DA
“DEGLI ASOLANI DI MESSER PIETRO BEMBO
NE’ QUALI SI RAGIONA D’AMORE”
Libro Primo
I marinai di consumata esperienza, in assenza di punti per l’orientamento, si servono della calamita (bussola). In modo simile è di conforto, per uno straniero che non sappia quale strada prendere, il consiglio di qualcuno che lo indirizzi. Ho notato che, parimenti, sono pochissimi coloro i quali, nel peregrinare della nostra vita mortale, in mezzo a mille affanni sappiano dimostrare come si mantiene la giusta rotta. Che cosa c’è di più gentile che fare del bene agli altri e prodigarsi nell’insegnare agli altri a comportarsi senza incorrere in errori? Molto spesso non sappiamo discernere fra il bene e il male e questo ci procura smarrimento e sconcerto. Ho voluto raccogliere alcuni discorsi sviluppatisi in un gruppo di tre donne ammirevoli e della Regina di Copro (Caterina Cornaro, moglie del re di Cipro), con tre giovanotti, attorno all’argomento “Amore”, nel corso di tre giornate, allo scopo di portare giovamento anche ad altri. A questi argomenti invito soprattutto i giovani, uomini e donne, perché possano esprimere buoni giudizi sull’Amore, prima ancora di farne esperienza. Ne vedranno l’utilità in seguito. Cosicché, sentite e valutate le esperienze altrui, si possa affrontare con maggiore capacità di giudizio questo itinerario affascinante.
Asolo (fra Treviso e Bassano del Grappa, sui colli Asolani) è la residenza della Regina di Cipro, della famiglia Cornelia, legata a me stesso da parentela. Avendovi trascorso il mese di settembre, qui ella stipulò il matrimonio di una delle sue damigelle, avendola ella stessa allevata e dotata di molte eccelse qualità. Qui aveva invitato la migliore società pervenuta da molte parti, come anche da Vinegia. Tra gli invitati c’erano tre gentiluomini della nostra città, giovani e baldi, educati nelle lettere, dotati di nobiltà cavalleresca. Costoro erano ammirati per le loro virtù; ebbero occasione di soffermarsi con tre belle e gentili signore, di passaggio con i loro mariti in un viaggio verso Vinegia. Uno dei tre, che chiamerò Perottino, era di poche parole e poco avvezzo al riso, piuttosto schivo, qui venuto per pressione dei suoi compagni che desideravano inserirlo in compagnia. Ho affibbiato un soprannome non solo a lui, ma anche agli altri personaggi, per non fare riferimenti sconvenienti, perché nessuno li possa fraintendere con cattive intenzioni.
Tornando alle nozze, un giorno, verso la conclusione del pranzo, due deliziose fanciulle, tenendosi per mano con fare gentile, giunte al capo del tavolo dove stava la Regina, le porsero un riverente saluto. Una di loro, toccando le corde di un liuto che teneva al petto, così cantò con tanta dolcezza:
Ero ancora piccolina e felice, ma un giorno giunse Amore a tormentarmi. Subito provai felicità, ma presto conobbi inganno. Medea visse lieta nelle sue certezze, finché non si abbandonò ad Amore (s’innamorò di Giasone Colco, cioè, venuto dalla Colchide, alla conquista del vello d’oro) e da quel momento la sua vita fu acerba e dura, fino alla morte.
Dopo questa declamazione, la minore delle ragazze, mentre l’altra ancora suonava il liuto, sullo stesso tono della musica le rispose:
Ero piccolina, assillata da tristi pensieri, odiavo me stessa. Ora Amore mi invade così soavemente, che non faccio altro che ridere e cantare. Pensavo che fosse rischioso seguire Amore, ma sono sfuggita alle mie pene, proprio quando temevo la mia rovina.
Quando Andromeda conobbe Amore, abbandonò la noia e gli affanni, dedicandosi a Perseo; conobbe gioia e diletto da viva, l’eterno onore da morta (salvata e resa felice da Perseo, fu trasformata in costellazione celeste).
