Garibaldi nella sua epopea – Parte 17 di 24

Achille  Bizzoni

Garibaldi nella sua epopea

(dal 1807 al 1882)

(scritto all’inizio 1900)

Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14

Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15

(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)

Parte 17 di 24

Capitolo 9° – Mentana (1867)

I tre eserciti nemici di Garibaldi nella gloriosa ritirata da Roma del 1849 risorgevano ora a difesa del papato. L’esercito francese, l’esercito spagnolo, sostituito dal papalino, forte di diecimila uomini, e infine l’italiano, sostitutore dell’austriaco nell’eterna lotta contro la libertà, contro l’unificazione d’Italia rappresentante la rivolta all’impostura clericale, sostenitrice di tutte le tirannidi, di tutti i dispotismi.

Vittorio Emanuele, che ancora pochi giorni prima, ministro Rattazzi, cospirava per infrangere la Convenzione di settembre… come mai si trovava schierato coi nemici dell’Italia? Come mai quell’esercito che, fremente, pochi giorni prima acclamava Garibaldi, ora si schierava nemico? Miracoli della disciplina; gli eserciti non hanno patria, non hanno che padroni dispotici, i quali li adoperano come un’arma; passivo strumento, complice necessario dei delitti politici, o inconscio difensore di nobili cause, del diritto contro la violenza.

Molti antichi, valorosi compagni d’arme di Garibaldi… tentarono di convincere il generale della necessità di desistere dalla lotta, la quale non poteva aver altro risultato che un inutile, sterile, cruento sagrificio. Non così la pensava l’eroe.

Scrive Garibaldi: “… La situazione dei corpi volontari, se non era quindi brillante, non era tuttavia deplorevole, se avessimo coll’aiuto del paese potuto completare l’armamento, il vestiario…”. L’esercito papalino era demoralizzato… Il popolo romano… si preparava con nuovo animo, capitanato da Cucchi ed altri prodi… Tutto prometteva infine la caduta del prete, nemico del genere umano. … Alla voce del padrone[1], gli uomini che sì indegnamente governavano l’Italia… dicevano: “… Alle prime fucilate di Roma noi corriamo in aiuto ai fratelli!” – Menzogna! Menzogna! Voi correste, ma per l’eccidio dei fratelli… Menzogna! Menzogna! Voi ed il magnanimo alleato occupaste Roma ed il suo territorio, per lasciare l’esercito dei mercenari del papa, libero, intiero… passare con tutte le sue forze… sopra un pugno di volontari malissimamente armati e privi di ogni cosa più necessaria… Già dissi i mazziniani aver cominciato la loro propaganda dissolvente da quando cominciò la nostra ritirata dal Casino dei Pazzi… «Andiamo a casa a proclamar la repubblica e far le barricate», dicevano ai miei militi nell’Agro Romano nel 1867… Il risultato di queste mene mazziniane fu la diserzione di circa tremila giovani[2] dalla nostra ritirata del Casino de’ Pazzi sino a Mentana… Immensi sono i danni a me cagionati da cotesta gente mazziniana… Mazzini era certamente migliore dei suoi seguaci…

Noi dovevamo cercare altro campo d’azione, altra base per poter vivere, mantenerci… fu deciso di marciar su Tivoli, onde metterci l’Appennino alle spalle ed avvicinarci alle provincie meridionali.”

Non troppe erano le minute prescrizioni del generale in capo… Ma non uno, non uno escluso[3] dei luogotenenti del generale comprese…

Degli ordini previdenti, chiari, accurati del generale, non uno era stato eseguito o diligentemente sorvegliato… A Mentana… la sua cieca fiducia nel figlio, prode, ma del suo genio non erede, fu la prima causa di quella infausta battaglia…

