostiene Schopenhauer, essa non sarebbe raggiungibile in quanto si trova al di fuori del principio di ragione, della realtà fenomenica ossia al di fuori del terreno che calpestiamo. La Volontà non partecipa della pluralità: soltanto le sue manifestazioni possono essere innumerevoli nel tempo e nello spazio. Addirittura, la Volontà sta fuori dello spazio e del tempo. In questo senso gli stessi tempo e spazio risultano essere ingabbiati nella realtà dei fenomeni ossia sono manifestazione della visibilità della Volontà. La Volontà può essere considerata unica sostanza di ogni fenomeno. Le forme a priori (spazio, tempo, causalità) non appartengono alla Volontà, ma all’oggetto, che è il suo fenomeno.
Ritengo di uscire dal percorso se mi chiedo il perché di questa disposizione, come se noi persone pensanti vivessimo in una bolla dalla quale ci è impossibile astrarre, mentre oltre quei confini si dispiega un’esistenza negata ai calcoli e ai tentativi della ragione, proprio per il fatto che essa non è ragione, non ha ragione. E mi rendo conto che desidero l’impossibile, perché in nessun luogo di questa bolla troverei una risposta adeguata.
Noi come persone, come individui, non siamo Volontà come cosa in sé, ma semplicemente fenomeni della Volontà. La Volontà agisce anche senza alcuna conoscenza, come negli animali che non sono coscienti dello scopo delle loro azioni.
Dunque, la cosa in sé non può essere conosciuta. Tuttavia lo può essere, ma soltanto per trasposizione ossia nel momento in cui passa nelle forme a priori di spazio, tempo e causalità, oggettivandosi.
Noi vediamo ciò che succede nel mondo e possiamo ricercarne il motivo. Ma perché succeda proprio ciò che è successo non riusciamo a capirlo. La Volontà si manifesta tutta e con eguale forza in un solo individuo come in milioni di individui, in quanto, come già detto, non partecipa della pluralità: perciò si potrebbe anche affermare che, se un unico essere venisse del tutto annientato, sarebbe con lui annientato il mondo intero. L’essenza in sé, dunque, è presente in ciascun essere vivente, tutta intera e indivisa. Per questo non ci appropriamo della vera sapienza neppure se arriviamo a misurare lo sconfinato Universo. Raggiungiamo la vera sapienza se ci limitiamo a indagare bene a fondo un qualsivoglia singolo, cercando di comprenderne la vera essenza.
Intanto si torna a parlare del cercare di comprendere la vera essenza degli oggetti di conoscenza, sempre comunque chiedendosi quale sia la via per arrivarvi, per cui si aggiunge qui una ulteriore riflessione: stiamo facendo sforzi enormi per portare strumenti di misurazione e di indagine su pianeti, su comete, su meteore, ma il nostro è un passo privo di senso, come quello della formica che si prefigge di percorre l’intero equatore terrestre nel breve corso della propria vita. E intanto ci accorgiamo di conoscere ben poco, quasi nulla, dell’astro che ci ospita. Forse, se gli sforzi della scienza venissero convogliati nel senso della nostra singola residenza, forse ci avvicineremmo un poco più allo scopo di comprendere la vera essenza del luogo che abitiamo, e magari di noi stessi.
Schopenhauer paragona il passaggio della Volontà verso l’obiettivazione alle Idee di Platone, le quali sono immobili, eterne e immutabili, mentre invece gli individui nascono e periscono, sempre diventano e mai non sono. Tuttavia, non ci accontentiamo di avere rappresentazioni, ma vogliamo sapere qual è il significato che a loro si lega. Allora una domanda: questo mondo non è altro che rappresentazione o è anche qualcosa di diverso, di più?
Gradi dell’obiettivazione
Questo passaggio avviene per gradi. Al grado più basso dell’obiettivazione troviamo le forze generali della natura che sono i fenomeni immediati della Volontà, così come lo è l’attività umana. Non le forze sono sottomesse al principio di ragione (che è la forma di tutti gli oggetti, il modo costante del loro apparire), ma solo i loro singoli fenomeni, così come le azioni umane. Dalle forze derivano tutte le cause e tutti gli effetti, ma esse non hanno cause che le precedano. È dunque inutile chiedersi quale sia la causa del peso, dell’elettricità, della luce e così via. Qui risiede la grande limitazione imposta al sapere umano: in fisica, un indotto costituito da elementi magnetici, fatto ruotare all’interno di un induttore avvolto da spire di fili di rame, in quelle spire crea o induce un campo elettro-magnetico che ai terminali metallici dell’avvolgimento in spire esce nella forma di elettricità. Sappiamo che avviene così, a partire dall’anello di Pacinotti sino ai potenti generatori moderni, ma il modo con cui agiscono forze sconosciute per fare che tutto ciò avvenga ci rimane sconosciuto.