Dopo che tutti ebbero ascoltato con grande attenzione le due canzoni, nel momento in cui le due fanciulle accennavano ad allontanarsi, la Regina fece chiamare una sua damigella, bellissima, la favorita, e le ordinò di aggiungere una sua canzone a quelle delle due ragazze. La damigella, impugnata una viola, un po’ imbarazzata, iniziò una canzone così dolce che mise in ombra le due precedenti:
Amore, la tua forza non è compresa: i più la disprezzano. Ma se ognuno conoscesse che cosa proviene da te, la nostra vita procederebbe su una via sicura e tornerebbero gli anni d’oro dei tempi felici.
La Regina era solita, dopo il desinare e a conclusione dei canti, ritirarsi con le sue damigelle per riposare o appartarsi lasciando le damigelle in libertà fino a sera, all’ora dei festeggiamenti. Fu così che le tre donne e i tre giovani, di cui ho detto prima, rimasti soli, presero a passeggiare discorrendo. Tra una parola e l’altra raggiunsero un poggetto di marmo che dava su un bellissimo giardino. Incantati dalla bellezza del giardino, guardavano di qua e di là, finché Gismondo, il più gaio e intraprendente, così si rivolse alle tre signore:
“Care ragazze, dormire a quest’ora del giorno, dopo il pasto, ci farebbe male. Ma ora, che è settembre, i giorni si accorciano, e allora, anziché andare a dormire, vi propongo di recarci in giardino, all’ombra ristoratrice, per parlare di cose piacevoli e ingannare il tempo in attesa dell’inizio dei festeggiamenti”.
Le donne, che non disdegnavano l’ombra degli alberi, apprezzarono la proposta di Gismondo, e con i tre ragazzi si inoltrarono nel giardino.
Era un giardino delizioso: un bellissimo pergolato di viti lo divideva a croce, con sentieri lastricati di selci e con siepi di foltissimi ginepri; allori che popolavano il muro, racchiusi ad arco occultando lo sguardo. Non si scorgevano che due finestre dalle quali era possibile spaziare la vista sull’ampia pianura. Inoltratisi per quei sentieri ameni, giunsero infine presso un praticello ammantato di tenera erbetta e di fiori variopinti; una piccola macchia di allori racchiudeva una bellissima fonte, scavata nel sasso, che lasciava scorrere una fresca vena d’acqua risorgiva.
Questo luogo fu molto gradito alle donne. Berenice, rivoltasi a Gismondo, esclamò:
“Peccato, Gismondo, che non siamo venute qui prima, sarebbe stato meglio che rinchiuderci nelle nostre stanze. Ora che siamo qui, per merito del tuo consiglio, dicci dove possiamo sederci”.
Gismondo rispose:
“Signora, se vi aggrada, penso che la fonte sia il posto migliore: ci sono erba e fiori di una tenerezza incomparabile, e il sole non ci può raggiungere”.
“Dunque – s’introdusse Berenice – sediamoci qui, e in quest’ombra invitante dicci di che cosa desideri parlare”.
Dopo queste parole, invitato a parlare anche dalle altre due donne, Gismondo iniziò:
“Accetto l’invito”.
Quindi, accomodatosi al centro del gruppo, guardando compiaciuto in viso le belle donne, iniziò a dire:
”Amabili donne, abbiamo ascoltato le canzoni delle due fanciulle e della deliziosa damigella. Io sono sicuro che chiunque parli male di Amore è un inesperto che non ne conosce le virtù. A costui saprei rispondere e dimostrare quanto sia in errore. Se volete, vi dirò”.
Poi tacque.
Indugiarono alquanto le oneste donne in seguito alla proposta di Gismondo, e già Berenice si pentiva un po’ di averlo incoraggiato troppo. Ma poi, rincuorata dall’atteggiamento modesto del giovane, cominciò a sorridere del fatto con le compagne. E tutte compresero che il giovane intendeva provocare Perottino e indurlo a parlare, in quanto ne conoscevano i sentimenti avversi nei confronti degli argomenti amorosi. Ma siccome Perottino continuava a tacere, Gismondo riprese:
“Non mi meraviglia, dolcissime giovani, che non parliate, perché credo sareste disposte a lodare Amore anziché disprezzarlo, e perché si può sempre parlare di Amore con prudenza. Ma mi meraviglio dei miei compagni, i quali per lo meno dovrebbero parlarne con vezzo, tanto più che uno di noi pensa che Amore sia peccato e pertanto tace”.
