Libri da leggere – PIETRO BEMBO – Parte 22 di 22

Libro Secondo

Gismondo:

“(—) Lasciamo Perottino alle sue fandonie, e non vogliamo essere così sciocchi, o donne, da credere che il dolore provenga soltanto da Amore o che non si possa amare senza amaro. E, visto che gli argomenti che Perottino adduce contro Amore si sono piegati alle argomentazioni altrui, vediamo ora quali sono gli argomenti che Amore offre a chi lo segue. Ci sarebbe da parlarne per tutto un giorno”.

Berenice:

“Non ti resterà molto tempo per parlare, anche se oggi siamo venuti qui prima di ieri. Ma potremmo fermarci anche un po’ di più, anche perché ieri i festeggiamenti sono iniziati in ritardo. Allora, Gismondo, potrai parlare con tuo agio”.

Il giovane, che aveva gradito le parole della donna, vedendo che le ombre degli allori s’erano già allungate, rassicurato che avrebbero avuto più tempo, era contento di poter riprendere il suo discorso. In quel mentre giunsero a volo, dal monte, due bianchissime colombe e, sfiorando la comitiva, andarono a sostare sull’orlo della fontana, suscitando l’ammirazione dei giovani. I volatili iniziarono a bere e a bagnarsi. Ma in quell’istante piombò fulminea un’aquila e ghermì una delle due colombe, portandosela via. L’altra colomba, caduta nell’acqua per lo spavento, a fatica si liberò e, schizzata l’acqua dalle piume, spiccò il volo.

Questo fatto scosse molto le donne, dispiaciute per la sorte di quella colomba. Qualcuno dei presenti pensava trattarsi di un segno, quando Gismondo, visto che le donne si erano tranquillizzate, riprese:

“Se a questa colomba toccasse la sorte che toccò a Ganimede (rapito da Giove trasformato in aquila), la sua compagna proverebbe minor dolore per la perdita. Ma, dal momento che non possiamo farci nulla, lasciamo andare e veniamo a parlare della bontà di Amore”.

Lo interruppe Lisa, con fare vezzoso, più per tentarlo che per altro:

“Se noi proviamo dolore, Gismondo, per la bestiola che è stata ghermita e proviamo amore pensando alle due colombe insieme, ne consegue che possiamo in uno amare e provare dolore. Allora si può opporre a ciò che tu dici, il fatto che una cosa sono le parole, un’altra i fatti”.

Gismondo, sorridendo alle donne:

“Ma tu, Lisa, non mi leverai la verità di mano, così come ha fatto l’aquila, perché io penserò a difenderla. Stai tornando a quanto già detto, quando affermai che non è Amore la causa della perdita delle cose che amiamo, ma la sorte. Pertanto è ben possibile, come tu dici, amare e soffrire, ma non possiamo attribuire la nostra sofferenza ad Amore. Non credo dover aggiungere altro, a meno che tu lo voglia sentire, ostinandoti come fanno le belle donne, similmente ai bei cavalli quando si impuntano”.

Lisa, rossa in viso:

“Se, Gismondo, soltanto i cavalli si impuntassero, io vorrei parlare senza che tu mi ritenga ostinata. Ma tu hai trovato il modo di farmi zittire”.

Dopo che tutti si unirono a ridere, ecco che Gismondo riprese:

“O donne, la bontà d’Amore è infinita, anche se non la vediamo. Ma potremo capirci qualcosa di più se continueremo a parlarne. Voglio dire che qualsiasi cosa è benefica nella misura in cui produce il bene. Ma poiché Amore è causa e origine di molti e grandissimi beni, è da credere che egli sia di grande giovamento. Credo, o donne, che abbiate l’impressione che io voglia adulare troppo Amore, ma io parlo in verità. Guardate quante cose ci sono nel mondo; nessuna esiste se non per opera di Amore. Se i genitori non si unissero per amore, non nascerebbero figli. Così Amore interviene per la propagazione delle specie animali. Non solo gli esseri animati nascono e generano per amore, ma anche le piante le quali amano la terra in cui hanno le radici e dalla terra sono amate. E così queste erbe e questi fiori, perché è nato amore fra i loro semi e il terreno che li ha accolti. E non sarei nato neppure io, se Amore non avesse congiunto i miei genitori, e non potrei essere qui a difendere Amore dalle calunnie di Perottino.

