Uno studio su:
Albert Ellis
Ragione ed Emozione in Psicoterapia
Roma, Astrolabio, 1989 (orig.: 1962)
Parte II di 2
Terapia razionale e razionalismo
L’attributo razionale-emotiva probabilmente descrive meglio di qualunque altro il mio lavoro in quanto connota una forma di terapia a orientamento perlomeno duplice. Infatti, indica chiaramente il metodo cognitivo-persuasivo-didattico-riflessivo di rivelare al paziente quali siano le sue filosofie irrazionali di base e dimostrargli, quindi, come queste premesse definizionali illogiche o infondate lo conducano a un comportamento emotivamente disturbato e debbano essere attaccate e cambiate se vuole migliorare tale comportamento. E, al tempo stesso, esso indica che l’obiettivo primario della terapia è quello di modificare le emozioni più intensamente e profondamente sofferte dal paziente e, in concomitanza a queste, anche i suoi pensieri. Le emozioni umane sono, per certi versi, la stessa cosa e, cambiando gli uni si cambiano anche le altre.
La RET impiega l’analisi logica e la persuasione razionale per indurre il paziente ad agire e lavorare contro i suoi atteggiamenti e schemi di abitudini nevrotici.
La RET non va interpretata come una forma di razionalismo e, certamente, non come una forma ortodossa o classica di razionalismo filosofico.
Il terapeuta razionale ritiene che le cosiddette emozioni o motivazioni degli adulti cresciuti in una comunità civile consistano ampiamente in atteggiamenti, deformazioni percettive, convinzioni, assunti e idee che sono acquisiti mediante l’apprendimento biosociale e che devono, pertanto, essere rivisti, messi in discussione, confutati, ricostruiti e cambiati con sforzi e pratica sufficienti da parte dell’individuo che soffre di emozioni inappropriate.
L’aspetto della psicoterapia razionale-emotiva che meglio riassume l’atteggiamento dei suoi seguaci verso la capacità dell’individuo di determinare esistenzialmente buna parte del suo stesso comportamento e di creare, o ricreare, la propria esperienza emotiva, è rappresentato dalla teoria A-B-C della personalità umana, che è parte integrante della RET (es. dialogo con il paziente che affermava di sentirsi terribilmente infelice perché il giorno prima della seduta aveva giocato a golf con un gruppo di uomini che gli avevano dimostrato antipatia). A è il fatto che a quegli uomini non piacevi. C è la tua infelicità. B è ciò che ti sei detto mentre giocavi a golf con quegli uomini. Mi sono detto che era tremendo che non mi trovassero simpatico, e per quale motivo non gli piacessi, e come potevano trovarmi antipatico. Permettere che una parola, un gesto, un atteggiamento o un sentimento ti feriscano, il dire a te stesso che è tremendo, spaventoso è B. Ed ecco cosa tu fai a te stesso.
Da ultimo gli insegnai a modificare le sue filosofie irrazionali, cioè a ripetersi, a convincersi che non era necessario (anche se poteva essere desiderabile) che fosse amato.
Per l’importanza attribuita alla logica, alla ragione e all’obiettività, la psicoterapia razionale-emotiva è dunque un sistema altamente personale, individualistico e ‘idealistico’ di concepire se stessi e il mondo esterno.
Dal punto di vista filosofico la RET è perciò lungi dall’essere razionalistica, in senso classico; essa prende invece alcuni elementi migliori del razionalismo antico e moderno e cerca di integrarli in modo unitario con elementi similmente attuabili dell’umanesimo, dell’esistenzialismo e del realismo.
Razionalità e valore personale
Come Hartman (1959) rileva in modo appropriato:
Chi sono io? Sono quest’uomo su questo pianeta terra. Sono nato nudo e devo morire. Questo è tutto. Ecco la sostanza di essere me stesso; ed essere un professore o, in quanto a ciò, qualunque altra cosa, è diverso dall’essere quest’uomo, nato su questo pianeta Terra e destinato a morire. Qualsiasi definizione estrinseca di me stesso non è realmente la definizione di me stesso. Per poterla formulare, non mi devo né costruire e nemmeno astrarre da me stesso, ma semplicemente essere, ossia identificarmi con me stesso. E questo è il compito più difficile e più importante della nostra vita morale.
