Ragione ed Emozione in Psicoterapia – Uno Studio su Albert Ellis – Parte 1 di 2

Uno studio su:
Albert  Ellis
Ragione ed Emozione in Psicoterapia
Roma, Astrolabio, 1989 (orig.: 1962)

Parte I di 2

Introduzione

Reasons and Emotions in Psychotherapy è il testo fondamentale della Rational-Emotive Therapy, una teoria e una prassi psicoterapeutica elaborate dallo psicologo clinico americano Albert Ellis negli anni ’50 e oggi all’avanguardia della nuova prospettiva cognitivo-comportamentale che si sta affermando nella psicologia e psicoterapia moderne.

(Cesare De Silvestri)

La teoria della psicoterapia razionale-emotiva

Il tema centrale della RET è che l’uomo è un animale singolarmente razionale, ma anche singolarmente irrazionale, che i suoi disturbi emotivi o psicologici sono ampiamente il prodotto dei suoi pensieri illogici o irrazionali, e che egli può liberarsi di quasi tutti i suoi disturbi, infelicità e inefficienza emotivi o mentali se impara a massimizzare i suoi pensieri razionali e a minimizzare quelli irrazionali.

La tesi sostenuta da Ellis è che tutti gli psicoterapeuti efficaci, se ne rendano conto o no, insegnano ai pazienti o li inducono a percepire o a considerare i loro eventi e la loro filosofia di vita sotto una nuova luce, e a modificare in tal modo i loro pensieri, emozioni e comportamenti non realistici e illogici.

Ellis sostiene la tesi secondo cui la psicoterapia razionale-emotiva non solo è straordinariamente efficace, ma lo è anche di più della maggior parte degli altri metodi di terapia con quasi tutti i pazienti. … la sua esperienza personale sembra dimostrare che 10 o più sedute di RET provocano un miglioramento netto e considerevole in circa il 90% dei casi, mentre quasi tutte le altre forme di psicoterapia ottengono risultati simili solo nel 65% dei pazienti.

I fondamenti teorici della RET si basano sull’assunto secondo cui il pensiero e le emozioni umane non sono due processi distinti, ma due processi che si sovrappongono sensibilmente e che, sotto certi aspetti, sono identici. Come gli altri due processi fondamentali per la vita, la percezione sensoriale e il movimento, essi sono strettamente collegati ed è impossibile esaminarli isolatamente.

Le emozioni non hanno un’unica causa o conseguenza, ma si può dire che originano da tre cause o vie principali:

  1. attraverso i processi senso-motori;
  2. attraverso stimolazioni biofisiche mediate dai tessuti del sistema nervoso autonomo, dell’ipotalamo e di altri centri sottocorticali;
  3. attraverso i processi cognitivi o di pensiero.

Se vogliamo, possiamo aggiungere una quarta via e affermare che le emozioni possono prodursi attraverso l’esperienza e la rimessa in circolo di processi emotivi remoti.

Le emozioni sono causate e controllate da numerosi fattori diversi, tra cui il pensiero. Gran parte di ciò che noi definiamo emozione non è altro che un certo tipo di pensiero: influenzato, prevenuto o fortemente valutativo.

Un individuo si emoziona quando valuta intensamente qualcosa, ossia quando percepisce chiaramente tale stimolo come ‘buono’ o ‘cattivo’, ‘benefico’ o ‘nocivo’, e reagisce intensamente a esso in maniera positiva o negativa. L’emotività implica in genere, probabilmente sempre, un certo tipo di sensazioni corporee che, quando vengono percepite dall’individuo, possono rinforzare l’emozione originaria. Le emozioni, dunque, possono semplicemente essere valutazioni dotate di una forte componente corporea, mentre i cosiddetti atteggiamenti non emotivi possono essere valutazioni provviste di una componente somatica relativamente debole.  

Le emozioni non esistono di per sé come una sorta di entità speciale e quasi mistica, ma piuttosto costituiscono una parte essenziale di un intero complesso sensazione-movimento-pensiero-emotività. Quel che in genere etichettiamo come pensiero rappresenta una valutazione (o percezione organizzata) relativamente calma e spassionata di una data situazione, un confronto obiettivo dei suoi vari elementi, e la conclusione che ne traiamo in conseguenza di questo processo di confronto o di discriminazione. Per emozione, invece, intendiamo di solito una valutazione relativamente poco serena, appassionata ed energica di una certa persona o di un certo oggetto.

