Garibaldi nella sua epopea – Parte 22 di 24

Achille  Bizzoni

Garibaldi nella sua epopea

(dal 1807 al 1882)

(scritto all’inizio 1900)

Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14

Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15

(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)

Parte 22 di 24

Capitolo III. – In morte del suo fratello Cuneo (1877 – 1879)

Sullo scorcio del maggio 1876, Garibaldi stanco… ammalato, più che mai disgustato dalla politica vecchia continuata dagli uomini nuovi… si rifugiò a Caprera.

Contro le assurde, inutili fortificazioni, che deturpavano la sua Roma diletta, invece di abbellirla e risanarla, scriveva a Dobelli della Capitale: “La patria non vive dietro i muniti castelli: essa vive nel petto dei cittadini. … Roma ha bisogno di essere abbellita e preservata dalle inondazioni… e non attorniata da fosse e baluardi… che sono una sentina di febbri…”

Da Caprera, il 20 febbraio 1873, Garibaldi scriveva: “… La società va riconoscendo a poco a poco essere la repubblica il solo governo dell’ordine, il solo possibile, e quello che più la onora; imperocché la repubblica, considerata in se stessa, è essenzialmente un governo di onesti. … Le monarchie corrompono mezzo un paese, per torturare l’altra metà. All’una tolgono i figli e le sostanze, ingrassare e mantenere nel godimento il resto. …”

Moriva a Firenze G.B. Cuneo, il fratello diletto, il suo primissimo fedele compagno d’America, e i servi del Signore, con la carità che li distingue, gli negavano la sepoltura, perché aveva respinto il prete al letto di morte… Avvampa di sdegno Garibaldi… scriveva: “Mio caro Bizzoni, Valeva la pena disturbarsi per tanti anni a migliorare le condizioni del nostro sventurato paese, per trovarlo oggi peggio di prima, mancipio di ladri in livrea e di impostori in sottana! Non basta a cotesti miserabili il servilismo dei vivi, essi vogliono pure la schiavitù dei cadaveri…”

Nella prima metà dell’aprile del 1879, Garibaldi giungeva improvvisamente a Roma. Sentendosi venir meno per l’aggravarsi della artrite che lo costringeva nel lettuccio meccanico, o nella carrozzella, senza ch’egli potesse neppure più servirsi della gruccia regalatagli dalla riconoscenza sabauda dopo Aspromonte, e sentendo la vita fuggire, volle rivedere la sua Roma diletta…

Nel 1849 già scriveva Garibaldi: “… Roma per me è l’Italia, e non vedo Italia possibile, se non che nell’unione compatta, o federata, delle sparse sue membra. Roma è il simbolo dell’Italia una, sotto qualunque forma voi la vogliate. E l’opera più infernale del papato era quella di tenerla divisa moralmente e materialmente”[1]

A un indirizzo dei Fiorentini, che… invocavano provvedimenti dalla Camera, rispondeva il 17 aprile 1879…: “… codesto paradiso d’Italia, santuario delle sue grandezze, è caduto nella più desolante miseria. … poiché fuvvi chi riuscì a farne il quartier generale del gesuitismo, e sulle stesse stupende meraviglie italiane di Santa Croce seppero arrampicarsi i carnefici di Savonarola, di Ferruccio e di Galileo! Libertà per tutti, dicono insidiosamente i più implacabili fautori del dispotismo… Come puossi pretendere la libertà per gli assassini e i lupi? … Grazie alla libertà come viene predicata da questi gesuiti, e raccomandata da questi moderati, la mia diletta Nizza aveva ai miei tempi tre conventi: ora ne conta ventinove! La nostra buona stella scampi l’Italia da una guerra qualsiasi; altrimenti… mentre il suo nobile esercito pugnerebbe contro lo straniero, i veri seguaci di Lojola gli susciterebbero alle spalle una guerra civile, alimentandola coi sessanta milioni che l’Italia improvvisamente paga sotto titolo di benefici e sotto l’indegno pretesto di spese pel culto. …”

Garibaldi… sapeva che le vittorie guerresche non sarebbero state in alcun modo feconde, se non seguite dalle arti, dalle industrie, dalle opere di pace. … non rimase indifferente alla grande opera di ricostruzione del porto di Genova… A nulla valse la sua opinione… prevalsero gli interessi privati agli interessi d’Italia…