Non solo il nascere, o donne, proviene da Amore, ma anche il buon comportamento di vita. E, per di più, gli uomini sarebbero ora ancora rozzi e selvatici, come diceva Perottino, se Amore non li avesse uniti insieme. È per questo che essi hanno creato il linguaggio e la civiltà. Amore, poi, generò le arti, formò le famiglie, fece sorgere villaggi e città, istituire le leggi, fece sorgere i legami di amicizia. Furono di quei tempi le donne che s’immolarono per i loro mariti, e le coppie di amici (come Pilade e Oreste) che si battevano per cercare l’uno la salvezza dell’altro. Ebbero origine le sacre lettere e gli amanti cantarono alle loro donne i primi versi. Tutto ciò che c’è di grande e bello al mondo non esisterebbe senza Amore, e per questo egli è l’origine di ogni bene e, di conseguenza, è la cosa più preziosa che possa esistere. Ti sembra che possa bastare, Perottino?”.

Berenice, a questo punto, stringendo la mano destra di Lisa come per averne forza, si rivolse baldanzosa a Gismondo:

“Visto, Gismondo, che hai saputo portare argomenti tanto forti, che Lisa non vuole più aver a che fare con te, ora io la tengo come mia alleata. E allora ti dico che, se Amore è origine di tutte le cose, come tu sostieni, e fonte di ogni bene, perché non ci spieghi come mai egli sia anche motivo di tutti i mali che vengono fatti?”.

Gismondo:

“Forse, signora, avete dimenticato alcune cose che ho già dette; forse lo fate per vendicare la vostra alleata dalle offese che io non volevo arrecarle. Io dissi che Amore è sempre buono per il solo fatto che ogni cosa naturale è buona. Egli è il motivo del bene che voi fate; in quanto al male, non potete addossare la colpa ad Amore. A noi è data la vita affinché la usiamo a fin di bene: come un coltello, che deve essere usato come utensile, non per uccidere.

Ma, se volete, passiamo alla dolcezza di Amore. Come il pittore potrà rendere bene sulla tela il candore delle nevi, ma non mai la sensazione di gelo, così è difficile descrivere le dolcezze di Amore. Ma una cosa mi conforta, che voi per esperienza conoscete queste dolcezze. Ispirami tu, mio signore Amore, a spiegarmi. Parlerò allora, per prima cosa, delle dolcezze della vista.

Gli amanti, o donne, non vedono con gli occhi di tutti gli altri uomini, perché Amore infonde negli occhi degli amanti una dolcezza speciale e una grande sensibilità per le cose che provocano dolcezza, come le belle donne, quali voi siete. Una bella donna è ammirata da tutti gli uomini, ma se fra questi c’è il suo amante a costui pare che gli si aprano dinanzi mille giardini di rose ed egli prova nel cuore una soavità così grande da cacciare ogni triste pensiero e ogni affanno; ammira ogni suo particolare: una treccia dorata, i capelli fluttuanti, la dolce fronte, le ciglia graziose, gli occhi luminosi, le morbide guance, la bocca deliziosa, le forme del petto”.

Queste ultime parole fecero dirigere gli occhi della lieta brigata sul petto di Sabinetta, che sembrava l’oggetto della descrizione appena fatta da Gismondo. Sabinetta, vestita di leggeri tessuti, metteva in mostra il suo seno giovane e ben fatto. Sennonché Berenice, accortasi dell’attenzione dei maschi nei confronti della compagna, intervenne di fretta:

“Questo tuo amante, Gismondo, ha una vista molto acuta, dal momento che riesce a penetrare persino nel seno che noi teniamo nascosto. Non vorrei che ci provasse con me”.