Si può asserire che le persone emotive formulano un tipo di pensiero diverso da quello degli individui non emotivi, un tipo di pensiero così fortemente influenzato dall’esperienza precedente che qualche volta diviene limitato, vago e inefficace. Le persone relativamente calme e riflessive utilizzano tutte le informazioni disponibili, mentre le persone relativamente nervose ed emotive le utilizzano solo in parte.

Si potrebbe dire che esiste una specie di continuum che va dal giudizio personalizzato quasi totalmente non riflessivo (che porta all’emozione sensoriale, o ‘sensazione’, immediata) a un giudizio più riflessivo ma ancora personalizzato (che porta all’emozione prolungata o atteggiamento) e, infine, a un giudizio ancora più riflessivo ma impersonale (che porta alla serena formulazione di pensieri).

Gran parte di ciò che chiamiamo emozioni sembrerebbe dunque un tipo di valutazione o pensiero che:

  1. è fortemente deviato o influenzato dalle percezioni o esperienze precedenti,
  2. è estremamente personalizzato,
  3. è spesso accompagnato da macroscopiche reazioni corporee, e
  4. tende a spingere l’individuo a compiere una qualche azione positiva o negativa.

Quel che solitamente definiamo pensiero sembrerebbe un modo di discriminare più sereno, meno personalizzato, meno coinvolgente (o meno percepito) a livello somatico e meno diretto verso l’attività.  

Nel discutere di sensazioni ed emozioni, Ellis cerca di limitare ampiamente il primo termine a stati e apprezzamenti sensoriali relativamente puri, mentre impiega il secondo per denotare processi cognitivo-sensoriali di più ampia portata.

Se è vero ciò che è stato ipotizzato finora, e cioè che le emozioni umane sono in larga misura una forma di pensiero o il prodotto del pensiero, si potrebbe concludere che, controllando i propri pensieri, è possibile controllare in maniera sensibile le proprie emozioni. O, in termini più concreti, si possono controllare le proprie emozioni modificando le frasi interiorizzate, o dialogo interno, con cui esse sono state originariamente in gran parte create.

Le emozioni negative prolungate (a parte quelle generate dal dolore o malessere fisico continuo) sono invariabilmente il prodotto della stupidità, dell’ignoranza o dei disturbi di carattere psichico e in massima parte possono, anzi dovrebbero, essere eliminate mediante l’applicazione della conoscenza e del pensiero razionale. Se gli stati emotivi perpetuati derivano generalmente dai pensieri consci o inconsci dell’individuo e se i suoi pensieri sono, a loro volta, essenzialmente una concomitante delle sue verbalizzazioni interiori, o auto-verbalizzazioni, ne consegue che egli è raramente colpito (cioè intristito o rallegrato) da cose ed eventi esterni; piuttosto è afflitto dalle sue percezioni, atteggiamenti o frasi interiorizzate inerenti a cose ed eventi esterni.

Epitteto, nel I secolo d.C., scrisse nel Manuale (Enchiridion): “Gli uomini sono agitati e turbati non dalle cose, ma dalle opinioni che essi hanno delle cose”. Diversi secoli dopo Shakespeare riformulò questo pensiero dicendo: “Non c’è niente di buono o cattivo; è il pensiero che lo rende tale”.

Se dunque le emozioni prolungate sono sostenute in genere dalle verbalizzazioni interiori, e se certe emozioni negative rappresentano stati estremamente spiacevoli che non aumentano neanche lontanamente la felicità umana e peggiorano anzi la nostra vita, le persone più sagge dovrebbero presumibilmente compiere uno sforzo conscio per modificare le frasi interiori con le quali creano spesso le proprie emozioni negative.

Il terapeuta efficace dovrebbe incessantemente mettere a nudo il passato del paziente e, in particolare, i suoi pensieri illogici o verbalizzazioni autolesionistiche attuali:

  1. sottoponendoli energicamente alla sua attenzione o alla sua coscienza,
  2. mostrandogli come gli stiano causando e perpetuando il disturbo e l’infelicità,
  3. indicandogli esattamente i legami illogici nelle sue frasi interiorizzate e
  4. insegnandogli la maniera di ripensare, impugnare, contestare e riverbalizzare queste frasi (e altre simili) in modo che i suoi pensieri interiorizzati diventino più logici e più funzionali. …

Come gli psicoanalisti hanno fatto notare per svariati decenni, la maggior parte di queste idee irrazionali viene inculcata dai genitori durante la seconda infanzia e l’individuo vi si aggrappa tenacemente a causa del suo attaccamento ai genitori e a causa del fatto che le idee sono state impresse o condizionate prima che una modalità di pensiero più matura e razionale potesse far presa. Tuttavia, la maggioranza di queste idee illogiche viene inculcata anche, come hanno osservato i revisionisti freudiani, dalla cultura prevalente nella società in cui si vive e, in particolare, dai mezzi di comunicazione di massa.

