Libri da leggere – VERSO UN’ECOLOGIA DELLA MENTE – Parte 1 di 3

Uno studio su:
Gregory  Bateson
VERSO UN’ECOLOGIA DELLA MENTE

(Orig.: Steps to an Ecology of Mind – 1972)
Adelphi Edizioni S.p.a., Milano 1976
(14a ediz. Gennaio 1997)

Parte I di 3

Introduzione
La scienza della mente e dell’ordine

Questi saggi, scritti nell’arco di oltre 35 anni, propongono, nel loro complesso, una nuova maniera di intendere le idee e quegli aggregati di idee che Bateson chiama “menti”. Questa maniera di intendere la chiama ‘ecologia della mente’.

I problemi che il libro solleva sono ecologici: come interagiscono le idee? Esiste una sorta di selezione naturale che determina la sopravvivenza di certe idee e l’estinzione o la morte di certe altre? Che tipo di legge economica limita il moltiplicarsi delle idee in una data regione della mente? Quali sono le condizioni necessarie per la stabilità (o la sopravvivenza) di sistemi o sottosistemi siffatti?

L’intento principale del libro è quello di sgombrare la strada affinché porre tali problemi acquisti significato.

Bateson non crede che l’origine dei princìpi fondamentali della scienza si trovi nell’induzione dell’esperienza e propone che nella ricerca di una testa di ponte tra i princìpi fondamentali si risalga ai primordi del pensiero scientifico e filosofico; certamente a un periodo anteriore alla scissione di scienza, filosofia e religione in attività distinte, separatamente coltivate da specialisti di discipline separate.

Tra gli Iatmul della Nuova Guinea il fondamentale mito delle origini riguarda, come la storia della Genesi, il problema di come la terraferma sia stata separata dall’acqua.

Gli Iatmul sono giunti a una teoria dell’ordine che è quasi l’esatto inverso di quella della Genesi: nel pensiero degli Iatmul la distribuzione ha luogo se si pone termine alla generazione del disordine; nel Genesi per compiere la distribuzione e la divisione viene invocato un agente.

Ma tutte e due le culture ipotizzano la stessa divisione fondamentale tra i problemi della creazione materiale e i problemi dell’ordine e della differenziazione.

Tornando ora al problema se ai princìpi fondamentali della scienza e della filosofia si sia giunti, allo stadio primitivo, tramite ragionamento induttivo a partire dai dati empirici, ci si accorge che la risposta non è semplice. È difficile immaginare come si sia potuti giungere alla dicotomia tra sostanza e forma tramite argomenti induttivi. Dopo tutto, nessun uomo ha mai visto materia senza forma e indifferenziata, proprio come nessuno ha mai visto o sperimentato un evento ‘casuale’. Se dunque alla nozione di un universo “informe e vuoto” si è giunti per induzione, ciò è stato per un mostruoso – e forse erroneo – balzo di estrapolazione.

Le leggi di conservazione dell’energia e della materia riguardano la sostanza più che la forma; ma i processi mentali, le idee, la comunicazione, l’organizzazione, la differenziazione, la struttura, sono questioni di forma più che di sostanza.

Nel corpo dei princìpi fondamentali la metà che riguarda la forma è stata, negli ultimi trent’anni, enormemente arricchita dalle scoperte della cibernetica e della teoria dei sistemi. Argomento di questo libro è la costruzione di un ponte tra i fatti della vita e del comportamento, e ciò che oggi sappiamo sulla natura della struttura e dell’ordine.

Forma e struttura in antropologia

Contatto tra culture e schismogenesi (differenziazione progressiva)

Stile, grazia e informazione nell’arte primitiva

Bateson sostiene la tesi che il problema della grazia è fondamentalmente un problema di integrazione, e ciò che si deve integrare sono le diverse parti della mente – specialmente quei molteplici livelli di cui un estremo è detto “coscienza” e l’altro “inconscio”. Perché si possa conseguire la grazia, le ragioni del cuore debbono essere integrate con le ragioni della ragione.