Egli, sognando una Italia potente e prospera, non obliò le provincie settentrionali soggette alle terribili inondazioni del Po… Sognò il grande fiume domato dal genio umano… gli scettici ne risero… Ne scriveva a Cavallotti…: “… scavare il letto in linea retta verso Milano, indi più in su verso Torino… Milano, Pavia, forse Torino porti di mare. Navigazione importante di piroscafi e bastimenti a vela… Indi occupazione immediata di lavoratori, e diminuzione del numero di emigrati all’estero. …”

Capitolo IV.  –  Suffragio universale (1879 – 1880)

Il 12 aprile del 1879, al suo giungere in Roma, Garibaldi scriveva all’illustre Giovanni Bovio: “… Il suffragio universale è la principale, la fondamentale riforma. … Chi ha l’obbligo di militare alla difesa della patria deve anche avere il diritto di eleggere il sindaco del Comune e il deputato al Parlamento. … Fu detto: L’Italia è degli Italiani, non deve essere dovunque d’una minorità che intriga e s’impone. …”

Garibaldi infermo… lo vediamo applicarsi alla fondazione della Lega della Democrazia… poté finalmente scrivere e lanciare all’Italia il manifesto in cui annunciava – il 26 aprile 1879 – formato il fascio di tutte le forze democratiche d’Italia…: “… Mi glorio che questo fatto importante, lungamente desiderato e studiato, e finora invano tentato, siasi compiuto sotto gli occhi miei il 21 aprile. … Oggimai la democrazia è un valore di primo ordine fra i valori costituenti la nazione; è una potenza con cui quelle minorità… hanno da fare i conti. …”

Per la Lega, il grande dettava la pagina che segue…: “Io credo che siamo tutti d’accordo nel riconoscere il profondo malcontento di tutta Italia – malcontento per cause economiche, politiche e morali. Nell’ammettere che, per toglierlo… Nel volere pertanto il voto universale… Nel volere soppresse le guarentigie… Rimaneggiato il sistema tributario e che paghi solamente e progressivamente chi ha… Arati e bonificati i due quinti del territorio italiano incolto e paludoso, fecondandolo con i 115 milioni di beni ecclesiastici invenduti; Utilizzati a pro dei poveri i 1500 milioni delle opere pie, in gran parte goduti dagli amministratori, dai frati e dalle oblate[2]; Guarita, con tutti i mezzi che inspira l’affetto e suggerisce la scienza, la gran piaga della miseria. …”

Ormai, se la intelligenza è pur sempre vivace, lucida… il povero corpo che la imprigiona è completamente distrutto dalla terribile malattia, atritide deformante, contratta nei bivacchi americani e nei lunghi disagi marinareschi.

Alla fine, sdegnato dalle turpitudini del governo… si dimise, in segno di protesta, da deputato… con la seguente lettera – il 26 settembre 1880 – ai suoi elettori…: “È con dolore che devo rinunziare a rappresentarvi in Parlamento. … Oggi però non posso più contare tra i legislatori, in un paese ove la libertà è calpestata, e la legge non serve, nella sua applicazione, che a garantire la libertà ai gesuiti e ai nemici dell’unità d’Italia, per la quale sono seminate le ossa dei migliori suoi figli, su tutti i campi di battaglia, in sessant’anni di lotta. Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno, ed umiliata all’estero, ed in preda alla parte peggiore della nazione.”.

In continente sarebbe ritornato morente per protestare con la sua presenza contro l’arresto di suo genero Stefano Canzio, eseguito dalla polizia di Genova.

Il governo diffidava tutte le compagnie di navigazione di concedere o noleggiare vapori a Garibaldi. … Garibaldi telegrafava; “Venite a prendermi, o vivo o morto!” Il colonnello Gattorno riuscì a ottenere un rimorchiatore dal porto di Genova[3]

All’imbrunire del I° d’ottobre… salpammo a notte per Caprera. Il nostro misero piroscafo portava il nome pretenzioso di Forte… Eravamo a bordo in sedici… la sacra guardia dei Mille, rappresentata da Enrico Razzeto, Stefano Olivari, Finocchietti, Giovanni Della Casa, Gaetano Grandola, David Uziel, Egisto Sivelli…