“Non parlate, signora – rispose Gismondo – ché voi avete la vostra parte. Dirò solo che gli amanti portano gli occhi in ogni luogo, anche in quelli nascosti. Potrete nascondervi agli altri uomini, o donne belle, ma non agli amanti. E Perottino dirà ancora che gli amanti sono ciechi. È cieco chi non vede le cose visibili. Ma neppure è possibile vedere ciò che non esiste.

Ma, per tornare all’amante, mentre rimira i particolari attraenti, egli si sente invadere da un piacere mai provato e da una felicità immensa. Questo non accade a coloro che guardano una donna senza però amarla. Altre dolcezze ancora provano gli amanti: ammirare la loro donna mentre passeggia, mentre parla, mentre coglie una rosa, mentre danza, starle vicino e scambiare con lei sguardi amorosi.

O care e belle giovani, le sante forze di Amore sono difficili ad immaginarsi, ma anche a descriversi. Non vi è dubbio che la cosa più angosciante è il veder piangere i propri cari. E questo talvolta vede fare l’amante alla sua donna”.

Intervenne Berenice:

“Io non vorrei che il mio signore prendesse a scherno le mie lacrime; se sapessi una cosa del genere, lo odierei; anzi, mi vendicherei facendo sì che toccasse a lui piangere e io riderei di lui”.

Le due compagne confermarono la sortita di Berenice e, parlando scherzosamente fra di loro, suggerivano a Gismondo che qualche volta avrebbe fatto bene lui stesso a piangere di fronte alla sua donna, per darle quel piacere. Ma egli, che non era solito cedere a queste facezie, dopo averle lasciate ridere e parlottare, fissando in volto Berenice, così le disse:

“Signora, voi dovete avere un animo rigido, dal momento che vorreste far piangere il vostro signore. Ma l’espressione del vostro volto non lo conferma, se non cado in inganno, anzi mi sembrate di una dolcezza incomparabile”.

Berenice tacque, sorpresa e un po’ imbarazzata, tanto che Lisa, notando il suo turbamento, si avvicinò a lei ridendo e disse:

“Mia cara, prima è toccato a me, ma ora non temo più nulla da Gismondo. Adesso è toccata a voi. Bisogna pur dire che Gismondo oggi ha rotto ogni indugio. Vi consiglio allora di non provocarlo ulteriormente, poiché egli punge da ogni lato, come una pianta spinosa”.

“Me ne sono accorta, Lisa – rispose Berenice – ma vai con dio, Gismondo, che oggi ci sai zittire a dovere. In quanto a me, d’ora in avanti non parlerò più”.

Libro Terzo

Finito di cantare le tre canzoni (cantate al cospetto della Regina riunitasi al gruppo dei sei: 1a Perché ’l piacer a ragionar m’invoglia, 2a Se ne la prima voglia mi rinvesca, 3a Da poi ch’Amor in tanto non si stanca), Lavinello tornò al suo discorso precedente:

“Questo poco che vi ho detto, signora, potrebbe bastare a dimostrare come entrambi i miei due amici sono in errore; ma questo non vale per voi. Questa mattina me ne andai solo solo in cima al colle, dove sorge un boschetto. Più non pensavo ai discorsi sull’amore; imboccai un sentiero e camminai sino a raggiungere una radura non molto grande. Qui scorsi una piccola capanna e, poco oltre, un uomo che passeggiava tutto solo tra gli alberi, bianchissimo di capelli e con la barba. Non s’era accorto di me. Di tanto in tanto sostava, poi riprendeva a camminare, assorto nei suoi pensieri. Pareva un sant’uomo in meditazione. Avrei voluto salutarlo e chiedergli consigli, ma pensai che sarei stato indiscreto. Stavo lì, indeciso, quando egli si voltò verso di me. Allora gli andai incontro e lo salutai con molto rispetto.

