Francesco Giancotti
SENECA PERSONAGGIO DELL’ “OCTAVIA”
Il tema trattato riguarda la relazione tenuta all’ottavo Congresso Internazionale di studio sul dramma antico (“Seneca e il teatro”) il 9 settembre 1981 in Siracusa.
1. Seneca personaggio dell’Octavia.
Domanda: Seneca è anche autore dell’Octavia?
Risposta: è possibile che l’Octavia non sia stata scritta da Seneca. La posizione più fondata tiene conto del fatto che l’Octavia è attribuita a Seneca dal ramo A della tradizione manoscritta di Seneca tragico (Giancotti 1954).
La testimonianza dei manoscritti A non è ancora stata smentita in modo probante. Non si vede a quali altri autori poter attribuire l’opera. La questione dell’autenticità è anche una questione di interpretazione. Forse stanno crescendo di numero coloro che non negano la paternità senechiana dell’Octavia (Trillitzsch 1971, J.A.S. Campos 1972, M. Rozelaar 1976, Giuseppina Simonetti Abbolito 1979).
Il tratto dell’Octavia in cui Seneca compare come personaggio, con il suo monologo e il dialogo con Nerone, è uno dei più discussi.
L’Autore (Giancotti) si propone di promuovere un dibattito costruttivo verso la produzione di risultati migliori.
2. La parte centrale dell’Octavia: quando Seneca interviene come personaggio.
Chi asserisce che Seneca, in quanto personaggio, non possa anche essere autore dell’Octavia, è condizionato dal confronto improprio con la situazione descritta in una lettera di Asinio Pollione a Cicerone, dove si parla del questore Balbo che si commuove dinanzi a una sua rappresentazione dove egli compare in veste di personaggio. Non è così per Seneca, in quanto egli avrà dipinto il personaggio Seneca escludendo il fatto di divenire spettatore di se stesso, nella previsione che l’opera sarebbe stata rappresentata postuma, per via dell’opposizione che egli provava per Nerone, allora regnante. Quindi Seneca autore avrà foggiato il personaggio Seneca per i posteri dopo Nerone. O può darsi che la tragedia fosse destinata a un pubblico di soli lettori.
Con cautela si può ipotizzare che l’Octavia sia incompiuta, sia pure in modo relativo.
Per qualche verso, in certe opere di Seneca (De vita beata) è possibile trovare riscontri che confluiscano nella produzione del personaggio di Octavia.
L’autore dell’Octavia è un contemporaneo dei suoi personaggi.
La tragedia fu composta, almeno in parte, dopo l’incendio di Roma (64 dc).
L’autore lascia in Seneca personaggio un messaggio per i posteri.
Il distacco di Seneca da Nerone avvenne dal 62 al 64. Nel 62 muore Burro. La narrazione di fatti del 62 dc costituisce il nucleo drammatico dell’Octavia, dall’uccisione di Plauto e Silla alla relegazione di Ottavia e alla sua uccisione (Tacito, ann.). Seneca sperava di poter influire su Nerone, ma i rapporti fra i due peggiorarono (Tacito, ann.) dopo l’incendio di Roma, l’edificazione della Domus Aurea e la spoliazione dei templi. Seneca abbandona anche le ricchezze che, già nel 62, aveva invano tentato di restituire a Nerone. Questi aspetta l’occasione per eliminare il vecchio maestro, la congiura di Pisone.
Fra il 64 e ai 65 Seneca, sotto l’odio di Nerone, ripudia il passato e il presente e si rivolge ai posteri. Ricorda con amarezza di essere stato coinvolto, con Burro, nel secondo attentato contro Agrippina. Seneca si rivolge ai posteri nella speranza di ottenere la loro rivendicazione di quei meriti che un presente tenebroso minacciava di cancellare. Era anche un tentativo di adempiere alla propria missione morale. Dopo aver citato gli esempi di Democrito, Socrate, Catone, Rutilio, si sofferma specialmente su Epicuro e Metrodoro. Vuole che i posteri siano in grado di esprimere un giudizio, affidandosi a fonti non inquinate dall’invidia, dalla malignità del secolo.
Si fa più forte l’ipotesi di un Seneca che abbia scritto l’Octavia come messaggio segreto per i posteri, affidando al personaggio Seneca il compito di un’autodifesa contro l’invidia e la malignità del secolo (che si ravvisa nella presa di posizione di Seneca in favore della sventurata moglie – Ottavia – del tiranno).
