Intronizzazione. Commovente e insieme attraente la cerimonia solenne della Messa d’inizio del pontificato di Papa Leone XIV. Per una moltitudine di persone, indubbiamente, al solo vedere la partecipazione di massa lungo le strade percorse dal Papa sulla papamobile e una piazza San Pietro gremita all’inverosimile.
Il nuovo pontefice ha retto nobilmente allo stress prolungato per tutta la mattina di domenica 18 maggio 2025, dimostrandosi mestamente padrone della situazione, non senza riuscire a trattenere qualche attimo di commozione manifestata in seguito all’imposizione del pallio e dell’anello del Pescatore, atto dovuto e accompagnato dalle sue sante parole: “Sono stato scelto senza alcun merito e con timore e tremore vengo a voi come un fratello che vuole farsi servo della fede sulla via dell’amore di Dio, che ci vuole uniti in un’unica famiglia. Amore e unità sono le due dimensioni della missione affidata a Pietro da Gesù”.
La cerimonia terminava con l’accoglienza del Papa verso le delegazioni straniere. Penso al mormorio interiore delle sue silenti considerazioni nel fare buon viso a tutti, nel rispondere con un sorriso a ognuna di quelle espressioni di compiacimento, a quelle più genuine e sentite, come a quelle più di prammatica e rispondenti a precisi doveri diplomatici. Ma, poi, non da trascurarsi il disagio sul piano fisico, ore e ore in piedi e ripetute strette di mano, almeno cento cinquantasei della serie, che, come immagino, avranno lasciato nella mano destra del Papa un segno prolungato di disagio, se non proprio di fastidio e di dolore. Una cosa è stringere la mano a un amico incontrato per via, altra cosa è prestare una stretta di mano a un centinaio e mezzo di persone, anzi, anche di più perché molti dei rappresentanti erano accompagnati dalle consorti che la stretta di mano del Papa certo non disdegnarono.
Credo proprio che Leone XIV sia uscito da quei momenti di alta dignità diplomatica, ma anche di notevole onere, con la mano destra più che dolente. Dopodiché, poiché amo soffermarmi poco poco su alcuni particolari che hanno destato la mia attenzione, armato del mio abituale senso critico che nulla risparmia nel valutare le situazioni analizzate, mi permetterò di citare alcuni fra i momenti selezionati; forse un po’ inopportunamente, ma neppure tanto come si vedrà.
Iniziamo dal baciare la mano del Papa. Numerosi fra i rappresentanti delle delegazioni straniere, uomini soprattutto, ma anche una parte delle signore, si inchinavano per lambire di un bacio la mano del Papa, stabilendo nello stesso tempo un contatto fisico con la posa delle labbra. Ebbene, non è forse questa una vera e propria occasione favorevole a eventuali e indesiderate trasmissioni virali, o almeno di germi patogeni? La stessa cosa, ho notato, si verificava nella distribuzione ai fedeli dell’Ostia consacrata: chi la raccoglieva con la mano e si comunicava da sé, chi protendeva il viso aprendo la bocca ed estraendo in parte la lingua perché il sacerdote vi posasse il simbolo della Comunione. Il contatto delle dita dell’offerente con la lingua o le labbra del ricevente non era cosa rara, e anche qui, se andassimo ad applicare con rigore certe precauzioni di ordine igienico-sanitario, ci sarebbe molto da eccepire.
Un’altra osservazione, questa di poco conto ma di un certo interesse, riguarda, a parer mio, l’annuncio di un collaboratore che suggeriva a mano a mano al Papa il nome e la personalità giuridica dei rappresentanti che avanzavano in procinto di rendere omaggio. Sarebbe stato consigliabile farne parte anche agli spettatori in TV; la cosa non avrebbe imposto particolari difficoltà per il personale tecnico presente in sala: sul fondo dello schermo televisivo, infatti, per tutta la durata della presentazione appariva una striscia blu portante la scritta “L’incontro del Papa con le delegazioni straniere”. L’opportunità di quei momenti risiedeva nel fatto che a tale titolo si sarebbe potuto sostituire l’identità nominale dei singoli omaggianti nell’attimo in cui si stavano avvicinando a Papa Leone. Sarebbe stata un’opzione assai interessante, forse anche gradita, per una più circostanziata partecipazione del pubblico rimasto in casa e fisso davanti all’apparecchio televisivo, ma anche per gli astanti in piazza San Pietro che dai grandi teleschermi avrebbe appreso notizie più esaurienti sul volgersi della cerimonia.
