Uno studio su:
Gregory Bateson
VERSO UN’ECOLOGIA DELLA MENTE
(Orig.: Steps to an Ecology of Mind – 1972)
Adelphi Edizioni S.p.a., Milano 1976
(14a ediz. Gennaio 1997)
Parte III di 3
Epistemologia ed ecologia
Finalità cosciente e natura
A metà del Settecento il mondo biologico appariva così: in cima alla scala c’era una mente suprema, che costituiva la spiegazione fondamentale di tutto ciò che giù giù ne seguiva, ed era dotata di vari attributi corrispondenti ai vari stadi filosofici. La scala esplicativa scendeva con moto deduttivo dall’Essere supremo all’uomo, alla scimmia, giù giù fino agli infusori.
Questa gerarchia era un insieme di passi deduttivi dal più perfetto al più rozzo o semplice; ed era rigida, poiché si supponeva che ogni specie fosse immutabile.
Lamarck, che fu probabilmente il più grande biologo della storia, capovolse quella scala esplicativa: fu lui a dire che la scala comincia con gli infusori e che si hanno cambiamenti che conducono su verso l’uomo. Il capovolgimento della tassonomia da lui operato fu uno dei fatti più stupefacenti mai occorsi: fu l’equivalente, in biologia, della rivoluzione copernicana in astronomia.
La conseguenza logica del capovolgimento della tassonomia fu che lo studio dell’evoluzione poteva fornire una spiegazione della mente.
Fino a Lamarck la mente era stata la spiegazione del mondo biologico; ma ora, d’un tratto, la questione si presentava così: e se invece il mondo biologico costituisse la spiegazione della mente? Quella che era stata la spiegazione diveniva ora ciò che si doveva spiegare.
La questione della natura della mente era qualcosa che gli evoluzionisti ottocenteschi tentarono di escludere dalle loro teorie e che riaffiorò, per essere considerata con serietà, soltanto dopo la Seconda guerra mondiale, durante la quale si scoprì che razza di complessità abbia la mente, e dopo questa scoperta si sa che ovunque nell’universo s’incontri questo genere di complessità, si ha a che fare con fenomeni mentali.
Effetti della finalità cosciente sull’adattamento umano
Funzione della coscienza nel processo dinamico dell’adattamento umano: si considerano tre sistemi cibernetici e omeostatici:
- L’organismo del singolo uomo,
- La società umana,
- Il più vasto ecosistema.
La coscienza viene considerata come una componente importante dell’accoppiamento di questi sistemi.
Forma, sostanza e differenza
Ci troviamo davanti a un mondo che è minacciato non solo da vari tipi di disorganizzazione, ma anche dalla distruzione dell’ambiente e noi, oggi, non siamo ancora in grado di pensare con chiarezza ai rapporti che legano un organismo al suo ambiente.
Lasciamo ora da parte per un momento l’evoluzione, per chiederci che cos’è l’unità mentale: “Quali sono le parti del territorio che sono riportate sulla mappa?”. Ciò che si trasferisce sulla mappa, di fatto, è la differenza. Una differenza è un’entità astratta.
BATESON tenta di dimostrare che la parola ‘idea’, nella sua accezione più elementare, è sinonimo di ‘differenza’.
In effetti ciò che intendiamo per informazione (per unità elementare d’informazione) è una differenza che produce una differenza.