Esitò alquanto il sant’uomo, quindi, avvicinatosi risoluto, disse: ‘Dunque sei anche tu qui, ora, il mio Lavinello’. Dopo di ché mi si avvicinò ancora e mi baciò in fronte. Ne rimasi molto sorpreso: non lo conoscevo e neppure lui conosceva me. Il vecchio sorrise alla mia meraviglia, tanto che io presi il coraggio di rispondere: ‘Sono proprio Lavinello, padre, come dite voi. Non so come sono arrivato qui e non capisco come mi conosciate se io qui non ci sono mai stato’. Allora il buon vecchio, conducendomi per mano verso la capanna, disse con grande calma: ‘Andiamoci a sedere e ti spiegherò che cosa so di te’. Ci sedemmo sul piano di un tronco d’albero, e il vecchio incominciò: ‘Noi non possiamo comprendere i misteri della Divina Provvidenza e non ne conosciamo gli scopi; questo vale anche per la tua meraviglia nel vedere che ti conosco’. Così seguitando, mi raccontò che durante la notte aveva sognato il nostro incontro, e che nel sogno gli avevo detto il mio nome e molti altri particolari. A questo sogno stava pensando quando giunsi io: ecco perché non ero uno sconosciuto.

La mia meraviglia aumentò e crebbe la mia riverenza per il vecchio. Sbalordito, ripresi: ‘Capisco che sono qui per volontà divina. E porto con me un desiderio, quello di avere vostri consigli’. Volti gli occhi al cielo, il vecchio riprese:

‘Avete intrapreso una strada impegnativa, Lavinello, mettendovi a parlare delle qualità di Amore, perché infinite sono le cose che si possono dire in merito, tanto più che la gente ne parla molto ma anche a sproposito. Quante qualità abbiate trovato nelle vostre dispute, lo lascio valutare alla Regina. Ciò che vi fa onore è l’avere avuto il coraggio di cercarle. Ma, perché tu non persista nel tuo errore, ti dirò che non è vero ciò che tu affermasti, che cioè l’amore non è altro che desiderio. Prima vediamo che cosa è l’amore in noi stessi.

Occorre dunque sapere che nel nostro intelletto ci sono tre parti: l’intelletto, l’intendere, l’immagine che è frutto delle prime due. Allo stesso modo, nella parte istintiva che ci appartiene ci sono tre aspetti: la volontà, il volere, l’amore che genera dalle prime due. Ora vedrai come amore non corrisponda a desiderio. È ben vero che non possiamo desiderare una cosa che non amiamo, ma questo non significa che non si ami una cosa che non si desideri, come nel caso delle cose che possediamo. Per converso, se parliamo di odio e timore, dobbiamo dire che, mentre non si possa temere nessuna cosa che non si odi, allo stesso tempo non è che si possa odiare una cosa senza temerla. E allora, così come l’odio può albergare in noi in assenza di timore, parimenti può esistere amore senza desiderio.

Non voglio farne una questione filosofica, Lavinello. Ma vorrei sapere da te, visto che in sogno mi hai detto che l’amore può avere scopi buoni o cattivi, per quale motivo talvolta gli amanti scelgono quelli cattivi: forse perché danno più retta alle sensazioni che alla ragione?’. Risposi: ‘Penso, padre, sia proprio per questo’. Seguitò il vecchio: ‘Ma se gli amanti puntano verso scopi buoni, non mi dirai che lo fanno perché seguono innanzitutto la ragione!’. Risposi: ‘E’ ancora così’. E il sant’uomo: ‘Ma se è cattiva cosa seguire più l’istinto che non la ragione, quale ne può essere il motivo?’. Risposi: ‘Succede perché quegli uomini abbandonano la parte migliore di sé, la ragione e seguono l’istinto che non gli appartiene’. E il vecchio: ‘In quale modo puoi dire che l’istinto non appartiene agli uomini?’. Risposi: ‘Dio ha creato gli esseri secondo una scala di perfezione: dalle pietre che non hanno essere, alle piante, agli animali, sino a noi che possediamo in uno l’essere, la vita, le sensazioni e la ragione; è quest’ultima che manca alle altre creature’. ‘Se così è – riprese il sant’uomo – gli uomini che, amando, seguono le sensazioni, si comportano come gli animali. Noi uomini, dunque, possiamo, amando, abbandonare la parte nostra migliore e appigliarci a una parte che non ci appartiene. Ma perché possiamo fare ciò?’. Risposi: ‘Per il nostro libero arbitrio’. E il vecchio: ‘Anche le belve, allora, possono abbandonare la loro miglior parte?’. Risposi: ‘Direi di no, perché non sono dotate di volontà, ma soltanto di bisogni naturali’.