Lascio queste osservazioni del tutto marginali e passo a considerazioni molto più profonde. Voglio dunque spendere alcune parole sugli sfarzi, sulla sontuosità, sulla manifestazione di grandezza prodigati come sfondo e sostegno a tutto lo snodarsi di quella che un tempo era stata intitolata “l’incoronazione del Papa”. A questo penso, a muovere dall’impressione in me suscitata dal volto del nostro amato Presidente della Repubblica, On. Sergio Mattarella: lo notai affaticato, stanco, persino un po’ oppresso in alcune circostanze. Poi pensai che, se fossi stato io in lui, mi sarei soffermato su un paio di osservazioni critiche: “Ma come, un cardinale eletto papa, poi ricoperto di onori, persino intronizzato e dichiarato pastore dei fedeli di tutto il mondo, seguito e acclamato da una folla enorme, e incenso, incenso a non finire, ma chi abbiamo di fronte? Un papa-re, un papa-Dio? Un presidente della Repubblica di un Paese libero è forse considerato meritevole di minori attenzioni, di molto minori riguardi?”. Ma, poi, io non sono il Presidente, e queste elucubrazioni le serbo strettamente per me.
A parte l’osservazione riportata, che può anche non entrare nel merito di ciò che qui più mi preme portare alla luce, mi voglio dedicare ora all’analisi, sì, una vera e propria analisi, di una fra quelle che valuto come le contraddizioni più vistose sulle quali poggia il credo della fede cattolica. E qui entriamo nel difficile, ma tanto non mi spaventa, dal momento in cui mi sforzai di avvicinarmi a quella Verità che più cerchiamo di rincorre per raggiungerla, più si allontana.
Una prima contraddizione la incontro, su un piano di puro calcolo materiale, andando a vedere i costi affrontati per mettere in piedi una cerimonia di dimensioni mondiali come quella dell’intronizzazione. Devo dire che ho acquisito qualche informazione mettendo il naso fra le pagine Internet dove appaiono resoconti allestiti da Vanityfair e dal periodico Il Giornale. La cosa che mi stupisce dapprincipio è l’apparire di un “buco” finanziario nel bilancio del Vaticano: si parla di ben 83 milioni conteggiati nel deficit del bilancio per l’anno 2023 e di 50 milioni per gli anni precedenti. Si viene dunque a sapere che la Chiesa vaticana non naviga in acque floride in quanto a ricchezze disponibili, ma ciò si può spiegare con le spese sostenute, spese folli talvolta. La pomposità delle cerimonie, degli arredi, degli addobbi, dei sacri paramenti, qualora fosse necessariamente contenuta, farebbe scomparire in pochissimo tempo l’ammanco rilevato, ne trarrebbe un utile sicuro che potrebbe essere meglio devoluto a chi soffre nel bisogno.
Così la pensava e così avrebbe voluto Papa Francesco, il quale per prima cosa nel suo mandato rinunciò all’appannaggio che gli era dovuto. Subito dopo essere stato eletto decise di apportare una sostanziale riduzione alle rendite percepite dagli ecclesiastici. Fu infatti per primo Papa Francesco a ridimensionare le spettanze dei suoi sottoposti, tramite una riduzione iniziale del 10 per cento sugli stipendi pagati e sulle indennità accessorie, ma anche la sospensione di alcune indennità storiche, vedi la Gratifica per la Segreteria, vedi l’Indennità di Ufficio. Neppure approfittò, Papa Francesco, della possibilità conferitagli di attingere denaro dall’Obolo di San Pietro, l’Ente di raccolta fondi sostenuto dalle donazioni dei fedeli. Egli stesso diede esempio fattuale rinunciando a ricevere qualsivoglia compenso nella sua funzione di sommo pontefice. Anzi, se aveva messo insieme alcuni suoi risparmi, volle devolverli interamente a beneficio dei detenuti del carcere “Regina Coeli”. E, insieme, spinse cardinali e vescovi ad allontanare dalle proprie ambizioni e dalla propria persona i privilegi e le ostentazioni fino a quel momento in auge. Ma qui si pone l’obbligo di andare a curiosare nell’ammontare delle rendite sopra citate.
Dalle pagine Web consultate riesco a ricavare un emolumento mensile di 2.500 Euro per il Papa; uno stipendio, sempre a cadenza mensile, nella fascia da 3.000 a 5.000 Euro per i cardinali; uno stipendio fino a un massimo di 3.000 Euro per i vescovi e una congrua limitata a 1.000-1.200 Euro per parroci e curati, i veri “paria” della congregazione complessiva, eccezion fatta per coloro che riusciranno a costruirsi una carriera religiosa invidiabile, dove capacità diplomatiche e politiche faranno la differenza. In tempi precedenti alla venuta di Papa Francesco i cardinali di Curia ricevevano una retribuzione mensile pari a 5.500 Euro, con alloggio e auto di servizio gratuiti.