Torniamo ora al concetto che la trasformata di una differenza che viaggia in un circuito è un’idea elementare. Diciamo che la mappa è diversa dal territorio; ma che cos’è il territorio? Ciò che si trova sulla carta topografica è una rappresentazione di ciò che si trovava nella rappresentazione retinica dell’uomo che ha tracciato la mappa; e se a questo punto si ripete la domanda, ciò che si trova è un regresso all’infinito, una serie infinita di mappe: il territorio non entra mai in scena. Il territorio è la Ding an sich (la cosa in sé), e con esso non c’è nulla da fare, poiché il procedimento di rappresentazione lo eliminerà sempre, cosicché il mondo mentale è costituito solo da mappe di mappe, ad infinitum. (Nota 3. Oppure si può esplicitare la cosa e dire che a ogni passo, quando una differenza è trasformata e si propaga lungo il suo canale, la materializzazione della differenza prima del passo è un ‘territorio’, mentre la materializzazione risultante dopo il passo è una ‘mappa’. Il rapporto territorio-mappa si realizza a ogni passo). Tutti i ‘fenomeni’ sono letteralmente ‘apparenze’.
Oppure si può andare nel verso della catena. Io ricevo vari generi di mappe, che chiamo dati o informazioni; e, quando le ricevo, agisco. Ma le mie azioni, le mie contrazioni muscolari, sono trasformate di differenze nel materiale d’ingresso; e io ricevo dati che sono a loro volta trasformate delle mie azioni. Si ottiene così un quadro del mondo mentale che in qualche modo si è affrancato dal nostro quadro tradizionale del mondo fisico.
Carl Gustav Jung osserva che vi sono due mondi: li battezza il pleroma e la creatura, che sono termini gnostici. Il pleroma è il mondo in cui gli eventi sono causati da forze e urti e nel quale non vi sono ‘distinzioni’ o (per BATESON) ‘differenze’. Nella creatura gli effetti sono provocati proprio dalla differenza. In effetti, eccoci davanti la solita vecchia dicotomia tra mente e sostanza.
L’epistemologia cibernetica che vi ho presentato suggerirebbe un’altra impostazione. La mente individuale è immanente, ma non solo nel corpo: essa è immanente anche in canali e messaggi esterni al corpo; e vi è una più vasta Mente di cui la mente individuale è solo un sottosistema. Questa più vasta Mente è paragonabile a Dio, ed è forse ciò che alcuni intendono per ‘Dio’, ma essa è ancora immanente nel sistema sociale totale interconnesso e nell’ecologia planetaria.
La psicologia freudiana ha dilatato il concetto di mente verso l’interno, fino a includervi l’intero sistema di comunicazione all’interno del corpo (la componente neurovegetativa, quella dell’abitudine e la vasta gamma dei processi inconsci). Ciò che sto dicendo dilata la mente verso l’esterno. E tutti e due questi cambiamenti riducono l’ambito dell’io conscio. Si rivela opportuna una certa dose di umiltà, temperata dalla dignità o dalla gioia di far parte di qualcosa di assai più grande: parte, se si vuole, di Dio.
Se mettete Dio all’esterno e lo ponete di fronte alla sua creazione, e avete l’idea di essere stati creati a sua immagine, voi vi vedrete logicamente e naturalmente come fuori e contro le cose che vi circondano. E nel momento in cui vi arrogherete tutta la mente, tutto il mondo circostante vi apparirà senza mente e quindi senza diritto a considerazione morale o etica. L’ambiente vi sembrerà da sfruttare a vostro vantaggio. La vostra unità di sopravvivenza sarete voi e la vostra gente o gli individui della vostra specie, in antitesi con l’ambiente formato da altre unità sociali, da altre razze e dagli animali e dalle piante.
Se questa è l’opinione che avete sul vostro rapporto con la natura e se possedete una tecnica progredita, la probabilità che avete di sopravvivere sarà quella di una palla di neve all’inferno. Voi morrete a causa dei sottoprodotti tossici del vostro stesso odio o, semplicemente, per il sovrappopolamento e l’esagerato sfruttamento delle riserve. Le materie prime del mondo sono limitate.
