Perché Schopenhauer
Parte I di 4
Cosa mi dice Schopenhauer? Sto iniziando la presentazione, a modo mio, del pensiero di un grande filosofo, Arthur Schopenhauer. Mi soffermo su questa figura della cultura mondiale, ammirato dal coraggio delle sue intuizioni, dalla genialità deduttiva e induttiva del pensiero, dalla profondità a cui egli perviene nel cercare di dare una definizione soddisfacente alla realtà nella quale siamo immersi e alle domande che formuliamo su noi stessi.
Schopenhauer nacque a Danzica nel 1788 e morì a Francoforte sul Meno nel 1860. Con i suoi genitori ebbe la ventura di visitare i paesi, si può dire, di tutta Europa. A complemento dei suoi studi affrontati all’inizio del secolo XIX a Berlino, si scontrò con le teorie costruite dagli Idealisti, in particolare atteggiamento critico nei confronti di Hegel.
Il 1818 fu l’anno dell’apparizione del suo capolavoro, Il mondo come Volontà e rappresentazione. Il lavoro partorito dalla sua mente non incontrò i favori della cultura del tempo fino agli anni, a partire dal 1831, in cui Schopenhauer si stabilì a Francoforte dove diede vita a una copiosa produzione letteraria in ambito filosofico, con particolare riferimento per la sua raccolta di saggi Parerga e paralipomena del 1851, nella quale le riflessioni di Schopenhauer sono dirette alla verifica in ambito di problemi particolari e della validità con cui la metafisica è stata proposta nel precedente lavoro Il mondo come Volontà e rappresentazione.
In Parerga reputo particolarmente interessanti il saggio riportante la violenta polemica sviluppata verso Hegel e quello che si riferisce alle “Ricerche sulle apparizioni”, elaborato attorno ai fenomeni paranormali, analizzati nel contesto di una metafisica dove agisce con preponderanza una “Volontà” che si presenta sottesa al mondo fenomenico. Fra questi saggi emerge con apprezzata importanza quello che ha per titolo “Aforismi sulla saggezza nella vita” ove si parla della felicità nella vita quotidiana, raggiungibile nella dimensione di sensazione di assenza del dolore e come scelta per una esistenza vissuta in solitudine. Del 1840 è Il fondamento della morale.
Da Kant, Schopenhauer fa derivare quanto deriva dal binomio fenomeno-noumeno, considerando il fenomeno come rappresentazione di un soggetto. Al di là della rappresentazione Schopenhauer pone un’oscura “Volontà di vivere” che sta alla base dell’universo fenomenico. Motivo di sicura attrazione è il pessimismo scaturito dal pensiero di Schopenhauer, che sarebbe una sorta di precipitato della Volontà dalla quale scaturiscono il dolore e la sofferenza.
Fin qui mi sono portato con questa schematica fotografia dei costrutti filosofici, e non tutti, elaborati da Schopenhauer. Ma ora pare il tempo di andare più a fondo e nei dettagli di quella che è l’emancipazione della sua costruzione filosofica. Le parti date in corsivo sono quelle derivate da mie personali riflessioni, in stretta relazione con il pensiero di Schopenhauer.
Non ho l’ambizione di esporre con la dovuta chiarezza di termini l’impalcatura concettuale di Schopenhauer, cosa ardua e, per le mie limitate capacità, pressoché inarrivabile. Mi accontenterò di prendere in esame una serie di espressioni e di apprestarvi alla meglio un significato per lo meno plausibile. Già molto se riuscirò a sollecitare, almeno parzialmente, l’approccio ad alcune definizioni basilari, senza la pretesa di aver garantito la perfezione e la comprensibilità assoluta delle medesime. Mi ci proverò, e lo farò con vero entusiasmo, sulla scia delle idee che lo studio di Schopenhauer risveglia nella mia piccola mente e per il fascino che questo studio reca immancabilmente con sé.
Vediamo intanto alcuni concetti che faranno da perno a quanto va a seguire.
Tutto ciò che proviene da cause o motivi, asserisce Schopenhauer, ha un’esistenza solo relativa, esiste solo mediante un’altra cosa che ha la stessa natura. L’intera realtà esiste soltanto per l’intelletto, mediante l’intelletto, nell’intelletto. Alla base dell’Universo fenomenico c’è la “Volontà” intesa come impulso cieco o energia vitale. L’intuizione immediata ci attesta che alla radice di tutte le manifestazioni della nostra esistenza c’è un’oscura “Volontà di vivere”.
Rappresentazione e Volontà
L’uomo pensante anela a conoscere la verità pura. Ci sono due vie che portano alla ricerca della verità: 1) la riflessione o meditazione razionale; 2) l’ispirazione o intuizione intellettuale o pensiero assoluto. Il mondo che vediamo è nostra rappresentazione e non esiste se non come rappresentazione.