Non potendosi più sottrarre alla provocazione, Perottino, alquanto turbato nell’espressione del viso, ruppe il suo lungo silenzio:
“Ho capito che mi chiami in causa, Gismondo, ma io sono ritroso a queste argomentazioni. Farai meglio a lanciare meno provocazioni”.
A questo punto Gismondo e Lavinello, il terzo compagno, istigarono Perottino a parlare, scontrandosi sempre con la sua ritrosìa.
Anche Berenice e le sue compagne presero a incoraggiarlo, con parole suadenti, sino a convincerlo. E Perottino in fine parlò:
“Aborrisco sia il tacere sia il parlare, perché tacere devo e parlare non vorrei. Mi arrendo alle vostre richieste, donne, non alle istigazioni di Gismondo che non ha fatto certo una bella trovata: voi non sentirete da me cose piacevoli, e Gismondo si troverà deluso quando comprenderà di nutrire pensieri sbagliati e di non poter trovare argomenti da opporre alle mie idee”.
“In un modo o nell’altro – rispose Gismondo – questa volta voglio misurarmi con te, Perottino. Ma non illuderti di disarmarmi, perché saprò usare ogni argomento contro di te. Sei tu che devi stare attento”.
Le donne risero agli scambi di parole dei due contendenti. Ma Lisa, pensando che Lavinello credesse di non essere coinvolto nel discorso, gli si rivolse sorridendo:
“Sarebbe di gran vergogna per te, Lavinello, se te ne stessi in disparte a contemplare la disputa fra i tuoi due compagni: è meglio che anche tu vi prenda parte”.
E il giovane, di rimando:
“Non sarebbe giusto, Lisa, perché dovrei schierarmi con uno dei due, lasciando l’altro solo”.
“Non è una buona scusa, Lavinello” risposero le donne quasi insieme. Continuò Lisa: Se non entri in tenzone, non potrai neppure difenderti. Non è questione di mettersi due contro uno. Nessuno muore in questo genere di battaglie: buttati dentro, allora, e combatti a modo tuo”.
E Lavinello, con un dito alzato in segno di scherzosa minaccia: “Lisa, Lisa, non è un buon consiglio il tuo”. Quindi, voltosi alle altre due: “Pensavo che la zuffa tra loro due vi avrebbe distolto dal pensare a me. Ma, dal momento che Lisa non gradisce che io me ne stia in disparte, lasciamo che i miei due compagni facciano a modo loro: quando si cheteranno, sarà il mio turno”.
Dopo un po’ Perottino, quasi distogliendo la mente da profondi pensieri, si rivolse alle donne:
”E allora Gismondo si prenda ciò che si sarà meritato, ma non si lamenti se sarà stato lui stesso la causa dei suoi mali. Non sperate che io possa parlarvi bene di Amore, questo male universale degli uomini. Anche se dirò poco, a Gismondo sembrerà forse troppo, perché lui crede al falso, quando la conoscenza delle qualità di questa malvagia belva potrà rivelarsi dannosa per gli anni che avrete a vivere.
Amore, care donne, non è figlio di Venere, come lo descrivono gli scrittori, né di Marte o di Mercurio o di Vulcano o di un altro Dio, ma della concupiscenza e dell’ozio degli uomini, frutto della malizia e del vizio che si mascherano di promesse e lo inondano di vani e stolti pensieri. Lo alimentano così intensamente che esso cresce a dismisura, trasformandosi e cambiando spesso aspetto. Qualsiasi sia il suo aspetto, esso non racchiude in sé che amarezza e chiunque lo voglia seguire non ne sarà ricompensato che con amarezza e dolore. E più ha seguaci fedeli, più li paga con questa moneta. Non se ne lamentino allora gli uomini che gli si sottomettono, perché amare senza amaro non si può.
Dopo l’intervento di Perottino s’intromise Berenice:
“Perottino, ora hai dato a Gismondo buon motivo per rispondere. Noi non vogliamo che si dicano cose sconvenienti e, se ci è concesso entrare nelle vostre dispute, non vorrei io stessa essere considerata presuntuosa e indegna del vostro rispetto”.
Intervenne Gismondo: “Questo non sarà mai, mia signora, né per voi né per le vostre compagne. La discussione, se è aperta per noi, lo è a pari diritto per voi”.