Livelli e tipi logici.

La nozione generale di ‘conoscenza’ non soltanto è ambigua in quanto significa sia il conoscere (attraverso i sensi, riconoscere o percepire) che il sapere (con la mente), ma cambia – sposta attivamente – il suo significato per ragioni sistemiche fondamentali. Ciò che percepiamo attraverso i sensi può diventare conoscenza della mente.

‘Conosco la strada per Cambridge’ potrebbe significare che ho studiato la carta e posso fornirvi indicazioni; potrebbe significare che sono in grado di ricordare particolari lungo tutta la strada; potrebbe significare che percorrendo quella strada riconosco molti particolari, anche se prima ero in grado di ricordarne solo pochi; potrebbe significare che, andando a Cambridge, potrei affidarmi all’ ‘abitudine’ per seguire la strada giusta, senza dover pensare a dove sto andando.

Nella teoria freudiana classica si riteneva che i sogni fossero un prodotto secondario creato dal ‘meccanismo onirico’. Bateson crede che buona parte delle prime teorie freudiane fossero capovolte. A quel tempo, molti pensatori consideravano normale e ovvia la ragione conscia, mentre l’inconscio era considerato misterioso, bisognoso di prova e spiegazione. Oggi riteniamo misteriosa la coscienza, mentre i metodi di computazione impiegati dall’inconscio, a esempio il processo primario, li riteniamo continuamente attivi, necessari e onnicomprensivi.

Il processo primario.

Il processo primario è caratterizzato come privo di negazioni, privo di tempi, privo di qualunque identificazione di modo verbale (cioè, non ha identificazione di indicativo, congiuntivo, ottativo), e come metaforico.

Il soggetto del discorso del processo primario è diverso dal soggetto del linguaggio e della coscienza. La coscienza parla di cose o persone e attribuisce predicati alle cose o alle persone specifiche che sono state menzionate. Nel processo primario le cose o le persone sono, di solito, non identificate, e il discorso è concentrato sulle relazioni che si sostiene esistano tra di esse. Il discorso del processo primario è metaforico. Nel processo primario non vi sono segni che indichino alla mente conscia che il materiale del messaggio è metaforico.

Ciò che conosciamo meglio è ciò di cui siamo meno consci (Samuel Butler): il processo di formazione delle abitudini è una discesa della conoscenza verso livelli meno consci e più arcaici. L’inconscio non contiene soltanto le faccende penose che la coscienza preferisce non considerare, ma anche molte faccende che ci sono così familiari che non abbiamo bisogno di considerare. L’abitudine pertanto rappresenta una cospicua economia di pensiero cosciente.

Grosso modo, possiamo permetterci di calare nell’inconscio quei generi di conoscenza che continuano a essere veri indipendentemente dalle variazioni dell’ambiente, mentre dobbiamo tenere a portata di mano tutti quei controlli del comportamento che devono essere modificati in ogni caso particolare. Il leone può calare nel suo inconscio la proposizione che la zebra è la sua preda naturale, ma quando ha di fronte una zebra particolare dev’essere in grado di modificare le mosse del suo attacco per adattarsi al terreno particolare e alle particolari tattiche di fuga di quella zebra particolare.

L’economia del sistema spinge infatti gli organismi a calare nell’inconscio quei tratti generali della relazione che restano sempre veri, e a mantenere nella coscienza la prassi dei casi particolari.

Le premesse possono, con vantaggio economico, esser ‘calate’, ma le conclusioni particolari devono essere coscienti. Benché sia economico, l’atto di ‘calare’ nell’inconscio, tuttavia, esige un prezzo: l’inaccessibilità. Poiché il livello al quale le cose sono calate è caratterizzato da algoritmi iconici e dalla metafora, diventa difficile per l’organismo esaminare la matrice da cui scaturiscono le sue conclusioni coscienti. Viceversa, si può notare che ciò che è comune a una particolare asserzione e a una metafora corrispondente è di una generalità tale da rendere appropriato il calarlo nell’inconscio.