Rammento di sfuggita, per tenerci strettamente in argomento, che Freud considera la rappresentazione (Vorstellung) come il contenuto concreto di un atto di pensiero. La rappresentazione è l’immagine mentale che noi abbiamo di un oggetto ossia la sua riproduzione: non vediamo il sole come oggetto, ma la sua rappresentazione o riproduzione, come una foto nella nostra mente.
La rappresentazione può avere qualche analogia con il sogno, ma ne differisce per il diverso grado di continuità e di connessione. La vita e i sogni sono pagine di uno stesso libro. La lettura continuata di questo libro è la vita reale, mentre nel sogno noi andiamo sfogliando qua e là, senza ordine e connessione. Noi vediamo, sentiamo, percepiamo, ma il mondo che ci circonda non è altro che rappresentazione. Tutto ciò che esiste per la conoscenza è solamente oggetto in rapporto con il soggetto, intuizione di chi intuisce (condivisione con gli altri soggetti) ossia rappresentazione.
Schopenhauer deriva da Kant (1724-1804) la distinzione tra fenomeno (che è “rappresentazione” formata da una persona: se, per ipotesi, tutta l’umanità scomparisse, il mondo delle rappresentazioni cesserebbe anch’esso di esistere. Nella rappresentazione il contenuto – concreto – o materia è organizzato dal soggetto mediante forme “a priori”: spazio, tempo, causalità) e noumeno (mentre per Kant la “cosa in sé” è inconoscibile, per Schopenhauer invece esiste, al di là dell’attività rappresentativa, un’esperienza privilegiata che consente, a chi si cala abbastanza a fondo in se stesso, di scoprire la vera natura della realtà). Anche Platone (427-347) riporta la metafora delle ombre: noi viviamo come reclusi al fondo di una caverna, con la schiena rivolta verso l’entrata; degli oggetti di conoscenza vediamo soltanto le ombre proiettate sulla parete che abbiamo di fronte, mai il loro vero essere: per conoscere la realtà vera occorre abbandonare le ombre sul fondo della caverna e uscire all’aperto. La cosa in sé, secondo Kant, è l’oggetto come esiste in se stesso, indipendentemente dalla rappresentazione che ne ha il soggetto e dalle leggi che l’intelligenza del soggetto impone a tale rappresentazione. La cosa in sé, per Schopenhauer, ossia l’intera essenza del mondo, va cercata al di fuori di soggetto e oggetto.
Per Schopenhauer oggetto e rappresentazione sono tutt’uno e nessun oggetto esiste fuori della rappresentazione del soggetto. Il mondo intuito e che si manifesta come pura causalità è pienamente reale, ma ogni causalità è soltanto nell’intelletto e per l’intelletto, per cui tutto il mondo reale è nulla senza l’intelletto. L’intero mondo degli oggetti è e rimane rappresentazione, eternamente relativo al soggetto secondo il principio di ragione.
Il mondo è dunque semplicemente rappresentazione e, in quanto tale, ha bisogno di un soggetto conoscente come fondamento della propria esistenza. Schopenhauer immagina che un primo occhio si sia aperto sul mondo, conferendogli con ciò l’esistenza. Dunque un primo occhio (anche solo di insetto) che, da parte sua, dipende da una lunga catena anteriore di cause e di effetti. Ma senza quel primo occhio, ossia senza la conoscenza, il mondo non esisteva, e neppure il tempo.
Ovvero ci riportiamo alla fase preparatoria della realtà che oggi abbiamo a portata di mano, nella quale la citata catena di cause ed effetti ha dato vita a quel primo occhio. Schopenhauer non ci dice come sia fatta quella catena, quali siano le sue componenti e quale il suo moto di produzione. Tutto questo rientra nel mondo del probabile, di fronte al quale restiamo profondamente spiazzati. Possiamo soltanto immaginare, ma immaginare qualsiasi cosa. Da qui le varie costruzioni metafisiche e religiose, che a nulla hanno portato di realmente conclusivo.
A questo punto Schopenhauer propone l’esistenza di tre antinomie: 1a: il mondo dipende dal primo essere conoscente, ma questo dipende da una lunga catena anteriore di cause ed effetti (siamo in ambito di piena contraddizione); 2a: senza quel primo occhio ossia senza la conoscenza il mondo non esisteva e neppure c’era il tempo, ma il tempo non ha un inizio perché ogni principio si trova in esso: comincia a esistere con la prima conoscenza; il tempo, che è la forma più generale della conoscenza, deve avere iniziato a esistere con il primo atto di conoscenza; l’infinito passato e il primo momento presente sono condizioni l’uno dell’altro: tutto dipende dal soggetto conoscente; 3a: Il Mondo intuito nello spazio e nel tempo, pura causalità, è pienamente reale, ma si riduce a nulla senza l’intelletto, perché eternamente relativo al soggetto e non può essere pensato senza un soggetto.