Idee irrazionali che generano e mantengono i disturbi emotivi

Alcune delle maggior idee illogiche e irrazionali oggi diffuse nella civiltà occidentale che sembrano condurre inevitabilmente alla nevrosi:

  1. Per un essere umano adulto è un bisogno pressante essere amato o approvato praticamente da tutte le persone importanti della collettività in cui vive. Invece di tentare di risolvere illogicamente i suoi problemi ricercando costantemente amore e approvazione, la persona razionale dovrebbe in maniera più sensata battersi per una vita amorevole, creativa e feconda. …
  2. Si deve essere totalmente competenti, adeguati e vincenti sotto ogni possibile aspetto, per potersi considerare degni di valore. Nella nostra società, forse più che in qualunque altra mai esistita, molti sono convinti che, se non eccellono sotto ogni possibile aspetto o perlomeno sotto uno importante, non valgono niente e potrebbero anche crollare e morire.
  3. Certe persone sono cattive, perfide o infami e devono essere condannate e punite per la loro malvagità. Molti si sconvolgono, si arrabbiano e diventano vendicativi perché sono convinti che alcune persone (tra cui spesso loro stessi) siano infami; che a causa della loro malvagità commettano atti immorali e che il solo modo per impedire loro di comportarsi così consista nel condannarli o punirli. Se i bambini non venissero allevati con la filosofia di condannare se stessi e gli altri per errori e infrazioni possibili o reali, difficilmente cadrebbero preda dell’ansia, del senso di colpa o della depressione (sentimenti prodotti dall’autocondanna) o diverrebbero ostili, intolleranti o megalomani (sentimenti prodotti dal condannare gli altri).
  4. È tremendo e catastrofico se le cose non vanno come ci piacerebbe tanto che andassero. È perfettamente ragionevole provare antipatia verso persone o condizioni sgradevoli, ma è palesemente assurdo divenire gravemente disturbati perché la realtà è quella che è. … Lasciarsi turbare in modo permanente o esagerato da una data serie di circostanze raramente ci aiuta a cambiarle in meglio.
  5. L’infelicità umana dipende da cause esterne e gli individui hanno poca o nessuna capacità di controllare le proprie pene e i propri disturbi. La verità è che quasi tutti i membri della nostra società trovano difficile controllare le proprie emozioni per l’ottimo motivo che raramente si sforzano di provarci, e quindi sono poco allenati a farlo; oppure, anche quando cercano di controllare le proprie reazioni emotive, lo fanno in modo incerto, improvvisato e disordinato. Invece di credere a torto che le proprie emozioni siano assolutamente incontrollabili, l’individuo informato e intelligente ammetterà che l’infelicità nasce in larga misura, benché non del tutto, dentro di noi, ed è creata dalla stessa persona infelice. Dopo aver osservato obiettivamente le sue emozioni acute di infelicità, penserà e risalirà alle frasi illogiche con le quali le sta creando. Quindi le analizzerà, le metterà in discussione e le contesterà fino a convincersi delle loro contraddizioni, della loro insostenibilità. Analizzando e modificando radicalmente in tal modo le sue auto-verbalizzazioni, cambierà e neutralizzerà efficacemente le emozioni autodistruttive e le azioni a cui esse lo stanno conducendo.
  6. Se qualcosa è o può essere pericolosa o dannosa, bisogna preoccuparsene terribilmente e continuare a pensare alla possibilità che succeda. L’ansia intensa per la possibilità che si verifichi un pericolo reale spesso ci rende incapaci di affrontarlo validamente quando e se succede. Preoccuparci oltremodo per la possibilità che accada una brutta cosa non solo non impedisce nella maggioranza dei casi che essa succeda, ma spesso contribuisce anche a determinarla. L’eccessiva preoccupazione per una situazione di pericolo di solito ci porta a ingigantire le possibilità che si verifichi sul serio.
  7. È più facile evitare certe difficoltà e responsabilità piuttosto che affrontarle.
  8. Dobbiamo dipendere dagli altri e abbiamo bisogno di qualcuno più forte di noi su cui contare.  
  9. Il nostro passato è una determinante essenziale del nostro comportamento attuale e ciò che una volta ha influenzato fortemente la nostra vita deve continuare per sempre ad avere lo stesso effetto.
  10. Dobbiamo sconvolgerci terribilmente per i problemi e i disturbi degli altri.
  11. C’è sempre una soluzione giusta, esatta e perfetta per tutti i problemi umani, ed è una catastrofe se non la si trova.