Se io sono nel giusto, allora il nostro atteggiamento mentale rispetto a ciò che siamo e a ciò che sono gli altri dev’essere ristrutturato. Non si tratta di uno scherzo, e non so quanto tempo abbiamo ancora (il saggio è scritto nel 1970) prima della fine. Se continuiamo ad agire sulla base delle premesse che erano di moda nell’era pre-cibernetica e che furono particolarmente messe in risalto e rafforzate durante la rivoluzione industriale quando sembravano convalidare l’unità di sopravvivenza ipotizzata da Darwin, potrebbero restarci ancora venti o trent’anni prima che la reductio ad absurdum logica delle nostre vecchie posizioni ci distrugga. Nessuno sa quanto tempo ci resti, nel sistema attuale, prima che si abbatta su di noi qualche disastro, più grave della distruzione di un qualunque gruppo di nazioni. Il compito più importante, oggi, è forse di imparare a pensare nella nuova maniera.
Il passaggio necessario per attuare l’altra maniera di pensare non è facile.
Secondo me non dovremmo fidarci di alcuna decisione politica che provenga da persone che non hanno ancora quell’abito mentale.
È il tentativo di separare l’intelletto dall’emozione che è mostruoso, e secondo me è altrettanto mostruoso (e pericoloso) tentare di separare la mente esterna da quella interna, o la mente dal corpo.
E da ultimo c’è la morte. È comprensibile che in una civiltà che separa la mente dal corpo, si debba o cercare di dimenticare la morte o costruire mitologie sulla sopravvivenza della mente trascendente. Ma se la mente è immanente non solo nei canali d’informazione ubicati dentro il corpo, ma anche nei canali esterni, allora la morte assume un aspetto diverso. Il ganglio individuale di canali che io chiamo ‘me’ non è più così prezioso perché quel ganglio è solo una parte di una mente più vasta.
Le idee che sembrano essere ‘me’ possono anche diventare immanenti in voi. Possano esse sopravvivere – se sono vere.
Crisi nell’ecologia della mente
Patologie dell’epistemologia
Io penso che forse la scoperta scientifica più interessante (benché ancora incompleta) del Novecento sia la scoperta della natura della mente. Voglio riassumere alcune delle idee che hanno contribuito a questa scoperta. Kant, nella Critica del Giudizio, afferma che l’atto primario del giudizio estetico è la scelta di un fatto. In un certo senso non vi sono fatti in natura; o, se volete, c’è in natura un numero infinito di fatti potenziali; tra questi il giudizio ne sceglie alcuni che, in virtù di quell’atto di scelta, divengono veramente fatti. Ora ponete accanto a quest’idea di Kant l’intuizione espressa da Jung nei Sette Sermoni ai Morti, una strana opera in cui egli osserva che vi sono due mondi di spiegazione, o mondi di comprensione, il pleroma e la creatura. Nel pleroma ci sono soltanto forze e urti; nella creatura vi è differenza. In altre parole, il pleroma è il mondo delle scienze fisiche, mentre la creatura è il mondo della comunicazione e dell’organizzazione. Una differenza non può essere localizzata: vi è una differenza tra il colore di questa scrivania e il colore di questo taccuino, ma la differenza non è né nel taccuino né nella scrivania, e non posso coglierla tra i due. In una parola, una differenza è un’idea.
Il mondo della creatura è quel mondo esplicativo in cui gli effetti sono prodotti da idee, essenzialmente da differenze.
Se ora giustapponiamo l’intuizione di Kant e quella di Jung, creiamo una filosofia secondo la quale c’è un numero infinito di differenze in questo pezzetto di gesso, ma solo poche di esse producono una differenza. Questa è la base epistemologica della teoria dell’informazione. L’unità d’informazione è la differenza; anzi, l’unità d’ingresso psicologico è la differenza.
Le caratteristiche essenziali minime di un sistema che io accetterei come caratteristiche della mente:
- Il sistema agirà su e con differenze.
- Il sistema consisterà in anelli chiusi o reti di canali lungo i quali verranno trasmesse le differenze e le loro trasformate. (Ciò che viene trasmesso su un neurone non è un impulso, ma la notizia di una differenza).