I limiti quantitativi della coscienza.

Non si può in alcun modo concepire un sistema totalmente cosciente. Tutti gli organismi devono accontentarsi di una coscienza piuttosto scarsa; se la coscienza esplica qualche funzione utile, allora è d’importanza fondamentale economizzare la coscienza. Nessun organismo può permettersi di essere cosciente di faccende che può sbrigare a livelli inconsci.

I limiti qualitativi della coscienza.

Un’immagine soddisfacente sullo schermo televisivo costituisce un’indicazione che molte parti dell’apparecchio funzionano come si deve; considerazioni analoghe valgono per lo ‘schermo’ della coscienza. Ma ciò che viene così fornito è un resoconto assai indiretto del funzionamento di tutte quelle parti.

Il televisore che fornisce un’immagine distorta o altrimenti imperfetta, in un certo senso genera messaggi sulle sue patologie inconsce, manifesta i suoi sintomi.

La natura correttiva dell’arte.

La coscienza è di necessità selettiva e parziale, cioè il contenuto della coscienza è, tutt’al più, una piccola parte della verità sull’Io. Ma se questa parte è scelta in una maniera sistematica qualunque, è certo che le verità parziali della coscienza saranno, nel loro insieme, una distorsione della verità di qualche unità più vasta.

Nel caso di un iceberg, da ciò che sta a galla possiamo congetturare che genere di roba c’è sotto; ma non possiamo compiere lo stesso tipo di estrapolazione dal contenuto della coscienza. Non è solo la selettività della preferenza, per cui gli ‘scheletri’ si accumulano nell’inconscio di Freud, che rende illegittima l’estrapolazione. Una tale selezione basata sulla preferenza incoraggerebbe soltanto l’ottimismo.

Ciò che è grave è la resezione dei circuiti mentali. Se, come dobbiamo ritenere, l’insieme della mente è una rete integrata (di proposizioni, immagini, processi, patologia nervosa…) e se il contenuto della coscienza è solo un campionario di varie parti e luoghi di questa rete, allora, inevitabilmente, l’immagine cosciente della rete come un tutto è una mostruosa negazione dell’integrazione di quel tutto. Ciò che appare sopra la superficie, in seguito alla resezione della coscienza, sono archi di circuito, e non i circuiti completi, o i più vasti circuiti completi di circuiti.

Ciò che la coscienza non può mai apprezzare senza aiuto (l’aiuto dell’arte, dei sogni e simili) è la natura sistemica della mente. Un’analogia: il corpo umano vivente è un sistema complesso ciberneticamente integrato. Questo sistema viene studiato da molti anni dagli scienziati; ciò che essi sanno sul corpo può in modo congruo essere paragonato a ciò che la coscienza priva di aiuto sa sulla mente.

La pura razionalità finalizzata, senza l’aiuto di fenomeni come l’arte, la religione, il sogno e simili, è di necessità patogena e distruttrice di vita; la sua virulenza scaturisce specificamente dalla circostanza che la vita dipende da circuiti di contingenze interconnessi, mentre la coscienza può vedere solo quei brevi archi di tali circuiti sui quali il finalismo umano può intervenire.

In breve, la coscienza priva di aiuto coinvolge sempre l’uomo in quel genere di stupidità di cui si rese colpevole l’evoluzione quando impose ai dinosauri i valori di comune buon senso di una corsa agli armamenti. Com’era inevitabile essa, dopo un milione di anni, capì il suo errore, e li spazzò via.

La coscienza priva di aiuto deve sempre tendere all’odio: non solo perché sterminare il prossimo è norma di buon senso, ma per la ragione più profonda che, vedendo solo archi di circuito, l’individuo è continuamente sorpreso e necessariamente irritato quando le sue cocciute tattiche si rivoltano a mordere l’inventore.