Chi scrive fu incaricato dai compagni di precederli, ambasciatore presso la famiglia… “ – Ben venuto, Bizzoni! … Vi aspettavo con impazienza. … Francesca! Soggiunse rivolgendosi alla madre di Clelia e di Manlio. Pensa alla colazione dei nostri ospiti…”. Non avevo riveduto il generale dal primo suo giungere a Roma, nell’aprile del 1879; lo rivedevo ora ben mutato; restavan di lui lo sguardo sereno anche nei patimenti del suo lungo martirio, la folta capigliatura biondo-fulva, leggermente brizzolata; il dolce, affascinante sorriso, la bella voce melodiosa e sonora, ma quel povero corpo… non aveva più forma umana; il pallore del volto cereo, e il bel profilo nazareno, rispettato dal malore e dagli anni, vi dicevan tutte le sofferenze di quel martire sublime. … Con ineffabile compiacenza riandava i giorni eroici con ognuno di noi, e a ciascuno ricordava un fatto speciale… Ma Mentana! Mentana gli pesava sempre sul cuore e, fatto torvo, esclamava: “I miserabili non ci vollero lasciar vincere!”

Per avvicinare la carrozzella-letto, fu improvvisata una zattera… il vento si faceva sempre più impetuoso… Appena passato il capo Corso, il mare infuriato scoteva quella misera nave come un fuscello… poco prima dell’imbrunire[4] del 4 giungemmo in vista di Genova.

A Genova il popolo accolse Garibaldi in trionfo. … Appena sbarcato, erasi recato… in via Assarotti, nella casa della sua diletta Teresa; non volle concedersi riposo senza prima aver salutato il marito di lei, Stefano, carcerato…

Capitolo V.  –  A Milano (1880 – 1881)

Il monumento che Milano inaugurava ai caduti di Mentana, il 3 novembre 1880… era anche una solenne protesta contro l’onnipotente Consorteria… la quale, non contenta di governare l’Italia, la calunniava, tentando violentare la storia e le coscienze. … apre le colonne del suo organo magno, La Perseveranza, ad una sottoscrizione di riconoscenza all’uomo del Due Dicembre, di Mentana, di Sedan… Non già al popolo…, all’esercito francese, per Magenta e Solferino; ma a Bonaparte, per Roma e Mentana, per Nizza e Savoia. Il piccolo, microscopico Gazzettino Rosa raccolse il guanto: alla sottoscrizione dei milionari, più o meno blasonati, contrappose sdegnato quella del popolo, per erigere un ricordo ai nostri morti sul campo di Mentana… Il Secolo pure offrì le sue colonne alla sottoscrizione, e in breve, costituitosi il Comitato, di cui era presidente Giuseppe Mussi, il monumento fu decretato; e ne fu affidata l’esecuzione allo scultore Belli, di Torino.

Garibaldi era stato fra i sottoscrittori[5]

Il I.° di novembre 1880, nelle prime ore del mattino, partiva da Milano un treno speciale per accogliere il generale alla stazione di Costigliole d’Asti… La notizia si divulgò con la rapidità della folgore, e si può dire che il treno, al ritorno, corresse da Costigliole a Milano fra due siepi di acclamanti. … Tanto più notevole e commovente quel trionfo improvvisato, perché Garibaldi poco aveva vissuto in Piemonte e l’aveva appena attraversato come meteora luminosa nel 1859… Entrati in Lombardia, l’entusiasmo divenne delirio… Quell’immensa massa d’uomini, forse un milione, in delirio, presentava uno spettacolo pauroso come un gran fiume, le cui disordinate correnti fossero per rompere le dighe…

Folla brutale, nel loro entusiasmo, e il corpo affralito del povero infermo fu per un momento in balìa dell’onda del popolo impazzito. … tutti noi dispersi, gittati dalle onde, chi qua chi là… Lungo l’immensa spianata, la strada di circonvallazione, i bastioni, il largo d’accesso alla porta di via Principe Umberto e quanto più lungi si stendeva lo sguardo non si scorgevano che volti umani contratti nell’urlo: Viva Garibaldi! Gli alberi… gremiti di grappoli umani; i comignoli, i tetti, i cornicioni, i fanali, le mura dei bastioni, gli arbusti della fossa, le caminiere giganteggianti delle fabbriche, tutto era coperto da una folla brulicante… Finalmente le guardie municipali, i reduci, riescono a fare un po’ di largo alle carrozze; si procede, ma poco: un cavallo della carrozza del generale soffocato dalla folla si abbatte. Il popolo vuole trascinare la carrozza a braccia[6]