L’idea del valore e della mancanza di valore umano è, nel vero senso della parola, un errore in termini, una questione mal posta. È ovvio che gli individui hanno un valore estrinseco o sociale, nel senso che gli altri li trovano intelligenti o stupidi, grandi o piccoli, utili o inutili come colleghi, partner o compagni. Ma per se stessi non hanno realmente un valore, perlomeno non nell’accezione più comune del termine. Essi esistono o non esistono. E se vogliamo dire che, siccome esistono, sono ‘degni di valore’, non lo si può confutare, ma in realtà neppure dimostrare poiché si tratta di una definizione più che dell’affermazione di un fatto.
Invece di considerarsi degni o indegni di valore, sarebbe decisamente meglio se gli uomini e le donne si contentassero di essere, spontaneamente, in maniera non moralistica e non auto-valutativa.
Il terapeuta razionale-emotivo cerca di aiutare i pazienti ad avere quello che Tillich (1953) chiama il coraggio di essere, coraggio che, definito operativamente, sembrerebbe comprendere:
- il desiderio, anziché il bisogno pressante, di essere amati o approvati dagli altri;
- la conseguente tendenza a riconoscere il valore estrinseco che gli altri ci attribuiscono e, a volte, per il nostro stesso effettivo vantaggio, ad agire saggiamente e bene al fine di accrescere questo valore e di soddisfare il nostro desiderio di approvazione;
- il rifiuto di accettare il valore estrinseco degli altri quale nostro valore totale o intrinseco e la volontà di dedicare tutta la vita a scoprire e a fare attivamente ciò che desideriamo, anche se tanti possono disapprovarci (stando però attenti a non farci del male irreparabile in questa ricerca);
- un impegno concomitante nel processo piuttosto che nei prodotti della vita, con un accento sul nostro godimento immediato (‘qui e ora’), pur conservando al contempo una chiara prospettiva dei piaceri e dei profondi interessi edonistici a lungo termine dei nostri giorni futuri;
- una totale accettazione di noi stessi come io-soggetto creativo, anziché solo come me-oggetto passivo che ha assolutamente bisogno di dipendere dall’aiuto e dall’approvazione delle persone che riteniamo importanti (Hamilton, 1962).
Per consentire al paziente di raggiungere questi obiettivi e di definire il suo ‘valore’ intrinseco (ammesso che esista) nei termini del suo essere e divenire, più che nei termini del suo successo sul piano pratico o dell’approvazione che riscuote dagli altri, il terapeuta razionale lo esorta a demolire energicamente le proprie premesse riguardo al bisogno pressante di essere approvato e di avere successo per poter essere ‘degno di valore’, e di ritradurre tali bisogni in preferenze.
L’autocondanna è praticamente l’essenza di tutti i disturbi emotivi.
Il concetto che gli esseri umani abbiano valore perché esistono e perché possono creativamente divenire ciò che desiderano (a prescindere da quello che gli altri pensano che dovrebbero divenire) è una questione più educativa che psicoterapeutica. E sarebbe meglio far apprendere alle persone questa idea nei primi anni di vita che tentare in seguito, dolorosamente, di rieducarle nel contesto di un’esperienza psicoterapeutica.
Psicoterapia attivo-direttiva
La psicoterapia razionale-emotiva si schiera decisamente a favore di un’attività intensiva da parte del paziente e, simultaneamente, del terapeuta. E tale posizione viene assunta non solo per i motivi pragmatici che essa funziona meglio delle tecniche più passive, ma anche per motivi teorici.
La teoria della RET sostiene che in una psicoterapia efficace essenzialmente non si fa altro che cambiare gli atteggiamenti del paziente, specie quelli che egli ha verso se stesso e gli altri. È chiaro che uno dei metodi principali per effettuare tali cambiamenti è quello didattico.
“Nulla è tanto potente quanto un’idea per la quale sia giunto il momento” (Victor Hugo). Se, come sostiene la teoria della RET, le persone sviluppano un disturbo emotivo perché accettano senza riflettere certe premesse illogiche o idee irrazionali, allora esiste una valida ragione per credere che si possa in qualche modo persuaderle o aiutarle a pensare in maniera più logica e sensata, così da minare alla base i loro disturbi.
Le premesse irrazionali sono soltanto premesse e ciò è dimostrabile. E i pensieri illogici che derivano da premesse (valide o non valide) sono illogici e ciò è, ancora una volta, dimostrabile.