Ancora dalle statistiche consultate vengo a ricavare la presenza, nel mondo, di 252 cardinali, di 5.340 vescovi e di 407.872 sacerdoti di parrocchia, per la copertura degli stipendi dei quali occorre un esborso mensile che potrebbe superare i 625 milioni. Ebbene, questi fondi si riescono a trovare, grazie ai gettiti gratuiti che quotidianamente arrivano a pioggia alle casse vaticane, grazie ai lasciti e alle donazioni, ai benefici fiscali e alle concessioni di varia natura di cui gode lo Stato Vaticano.
Conti alla mano, quanto si potrebbe detrarre da questa cifra per aiutare chi veramente non riesce a metter insieme il pranzo con la cena? Gesù e i suoi apostoli non vivevano certo di rendita: abbandonarono le abituali attività e si incamminarono sulla via della evangelizzazione, vestiti di umili capi e calzati di logori sandali. Sì, sono cambiati i tempi, sono sopravvenute nuove esigenze, la nostra condizione non è più quella dei discepoli di Gesù. Il loro esempio, tuttavia, e la parola del Maestro in primis, ci dicono qualcosa di importante al riguardo.
Anche i viaggi dei papi nel mondo costano una fortuna, ma i costi pagati sono pian piano coperti dallo stillicidio di elemosine e di benefici che la presenza, la visibilità, l’impressionabilità comunicate al passaggio del papa in visita pastorale riescono a far confluire nei forzieri vaticani. Una goccia nel mare è proprio nulla, già lo affermava Madre Teresa di Calcutta, ma tante gocce, una insieme all’altra, formano gli oceani.
Le cifre esibite si riferiscono a quanto viene dichiarato, ma non sappiamo di una eventuale presenza di transazioni o di movimenti finanziari su piattaforme diverse, volti a creare profitti sensibili. Le stesse chiamate di popolo, verificatesi in occasione di Giubilei, di elezioni a nuovi papi, di feste patronali, di ostensione di oggetti sacri e di altre manifestazioni del genere, apportano una considerevole ricaduta nelle casse vaticane, dovuta all’elemosina di una quantità indescrivibile di moneta sonante. Musei e opere d’arte di conclamato valore fanno il resto nell’attirare valuta corrente.
La fastosità degli apparati, peraltro, è motivo indispensabile per arrivare a smuovere la sensibilità degli astanti, per stupire, per dare visibilità, per creare immagini di grandiosità e potenza. I comportamenti adottati dai cardinali in processione sono improntati a solennità cadenzata, controllata dalla movenza di passi lenti, solenni, sicuri, anch’essi mirati a creare fascino e meraviglia, dove la vera presenza di un Dio agognato si riduce a chimera. Se questo Dio, ammesso il suo essere al di sopra di ogni effimera manifestazione umana, si degnasse di rispondere con un suo gesto di assenso, credo che non lo farebbe all’indirizzo delle apparenze e dei colpi d’occhio, ma esclusivamente dell’amore e della devozione che albergano nel cuore delle persone, almeno di quella parte che ha compreso dove e come dirigere il proprio pensiero e i propri affetti.
I presupposti per un potere di ampie dimensioni ci sono per il Vaticano, e il Collegio dei Cardinali questo lo ha molto ben presente. Tutto insieme, di fronte all’opinione pubblica e al discernimento dei regnanti, il capo della Chiesa cattolica detiene un potere enorme, nel quale la gente del popolo ripone la propria fiducia e la propria speranza, soprattutto nella possibilità che dal pontefice deriva di voler cambiare il mondo.
Un’ultima dolorosa constatazione la voglio riportare in questa sede prima di chiudere la chiacchierata, ed è quella della guerra fra i popoli. Ecco, nel bel mezzo della parata per l’intronizzazione del papa, sui teleschermi si apre una nuova videata, completamente fuori tema, diversa tranne che per la drammaticità con cui tutti partecipano alla scena proposta:
Fuoco, bambini stracciati e feriti, privi di parti del corpo, invocanti la mamma con grida strazianti, donne disperate che mostrano sul volto il vero segno lasciato da un inferno inarrestabile, uomini con fra le braccia i loro piccoli, morti sotto i colpi delle artiglierie, gente che fugge, impazzita, senza sapere dove andare.