Narra Garibaldi: “… Passato il villaggio di Mentana, le fucilate mi avvisarono della presenza del nemico… non v’era altro espediente che di accettare il combattimento… Io mandai dunque a Menotti, che marciava all’avanguardia, l’ordine di occupare le forti posizioni… e di far testa. … Intanto il combattimento ferveva micidiale su tutta la linea. … Devo però confessare che i volontari, demoralizzati per il gran numero di diserzioni, non si mostrarono in quel giorno degni della loro fama. … All’una pomeridiana circa ebbe principio il combattimento, e verso le tre di posizione in posizione il nemico ci aveva cacciati mille metri indietro sul villaggio di Mentana. … Una carica alla baionetta eseguita da tutta la nostra linea, e i tiri a bruciapelo dei nostri, collocati alle finestre delle case di Mentana, avevano seminato il terreno di cadaveri papalini. Noi eravamo vittoriosi, il nemico fuggiva… e sino alle quattro pomeridiane la vittoria sorrideva ai campioni della libertà italiana… Si era vittoriosi, e non si voleva completare la vittoria perseguendo un nemico che aveva abbandonato il campo. … Infine, governo italiano, preti e mazziniani erano pervenuti a gettar lo sconforto nelle nostre file. … Verso le quattro pomeridiane la voce che una colonna di duemila soldati del Bonaparte ci attaccava in coda, diede l’ultimo crollo alla costanza dei volontari, ed era falsa. … Quei papalini ch’eran scappati davanti a noi, sostenuti ora dalle colonne francesi[4], vengono avanti baldanzosi, … I francesi… vengono avanti coi loro tremendi chassepots, grandinando proietti… Ah! Se i nostri giovani, docili alla mia voce, avessero conservato, e lo si poteva con poco pericolo, le posizioni riconquistate di Mentana, pur limitandosi a difenderle, forse il 3 novembre andrebbe annoverato tra le giornate gloriose della democrazia italiana… Verso le cinque pomeridiane, meno i pochi difensori di Mentana collocati nelle case, tutte le nostre colonne erano in ritirata su Monterotondo, ed in disordine. … Dall’alto della torre del castello di Monterotondo, m’ero assicurato ch’era falsa la notizia dei duemila francesi… che dovevano attaccarci in coda… Malvagità umana! esclamerò io. E di quanti malvagi non occorre purgare questa società italiana, tanto corrotta dai preti e dagli amici dei preti! … Sull’imbrunire del 3 novembre ci ritirammo sul Passo di Corese[5]… Nella mattina de 4 novembre si deposero le armi sul ponte. …”

… Gli ufficiali senza uniformi, senza distintivi, non erano obbediti…

Grande il venerando Fabrizi… Canzio… fu, come sempre il brillante ufficiale nato per sfidare il pericolo… Menotti, Missori, Bezzi, Cella, Mario ed altri molti… fecero prodigi di valore. …

Il nemico, vittorioso, aperse un fuoco indiavolato… ma non osò inseguire…

La battaglia per noi era perduta, e impossibile una rivincita, causa le condizioni disperate dell’esercito, senza munizioni da guerra e da bocca… inermi di fronte ad un nemico armato di armi di precisione e dal tiro rapidissimo. … chi scrive, testimone e attore del memorabile combattimento, può fare fede; chè maggiore, e ridotto senza soldati, aveva dovuto limitare la sua mansione al raccogliere cartuccie nel tascapane dei feriti, e vuotar quello dei morti onde distribuirle sulla linea combattente dei tiragliatori chiedenti cartuccie ad alte grida.

La flotta francese, partita da Tolone, aveva sbarcato a Civitavecchia, il 29 ottobre dodicimila uomini, sotto il comando del generale De Failly… i papalini combattenti erano ottomila… Noi, davanti a Mentana, lasciammo centocinquanta morti; i nemici ne lasciarono duecentocinquantasei… I franco-papali, il giorno dopo la vittoria, ricondussero in Roma, glorioso trofeo, novecento prigionieri, pei quali non fu rispettata la capitolazione di Mentana…

Capitolo 10° – Figline (1867-1870)

Un convoglio speciale era stato apprestato per Garibaldi e il suo stato maggiore, diretto a Firenze, da dove il generale divisava recarsi a Caprera…

Giunti a Figline, ove una compagnia di bersaglieri stava schierata davanti alla stazione, il treno si arrestò. A tutti gli ufficiali di Garibaldi fu trasmesso ordine, di carrozza in carrozza, di scendere, mentre il tenente colonnello Camosso dei carabinieri, intimava l’arresto al generale[6]. … Solo a Canzio e a Basso fu permesso di accompagnare il prigioniero…