‘Quanto vorrei, Lavinello, che tu mi avessi potuto rispondere in altro modo – disse il sant’uomo – pare proprio che per noi sia più difficile, dovendo esercitare un atto di volontà che non è richiesto agli animali. Avendo noi la libertà di abbandonare la ragione, possiamo scendere al gradino degli animali. Come successe a Febo che, avendo concesso a Cassandra l’arte della divinazione, pentitosi poi ma senza la possibilità di tornare indietro, fece in modo che ella non venisse creduta. E tu, che cosa ne dici?’. ‘Non saprei che cosa dire, padre, ma volete forse che io creda che la natura sia infallibile?’. ‘No – rispose il vecchio – desidero piuttosto che tu consideri come la natura ci abbia dato la facoltà di scendere a livello degli animali, ma anche di portarci più in alto del livello nostro. Così, seguendo la ragione, ci trasformiamo in esseri divini; un giorno perderemo il corpo, che abbiamo avuto dai nostri genitori, ma la nostra anima tornerà a chi ce l’ha data. Senza dubbio, figliolo, se vorrai vedere con chiarezza la verità, ti accorgerai che, infine, tutti i più ambiti desideri degli uomini non sono altro che stolto vaneggiamento. Senza dubbio queste vaghezze mortali che travolgono i nostri animi ci trasformano in animali, come successe a chi bevve il filtro della maga Circe, non resistono neppure alle prove della vita, come a un po’ di febbre, e se ne vanno con il passare degli anni, con la nostalgia di coloro che vi si erano sottomessi. La miglior parte della nostra vita, figliolo, è certamente quella in cui l’anima, liberata dagli istinti, disciplina il corpo, la ragione guida il senso. Anch’io sono stato giovane: quando ripenso ai miei desideri giovanili, provo ciò che proverebbe uno scampato da malattia che pensa alle voglie affiorate in mezzo alle febbri. Vedrai anche tu, un giorno, che la vecchiaia è la parte sana della nostra vita, mentre la giovinezza è la parte inferma.

Ma, tornando al tuo compagno che è così capace di esaltare l’essere amanti, chi mai si è accontentato di una gioia senza sognarne una maggiore? E quando succede che nei due amanti si avveri una perfetta conformità di desideri? E per parlare, Lavinello, dei tuoi amori, io li approverei se avessero uno scopo più nobile. Il vero amore non è soltanto attrazione verso la bellezza, come credi tu, e la vera bellezza non è umana e mortale, ma è divina e immortale. Ricordati, figliolo, che partecipano della natura divina quegli uomini che, come divini, disprezzano le cose mortali e, come mortali, aspirano alle cose divine. O Lavinello, non è l’apparenza esteriore che fa la persona, ma l’animo. Né i nostri animi possono accontentarsi delle bellezze terrene. Come tutte le stelle prendono luce dal sole, così ogni bellezza terrena deriva dalla divina eterna bellezza. Noi, cercando il piacere e la bellezza nelle cose terrene, ci inganniamo con le loro ombre e viviamo come in un sogno fallace. Ti dirò qualcosa, ora, della Regina delle Fortunate Isole (le Canarie): è una Regina bellissima, elegantemente vestita e perennemente giovane; non vuole marito e si accontenta di essere ammirata e amata, premiando maggiormente che è capace ad amarla di più. Per questo vuole provare tutti i suoi pretendenti: li convoca uno alla volta, li tocca con una piccola verga e li manda via. Quelli, appena usciti dal palazzo della Regina, si addormentano, sino a quando ella stessa non li risvegli. Quindi ritornano dinanzi alla Regina, portando scritti sulla fronte i sogni fatti. La Regina legge i sogni, scartando gli uomini dai sogni egoistici e facendo rimanere a corte quelli che hanno sognato lei. Ma forse ora, Lavinello, ti ho stancato e tu vorrai ricongiungerti alla tua compagnia’. Risposi: ‘Non ne ho fretta alcuna, padre, non trovo niente di meglio che l’ascoltarvi’. Riprese il vecchio: ‘Ai vecchi come me non pesa il conversare, tanto meno se a te piace questa conversazione. E allora andiamo avanti. Dirai dunque a Perottino e a Gismondo che, se non vogliono finire di vagare in mezzo alle bestie, quando si risveglieranno, dovranno pensare a fare sogni migliori. E tu, Lavinello, sappi che il tuo amore non è buono, anche se non è animalesco, perché non mira a un obiettivo immortale, è un po’ come se tu fossi in bilico. Rammenta che la mente non ci fu data perché la nutrissimo di veleno mortale, ma bensì di sapere divino. Così tu dovrai rivolgere il tuo animo a Dio che ha creato tutte le cose in grande armonia: i cieli, le stelle, il sole e, in mezzo, la terra con le acque, l’aria, il fuoco; e dovrai pensare a quanto siamo piccoli in questo grande tempio voluto da Dio.