Entro dunque in ambito di contraddizioni, quelle che si insinuano con sorprendente frequenza nei nostri ragionamenti e mi rifaccio alla enunciazione di quel primo occhio. La domanda che si affaccia alla mia mente, e che è quella che ricorre di continuo nel corso delle enunciazioni lasciate per qualche verso insolute, è la seguente: Ma prima, che cosa c’era? Chi o che cosa ha generato quell’occhio? Sono consapevole che questioni di questa fatta non fanno altro che portare a una regressione all’infinito oppure alla formulazione di un principio primo, ma ancora la risposta non perverrebbe o non sarebbe soddisfacente. Noi, che speculiamo con il principio di ragione, non terminiamo mai di porci domande per conoscere la causa delle cause e delle cause a non finire, finché ci accorgiamo di comportarci come la formica che corre su una sfera sospesa nel vuoto. Il tutto resta dunque nella voce di una antinomia che accollo al mio desiderio di sapere, rimasto insoddisfatto. Ma che cosa si intende per antinomia? Si dice di una contraddizione evidenziata tra due leggi o tra due disposizioni di una stessa legge. Starebbe per la compresenza di due proposizioni che reciprocamente si escludono e sono contraddittorie, tuttavia entrambe dimostrabili con argomenti di uguale forza, espressi nel binomio tesi-antitesi. Detto questo, posso anch’io esprimere una mia personale antinomia che mi viene in mente all’occasione: Il mio obiettivo di studio, infatti, risiede in un’antinomia. Eccola: dal mondo in cui vivo, facente parte del principio di ragione, mi sforzo di valicare quella barriera che mi impedisce di arrivare all’Idea, ma ben presto devo rendermi conto che mi manca l’approccio alla contemplazione, all’intuizione creatrice.
Le serie di cause ed effetti nel mondo sono senza fine; tale presupposta infinità deve essere determinata dalla forma di causa ed effetto e questa dal modo di conoscenza del soggetto; quindi il mondo deve esistere solo nella rappresentazione del soggetto.
Come primo fatto della coscienza non si deve partire dal soggetto, né dall’oggetto, ma dalla rappresentazione. Così il tempo non è altro che il principio dell’essere nel tempo ossia successione; lo spazio nient’altro che il principio di ragione nello spazio ossia posizione; la materia nient’altro che causalità; il concetto nient’altro che la relazione con il principio di conoscenza. La materia è semplicemente lo spazio divenuto percettibile. La rappresentazione della materia nasce, per l’intelletto, mediante la legge della causalità: tempo e spazio vengono unificati; lo spazio si presenta come durata di materia, il tempo come mutamento degli stati della materia. Con tutto ciò, non ci basta riconoscere le nostre rappresentazioni, ma vogliamo sapere il loro significato (il perché). Soltanto la Volontà apre la strada per spiegare il nostro essere, per svelarne il senso.
Contemplando l’Universo ci sentiamo piccoli, una nullità. Ma la consapevolezza che tutti quei mondi esistono solo nella nostra rappresentazione fa sì che la grandezza dell’Universo, che prima ci inquietava, stia in noi stessi. Già il capo epicureo Metrodòro (330-277 a.C.) sosteneva essere assurdo che in un grande campo si producesse una sola spiga, così un solo mondo nell’infinito. Aristotele (384-322) diceva che l’infinito non può mai essere dato come atto, ma solo come potenza (le possibilità).
Intuizione – Intelletto – Ragione
L’intuizione non è strettamente legata ai sensi (se non vedo, se non tocco non credo), ma bensì essa è intellettuale, ossia pura conoscenza intellettiva della causa a partire dall’effetto. È l’intuizione che dà luogo all’esperienza (al contrario di Hume, 1711-1776, per il quale la conoscenza della causa deriva dall’esperienza).