L’essenza della terapia razionale

Il tema centrale di questo libro è che le fondamentali idee irrazionali elencate nel capitolo precedente rappresentano, con gli innumerevoli corollari cui esse normalmente conducono, le cause basilari della maggior parte dei disturbi emotivi. Credendo alle sciocchezze insite in questi concetti l’uomo tende inevitabilmente a sviluppare inibizioni, ostilità, reazioni di difesa, ansia e sensi di colpa e a divenire inefficiente, inerte, privo di controllo e infelice. Se invece riuscisse a liberarsi fino in fondo da questi pensieri illogici gli sarebbe difficilissimo sconvolgersi intensamente sul piano emotivo o, perlomeno, mantenere a lungo il suo disturbo.

… Perché dobbiamo tenere a mente che il suo disturbo infantile non consiste in realtà nell’attaccamento edipico alla madre, ma nei suoi atteggiamenti (sensi di colpa e paura) nei confronti di tali fenomeni reali. Peraltro, egli si sente colpevole non perché prova interesse sessuale per la madre, ma perché pensa che sia criminale per lui desiderarla eroticamente; e ha paura non perché il padre disapprova il suo attaccamento incestuoso a lei, ma perché pensa che sia orribile essere disapprovato da lui.

Dovrebbe perciò essere chiaro che gli attaccamenti edipici non necessariamente si trasformano in complessi edipici. Perché, se verrà educato (come purtroppo succede di rado nella nostra società) a essere una persona davvero razionale, da adulto non si preoccuperà eccessivamente se i genitori o gli altri non approvano tutte le sue azioni, dal momento che gli premerà di più il proprio rispetto di se stesso che la loro approvazione. Se cominciasse a essere costantemente razionale, il bambino smetterebbe presto di preoccuparsi di ciò che gli altri pensano di lui, concentrandosi invece su ciò che egli vuole fare nella vita e su ciò che egli pensa di se stesso.

Sembra che la nevrosi abbia origine e sia perpetuata da certe idee sostanzialmente infondate e irrazionali. L’individuo arriva a credere in obiettivi irrealistici, impossibili, spesso perfezionistici; che dovrebbe essere approvato da tutti coloro che per lui sono importanti, che dovrebbe fare molte cose alla perfezione e che non dovrebbe mai essere frustrato in ogni desiderio importante. Quindi, nonostante le innumerevoli prove del contrario, si rifiuta di rinunciare alle sue primitive convinzioni illogiche. …

L’educazione stessa, invece di neutralizzare le normali tendenze biologiche all’irrazionalità, incoraggia deliberatamente ed energicamente il pensiero sciocco e puerile.

La nostra è una civiltà generalmente nevrotizzante nella quale quasi tutti siamo più o meno disturbati emotivamente perché veniamo educati a credere in cose assurde (e poi a interiorizzarle e a continuare a ‘super-infettarcene’) che ci rendono inevitabilmente inefficienti, autolesionisti e infelici.

Il terapeuta razionale parte dal presupposto che il paziente sia in qualche modo imbevuto di forme di pensiero irrazionali e che, attraverso i suoi pensieri illogici, si renda disturbato. La sua funzione non consiste semplicemente nell’indicargli l’esistenza di questi processi di pensiero illogici, ma anche nel persuaderlo a cambiarli e a sostituirli con cognizioni più efficienti.

Il terapeuta, quindi, deve continuare a bombardare le idee illogiche che stanno alla base delle paure e ostilità del paziente.

Il terapeuta razionale è, dunque, un sincero propagandista che crede nella più rigorosa applicazione delle regole della logica, del pensiero razionale e del metodo scientifico alla vita quotidiana. Egli mette a nudo i più importanti elementi di pensiero irrazionale nell’esperienza del paziente e lo spinge energicamente verso comportamenti più ragionevoli. Così facendo non ignora né elimina le emozioni del paziente; al contrario, le tiene in altissima considerazione e lo aiuta a cambiarle, quando sono disturbate e autolesive, con il pensiero e l’azione, vale a dire con gli stessi strumenti che partecipano alla loro manifestazione. …

Il problema principale di un’esistenza efficiente sembrerebbe, perciò, non quello di estirpare le convinzioni della gente, ma di cambiarle così che diventino più profondamente radicate nell’informazione e nel buon senso. Tale cambiamento si può attuare persuadendo le persone a esaminare e mettere in discussione le loro convinzioni, a riflettervi e a sviluppare in tal modo un insieme di costrutti più coerenti, concreti e funzionali.


Immagine di Copertina tratta da Etsy.

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