Libri da leggere – PIETRO BEMBO – Parte 17 di 22

La morte di Nerone torna in discussione per i versi 718-755. Dopo la notte di nozze, Poppea scoppia in lacrime e confida alla nutrice i sogni angosciosi che l’hanno turbata tra le braccia di Nerone. In questi versi il sogno prevede il suicidio di Nerone o l’uccisione di Crispino. Ci si può domandare se il sogno della morte presuppone l’avverarsi della morte stessa nella realtà storica. Ma Nerone morì tre anni dopo di Seneca e Crispino (Tacito, Annales) morì anche lui dopo di Seneca, nel 66: un fatto, questo, che escluderebbe l’autenticità senechiana dell’Octavia. Ma può essere che il passo citato non debba di necessità essere stato preceduto dalla morte di Nerone e/o di Crispino.

A parere del Santoro, l’Octavia sarebbe stata composta non solo dopo la morte di Crispino, ma addirittura dopo gli Annali di Tacito. Ciò a motivo della pretesa rielaborazione poetica delle notizie storiche offerte da Tacito sulla gelosia di Crispino (già marito di Poppea) verso Nerone e sulla uccisione di Crispino a opera di Nerone. Ma nella tragedia è Nerone che trafigge Crispino, mentre, secondo Tacito, Crispino ricevette l’ingiunzione di suicidarsi. Il Santoro risponde a questa obiezione ricordando che, nella tragedia, Ottavia sogna che Nerone stesso uccida lei e il fratello, mentre in realtà Ottavia fu uccisa da un centurione.

Al riguardo, il Flinck dimostra incertezze, mentre l’Enk e G. Carlsson propendono per la versione del suicidio di Nerone.

Il Köhm, sostenendo che sia stato Crispino ad essere ucciso, obietta che la data della morte di Crispino non è del tutto certa, a vedere da quanto afferma Tacito; oppure Seneca avrebbe saputo della condanna di Crispino.

Il sogno che agita Poppea subito dopo le nozze è effetto dello spettro di Agrippina, pieno di odio e di desiderio di vendetta. Come nel presagio di Agrippina, Poppea prevede il destino del suo nuovo matrimonio, presagisce la morte propria e di Nerone. Poppea subisce una fine improvvisa e inaspettata; nell’oltretomba rivede suo figlio e il primo marito. Il figlio era stato affogato ancor fanciullo (Svetonio, Nero = Nerone), ma Crispino morì dopo di lei, in seguito alla congiura di Pisone, nel 66: si tratta di un errore cronologico del poeta, una delle varie divergenze dell’Octavia dalla realtà storica.

Supponendo che l’ucciso del sogno sia Crispino, non si può accettare che la tragedia sia stata composta prima della morte di Seneca.

Il fatto che le effettive circostanze della morte di Crispino non coincidano con le predizioni del sogno di Poppea viene considerato una prova della autenticità senechiana (A.S. Pease, 1920), senza negare che, in ogni modo, l’autore avrebbe dovuto sapere di tale morte.

Il Pantzerhielm Thomas preferisce propendere per il suicidio di Nerone. Il procedimento da lui usato non risolve la questione sollevata attorno alla morte di Nerone o di Crispino, ma ne elimina i termini con l’introdurre una versione della morte di Poppea che, non corrispondendo alle circostanze reali, fa cadere ogni ipotesi sulla posteriorità dell’Octavia rispetto a tale morte.

Anche l’ipotesi di Köhm, che l’Octavia sia giunta alla forma attuale nel breve intervallo fra la condanna di Crispino e la morte di Seneca, può rientrare nel campo del possibile, ma si rimane comunque nell’incertezza.

È piuttosto necessario attenersi ai testi tradizionali non modificati da emendazioni e congetture, per cercare di riconoscere nel passo in questione un coerente sostrato storico.