Esempi di intuizione: Il piccolo Gauss nel formulare il risultato dell’addizione di tutti i numeri da uno a cento. La constatazione che non vedremo mai il sole nel posto in cui crediamo di vederlo. In quanto al piccolo Gauss, al tempo in cui frequentava la Scuola elementare, si trovò di fronte al problema assegnato dal maestro alla scolaresca: fare la somma di tutti i numeri da uno a cento. Ci vuole un bel po’ di tempo a completare un’addizione del genere con carta e matita, e in agguato stanno i probabili errori e i difetti di attenzione-ritenzione. Con il solo ragionamento, con la razionalità più rigida e attenta, provo una gran fatica a procedere secondo il principio di ragione, come se fossi intrappolato fra le pareti di una stretta prigione. Lo scolaretto Gauss in pochi secondi portò il risultato, esatto, al maestro, lasciandolo esterrefatto. Il suo percorso mentale a cavallo dell’intuizione fu il seguente, che ora rappresento per scritto ma in modo molto più prolisso di quanto fosse avvenuto per il piccolo Gauss il quale aveva avuto l’illuminazione immediata che il numero 100 potesse essere espresso con tanti binomi: (1+99)+(2+98)+ (3+97)… fino a (49+51), considerando in tale equazione tutti i numeri da 1 a 100. Quante volte? 49 volte, perché poi 50 non trova un compagno di coppia, e neppure 100. Allora 100×49, che fa 4900. Poi si aggiungono i numeri 50 e 100 lasciati soli e il tutto dà la cifra esatta di 5.050. Voilà.
La conoscenza che comprende i meccanismi di causa ed effetto appartiene all’intelletto, non alla ragione (la quale accoglie, fissa e collega la conoscenza immediata). Grazie alla conoscenza per astrazione possiamo abbracciare, oltre al presente, anche il passato, il futuro e l’ampio dominio delle possibilità. Fatto cenno alle grandi scoperte, Schopenhauer conferma che esse sono una penetrazione immediata, l’opera di un attimo.
Nell’uomo intelletto e ragione (conoscenza astratta per concetti) si sorreggono a vicenda, ma sono separati fra di loro. La mancanza di intelletto è la stupidità ossia l’incapacità di afferrare immediatamente le relazioni di causa-effetto. La ragione anela alla verità, mentre l’intelletto anela a conoscere la realtà. La ragione vuole sapere. L’intelletto[1] vuole intuire. (i loro contrari sono l’errore e l’illusione). L’errore è inganno della ragione, mentre l’illusione dei sensi è inganno dell’intelletto. Fanno eccezione gli errori di calcolo, che non sono veri e propri errori, ma semplici sbagli.
La scienza, di per sé, limitandosi a insegnare il rapporto fra rappresentazioni, procedendo sul filo della ragione, non raggiunge mai una meta finale perché incapace di cogliere la più intima essenza del mondo, oltre la rappresentazione. Scopo della scienza non è una maggiore certezza, ma una maggiore facilità del sapere, che è la cosa astratta (contrapposto al sentimento). Ne deriva un assioma di fondo: La persona che ha raggiunto la padronanza di buone capacità di pensiero non è semplicemente cresciuta, ma è anche una persona la cui capacità di crescita ha subìto un incremento: è l’effetto dell’impulso onnipresente a crescere.
Le scienze studiano il mondo dei fenomeni; l’arte, l’opera del genio, studia le idee; Affidandoci alle scienze noi percorriamo una linea orizzontale corrente all’infinito, sul filo della razionalità. Con la contemplazione adottiamo la maniera geniale, quella di Platone, una linea verticale che taglia l’orizzonte in qualsiasi punto, come il placido raggio di sole che attraversa l’uragano senza esserne scosso, come il placido arcobaleno che poggia sul tumulto della cascata.
Parlare di contemplazione non è cosa facile. Ci arrivarono soltanto alcune persone dotate di capacità spirituali eccezionali. Occorrerebbe abbandonare del tutto se stessi, ma mi accorgo che vado incontro a due scogli viziosi: il primo è quello che vorrebbe rappresentare l’abbandono di se stessi, in perfetta antinomia con quell’egoismo che invece pone ognuno di noi al centro del mondo. Il secondo scoglio ha a che fare con la domanda secca: Se si desidera di non abbandonare se stessi, come si fa ad arrivare alla contemplazione? Siamo ancora in regime di antinomia.
Noi conosciamo i fenomeni, ma non la loro essenza. L’intuizione basta a se stessa, con essa tutto è chiaro e sicuro. Con la ragione o conoscenza astratta, dove regnano la riflessione e i concetti astratti e discorsivi, si danno il dubbio e l’errore. Funzione dell’intelletto è l’immediata conoscenza del rapporto di causa-effetto ossia intuizione del mondo reale. Funzione della ragione è formare il concetto ossia le rappresentazioni di rappresentazioni.
[1] Intelletto (dall’Enciclopedia): la capacità di comprendere mediante le facoltà razionali. – Per Schopenhauer: la capacità di comprendere mediante l’intuizione pura o pensiero assoluto.
Immagine di Copertina tratta da I Professori di Musiclosofia.