Qualcuno volle confutare l’attribuzione dell’Octavia a Seneca dicendo che quest’ultimo non poté scriverla per timore che venisse poi distrutta da Nerone. Ma Seneca era fiducioso che la sua opera sarebbe giunta ai posteri (Tacito, ann.), in quanto contemplava la propria vita proiettandone il senso oltre la morte, come un messaggio per l’avvenire. Seneca presenta ai posteri Nerone come il despota che vuole avere l’ultima parola nel dialogo. Sarà il personaggio Seneca a dire poi l’ultima parola, nel monologo, additando in Nerone l’ultimo gradino della corruttela del mondo. Egli vuole testimoniare se stesso, testimoniare il vero e insegnarlo, affidandosi a un insegnamento più rapido ed efficace perché procede per esempi anziché per precetti e concretando un messaggio ideale in un personaggio drammatico. Dunque, il personaggio Seneca come esempio che mostra il filosofo in azione: prima nel monologo, poi nel dialogo con Nerone.
Seneca dovette vedere se stesso come personaggio di primo piano di una tragedia storica: aveva un’intuizione della propria vita come tragedia. Questo si vede nelle ultime parole che (Tacito, ann.) Seneca rivolse agli amici esortandoli a superare il dolore per il suicidio al quale era costretto da Nerone.
Seneca e Nerone si fronteggiano come antagonisti, rappresentanti rispettivamente del bene e del male, del valore e del disvalore, della saggezza e dell’insania.
La materia storica dell’Octavia avalla l’interpretazione della tragedia come opera attribuibile a Seneca. Lo svolgimento della materia storica dell’Octavia richiama anche molti motivi impliciti nelle tragedie mitologiche dello stesso Seneca, nelle quali sono presenti numerosi elementi storici romani. Sotto le sembianze fantastiche dei personaggi sembrano celarsi profili storici, contemporanei all’autore. Ad esempio, alcuni riscontri fra il dispotismo di Caligola, Claudio, Nerone e la polemica che le tragedie di Seneca assiduamente conducono contro la tirannide. Il mito viene collegato alla storia. Le espressioni oratorie diventano strumenti volti a modificare una realtà contrapposta agli ideali dello scrittore. L’uso del mito diventa così un modo di rispondere a un’esigenza di libertà espressiva: rende possibile una trasfigurazione di elementi storici che sarebbero improponibili nella loro immediatezza, in quanto susciterebbero le rappresaglie del potere. Questo implica una certa dissimulazione anche per l’oratoria delle tragedie.
Il rapporto con il presente è però molto diverso da quello che appare nelle tragedie mitologiche. Queste erano previste per una pubblicazione immediata, nella speranza di influire sul presente, mentre nell’Octavia la speranza è volta verso l’avvenire, per coloro che saranno liberi dalla tirannide.
Nelle tragedie mitologiche si trovano non pochi personaggi che fanno eco al punto di vista personale di Seneca, la contrapposizione fra saggezza e insania (Agamennone/Pirro, come Seneca/Nerone). Tornando all’Octavia, non possiamo parlare di identificazioni, ma di una continuità rispettata da un autore che opera in condizioni soggettive e oggettive diverse (Troades/Octavia). In dialoghi presenti in due opere diverse (Troades/Octavia) i due antagonisti non discutono per contrasto di interessi personali, ma rappresentano diverse “dimensioni”, piani di valori (Agamennone e Seneca contro Pirro e Nerone), valori esaltati dai primi e calpestati dai secondi.
Il personaggio Seneca svolge un ruolo insostituibile. Nell’Octavia emerge la necessità che, a fronte delle tenebre di Nerone, splendesse la luce di Seneca. Nerone è un Anti-Seneca che postula la presenza e il contrapporsi di Seneca.
Agrippina appare come ombra che maledice il matricida Nerone e le sue imminenti nozze con Poppea. Agrippina è personaggio organicamente articolato nella intrinseca struttura della tragedia, una creatura dell’ultimo Seneca (degli ultimi mesi fra il 64 e il 65 d.c.).