- Molti degli eventi interni al sistema riceveranno energia dal componente che risponde, piuttosto che dall’effetto del componente innescante.
- Il sistema si dimostrerà autocorrettivo, nella direzione dell’omeostasi o nella direzione dell’instabilità. L’autocorrezione implica il procedimento per tentativi ed errori.
Consideriamo ora per un momento se un calcolatore pensi. Io direi di no. Ciò che ‘pensa’ e procede per ‘tentativi ed errori’ è l’uomo più il calcolatore più l’ambiente. E le linee di demarcazione tra uomo, calcolatore e ambiente sono del tutto artificiali e fittizie: sono linee che tagliano i canali lungo i quali vengono trasmesse le informazioni o le differenze; non sono confini del sistema pensante. Quello che pensa è il sistema totale, che procede per tentativi ed errori, ed è costituito dall’uomo più l’ambiente.
Ora cominciamo a scorgere alcuni degli errori epistemologici della civiltà occidentale. In armonia col clima di pensiero che predominava verso la metà dell’Ottocento in Inghilterra, Darwin formulò una teoria della selezione naturale e dell’evoluzione in cui l’unità di sopravvivenza era o la famiglia o la specie o la sottospecie o qualcosa del genere. Ma oggi è pacifico che non è questa l’unità di sopravvivenza nel mondo biologico reale: l’unità di sopravvivenza è l’organismo più l’ambiente. Stiamo imparando sulla nostra pelle che l’organismo che distrugge il suo ambiente distrugge se stesso.
Se ora modifichiamo l’unità di sopravvivenza darwiniana fino a includervi l’ambiente e l’interazione fra organismo e ambiente, appare una stranissima e sorprendente identità: l’unità di sopravvivenza evolutiva risulta coincidere con l’unità mentale.
Una volta si pensava a una gerarchia di taxa (individuo, famiglia, sottospecie, specie…) come unità di sopravvivenza; ora invece si scorge una diversa gerarchia di unità-gene nell’organismo, organismo nell’ambiente, ecosistema, ecc. L’ecologia, nel senso più ampio, appare come lo studio dell’interazione e della sopravvivenza delle idee e dei programmi (cioè differenze, complessi di differenze, ecc.) nei circuiti.
- Dal punto di vista antropologico, ciò che sappiamo sul materiale primitivo sembrerebbe indicare che l’uomo nella società traesse spunti dal mondo naturale circostante e li applicasse in un qualche modo metaforico alla società in cui viveva. Cioè, egli si identificava o si immedesimava col mondo naturale circostante e prendeva questa immedesimazione a guida della propria organizzazione sociale e delle proprie teorie sulla psicologia. Si trattava del cosiddetto ‘totemismo’.
- Il passo successivo fu quello di invertire il procedimento: trarre spunti da se stessi e applicarli al mondo naturale circostante: si trattò dell’‘animismo’ che estende la nozione di personalità o mente alle montagne, ai fiumi, alle foreste e così via.
- Il passo successivo fu quello di separare la nozione di mente dal mondo naturale, e allora si ebbe la nozione di divinità.
Ma quando si separa la mente dalla struttura in cui è immanente – come un rapporto umano, la società umana, o l’ecosistema – si commette, io credo, un errore fondamentale, di cui a lungo andare sicuramente si soffrirà.
Infine, c’è il problema dell’urgenza: è ora chiaro a molti che immensi pericoli di catastrofe sono germogliati sugli errori epistemologici occidentali. Essi vanno dagli insetticidi all’inquinamento, dalla ricaduta delle scorie radioattive alla possibilità di fusione della calotta antartica. Soprattutto, la nostra incredibile volontà di salvare la vita dei singoli individui ha creato la possibilità di una carestia mondiale nell’immediato futuro.
Forse abbiamo una possibilità alla pari di superare i prossimi vent’anni (il saggio è scritto nel 1969) senza disastri più gravi della semplice distruzione di una o più nazioni.