Il giorno seguente, i presenti all’arresto del generale, riuniti a Firenze, sottoscrissero una protesta che fu pubblicata dalla Riforma[7] il giorno 6 novembre. … Dal Varignano, dov’era stato imprigionato, carcere per lui di vecchia conoscenza, Garibaldi scriveva al signor Willian T. Rice, console degli Stati Uniti a Spezia: “… Profittando delle gentilezze vostre e del ministro americano in Firenze, io, come cittadino degli Stati Uniti, bramo di recarmi a Caprera, sotto la protezione della vostra bandiera. …”

Il 26 novembre giunse a Spezia l’ordine di scarcerazione. … Il giorno 27, Garibaldi, rivedeva finalmente la sua Caprera, che non doveva più lasciare fino al giorno (il 4 ottobre 1870) in cui il yacht Ville de Paris andò a liberarlo dalla sua relegazione. … Nei primi dell’anno 1868, indirizzava numerose lettere ad amici: “… Sì, io so che non son tutti morti in Italia i prodi; e spero con voi, lo sapranno presto i preti, i mercenari ed i traditori. … Più che a me, alle generose italiane, come voi, tocca la missione di guarire questo paese dalla malsanìa clericale… È dovere di ogni italiano di combattere il prete, peste d’Italia. … Dite agli italiani che tentino di lavare il sangue di Monti[8], e vedranno s’io mancherò al mio posto…”

Nelle sue lettere ai democratici stranieri campeggia sempre il suo ideale, ancora tanto lontano, della fratellanza dei popoli contro tutte le tirannidi, dalla superstizione clericale sorrette. … In risposta al colonnello ungherese Dunyov, un glorioso mutilato delle campagne d’Italia e per l’Italia, scriveva: “Che l’Ungheria e l’Italia siano sorelle lo prova la gamba perduta eroicamente da voi sui campi delle battaglie italiane, ove, con Tuckeri e tanti prodi figli della vostra nobile patria, faceste bello il nome magiaro. … credete forse che l’Austria non appiccherà ancora ungheresi, nel giorno in cui, passata la paura, essa getterà la maschera di gesuitica ipocrisia che copre il suo volto di iena? …”

La dichiarazione di guerra della Francia alla Prussia datava dal 19 luglio 1870; le ostilità cominciarono il 2 d’agosto, e nel primo giorno di settembre, dopo una sequela di disastri seguitisi con rapidità fulminea, avveniva la battaglia di Sedan, per la quale l’imperatore dei francesi si consegnava prigioniero al re Guglielmo. … Conseguenza della caduta di Napoleone III… fu l’occupazione di Roma da parte delle truppe italiane… con le cannonate di Porta Pia, e l’analogo assalto alla breccia, appoggiato, nientemeno! da cinque divisioni, comandate dal generale Cadorna. … Il 25 settembre, pregato dal cardinale Antonelli, Cadorna pose presidio nel castello Sant’Angelo e provvide alla custodia esterna del Vaticano.

Capitolo 11° – La Francia (1870-1871)

Il 6 settembre 1870 Garibaldi scriveva al signor Schon di Stoccolma, membro dei comitati per la pace: “… Voi conoscete naturalmente la mia idea di un’unione mondiale… Gli Stati Uniti, l’Inghilterra, la Scandinavia, la Francia, la Germania, sotto la cui protezione si debbono porre tutte le potenze minori, formerebbero una magnifica base per quella unione, e i deputati delle repubbliche di tutte le nazioni del mondo dovrebbero formare un areopago a Nizza, città libera, e stabilire ivi i seguenti primi articoli della costituzione universale: I.° È impossibile la guerra fra le nazioni; 2.° Qualunque differenza sorta fra alcune di esse si dovrà sottoporre all’areopago, affinché la componga pacificamente. …”

Ai suoi amici scriveva il 7 settembre 1870: “Ieri vi dicevo guerra ad oltranza a Bonaparte. Vi dico oggi: Sorreggere la Repubblica francese con tutti i mezzi. Io, invalido, mi sono offerto al governo provvisorio di Parigi…”

Il 13 settembre 1870 scriveva a Stefano Canzio: “Mio caro figlio, Dal governo francese non ho risposta: e quella robaccia che si chiama governo italiano mi tien prigioniero. …”