La forza in sé è completamente al di fuori della catena di cause ed effetti: questi si verificano nel tempo, mentre la forza in sé sta anche fuori del tempo. Dunque le forze, estranee al principio di ragione, spingono e producono le cause le quali, a loro volta, all’interno del principio di ragione, danno luogo alle modificazioni della natura.
Se ci portiamo ai gradi più alti dell’obiettività della Volontà troviamo l’individualità, che è massima nell’uomo e minore nelle specie viventi più semplici; in queste può essere solo una individualità della specie. Nel mondo minerale è ancora possibile considerare come individuo il cristallo, nel senso di unità di una tendenza, irrigidita, verso determinate direzioni, e il fatto che tale tendenza è resa duratura.
Nel mondo minerale agiscono cause occasionali, mentre nel mondo animale sono di scena gli stimoli. Nell’uomo il carattere individuale è immediato fenomeno della Volontà (può essere inteso come “forza”) e non è fondato su ragione, per cui i motivi che sopravvengono nella nostra vita non determinano anche il nostro carattere, ma soltanto le manifestazioni del nostro carattere ossia il nostro comportamento.
Cosa profondamente sorprendente è che la natura non dimentica neppure una volta le leggi a cui è sottomessa: è l’infallibilità delle leggi naturali: è questa un’affermazione formidabile, per il valore attribuibile a due termini, leggi e infallibilità.
Il vocabolo che indica la presenza di leggi mi fa pensare, data la nostra terrena esperienza, alla composizione di un sistema di codici capace di dirigere il volgersi delle cose in determinati tempi e direzioni. Se, poi, accenniamo anche all’infallibilità, la cosa non finisce di sorprendermi: comportamenti fisico-meccanici dovuti a una precisione assoluta nella valutazione di tempi, cause ed effetti. Ciò che non si dice nei discorsi scientifici è che tale codice, per essere formato e applicato, non può essersi fatto da sé, ma richiede il moto, l’intenzione e la presenza di un progetto che non possono escludere l’intervento di un’Intelligenza estremamente superiore. Lascio qui l’appunto che, approfondito, porterebbe molto lontano e probabilmente un po’ fuori tema. Non mancheranno occasioni per tornarci sopra.
Keplero (1571-1630), astronomo tedesco, ha dato un modello geometrico del sistema solare scoprendo le ellissi. Affermò che i pianeti devono avere conoscenza per trovare con tanta precisione le loro orbite ellittiche e misurare la velocità del loro moto.
Conoscenza, dunque, attribuibile a enormi masse rocciose? Oppure elementi siderali invasi da una scienza a un livello che non sappiamo come definire? Un’intelligenza enorme e onnipervasiva, i cui neuroni corrisponderebbero alle galassie? L’infinitamente grande che si sovrappone, identificandovisi, all’infinitamente piccolo? In tutti i casi, ricerca per risalire alle cause.
Ogni forza primitiva è l’obiettivazione della Volontà in un grado inferiore che chiamiamo Idea eterna (vedi anche Platone). La legge naturale è la relazione dell’Idea con la forma del suo fenomeno e questa forma si chiama tempo, spazio, causalità. Seguendo il filo delle leggi della rappresentazione non riusciamo a spingerci oltre gli oggetti che cadono sotto il principio di ragione; dunque, non potremo mai pervenire all’essenza delle cose (la cosa in sé, il noumeno di Kant) partendo dal di fuori, perché non riusciremo mai ad andare più in là del dominio delle immagini (Platone, le ombre nella caverna). Noi conosciamo per mezzo del nostro corpo, il quale non è altro che una rappresentazione come tutte le altre.
C’è un’altra via capace di condurci verso la conoscenza dell’essenza delle cose: la Volontà, che è la chiave capace di manifestare il senso, di mostrare l’intimo congegno dell’essere e agire di ognuno di noi. Volontà ossia l’atto volitivo e l’azione del corpo (un corpo dato come rappresentazione nell’intuizione dell’intelletto) sono un tutto unico, soltanto dati in due modi diversi: l’azione del corpo non è altro che l’atto del volere oggettivato, diventato oggetto tangibile ossia penetrato nell’intuizione; il corpo intero non è altro che la Volontà oggettivata, vale a dire divenuta rappresentazione. Schopenhauer definisce questa trasposizione come l’obiettività della Volontà. In base a queste affermazioni la Volontà si definisce come conoscenza a priori del corpo nell’individuo e quest’ultimo come conoscenza a posteriori della Volontà.
Analizzando il nostro corpo, astraendo dalla sua rappresentazione, c’è soltanto la Volontà. L’essenza in sé del nostro proprio esistere è la nostra Volontà che è l’elemento immediato della nostra conoscenza e che non è conoscibile se non nei suoi singoli atti.
[1] Realità: termine usato per indicare i fatti astratti (es: la realità del diavolo).
Immagine di Copertina tratta da UAAR.