Si confuta l’ipotesi relativa ai funerei roghi per la morte di Nerone e Poppea: non ci furono roghi, ma si può trattare di prefigurazione delle fiamme con cui il popolo, tumultuando in favore di Ottavia ripudiata, minaccerà di distruggere il palazzo di Nerone e Poppea.

Inaccettabile è la tesi di R. Helm, di un errore cronologico circa la presenza di Crispino nell’oltretomba, quando invece egli morì dopo Poppea. La verità è che l’oltretomba qui costituisce solo uno sfondo pauroso del sogno, senza corrispondenza con morti realmente avvenute. Così per quanto riguarda la chiusura del tempio di Giano, del 66 d.C., si può dare come possibile l’ipotesi di Köhm che già durante la vita di Seneca tale chiusura fosse stata progettata.

Tutte queste osservazioni dimostrano che è impossibile scorgere nel passo citato un coerente sostrato storico di fatti posteriori alla morte di Seneca. Ma la questione se il trafitto (dalla spada nella gola) sia Nerone per suicidio o Crispino per mano di Nerone rimane insoluta. Se si identifica la vittima con Nerone, si è in accordo con Svetonio che ne descrive la morte per suicidio, ma un esame più approfondito riporta alla testimonianza della recensione A; nel racconto svetoniano mancano particolari significativi e si trova una divergenza da altri particolari significativi: a) in Svetonio Nerone si suicida con l’aiuto di Epafrodito, mentre nel passo citato lo fa da solo; b) in Svetonio nerone muore nella villa di Faonte, contro la morte nel talamo di Poppea; c) in Svetonio Nerone parla, contro il suicidio nel talamo di Poppea, senza proferire parola. Tutto ciò fa pensare che la vittima possa non essere Nerone, ma Crispino per mano di Nerone. Sappiamo che in realtà Crispino non morì per mano di Nerone. Ma, se il verso 733 raffigura Crispino trafitto da Nerone nel talamo di Poppea, non è necessario vedere nell’anno 66 un termine che posticipi la composizione dell’Octavia.

In conclusione, la testimonianza dei manoscritti A sulla autenticità senechiana dell’Octavia non riceve alcuna valida smentita. Si può anzi formulare un’ipotesi sul gesto di Nerone che trafigge Crispino; nell’anno 62 Crispino non aveva sofferto ancora per la vita, ma bensì per l’onore: il gesto di Nerone potrebbe costituire una trasposizione simbolica dell’adulterio di Poppea, come duro colpo agli affetti e all’onore di Crispino.

* * *

L’anno della caduta di Nerone può costituire un termine dopo il quale la tragedia sarebbe stata composta, secondo il punto di vista di alcuni eruditi che credono di aver trovato allusioni all’insurrezione di Giulio Vindice (68 d.C.).

Il Vater sostiene che l’allusione a Giulio Vindice dimostra che l’Octavia fu scritta dopo la fine di Nerone, non essendo credibile che anche Seneca avesse previsto che Nerone sarebbe caduto in seguito al tentativo di Vindice.

Questa allusione non pare inverosimile al Ladek e pare solo probabile al Chickering, mentre il Flinck la giudica insostenibile. Ci crede peraltro lo Hosius. Lo Herrmann afferma che un siffatto argomento cronologico è da lasciare da parte. Anche R. Helm respinge la tesi delle allusioni, pur ritenendo che l’Octavia non sia opera di Seneca. Scorgere nelle parole della nutrice ad Ottavia un cenno a Vindice sarebbe addirittura stolto, una volta che al tempo dell’insurrezione della Gallia già da un pezzo Ottavia era morta. Quest’ultima osservazione pare (a Giancotti) decisiva; essa si ritrova anche nello Helm. L’osservazione dell’inconciliabilità della tesi delle allusioni a Vindice con la serie di fatti storici è da sottolineare. Ottavia e Poppea morirono prima del fatto e sarebbe un grave errore cronologico far predire l’insurrezione come fonte di un lieto giorno per Ottavia e di castigo per Poppea. Per di più, la rivolta di Vindice non fu nemmeno la causa diretta della morte di Nerone. Si tratta di inesistenza di un sostrato storico.