Non una finestra non imbandierata, non una tegola sui tetti che sia visibile, perché tutti i tetti sono coperti di gente; perfino i campanili delle chiese sono ricolmi, e l’urlo tratto tratto interrompe il vocìo, salendo assordante al cielo. I malati, i morenti si fanno portare alle finestre, ai balconi, dove con le bandiere sono esposti i ritratti di Garibaldi; alcuni sui balconi hanno costruito come degli altari… Le donne piangono, gli uomini si agitano e gridano…

Dopo lento, lungo procedere, si giunge in piazza del Duomo gremita ancor più dei pressi della stazione: siamo in vista della nostra mèta, l’Hotel de la Ville, ma per giungervi occorrono altre ore. … E così per cinque lunghe ore… il tragitto per cui ordinariamente s’impiega un quarto d’ora! … Grandiosa, immensa, insuperabile dimostrazione d’affetto, di ammirazione, di riconoscenza, starei per dire di idolatria; mai né profeta, né imperatore, né re, né vincitore ebbe una simile accoglienza, una più entusiastica apoteosi. E nulla di ufficiale: non bugiardi archi di trionfo, testimonianti l’affetto dei popoli, la fedeltà dei funzionari a spese dei contribuenti; non sfilate di soldati, armati meglio contro il popolo che a difesa della patria. Non salamelecchi e imbandieramenti obbligatorî, non ufficiali festeggiamenti. L’entusiasmo pretto, sincero di un popolo che sapeva, sentiva di rappresentare in quell’ora l’Italia intiera…

Il sindaco dei moderati… comprese che vi era in Italia qualche cosa al di sopra delle autorità regie… Comprese esservi Garibaldi, il quale non solo aveva unito la patria a dispetto del re e degli imperatori stranieri, ma sintetizzava in sé tutte le aspirazioni del popolo, tutti i programmi dell’avvenire, tutte le speranze dell’umanità.

Per il monumento a Mentana, il municipio, non potendo negare l’area, aveva accordato la piazza più recondita di Milano, piazza Santa Marta… Si compensò improvvisando un nuovo trionfo al generale, allorché, seguìto da numeroso corteo di carrozze, il 3 novembre mattina, si recava all’inaugurazione. All’inaugurazione parlarono Mussi, presidente del Comitato, Rochefort per la Francia e Stefano Canzio – che le autorità di Genova avevano lasciato libero – lesse le seguenti parole per il generale…: “… Voi cortesi mi chiamaste ad assistere all’erezione di un monumento agli eroi nostri martiri di Mentana, caduti sotto il ferro delle soldatesche di Buonaparte, giunte agli sgherri del mostro papale, tuttavia alimentato e guarentito per la sventura d’Italia da un governo immorale. Questo monumento innalzato da voi, popolo generoso, innanzi all’infranta mole che altri tentava erigere all’imperatore Menzogna… Onore ai forti militi della libertà e della giustizia! Anatema ai tiranni ed ai cuori servili che li esaltano a detrimento ed inganno delle povere popolazioni che soffrono. … la memore coscienza del popolo glorifica i caduti pugnanti contro l’immondo prete. Questo acerrimo nemico della patria, questo corruttore della gioventù che, quasi donno[7] del sesso gentile, getta un lievito attossicato nell’educazione nazionale. Il connubio dei preti coi moderati, vecchi e nuovi, auspice il governo, è cosa nota. Oggi però, serrando le loro ordinanze, si preparano a suprema lotta contro il suffragio universale… il giudice inesorabile delle loro nefandezze, tra cui l’enorme inganno di questa libertà di cui gode l’Italia, mancipia di pochi elettori privilegiati, sempre docili a mandare in Parlamento i soliti individui, immutabilmente disposti a ricambiare colla servilità del voto l’onnipotente prestigio della candidatura officiale. … Intanto eguaglianza fra gli uomini. Ecco la legge. …

I governi anteriori… hanno trascinato il paese nel bivio fatale del servaggio o della rivoluzione. Figli della rivoluzione, noi non la vogliamo. Famigliari con essa, noi però non la temiamo… se la democrazia conta alcune defezioni, essa nutre nel suo seno molti generosi la cui fronte mai fu solcata dalla paura. Termino ricordando che, senza rinunziare alla fratellanza nostra colle altre nazioni, noi siamo immutabilmente fratelli della Francia repubblicana. …”

Scriveva a Giuseppe Mussi…: “Tutte le nazioni… devono dimenticare i loro rancori sull’altare della libertà, ed i popoli di Francia e d’Italia, che amici si serrano la destra davanti il monumento di Mentana, iniziano ed insegnano coll’efficacia dell’esempio la fratellanza dei popoli.”