Il colonnello Bordone, poi generale, capo di stato maggiore dei Vosgi, antico soldato di Garibaldi nella campagna del 1860-61… scriveva al generale, invitandolo ad accorrere in aiuto della sua patria nel supremo pericolo. Garibaldi rispondeva: “Si je puis sortir de ma prison, je serai avec vous.”  – Il Bordone… partì per Caprera col yacht la Ville de Paris… narra: “Allochè il 4 ottobre, il yacht la Ville de Paris giunse nel canale della Moneta, egli (Garibaldi) lo aspettava sulla spiaggia, dove si era fatto condurre in una piccola carrozzella a mano, soffrendo dei suoi dolori reumatici. … tutto era pronto per la fuga, e la nave liberatrice rientrava in breve nel porto di Marsiglia…

Garibaldi si fermò a Marsiglia soltanto la notte del 7 ottobre; evitando di passare da Lione, si recò direttamente a Tours, dove giunse l’8; il giorno prima dell’arrivo di Gambetta, uscito da Parigi in pallone…

La situazione era più che mai disperata, allorché giunse Gambetta. Egli assunse immediatamente l’amministrazione dei due ministeri dell’interno e della guerra, chiamando a suo cooperatore alla guerra il signor Freycinet.

Garibaldi accettò di recarsi, con mezzi insufficienti, nella zona dei Vosgi, ove cominciavano a presentarsi le teste di colonna dei badesi. Il generale scelse Dôle per cento delle sue operazioni… giunse a Dôle il 14 ottobre…

Narra Garibaldi: “Ch’io non sia entrato in buone grazie della monarchia sabauda, al mio arrivo in Italia dall’America, nel 1848, è cosa naturale. Ch’io abbia suscitato delle antipatie fra i suoi servitori, dal primo ministro ai generali dell’esercito e da questi agli ultimi uscieri, innestati all’esistenza del governo regio, era pure conseguenza normale degli uomini e delle cose. Ciò che non posso esattamente spiegarmi si è la sfavorevole accoglienza fattami da quegli uomini che possono chiamarsi giustamente i luminari del moderno periodo di risorgimento nazionale e che furono tanto benemeriti: come, per esempio, Mazzini, Manin, Guerrazzi ed alcuni loro amici. La stessa sorte toccommi in Francia nel 1870-71. Eppure in Francia, come in Italia, io ho trovato tra le popolazioni una simpatia entusiastica, certamente molto superiore al mio merito…

E qui, giova ripetere essere grande errore dei popoli che rimangono padroni di loro stessi… di non eleggere il governo di un solo uomo onesto, col nome di dittatore o altro, ma di uno solo! Non ricorrere ai governi molteplici, generalmente di dottori, che passano il maggior tempo a deliberare invece di agire celermente, come esigono le urgenti circostanze.

Giunsi a Marsiglia il 7 ottobre 1870. … Giunsi a Tours, ove trovai Cremieux e Glais-Bizoin… A Tours perdetti varî giorni per l’indecisione del governo, e mi trovai sul punto di dovermene tornare a casa, perché compresi volersi, come già dissi, servire del mio povero nome e null’altro. L’incarico che si voleva darmi era quello di organizzare alcune centinaia di volontari italiani che si trovavano a Chambéry ed a Marsiglia. Dopo varie controversie con quei signori, mi recai a Dôle… Da Dôle ebbi ordine in novembre di portarmi colla gente nel Morvan… Io scelsi Autun per porvi il mio quartier generale. …”

Mentre Cambriels[9] era in piena ritirata su Baume-les-Dames e Besançon, Garibaldi, il 18 ottobre, con un pugno di franchi tiratori esplora la foresta delle Serre e ne sloggia gli ulani appena sopraggiunti. Il 20, Menotti, che già ha respinto i distaccamenti prussiani al di là dell’Ognon, combatte a Ougney e a Marnay; il 22 si scontra con l’avanguardia de generale Werder avanti di Gray, verso Fay-Billot e Pesmes, e la forza a retrocedere; il 23, al momento d’una marcia verso Pontailler, il generale Cambriels appoggiando sul fianco destro minacciato, Garibaldi accorre, combatte al ponte di Ognon presso d’Ougney e nella foresta di Mondragon; il 28, si porta avanti della foresta della Serre, sul fianco sinistro delle truppe di Werder, e arresta il nemico già padrone di Digione, cercando di impadronirsi del passaggio della Saona a Saint-Jean-de-Losne e a Seurre… Tuttavia Gambetta, in omaggio ai generali e alla burocrazia bonapartisti, non seppe, non volle dare un comando degno al solo uomo che col suo genio, col suo prestigio, creava gli eroi e rialzava il morale degli eserciti in fuga e delle popolazioni al solo suo presentarsi.