* * *

Alcuni filologi scorgono, nel colloquio di Ottavia con la sua nutrice e nel monologo dello spettro di Agrippina, predizioni della morte di Poppea, avvenuta, secondo Tacito, dopo la morte di Seneca.

Quanto alla prevedibilità di una triste fine dell’unione di Poppea e Nerone, sia pure solo per abbandono, osserva Giancotti, la previsione qui non c’entra affatto: la nutrice di Ottavia non prevede, nel senso vero e proprio della parola, ma conforta la sua signora (con questo cade l’argomentazione fatta in proposito dallo Herrmann).

* * *

C’è chi pensa che il monologo dello spettro di Agrippina contenga un’allusione a un evento dell’anno 66: la visita che Tiridate, re dell’Armenia, fece a Roma per offrire sudditanza a Nerone. Non c’è la minima ragione per pensare che le parole di Agrippina alludano all’episodio del 66 piuttosto che ai fatti del 63; si ha un solo indizio decisivo: sia Tacito sia Dione narrano prima la morte di Poppea, poi l’arrivo di Tiridate. Il Pantzerhielm Thomas conclude che l’autore dell’Octavia non vide la morte di Poppea, presupponendo che l’autore stesso descriva sempre con scrupolosità storica i fatti avvenuto entro i termini della sua vita o conosciuti con certezza (Giancotti non condivide).

(manca da pag. 58 a pag. 65)

La dipendenza dell’Octavia da Tacito si coglierebbe nel discorso che presso Tacito tiene Tigellino a Nerone per persuaderlo della necessità di eliminare Plauto e Silla e nel nesso tra l’uccisione di Plauto e Silla da una parte e le nozze di Nerone con Poppea dall’altra: nella tragedia, la determinazione di celebrare le nozze con Poppea scaturirebbe in Nerone dalla volontà di eliminare Plauto e Silla. La dipendenza della tragedia da Tacito sarebbe ribadita dalla relazione che in quella come in questo intercorre tra l’uccisione di Plauto e Silla e la sorte di Ottavia. Tale argomentazione non ha convinto R. Helm il quale cerca di dimostrare che l’autore non fu contemporaneo alle vicende dell’Octavia. Ma non si comprende bene che cosa renda tanto sicuro lo Helm nell’escludere che la connessione tra la sorte di Plauto e Silla e la sorte di Ottavia nella tragedia sia dovuta a esperienza personale di autore contemporaneo. Anche l’argomentazione del Santoro è poggiata su un grosso equivoco. Il riscontro istituito dal Santoro, in sostanza, non va al di là dell’esistenza del colloquio fra Tigellino e Nerone in Tacito e la presupposizione di un colloquio tra il prefetto e Nerone nella tragedia. Con ciò il Santoro ammetterebbe che Tacito inventò l’esistenza del discorso o le circostanze storiche a cui il discorso si riferiva, con grave minaccia per la stessa attendibilità storica di Tacito alla quale il Santoro era fedelissimo.

Lo Herrmann propone l’ipotesi che nell’Octavia vi siano entrambi i prefetti storicamente noti: Tigellino e Fenio Rufo, per spiegare la differenza delle due scene: l’ordine di uccidere Plauto e Silla e l’ordine di uccidere Ottavia. Ma non occorre ricorrere all’ipotesi di due diversi prefetti per spiegare la differenza delle due scene. La spiegazione più condivisibile pare sia da cercare nella trasfigurazione letteraria: anche se, nell’introdurre la figura del prefetto, l’autore dell’Octavia pensò a qualche personaggio storico, la concreta elaborazione della tragedia assoggettò la figura alle sue necessità espressive, anche contro ogni intenzionale riferimento alla realtà storica. Vale a dire che il prefetto fu un personaggio strumentale.