Se si usa il DDT per uccidere gli insetti, si può riuscire a ridurne tanto la popolazione da far morire di fame gli insettivori; si dovrà allora impiegare più DDT di prima per uccidere gli insetti che gli uccelli non mangiano più. È più probabile che gli uccelli vengano sterminati fin dall’inizio quando mangiano gli insetti avvelenati.

Così è fatto il mondo in cui viviamo: un mondo di strutture circuitali; e l’amore può sopravvivere solo se la saggezza (cioè la capacità di sentire o riconoscere la realtà circuitale) sa parlare con voce efficace.

Forma e patologia della relazione

La pianificazione sociale e il concetto di deutero-apprendimento

Con le migliori intenzioni del mondo il pianificatore può allenare i bambini a spiare i loro genitori allo scopo di sopprimere in essi qualche tendenza antagonista al successo del suo progetto sociale, ma siccome i bambini sono persone, andranno oltre l’apprendimento di questo semplice trucco: inseriranno questa esperienza nella globalità della loro visione del mondo e di conseguenza ne risulterà colorato definitivamente il loro atteggiamento verso l’autorità. Ogni volta che incontreranno certi tipi di contesto, tenderanno a vederlo strutturato secondo il modello ormai familiare. Il pianificatore sociale potrà, all’inizio, avvalersi positivamente di trucchi insegnati ai bambini, ma il successo finale del suo piano può essere annullato dalle abitudini mentali che sono state apprese insieme ai trucchi.

Nell’allevamento e nella educazione dei bambini dovremmo cercare di inculcare un tipo di abitudine collaterale alquanto diversa da quella che noi stessi abbiamo acquisito e che rinforziamo quotidianamente nei nostri contatti con la scienza, la politica, i giornali e così via. Questo innovativo spostamento dell’accentuazione del nostro modo di pensare comporterà una partenza per terre inesplorate. Se procediamo nella direzione che ci sembra naturale, pianificando le nostre applicazioni delle scienze sociali come mezzi per raggiungere un fine ben determinato, andremo a finire in un precipizio.

Il soggetto sperimentale, sia esso uomo o animale, non solo apprende, ma anche, in qualche modo, apprende ad apprendere. Non solo risolve i problemi postigli dallo sperimentatore e che singolarmente sono problemi di apprendimento semplice, ma al di là di questo egli diventa sempre più capace di risolvere problemi in generale.

Potremmo dire che il soggetto apprende a dirigersi verso certi tipi di contesto o che sta acquistando un certo ‘intuito’ per il contesto del risolvere i problemi.

Il gradiente in ciascun punto di una curva di apprendimento semplice (cioè di una curva di apprendimento meccanico) rappresenta principalmente il tasso di proto-apprendimento. Se tuttavia conduciamo una serie di esperimenti di apprendimento simili, con lo stesso soggetto, troviamo che in ogni esperimento successivo il soggetto mostra gradienti successivamente più ripidi per il proto-apprendimento, cioè apprende più rapidamente. Questa progressiva variazione del tasso di proto-apprendimento, Bateson la chiama ‘deutero-apprendimento’ (da ‘déuteros = secondo).

Suggerire che il solo modo di acquisire abitudini appercettive nella ripetuta esposizione a contesti di apprendimento di un tipo determinato sarebbe analogo, logicamente, ad asserire che il solo modo di fare l’arrosto di maiale consiste nell’incendiare la casa. Non siamo interessati a un individuo ipotetico esposto a un flusso impersonale di eventi, ma piuttosto a persone reali che hanno reti di relazioni emotive complesse con altre persone. In un mondo reale siffatto il singolo individuo sarà spinto ad acquisire o rifiutare abitudini appercettive di fenomeni molto complessi quali l’esempio personale, il tono di voce, l’ostilità, l’amore…


Immagine di Copertina tratta da Sociologicamente.

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