Maggior piacere ancora trarrai se ti eleverai da questi cieli che si vedono a quelli che non si vedono, per portarvi i tuoi desideri, là dove hanno origine tutte le cose terrestri. In quel mondo invisibile la vita c’è ma non ha fine, nulla muta, il tempo non trascorre. Se non pensiamo a questo cielo, siamo come colui che è sempre vissuto negli abissi del mare e non potrebbe pertanto immaginarsi che cosa ci possa essere fuori delle acque; ma, se mai uscisse dai suoi abissi e vedesse ciò che esiste sulla terra, si renderebbe conto della sua precedente falsa credenza e perderebbe il desiderio di tornare nel buio degli abissi. In modo simile la nostra mente, debole e limitata, non riesce a prefigurarsi un mondo migliore. Ma se avessimo la possibilità di vederlo, prenderemmo coscienza della miseria del nostro mondo attuale e in esso non vorremmo più fare ritorno.

Ma che ti posso dire, Lavinello? Tu sei giovane e questi ragionamenti non ti sono consueti o a fatica ne fai motivo di riflessione. Ma, se ripensi alle gioie che ti può offrire una bella ragazza, perché non provi ad elevare il tuo animo verso il Signore e ad offrirgli i tuoi desideri con casto affetto? Da questo deriva un piacere che non si può descrivere e che nessuno può conoscere se si affida ai piaceri mondani. Con occhi di talpa, come hanno gli uomini, non si può fissare il sole. Uno straniero che passi nei pressi di un sontuoso palazzo circondato da guardie riccamente armate pensa che vi abiti un grande re, anche senza vederlo. Così noi possiamo immaginare il Signore dalle sue opere. Saggi saranno i tuoi compagni, e con loro anche tu, se per il futuro onoreranno questo Re, come invece prima hanno fatto con le donne, e se si accorgeranno di vivere in un tempio, dove dovranno abbandonare il falso terrestre e mortale amore per vestirsi del vero amore celeste e immortale. È in questo desiderio che risiede ogni bene, lontano da emulazioni, sospetti, gelosie, possessività, inganno, ingiuria, infedeltà. In esso si trova tutto ciò che si desidera, la sicurezza, la felicità, la contentezza, la tranquillità.

Questo desiderio da parere bello anche il trapasso. È la vita di quaggiù che è morte. Noi qui viviamo peregrinando in mezzo a sofferenze, perdite. In quanto a me, non vedo l’ora di lasciare queste spoglie mortali per poter vedere la bellezza ineffabile che da tanto tempo desidero, lasciando quaggiù ogni umana spoglia. Se quel mondo è sempiterno, Lavinello, si deve credere che il buono amore sia quello di cui si può godere in eterno e cattivo quello che in eterno ci condanna a soffrire’. Dopo avermi dette queste cose, essendo ormai ora che io ripartissi, il sant’uomo mi lasciò libero di tornare”.

Con queste parole Lavinello pose fine ai suoi ragionamenti.


Immagine di Copertina tratta da Compagnia Motus.

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