Io credo che questa massiccia congerie di minacce all’uomo e ai suoi sistemi ecologici sorga da errori nelle nostre abitudini di pensiero a livelli profondi e in parte inconsci.
Come terapeuti, chiaramente abbiamo un dovere.
Primo, di far luce in noi stessi; e poi di cercare ogni segno di luce negli altri, e di aiutarli a rinforzarli in tutto ciò che di saggio vi sia in loro.
E vi sono oasi di saggezza che ancora sopravvivono nel mondo. Buona parte della filosofia orientale è più saggia di qualunque cosa abbia prodotto l’Occidente, e alcuni degli sforzi confusi dei nostri giovani contengono più saggezza delle convinzioni dell’establishment.
Le radici della crisi ecologica
Tutte le molte attuali minacce alla sopravvivenza dell’uomo sono riconducibili a tre cause primitive:
- Progresso tecnico.
- Aumento della popolazione.
- Certi errori nel pensiero e negli atteggiamenti della cultura occidentale. I nostri ‘valori’ sono sbagliati.
Noi riteniamo che tutti e tre questi fattori fondamentali siano condizioni necessarie per la distruzione del nostro mondo. In altre parole, crediamo ottimisticamente che la correzione di uno solo di essi ci darebbe la salvezza.
Questi fattori fondamentali certamente interagiscono. L’aumento della popolazione stimola il progresso tecnico e crea quell’ansia che ci oppone al nostro ambiente come a un nemico; mentre la tecnica da una parte facilita l’aumento demografico e dall’altra rafforza la nostra arroganza, o ‘hybris’, nei confronti dell’ambiente naturale.
Il fenomeno si autoesalta: più numerosa è la popolazione, più rapida è la sua crescita; più perfezionata è la tecnica, maggiore è il numero delle nuove invenzioni; e più crediamo nel nostro ‘potere’ su un ambiente ostile, più ‘potere’ ci sembra di possedere e più disprezzabile ci sembra l’ambiente.
L’esplosione demografica è il più importante problema che il mondo abbia oggi davanti. Fino a quando la popolazione continuerà a crescere, dobbiamo attenderci una continua creazione di nuove minacce alla sopravvivenza, forse al ritmo di una all’anno, fino a raggiungere una definitiva situazione di carestia.
Le idee che dominano oggi la nostra civiltà risalgono nella loro forma più virulenta alla rivoluzione industriale. Esse si possono così riassumere:
- Noi contro l’ambiente.
- Noi contro altri uomini.
- È il singolo (o la singola compagnia, o la singola nazione) che conta.
- Possiamo avere un controllo unilaterale sull’ambiente e dobbiamo sforzarci di raggiungerlo.
- Viviamo all’interno di una ‘frontiera’ che si espande all’infinito.
- Il determinismo economico è cosa ovvia e sensata.
- La tecnica ci permetterà di attuarlo.
Noi sosteniamo che queste idee si sono semplicemente dimostrate false alla luce delle grandi, ma in definitiva distruttive, conquiste della nostra tecnica negli ultimi 150 anni. Allo stesso modo esse si rivelano false alla luce della moderna storia ecologica. La creatura che la spunta contro il suo ambiente distrugge se stessa.
Atteggiamenti e premesse diversi – altri sistemi di ‘valori’ umani – hanno retto i rapporti tra l’uomo e il suo ambiente o il suo prossimo in altre civiltà e in altri tempi. In particolare, l’antica civiltà hawaiana e gli hawaiani di oggi non danno alcun valore alla ‘hybris’ occidentale. In altre parole, la nostra non è l’unica maniera di essere uomini: è concepibile che la si possa cambiare.
Questo cambiamento nel nostro modo di pensare è già cominciato – tra gli scienziati e i filosofi, e tra i giovani.
Immagine di Copertina tratta da Men’s Health.