Secondo la teoria della RET l’individuo disturbato diventa nevrotico non solo perché i genitori (o le altre persone con cui viene a contatto da bambino) gli insegnano a credere in parecchi concetti non veri (come quello che debba essere amato o approvato dagli altri), ma anche perché egli stesso si ripete attivamente e incessantemente quelle medesime falsità. Inoltre, se vive in una società come la nostra, i mezzi di comunicazione di massa gli propagandano ulteriormente le sciocchezze apprese in origine.
A causa di questo potente e violento attacco propagandistico sferrato su tre fronti (dai genitori, dalle sue autosuggestioni e dalla società in generale), le premesse irrazionali dell’individuo su se stesso e gli altri sono estremamente radicate.
Le frasi ripetute all’infinito e le teorie elaborate sulla propria malattia psicologica diventano infine vangelo ed essi acquisiscono la certezza di conoscere tutto di se stessi e dei propri problemi. Per giunta, usano le loro ‘spiegazioni’ dei propri disturbi come razionalizzazioni per non stare meglio e spesso incolpano gli altri.
Se gli indottrinamenti verbali e senso-motori insegnano agli esseri umani a formulare pensieri irrazionali e a sentirsi disturbati, lo stesso tipo di reindottrinamento bidirezionale dovrebbe essere massimamente vantaggioso nel riorganizzare i pensieri e le emozioni. L’energica riformulazione verbale dei pensieri di solito induce a cambiare il comportamento motorio; e l’attività senso-motoria vigorosamente rimodellata di solito porta a cambiare l’ideazione. Ma le modifiche comportamentali più rapide e più profondamente radicate derivano in genere da un attacco combinato, verbale e senso-motorio, mosso ai vecchi schemi disfunzionali di pensare-agire.
Terapia razionale e altri metodi terapeutici
La psicoterapia razionale-emotiva è nata soprattutto come una rivolta pratica contri i metodi passivi della psicoanalisi freudiana classica e della terapia non direttiva di Carl Rogers.
La terapia razionale-emotiva si sviluppò come un mezzo di ricerca di un sistema più efficace per indurre i pazienti non solo a capire, ma anche a modificare le loro premesse di vita irrazionali.
La terapia razionale-emotiva tenta di collocare le tecniche desensibilizzanti entro un contesto verbale o ideatorio invece di impiegarle nelle loro forme più semplici. Essa cerca non solo di ricondizionare la risposta nevrotica dell’individuo (paura, rabbia), ma anche di modificare la base filosofica di queste reazioni in modo che non tendano a ripresentarsi in futuro.
Esame di alcune obiezioni sollevate contro la psicoterapia razionale-emotiva
Nella RET ci si sforza di smascherare, analizzare, attaccare e cambiare in modo significativo i presupposti filosofici di base dell’individuo ossia di sradicarne quelli che Alfred Adler definì (1912) i suoi scopi fondamentali e il suo stile di vita.
Il terapeuta razionale in genere tenta di scoprire tutte le più importanti premesse illogiche dei pazienti, incluse le false convinzioni, che abbiano bisogno di essere accettate e approvate, che debbano riuscire perfettamente in tutto, che non dovrebbero fare i conti con la dura realtà, che non possano controllare il loro destino, ecc. Ed egli non considera concluso il suo compito di terapeuta se non quando li ha indotti in qualche modo a rendersi conto delle loro premesse e deduzioni basilari autolesionistiche, e a sforzarsi energicamente di estirparle.
La RET consiste in ampia misura nel dimostrare all’individuo in che modo si autoindottrina continuamente con filosofie di vita sciocche e negative e in che modo deve individuarle, esaminarle, comprenderle, metterle in dubbio e confutarle. È dunque una scuola terapeutica veramente analitica, che difende vigorosamente la contestazione del negativo anziché “l’accentuazione del positivo”.
Al paziente viene concretamente dimostrato come egli continui ad autosuggerirsi le stesse sciocchezze con le quali venne indottrinato dai genitori e da altre fonti propagandistiche della sua società, e gli viene insegnato ad analizzare i valori interiorizzati e a contrattaccarli dal punto di vista filosofico. Soltanto dopo aver imparato ad aggredire ed estirpare energicamente le proprie autosuggestioni negative sarà in grado di suggerirsi filosofie di vita più vere e funzionali.
La RET è una forma di terapia impostata ampiamente sulla controsuggestione illuminante e costruttiva, anziché sull’autosuggestione ciecamente ottimistica.
Immagine di Copertina tratta da Informazioni Sui Farmaci.