Nel giorno 28 Garibaldi ricevette un dispaccio dal ministro della guerra De Freycinet: “… Reputo che sarebbe più vantaggioso che colle vostre valorose truppe andaste a difendere i défilés del Morvan, propizî per i vostri combattimenti e i vostri audaci colpi di mano. …”

Garibaldi rispose immediatamente: “Grazie della vostra fiducia, eseguirò il movimento indicato”. Altrettanto laconico era stato il primo ordine del giorno ai suoi militi, ai quali aveva fatto distribuire un libricino di istruzioni pratiche sul modo di combattere la piccola guerra, scritte durante la traversata da Caprera a Marsiglia. … Quelle istruzioni, scriveva il Bordone, sei anni dopo la campagna, divennero la base delle prime riforme applicate, nell’esercito francese, alla scuola di guerra per il reggimento, il battaglione e la compagnia. …

Le truppe che si riunirono ad Autun, pomposamente chiamate l’Esercito dei Vosgi, erano così composte: … cinquemila uomini circa, senza il più piccolo pezzo da montagna… fronteggiante il generale Werder, occupante Digione con trentacinquemila uomini, sessanta pezzi di artiglieria e due reggimenti di cavalleria. …

Per quanto ostico il generale ai bonapartisti dell’esercito e della burocrazia di cui fatalmente si era circondato Gambetta, il lavoro di organizzazione, se fu qualche volta ritardato, non fu mai decisamente impedito, come avvenne sempre in Italia coi La Marmora e con gli altri. … Che cosa dire dei governi del re galantuomo, che, avendo gli arsenali muniti di armi eccellenti, armarono sempre i volontari con quanto di più antiquato, di più inservibile trovarono negli scarti dei magazzini?…

Le munizioni da bocca e da guerra[10] non mancarono mai in nessuna circostanza; il vestiario… ci fu provveduto in copia, come non ci avvenne mai in patria. …

Frattanto, nuovi volontari giungevano dall’Italia… ingrossando sempre il nostro esercito, che in breve raggiunse i diecimila uomini.

Chi scrive, uscito dalle carceri regie, amnistiato in omaggio al 20 settembre… raggiunse l’esercito dei Vosgi ad Autun… Il generale? scrivevo da Autun. Il generale non dispera mai, è raggiante: lo direste ringiovanito. Gli ostacoli che incontra dappertutto… non valgono che a renderlo più attivo, più testardo, direi, contro le contrarietà coalizzate, che lo vogliono abbattere. Si alza alle quattro; alle sei è già in corsa nella sua carrozza… raccoglie dalla bocca dei contadini i ragguagli, le informazioni sull’essere del nemico, studia il terreno, rinfranca le popolazioni col suo sorriso. … Gli uomini grandi si rivelano nelle circostanze difficili, in quelle cioè in cui il volgare si affoga; ed io credo che in nessuna campagna la mente e il cuore del veterano della libertà si siano rivelati quanto in quest’ultima, nella quale seppe vincere, a dispetto d’ogni cosa, del destino stesso… Quando vedete un vecchio curvato dagli anni, dalle ferite, dalle malattie, dai disagi, un vecchio sofferente… quando lo vedete il più attivo, il più coraggioso, il più fidente nella vittoria e nel trionfo finale… quando lo vedete ilare, sereno fra i volti sparuti… quando lo vedete più giovane dei giovani, più ardito dei coraggiosissimi… quando vedete gli uomini migliorare, trasformarsi al suo contatto; voi chiedete di quale impasto sia formato; se sia realmente un uomo o non un semidio della immaginosa mitologia degli antichi. … Non è se non avvicinando Garibaldi che si può spiegare il segreto dei suoi trionfi, della sua vita passata, delle sue gloriose gesta, che lo fecero leggenda presso tutti i popoli del mondo… Il mistero è in lui; è nella mente elettissima e nel suo gran cuore! … quei dipartimenti, che temevano il di lui arrivo, per le infamie, scritte dai clericali, che l’avevano preceduto, e lo avevano additato alle popolazioni come un Attila feroce, lo venerarono poi e lo elessero rappresentante dell’Assemblea nazionale…