“E allora – soggiunse Berenice – sarò io la prima a introdurmi”. Poi, rivoltasi e Perottino, continuò: “Certamente, Perottino, se tu ti fossi limitato ad affermare che amare senza amaro non è possibile, io non avrei detto nulla, ma hai poi aggiunto che le amarezze più grandi provengono dall’amore, e questo mi è parso eccessivo. Sembra che tu sia convinto che ogni dolore derivi solo dall’amore, oppure sono io che non ti ho capito”.
“Al contrario, avete compreso benissimo – rispose Perottino – ogni disgrazia proviene dall’amore, come sta nella natura delle cose. Come tutti dobbiamo sapere, ogni bene e ogni male sono compresi in tre categorie: dell’animo, della fortuna, del corpo. Lasciamo a parte le cose buone che non possono generare dolore, e parliamo delle tre categorie di mali. Malattie, povertà, violenza, ignoranza sono fonte di dolore; ed è così per il fatto che noi desideriamo i loro contrari. Se il corpo duole, è perché per sua natura esso ama la salute fisica. Se cadiamo in mala sorte, ci addoloriamo perché amiamo il benessere. Così per la virtù e l’intelligenza che possediamo, noi proviamo apprezzamento, tanto da percepire come cose dolorose i loro contrari, la malvagità e l’ignoranza. Se pure esistesse chi può vivere nel vizio e nell’ignoranza senza rammaricarsene, per estrema ignoranza o per ostinazione, non potrebbe apprezzare un vivere sano e creativo. Accade qualcosa di simile anche negli animali: se dalla loro figliata viene sottratto un cucciolo, i genitori provano dolore, quasi come gli uomini. Ma se quei genitori vedono sbranare un cucciolo sotto i loro occhi, non se ne fanno pena, dal momento che non lo amano più. Sia chiaro allora che, come ogni fiume ha origine da qualche sorgente, così ogni dolore proviene da qualche amore”.
Sorpresa da quelle parole, Berenice se ne stava in silenzio e pensava, quando Gismondo, ridendo, disse:
“Senza dubbio, Perottino, oggi avresti demolito ogni dolcezza che l’amore porta con sé, con l’amarezza del tuo parlare, se ciò ti fosse stato concesso. Ma credo che si possa addolcire questa tua amarezza. Ora spiegaci com’è possibile che non si possa amare senza amaro”.
“Stavo per arrivarci – rispose Perottino – e potrei dimostrartelo, Gismondo, con poche parole. Ma, visto che mi hai trascinato a forza nell’argomento, allora parliamone pure più ampiamente. Care donne, è certo che di tutti i moti dell’animo nessuno è così potente, violento e dannoso come quello che noi chiamiamo Amore: gli scrittori lo descrivono come fuoco, perché come il fuoco esso ci consuma e distrugge; lo chiamano anche furore, poiché gli amanti somigliano a quelli che, come Oreste e Aiace, furono tormentati dalle Furie. Nessuno mai chiamò Amore con gli attributi di piacevole, dolce, ma sono pieni gli scritti che lo definiscono crudele, acerbo, fiero. Amore porta con sé sempre dolore, sospetti, insulti, inimicizie, guerre, come si legge negli scritti; ma anche disperazione, ribellioni, vendette, catene, feriti, morti. Per non parlare delle turpi tresche e dell’infelicità, come accadde a Piramo, a Tisbe, a Mirra, a Bibli, a Medea. Paolo e Francesca per amore furono trafitti di spada. E Tarquinio che, per amore di Lucrezia, perse il regno e ottenne l’esilio e la morte. Il fuoco d’amore di Elena e Paride fece ardere tutta l’Asia e tutta l’Europa. E mille altri esempi che voi stessi potete trarre dalle letture. Amore fu la rovina di antichi regni e di fiorenti città. Ecco, o donne, che cosa ha generato Amore. Vedi dunque, Gismondo, se ancora vuoi dimostrare la bontà di Amore, se non ti sia lecito leggere i molti scrittori che ne parlano male”.