Chi nega la paternità dell’Octavia a Seneca adduce il pretesto che Seneca sarebbe stato cinico a scrivere una tragedia con la figura di Agrippina. Ma in realtà sarebbe stato vero il contrario: se Agrippina non ci fosse stata, ed ella non poteva non esserci in una tragedia così antitirannica e antineroniana.
Dal monologo del personaggio si evince che il filosofo non poteva approvare il matrimonio di Nerone. Nel 59, quando Seneca ancora sperava nel principato e aveva come alleato il prefetto del pretorio Afranio Burro, la ragione di stato prevaleva sui sentimenti. Ma il distacco da Nerone si verifica fra il 64 e il 65, nell’ultimo Seneca: il compromesso del 59 si era rivelato vano, Nerone era irrecuperabile.
Seneca si sentiva unito ad Agrippina da comuni sventure. È così che pose sulla bocca del personaggio parole che dipingevano l’ignominia del matricidio neroniano, sia nel monologo sia nel dialogo. Nerone viene descritto quasi come la personificazione del secolo sciagurato che annovera in sé tanti mali.
Dal raffronto con la figura di Agrippina e mediante la storia dei rapporti fra lei e Seneca, il personaggio Seneca può essere interpretato come l’espressione di un autore che è lo stesso Seneca o un uomo a lui molto vicino.
3. Coloro che, a motivo della presenza del personaggio Seneca nell’Octavia, rifiutano di riconoscere Seneca come autore della tragedia, avanzano il pretesto che, se Seneca fosse autore dell’Octavia, ci si troverebbe di fronte a un caso privo di pertinenti riscontri nei testi noti e ciò escluderebbe la paternità senechiana dell’Octavia. Ma questo è un punto di vista che trascura le non poche eccezioni alle regole. Qui lo scrittore trasgredisce le norme, passando dalla tradizione all’innovazione. È possibile pensare che l’ultimo Seneca avesse una personalità capace di qualche ardimento innovativo, almeno parzialmente libera dagli schemi più usuali (F. Giancotti procede sempre in riferimento al suo saggio del 1954 – l’ “Octavia” attribuita a Seneca, Torino ’54 – facendo frequenti congetture e proponendo ampia possibilità di superamento dei problemi posti).
La possibilità di maggiore rilievo e interesse è quella della creazione di Seneca personaggio da parte di Seneca autore. Le analisi condotte inducono a concludere che la presenza di Seneca quale personaggio non è di per sé incompatibile con l’attribuzione dell’Octavia a Seneca.
Come prima ipotesi è possibile confermare che il personaggio risulta inquadrabile nella prospettiva della paternità senechiana.
Come seconda ipotesi si può congetturare che l’autore sia una persona molto vicina a Seneca.
Si può comunque osservare che il personaggio corrisponde bene al Seneca del 62 quale può essere stato rappresentato dal Seneca del 64-65, cioè dall’ultimo Seneca. Questa affermazione può essere verificata da alcune “novità” che la tragedia presenta rispetto a precedenti opere di Seneca. Tali novità non stanno a significare differenze dovute ad autori diversi, ma vanno interpretate come innovazioni dello stesso autore il quale presenta punti di vista differenziati. Le variazioni riguardano anzitutto il campo dei “contenuti”. Es.: nel monologo Seneca rimpiange la vita che condusse da relegato in Corsica, mentre nella Consolazione a Polibio aborrisce la selvaggia solitudine in terra corsa. Il nuovo atteggiamento, in verità, ben si addice all’ultimo Seneca, è l’espressione delle delusioni sofferte nel tentativo di realizzare il suo disegno etico-politico: a confronto della deludente Roma reale, la solitudine della Corsica diventa quasi il luogo ideale della vita contemplativa, quella ricercata dall’ultimo Seneca. La nostalgica rievocazione della vita solitaria condotta in Corsica si addice bene al Seneca del 62 e al Seneca del 64-65: essa è anche ‘attualizzazione’, ripresa di un motivo che la rispondenza del presente rinsalda e intensifica; in essa confluisce il senso dell’evasione dal secolo ingrato nel quale è precipitata la storia del mondo (di Roma), verso uno spettacolo di divina bellezza, di superiore armonia. Il disgregarsi del mondo coincide con il fenomeno della decadenza umana, come una sorta di giudizio cosmico su una stirpe umana che non sa più trovare la giustizia. Sarà la nuova generazione a rinascere migliore (l’età di Saturno). Nel monologo dell’Octavia, il personaggio Seneca presenta come prossima fase della storia del mondo e dell’umanità il crollo e il caos, prima del rinnovamento di una nuova stirpe per una prossima età dell’oro. In questo tema c’è variazione rispetto a quanto Seneca scrisse nel Ludus e nel De clementia, variazione dovuta alla caduta della speranza che Seneca aveva dapprincipio riposto in Nerone. Il differimento riguardante l’età dell’oro rientra in un quadro tipico delle utopie che promettono una felicità che deve venire, costrette dalla durezza della storia a rimandare indefinitamente l’avverarsi del sogno. Tutto ciò è congruo alle condizioni peculiari dell’ultimo Seneca. Altra variazione si scorge nel dialogo fra Seneca e Nerone: nel Ludus e nel De clementia Augusto veniva proposto come esempio a Nerone, nell’Octavia diventa un modello al quale Nerone dovrebbe sforzarsi di ritornare; anche questa variazione costituisce un aggiornamento che bene si armonizza con la situazione dell’ultimo Seneca.