La posizione del Santoro è insostenibile, non solo per l’inesistenza di riscontri, ma anche per l’esagerazione delle divergenze tra l’Octavia e Tacito: il movimento popolare, in Tacito, sarebbe una semplice dimostrazione, mentre nella tragedia sarebbe una ribellione aperta.

Giancotti crede che non vi siano buone ragioni di pensare che, per raffigurare la rivolta, l’autore dell’Octavia non abbia utilizzato dati storici di sua diretta esperienza, sia pure trasfigurandoli in conformità alle sue esigenze espressive.

Tacito ricorda l’esilio di Ottavia in Campania, con la relegazione nell’isola di Pandataria e si sofferma sulla profonda impressione data dalla giovane esule a chiunque la vide partire. Questo passo conterrebbe considerazioni personali di Tacito e sarebbe imitato nell’Octavia. Ma esistono anche divergenze. Il Ladek vede giusto quando fa distinzione fra la liberta Atte, in Tacito, e Poppea nella tragedia. La parola famulae del verso 105 della tragedia allude a Poppea. Ammesso e non concesso che tale parola indichi Atte, ciò non prova la dipendenza del passo dagli Annales. Gli amori di Nerone e Atte, l’avversione che subito amareggiò l’unione di Nerone e Ottavia furono una realtà notissima e non c’è davvero ragione di supporre che l’autore della tragedia dovesse rivolgersi a Tacito per averne notizia.

Dopo Agrippina, moglie di Germanico, Tacito nomina la di lei figlia Giulia; così anche il coro dell’Octavia. Il Vater stima che la Giulia della tragedia sia la figlia di Agrippina e che, nel menzionarla, l’autore della tragedia abbia imitato Tacito.

Per altro verso, che l’identificazione della Giulia della tragedia con la figlia di Druso sia esatta è accettato dal L. von Ranke e dal Ladek. Il Vater prendeva a pretesto l’ordine cronologico delle morti delle due Giulie. Il Santoro, che pur condivide col Vater la tesi della dipendenza dell’Octavia da Tacito, riconosce tuttavia che l’ordine cronologico si riferisce alle nascite e non alle morti (in Svetonio è nominata per prima la Giulia maggiore di età, la figlia di Druso): dunque l’identificazione più spontanea e più fondata è quella che nella Giulia della tragedia vede la figlia di Druso e di Livia (divergenza rispetto a Tacito).

Al Santoro la divergenza circa la menzione di Giulia non sembra una prova dell’indipendenza e dell’anteriorità dell’Octavia rispetto agli Annali.

Non è trascurabile il fatto che, dal confronto con gli Annales, istituito per dimostrare la dipendenza dell’Octavia, risulta non solo che la tragedia è indipendente da Tacito, ma anche che essa contiene una notizia non tramandataci dallo storico: il destino di Giulia figlia di Druso e di Livia. Un altro motivo porta alla convinzione che Annales non è fonte dell’Octavia: la parola crimen che si trova in entrambi; ma questo non significa che uguale sia il significato. Che il significato fosse lo stesso fu sostenuto dal Santoro e, in un primo momento, anche dal Ladek il quale passò poi a diversa interpretazione: crimen con significato di ‘colpa’ nella tragedia e di ‘incolpazione’ in Annales. Il crimen, a cui Ottavia preferisce la morte, altro non è che la colpa che deriva dal suo odio per Nerone e dal volerlo morto. Quanto detto viene escluso dal Santoro il quale sottolinea la situazione di Ottavia come adultera con Aniceto, ma l’accusa di adulterio con Aniceto non fu che una calunnia.

In conclusione, il riscontro istituito per provare la dipendenza dell’Octavia da Annales dimostra non soltanto che la tragedia è indipendente, non soltanto che essa contiene su Giulia di Druso una notizia non offertaci da Tacito, ma anche una diversa intuizione del carattere dell’eroina. Negli Annali Ottavia non ha mai gli impeti di ribellione e di vendetta come è per la tragedia.