L’11 novembre 1870, da Autun, Garibaldi dettava istruzioni a suo figlio Ricciotti: “Partendo da Autun, tu devi pigliare la direzione di Semur e di Montbard per tutelare le comunicazioni del nemico, il quale occupa Troyes e Auxerre, e di quello che occupa Dijon. Potendo arrivare a Montbard, Châtillon, Chaumont, Neufchâteau sulla gran linea di comunicazione dell’inimico… la quale va da Strasburgo a Parigi, l’operazione diventerà molto più ardua e più importante. … Ti raccomando severissimamente un buon contegno cogli abitanti, i quali devono amare e stimare i militi della Repubblica. …”

Il 14 novembre, Ricciotti, con ottocento franchi tiratori, partiva da Autun e… in tre giorni, giungeva a Semur per Amay-le-Duc, Saulieu, Précy. Il suo compito… era di por freno ai foraggieri nemici e alle colonne di requisizione.

Lasciato qualche riposo a’ suoi militi, si rimette in marcia all’annottare, giungendo prima dello spuntar dell’alba alle porte di Châtillon. … I prussiani, colti nel sonno, corrono alle armi… alcuni prussiani, presi da terrore, si gettano dalle finestre dei primi piani… La zuffa, la strage durava da due ore… Il colonnello Prussiano non fuggì: inforcato il suo cavallo… si lanciò a trotto serrato contro i nemici, per trovare la morte… Quell’episodio pose fine alla lotta: i prussiani si arresero. Era il 19 mattina: In cinque giorni Ricciotti aveva attraversato parte della Saône et-Loire, tutta la Côte d’Or, più di cencinquanta chilometri, e fra le linee nemiche aveva eseguito l’audace sorpresa, con sì brillante successo.

Scrive il capo di stato maggiore Bordone: “… in quell’epoca, vale a dire verso il 15 novembre, il generale si trovava in una situazione analoga a quella nella quale erasi trovato in Italia nel 1866, dopo il primo combattimento di Monte Snello. Steso nel suo letto, alla sottoprefettura di Autun, martirizzato dai dolori artritici, egli ordinava tutte le mosse, presiedeva a tutti i servizi dell’esercito. Non era in preda soltanto ai dolori fisici: la condotta tenuta a suo riguardo fu sul punto più d’una volta di fargli perdere la pazienza. Allorché aveva ottenuto da Gambetta e dal signor De Freycinet gli ordini necessari perché gli si spedissero truppa, armi e munizioni, egli le vedeva fermate per via da qualche altro capo, che li tratteneva per non servirsene…”


[1] Napoleone III.

[2] Circa la metà del contingente.

[3] Neppure il colonnello Menotti Garibaldi che aveva ricevuto l’ordine di partire all’alba ma, per distribuire un quantitativo di scarpe giunte nella notte da Passo Corese, ritardò la pertenza a mezzogiorno.

[4] Dalle colonne del De Failly, accorso in sostegno.

[5] Il ponte di Corese divideva a quell’epoca il territorio romano dall’italiano.

[6] Uno dei carabinieri, comandato di sollevare Garibaldi per portarlo via a forza, nell’atto di provare ad afferrarlo cadde svenuto.

[7] Il giornale di Crispi.

[8] Monti fu ghigliottinato dal papa sotto l’accusa d’aver fatto saltare la caserma Serristori in Roma col supposto complice Tognetti.

[9] Generale francese destinato ai Vosgi con trentamila uomini.

[10] I volontari in Francia erano armati con fucili tabatière, chassepots, remington o spencer, winchester a ripetizione o carabine svizzere.


Immagine di Copertina tratta da Storia e Memoria di Bologna.

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