Sarebbe un errore procedere a confronti non pertinenti: di questo passo si potrebbe arrivare persino a negare l’autenticità senechiana del Ludus de morte Claudii, per il solo fatto che questa opera ha caratteristiche peculiari, anche di lingua e di stile, che la contraddistinguono dalle altre opere di Seneca. In verità ciò è dovuto alle particolari condizioni, soggettive e oggettive, nelle quali si trovava l’autore quando la scrisse. Peraltro è possibile trovare analogie: ad esempio, l’atteggiamento dell’Octavia verso Nerone può essere in parte paragonato a quello del Ludus verso Claudio. Certe differenze nell’uso del linguaggio possono essere dovute a una scelta determinata di poetica e di stile.
Le condizioni oggettive dell’ultimo Seneca, trascurate da coloro che si scagliano contro la testimonianza dei manoscritti A, potrebbero aver condizionato certi particolari che paiono imperfetti o incongrui. Alcuni studiosi hanno cercato di falsificare l’autenticità della paternità senechiana dell’Octavia affidandosi a puri calcoli statistici di frequenze, trascurando così le peculiari condizioni soggettive e oggettive che possono aver influenzato Seneca nel comporre l’Octavia in modo diverso dalle opere precedenti, senza contare la probabile inattendibilità delle indicazioni quantitative legate a calcoli statistici.
4. La presente analisi considera la “possibilità” che l’Octavia non sia stata scritta da Seneca, nell’intesa di saggiare l’interpretabilità di Seneca personaggio come espressione di Seneca autore.
L’alternativa di un autore ‘senechiano’ può rientrare nelle possibilità, ma rappresenta una soluzione più debole. La testimonianza dei manoscritti A è un’ipotesi più forte; essa è stata trascurata, in passato, per privilegiare il codice Laurenziano (Etrusco = E). L’assenza dell’Octavia da E è tuttavia un fatto capace di destare dubbi sulla paternità senechiana.
Per quanto riguarda la lingua e lo stile, essi possono essere interpretati come senechiani, ma questo non deve essere confuso con l’asserire che lingua e stile provino senz’altro l’autenticità senechiana. Se non si può dire di possedere elementi capaci di garantire con sicurezza la paternità senechiana, si può tuttavia ammettere che neppure esistano ostacoli insormontabili al riconoscimento di tale paternità.
D’altra parte, le ipotesi che pongono paternità differenti recano pesanti limiti. È proprio all’interno dell’opera che non si scorge alcun elemento capace di persuadere di una paternità diversa da quella di Seneca: questa alternativa rappresenta una soluzione più debole, sorretta da determinazioni alquanto vaghe. Come dire che, finora, l’Octavia non è stata attribuita ad alcuno meglio che a Seneca. La negazione della paternità senechiana dell’Octavia, pertanto, resta soltanto un’ipotesi nel quadro di una problematica aperta.
Nota bibliografica
L’Autore, per la numerazione dei versi dell’Octavia, per le sigle e le varianti di codici e anche per le emendazioni e le congetture si attiene a: L.A. Senecae Thyestes Phaedra, ed. H. Moricca, Incerti poetae Octavia, Torino, 1947.