L’ultima volta ch’io vidi il generale vivente fu ad Alassio. Alla riva del bel mare azzurro della Riviera di ponente, passava gran parte delle sue giornate in contemplazione dell’infinito… Davanti all’immenso mare, al cielo infinito, riandò con compiacenza i suoi giorni giovanili… Si può ben dire che perdonò tutto… ma non perdonò Mentana… E da Alassio scriveva ancora, il 29 novembre 1880, al Comitato centrale democratico di Roma: “Ricordate coloro che tentarono di far defezionare i mille di Talamone, e non riuscirono; riuscirono a far disertare 4000 volontari di Monterotondo; quindi la catastrofe di Mentana. …”

Qualche giorno dopo, scriveva al Secolo di Milano: “… Si dice che chiamai maestro Mazzini. Lo ignoro, ma ebbi maestri anche due preti, né perciò sono di fede pretina. Il mio repubblicanismo differisce da quello di Mazzini, essendo io socialista. …”

Faceva ritorno da Alassio alla sua Caprera nella seconda metà del febbraio 1881…

A Roma non era andata l’Italia, ma la monarchia italiana soltanto; la rivoluzione italiana si era fermata in cammino, e Garibaldi invano tentava spingerla; i suoi eccitamenti erano vani: Hic manebimus optime[8], rispondevano i soddisfatti. …

Ancora un terribile scatto, un ruggito leonino dell’eroe indignato: Bismarck… aveva, come pomo di discordia, lanciato fra la Francia e l’Italia il protettorato della reggenza di Tunisi; aveva detto all’Italia: occupatela! Alla Francia aveva detto: pretendetela! La Francia l’occupò, e l’Italia scornata si gettò in braccio alla Triplice alleanza… Ma anche ne’ suoi scatti più furenti, Garibaldi impreca ai governi, non mai alle nazioni irresponsabili delle colpe dei loro governanti… scriveva – il 29 settembre 1881 – all’on. Delattre: “… I nostri vicini austriaci e francesi devono comprendere che il tempo delle loro passeggiate nel bel paese è per sempre passato. E se i loro padroni hanno paura, gli italiani sono decisi di non più lasciarsi oltraggiare. …”

A Caprera… passava le intiere giornate in riva al mare… Il cicaleccio del suo piccolo Manlio, gli affetti domestici, suo solo conforto. … mai un lamento uscì dal suo labbro in quei giorni tormentosi, mai uno scatto d’impazienza contro l’avverso destino. Solo, sentendosi morire, vivo lo punse il desiderio di rivedere il teatro delle sue glorie…

Nel gennaio 1882 imbarcatosi sull’Esploratore, comandante Colonna, in stazione alla Maddalena, salpava per Napoli… Il popolo di Napoli lo aveva veduto vent’anni prima in tutta la pienezza della vita… Lo rivedeva ora nel suo letto di dolore… Grido d’entusiasmo o di dolore, fu in ogni modo infinita l’ovazione che Garibaldi ebbe dal popolo di Napoli. … e al sindaco che l’incontrava, irradiato dal suo bel sorriso, diceva: “Amore d’amor si paga!” E, infatti, mai tanto amore aveva un popolo nutrito per un eroe, e mai nessuno fu con altrettanto amore contraccambiato.

A Posillipo, Garibaldi stette oltre due mesi nella villa Maclean…

Salutata ed affettuosamente ringraziata la popolazione di Napoli, attraversava in ferrovia le Calabrie… su tutto il lungo percorso le popolazioni accorrevano ad acclamare il loro redentore. Messina l’accolse in delirio… e non sostò che un giorno. Partendo, salutava la patriottica città col seguente manifesto – 27 marzo 1882 – : “… Terra delle grandi iniziative, io, ricordando alla Sicilia il più grande eroismo di popolo che registri il mondo, il Vespro, ricorderò soltanto che gli assassini dei nostri padri di quell’epoca furono mandati e benedetti da un papa, e che i successori di quell’infallibile scellerato hanno venduto l’Italia settanta volte e sette allo straniero, e che oggi stesso stanno trattando di rivenderla, e non vi riescono o per mancanza di compratori, o perché gli italiani uniti esterminerebbero mediatori e barattieri. …”

Il 28 marzo giungeva a Palermo.