Si alzò Lisa dalla sua comoda posizione e disse:
“Perottino, Gismondo ti risponderà a suo tempo. Ora però rispondi tu a me. Se Amore è la fonte di tanti mali, perché fu annoverato fra gli Dei? Se è un Dio, non può operare il male. Rispondendo a me farai piacere anche a Berenice e a Sabinetta, che nutrono gli stessi miei dubbi”.
Le altre due donne si unirono alla richiesta di Lisa, tanto che Perottino riprese:
“I poeti, Lisa, fin dai tempi antichi, quando gli uomini erano rozzi e selvatici, crearono versi per addolcire la durezza di quegli uomini che vivevano come bestie. Così la dolce cetra di Orfeo ammansiva le belve e commuoveva persino gli alberi e le rocce dei monti e i fiumi. Poiché quegli uomini rozzi non si adattavano ad alcun ragionamento, furono le favole a creare in loro allettamento, e con le favole gli scrittori cercavano di renderli migliori. Fu allora che Amore fu proclamato Dio, per dimostrare quanto questa passione era potente nelle umane menti. Possiamo costatare quanti miracoli abbia compiuto Amore, ma a nostro danno, in virtù del potere divino attribuitogli, tanto che ognuno se ne rimane come pietra senza spirito. Chi visse senza cuore, per aver dato amore a una donna, chi fu trasformato in sorgente, in albero, in belva, chi si librò in alto con il pericolo di cadere giù e chi si sprofondò negli abissi più oscuri. E se mi chiedete come faccio a sapere queste cose, vi dirò che le so per esperienza. Pensate poi quali e quante sono le incongruenze, gli errori dei quali Amore sommerge gli amanti, i quali sono allo stesso tempo felici e disperati, desiderosi e timorosi, dibattuti fra guerra e pace, e tacciono con la lingua ma gridano forte col cuore, e sperano e disperano, e cercano la vita e la morte a un tempo. Vivono nello squilibrio e smarriscono il senso e il cuore, come se avessero due volontà e due anime in lotta fra di loro.
Soprattutto gli amanti cercano e abbracciano la loro vita e la loro morte insieme, mentre cercano il piacere, ma finiscono per perire in modo misero e stolto. Vanno incontro alla morte o per porre fine ai loro tormenti o per muovere a compassione la loro donna. Non vi pare una pazzia, o donne, che gli amanti si giochino la propria vita per motivi così banali? Non che io l’abbia trovato, ma mi è successo, una volta, di aver desiderato che venisse la morte. Così gli amanti si ingegnano contro l’ordine naturale delle cose, amando un’altra creatura e odiando se stessi.
Ma qualcuno potrebbe obiettare: ‘Perottino, se tu avessi desiderato morire, chi ti avrebbe potuto trattenere?’. Ascoltate, donne, ciò che ora vi dirò. Per gli amanti il morire non è l’ultima disgrazia. Mentre per la disperazione invocano la morte, ne provano tale piacere che questo piacere ridona loro vigoria. Ve lo posso garantire, perché l’ho provato e l’ho anche scritto in versi a suo tempo”.
Allora Berenice:
“Recitaci questi tuoi versi, Perottino, è da tanto che desidero sentire qualcuna delle tue canzoni; farai contenta non solo me, ma anche le mie due amiche, perché conosciamo quanto le tue rime siano apprezzate”.
Perottino rispose, con un profondissimo sospiro:
“Signora, questo Dio, fin troppo noto a me, per mia sventura, non potrebbe più rendere lieti i miei anni. La mia sorte mi ha privato dell’amore della mia donna, dopodiché non resta altro di desiderabile che la fine, che io spesso imploro e che non mi vuole dare retta, forse perché io viva come esempio ai miseri. E ora, poiché ho reso palese ciò che avrei potuto tenere nascosto, benché le mie rime non si addicano a donne liete e in festa, ve le dirò ugualmente”.
Queste ultime parole di Perottino commossero le donne. Egli, trattenendo a stento le lacrime, iniziò:
Quando penso alla sofferenza, Amore, che tu mi dai, cerco la morte, sperando di por fine al mio tormento. Ma quando giungo al porto agognato, ne provo tale piacere, che l’anima si rinvigorisce, e io non riesco a fare quel passo. Così il vivere mi uccide, così la morte mi riporta in vita. O miseria infinita, che l’uno arreca e l’altra non lenisce.
Immagine di Copertina tratta da Picclick.