I
La testimonianza dei manoscritti A
Il problema dell’autenticità, centro della problematica dell’Octavia, ha una base nella tradizione manoscritta delle tragedie senechiane, nella divergenza del codice Laurenziano 37, 13 (Etrusco = E), che non comprende l’Octavia, dai codici di cosiddetta recensione interpolata, solitamente designata con la sigla A, che la tramandano, insieme alle 9 tragedie dell’Etrusco, sotto il nome di Seneca.
Quando si tratta di scegliere fra due varianti di E e di A per una qualsiasi parte delle 9 tragedie comuni ad entrambe le recensioni, bisogna prescindere da qualsiasi preconcetto generico circa una prevalenza di una recensione sull’altra, per concludere a favore della variante che si rivela preferibile in base al suo concreto valore.
Persino quando si sospetta d’essere innanzi a due varianti d’autore, bisogna tenere per fermo che ognuna delle due risponde a una distinta fase dell’elaborazione letteraria e dello svolgimento storico generale negando l’altra. Per contro, l’Etrusco non nega l’attribuzione dell’Octavia a Seneca. È necessario attenersi all’attribuzione della recensione A fino a che il sospetto, destato dall’assenza dell’Octavia da E, non sia stato avvalorato da prove decisive contro l’autenticità della tragedia. A fornire tali prove sono tenuti coloro che si oppongono, non coloro che si attengono all’attribuzione di A.
Anche i più convinti negatori dell’autenticità dell’Octvaia riconoscono che, allo stato attuale delle conoscenze, i manoscritti di per sé non possono porgere tali prove.
L’Octavia è ora intercalata fra altre tragedie (codice Laurenziano L, codice Vaticano lat. 1647), ora si trova all’ultimo posto (Ambrosiano D, Vaticano 1769): ciò non prova che l’attribuzione a Seneca possa essere invalidata.
Ci fu un’ipotesi (W. Braun 1863) che datava la composizione della tragedia nel XV secolo, smentita subito dall’esistenza di manoscritti dell’Octavia in età precedente.
Una seconda ipotesi (G. Richter) fa appartenere l’autore al IV secolo, che sarebbe un amanuense della recensione A.
Una terza ipotesi (E. Flinck 1919) fa pubblicare l’Octavia dopo la morte dell’autore o di Nerone.
A parte le ipotesi, il problema dell’Octavia può essere risolto soltanto con l’osservazione e l’interpretazione di dati di fatto, attraverso l’analisi della tragedia e ricercando se in essa vi siano elementi capaci di comprovare o di confutare le testimonianze della recensione A.
II
I presunti anacronismi.
I negatori dell’autenticità senechiana fanno cenno a fatti storici posteriori alla morte di Seneca.
I versi 618-631 descrivono la morte di Nerone (giugno 68, tre anni dopo la morte di Seneca) e pertanto non possono essere stati scritti prima del giugno 68. Più di uno fra gli studiosi negatori (E.C. Chickering 1926), nega che nell’Octavia la morte di Nerone sia descritta con precisa dipendenza dalla realtà storica.
L’ombra di Agrippina, emersa dal Tartaro per le nozze di Nerone e Poppea, presagisce la rovina dell’ingrato figlio (Agrippina aveva ucciso l’imperatore Claudio, suo marito e zio, per dare a Nerone l’impero).
Tacito non parla della morte di Nerone. Qualcosa si può sapere dagli scritti di Svetonio e di Cassio Dione. Si è molto insistito sul nesso che ci sarebbe fra l’Octavia e il testo di Svetonio. D’altra parte, A. Siegmund (1910-1911) contrappone a tale nesso il riscontro dell’Octavia con l’Ibis di Ovidio, anteriore alla morte di Nerone. Ovidio fu molto letto da Seneca.
Il Chickering crede, con altri, che il passo dell’Octavia si possa interpretare come una previsione fatta da un uomo che conosceva bene Nerone.
Anche secondo Flinck l’Octavia stessa ci dà la prova che l’imprecazione dell’ombra di Agrippina non va collocata in un contesto storico-temporale, ma riguarda la sfera dei desideri che non si sono ancora realizzati: la parola letum (morte) del verso 620, prima delle parole verbera (frustate) e fugam (fuga) si riferisce non a una condanna a morte, ma a pene scontate da Nerone dopo la morte, agli Inferi.