La signora Mario… riproduce alcune righe scritte da un corrispondente di un giornale di Londra, testimonio della scena commovente: “Giammai ho assistito”, scriveva Thomas Adolphus Trollope, “ad una scena così imponente, così patetica. Quella massa densa di popolo, tutta Palermo e gli abitanti dei dintorni, aspettarono il liberatore, giubilanti, deliranti. Ma alla vista di lui pallido, immobile, muto, essi non fiatarono più; guardavano piangenti. … non più un grido, un’acclamazione. Fin la musica taceva; durante quel tragitto di tre chilometri, neppur un battimano, neppur un solo evviva ruppe quel solenne silenzio che giustificò il detto del sindaco al popolo: Mai siete stati, come oggi, sublimi!”

Garibaldi alloggiava in casa del sindaco Pietro Ugo, marchese delle Favare… Il giorno dopo il suo arrivo, volle scrivere egli stesso di tutto suo pugno il manifesto ai palermitani: “A te, Palermo, città delle grandi iniziative, maestra nell’arte di cacciare i tiranni, a te appartiene il diritto della sublime iniziativa per cacciare dall’Italia il puntello di tutte le tirannidi, il corruttore delle genti, il patriarca delle menzogne, che, villeggiando sulla destra del Tevere, sguinzaglia di là i cagnotti all’adulterazione del suffragio universale quasi ottenuto, dopo d’aver venduta e prostrata l’Italia per la centesima volta; il Papato infine! Ricordati, valoroso popolo, che il papa mandò e benedisse gli sgherri che il 1282 tu scacciasti[9] con tanto eroismo. Forma quindi nel tuo seno, ove palpitano tanti cuori generosi, un’Associazione col titolo Emancipatrice dell’intelligenza umana, e la di lei missione sia quella di combattere l’ignoranza, e svegliare il libero pensiero e mandare per ciò tra le plebi della città e delle campagne a sostituire alla menzogna la religione del vero.”

Rimase nella sua cara Palermo fino al 17 aprile… Partendo, Garibaldi lasciava a Palermo questo commovente addio – 15 aprile 1882 – : “… Per questo popolo di liberi, insofferenti di servaggio, ho nutrito sempre sincero amore… Ieri volli onorarmi col titolo «di figlio di Palermo»; spero che tale titolo verrà da voi confermato, come il più prezioso della mia vita. Addio, popolo amato! Vostro per sempre, in tutti gli angoli della terra.”


[1] Nota di Garibaldi: Tali furono sempre le mie idee, scritte nel 1849 e copiate oggi nel 1871.

[2] Da oblazioni: offerte di denaro destinate a opere di pietà o di beneficenza; donazioni a istituti religiosi.

[3] Per la prima volta Rubattino aveva rifiutato.

[4] Il 4 ottobre 1880.

[5] Inviando a Bizzoni, il 29 gennaio e il 4 febbraio 1873, venti lire per il monumento ai martiri di Mentana.

[6] Ma Garibaldi si oppose a questa intenzione.

[7] Signore, capo, guida.

[8] Qui staremo benissimo.

[9] L’anno dei Vespri siciliani, moto popolare scoppiato a Palermo durante il vespro del 31 (o 30) marzo 1282 davanti alla chiesa di Santo Spirito, provocato dalla villania usata da un soldato francese verso una donna e dilagato per tutta l’isola contro la dominazione angioina. Come conseguenza dei Vespri siciliani scoppiò la guerra del Vespro che portò alla costituzione del regno di Trinacria. Il conflitto fu determinato dalla coalizione tra Aragonesi e Bizantini contro Carlo I d’Angiò, sostenuta dal papa Martino IV che offrì le corone di Aragona (regione della Spagna settentrionale) e di Sicilia a Carlo di Valois (Carlo I di Francia), e dal re di Francia Filippo III. L’esito della guerra del Vespro, sancito dalla pace di Caltabellotta (1302) fu l’insediamento della dinastia aragonese nel regno di Trinacria, con conseguente spartizione, dannosa per ambedue le parti, del regno tra Angioini e Aragonesi durata fino al 1442.

Immagine di Copertina tratta da Wikimedia Commons.

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