Altra divergenza: in Tacito Ottavia si lamenta quando già si trova nell’isola di Pandataria; nella tragedia quando è ancora a Roma, trascinata via dai soldati. Non c’è motivo di credere che la tragedia non possa ispirarsi alla realtà storica.

(mancano le pagg. 96-97)

Le divergenze fra Dione, Tacito e l’Octavia sulla fine di Agrippina (gettata in mare o morta per lo sfasciamento della nave che la trasportava o sotto il crollo del soffitto) non escludono, in sé e per sé, nemmeno che Tacito si sia potuto ispirare all’Octavia, in certi tratti per i quali importava, non tanto all’esattezza storica degli elementi offerti dalla tragedia, quanto il loro potenziale oratorio, la loro capacità di colorire un aspetto o una situazione. E neppure si può escludere che la versione dell’avvenuto sfasciamento della nave sia passata dall’Octavia a Dione, il quale potrebbe essere stato indotto a preferire la versione dell’Octavia da ragioni non quantitative, come appunto la suggestione del nome di Seneca. È conveniente osservare che la divergenza dell’Octavia dagli Annali, per ciò che concerne la nave di Agrippina, non è poi tanto grande quanto qualcuno pretende, giacché la tragedia non nega, né esclude il crollo del soffitto descritto dallo storico, ma lo tace soltanto. L’autore omette infatti altri particolari, ad esempio quello del perfido abbraccio con cui Nerone si congedò da Agrippina sulla riva del mare. All’autore non interessava la distinzione delle diverse fasi nella peripezia di Agrippina, ma la declamazione della naufraga contro l’ingratitudine di Nerone. Se l’Octavia è da attribuire a Seneca, la contemporaneità e la partecipazione di lui ad alcuni momenti della catastrofe di Agrippina non sono di per sé prove assolute dell’esattezza storica di quanto, in merito a tale catastrofe, rappresenta la tragedia. Seneca fu vicino ad Agrippina, ma fu vicino pure a Nerone. Se la vicinanza alla madre gli consentì di conoscerne bene le ultime ore, la vicinanza al figlio dovette determinare in lui una deformazione passionale dei fatti. Nella declamazione che l’Octavia pone sulle labbra della naufraga Agrippina si potrebbe scorgere l’autodifesa di Seneca, l’intenzione di additare in Nerone l’unico responsabile del matricidio (su Seneca era caduta l’accusa di essere stato istigatore o complice al matricidio di Nerone).

In misura ancora più debole, rispetto agli esempi precedenti, starebbero a dimostrare la dipendenza dell’Octavia da Dione i riscontri che si possono fare in merito all’incendio di Roma, alla distruzione delle immagini di Agrippina, agli amori di Poppea. La stessa cosa si può dire relativamente ai riscontri fatti per provare la dipendenza dell’Octavia da Tacito. Come s’è detto, è possibile il contrario (Vilh. Lundström, 1923, sostiene l’utilizzazione dell’Octavia da parte di Tacito).

L’Octavia presenta non trascurabili divergenze dagli storici a nostra disposizione, a proposito delle quali i sostenitori della derivazione dell’Octavia da fonti storiografiche (Tacito, Dione, Svetonio) hanno proposto varie tesi secondo le quali il rapporto della tragedia con l’uno o con l’altro degli storici consisterebbe nell’avere una o più fonti comuni con esso. Si fa riferimento a Livio, Plinio, Cluvio Rufo, Fabio Rustico, ma non si va oltre un procedimento per congetture. Le tesi delle fonti comuni, dunque, sono costruite nel vuoto.

In quanto a Tacito, egli non fu spettatore delle vicende riflesse nell’Octavia e, pertanto, se le somiglianze presuppongono una fonte scritta, non sarebbe improbabile pensare che l’Octavia possa essere la fonte di Tacito, ma anche questa è solo una congettura.


Immagine di Copertina tratta da AbeBooks.

Lascia un commento