L’Octavia dimostra un’indipendenza dalla realtà storica: così Nerone non morì trafitto dai suoi nemici, ma si suicidò, come scrive Svetonio.
A.L. Herrmann e R. Helm (1934) respingono l’interpretazione del Siegmund e del Flinck. A.L. Herrmann obietta che, mentre Cesare, Caligola, Domiziano erano stati uccisi nel pieno della loro potenza, Nerone sarebbe morto abbandonato e solo.
Al Siegmund e al Flinck si accostano S. Pantzerhielm Thomas e Leopoldo von Ranke nel giudicare le frasi in questione troppo vaghe perché possano essere state scritte dopo la morte di Nerone.
A. Santoro esclude ogni dubbio sulla esatta conoscenza della morte di Nerone da parte dell’autore della tragedia, rilevando l’intervallo di tempo che intercorre fra il 62 e il 68.
B.M. Marti (1952) ha ricordato che, secondo Svetonio, già durante la vita di Nerone gli astrologi avevano predetto la sua deposizione.
Conclusioni che si possono trarre:
Dalle interpretazioni delle parole di Agrippina come imprecazione (Siegmund) e come previsione (Chickering), nessuna delle due esclude l’altra. L’idea del Flinck sulla parola letum posta all’inizio del verso 620 non è sufficientemente dimostrativa; degne di maggiore rilievo sono invece le sue osservazioni sul divario di particolari tra il racconto svetoniano e il passo dell’Octavia. Il divario tra L. Herrmann e il testo svetoniano, per quanto riguarda il suicidio di Nerone, è reale.
A monte di tutte le discussioni si presuppone che il racconto svetoniano corrisponda con esattezza alla realtà storica. Il Siegmund ha proposto la tesi della dipendenza di Svetonio dall’Octavia, senza tuttavia proporre dimostrazioni analitiche. A questo ha pensato J. Köhm (1927), cercando di dimostrare che tutto il racconto di Svetonio sulla morte di Nerone è un cumulo di contraddizioni e di inverosimiglianze e non rappresenta affatto una narrazione storica lineare (un giudizio che a Giancotti pare eccessivo). Nella tesi di Köhm, l’Octaviaè l’unica fonte di Svetonio. Ma il Köhm crede che all’influsso dell’Octavia si intrecci, nel racconto svetoniano, l’influsso della concezione di Nerone come Anticristo costretto a subire gli stessi tormenti di Cristo (corona di spine, flagellazione). Riferendosi alla testimonianza del contemporaneo Dione Crisostomo circa l’incertezza sulla morte di Nerone, conclude che non sappiamo proprio come in effetti finì Nerone.
Quelle di Köhm sono congetture, anche se ben intessute, le quali offrono la dimostrazione della ritorcibilità di congetture opposte formulate da coloro che, in base al confronto con Svetonio, pretendono di dimostrare che l’Octavia sia stata composta dopo la morte di Nerone.
Risultati della disamina fin qui condotta:
1) In merito alla morte di Nerone, tra l’Octavia e Svetonio sussistono divergenze innegabili.
2) I riscontri possibili fra i due testi non bastano a dimostrare la loro parentela, sia per filiazione dell’uno dall’altro sia per dipendenza di entrambi da una fonte comune.
3) Se il racconto svetoniano viene esaminato secondo i criteri utilizzati da coloro che sostengono essere l’Octavia posteriore alla morte di Nerone, può anch’esso apparire costituito da elementi immaginari, offrendo pertanto la prova della ritorcibilità degli argomenti di quella tesi.
4) Il racconto svetoniano, particolarmente determinato e privo di qualsiasi allusione a tradizioni diverse, si pone in urto con la testimonianza del contemporaneo Dione Crisostomo circa l’incertezza sulle circostanze della morte di Nerone e contro ciò che Tacito afferma circa le molteplici dicerie su quella morte.
Dall’esame di questi quattro risultati si può ammettere la maggiore forza del dato positivo della attribuzione dell’Octavia a Seneca da parte della recensione A, rispetto agli argomenti contrari, portati sul confronto con Svetonio.
Si può dunque affermare l’insussistenza del presunto anacronismo dei versi 618-631.
Immagine di Copertina tratta da Daily Stoic.