Una voce mesta e profonda annuncia: Oltre 295 milioni di persone in 53 Paesi e territori sono in stato di “fame acuta”, quasi più 14 milioni dal 2023, dato previsto in crescita per sei anni consecutivi. Si tratta del 22,6% della popolazione valutata ed è emergenza per l’infanzia: quasi 38 milioni di bambini sono malnutriti e vittime di 26 crisi nutrizionali. Stiamo vivendo “un mondo fuori rotta”.
A Gaza, a due mesi dall’inizio dell’ultimo blocco, due milioni di persone muoiono di fame, mentre 116 mila tonnellate di cibo sono bloccate al confine, a pochi minuti di distanza. Il rischio di carestia a Gaza sta aumentando. E aumento delle ostilità, ordini di evacuazione, riduzione di spazi umanitari sono causa di un afflusso di vittime entro un sistema sanitario già in ginocchio.
Il 20 maggio 2025 almeno 23 persone sono morte nei raid aerei israeliani delle ultime ore in varie zone della Striscia.
Nella notte seguente sono 44 le vittime, salite poi a 73, e decine di feriti nei raid israeliani che hanno colpito abitazioni e rifugi occupati da sfollati. Le vittime sono per lo più donne e bambini.
Poi i maxischermi si ingrigiscono, offuscano e allontanano le immagini di terrore, riprendono le scene di gaudio e di fratellanza. Mentre donne, vecchi, infermi e bambini, tanti bambini, stanno morendo, per la fame soprattutto, ma in gran misura per il dirompente furore omicida delle armi. Ci sono le risorse, ma uomini armati fino ai denti ne impediscono la consegna a chi sta languendo e accasciandosi per non sollevarsi più. Ci sono le risorse e vanno soggette a deterioramento con il passare dei giorni, e i bambini piegano il capo, in un ultimo respira che li libera da ogni dolore. Mentre scrivo mi giunge una notizia parzialmente confortevole: una parte degli automezzi portanti aiuti hanno avuto il permesso di raggiungere i campi profughi, spero sia l’inizio di un miglioramento, dopo che le voci di tutto il mondo hanno fatto sentire lo sdegno e la condanna per ciò che sta accadendo nella Striscia.
Noi? Che cosa facciamo noi? Al più ci rattristiamo, ci rammarichiamo, condanniamo e commentiamo con parole roventi, e… stiamo a guardare. La violenza ha il sopravvento su tutti, anche su chi coltiva idee fra le più umanamente nobili.
Da parte di noi Italiani pare che qualcosa si muova. Leggo su Televideo del mattino 22 maggio 2025 l’approvazione data dalla Camera alla mozione di maggioranza che chiede di fermare i combattimenti nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania: 166 sono i voti favorevoli, 110 i contrari e 8 gli astenuti. E subito mi domando: Come è possibile che non si arrivi all’unanimità su una questione di tale portata? Vincono ancora le divergenze partitiche che inducono a esprimere parere dell’opposizione sempre e comunque contrario a quello della maggioranza? Ed è possibile che qualcuno si astenga dal votare? Non è interessato per ciò che di tremendo avviene fuori e lontano da casa sua? Perché, prima di esprimere il proprio parere, non si recano sui campi di guerra per rendersi conto dell’inferno che dilaga?
Io spero che questo nuovo Papa, dallo sguardo determinato e intelligente, prenda presto le redini di quel destriero già parzialmente domato da Papa Francesco e decida, senza esitazione, di mutare veramente volto al succedersi di tanti orribili misfatti nel mondo. Non più a belle parole soltanto, ma chiamando a raccolta tutti i capi di Stato e di Governo che hanno colto l’ineluttabilità del da farsi. Quale nobile esempio sarebbe un ripercorrere il comportamento del suo eroico predecessore, Papa Leone I Magno che nel 452 affrontò l’invasore unno Attila e, con la forza della fede, riuscì a evitare il sacco di Roma; non solo, ma, trascorsi appena tre anni, ottenne dai Vandali di Genserico il rispetto per la vita dei romani!
Ma che dico, un uomo armato di una fede incrollabile, capace di puntare il dito contro i potenti delle guerre, di affrontarli e di costringerli a desistere dai loro propositi devastanti? Ai tempi nostri non possono ripetersi certi episodi che, nei secoli scorsi, fecero storia. Oggi c’è l’Onu, ed è quanto dovrebbe bastare, sulla indicazione delle varie Convenzioni, a tenera alla larga i pericoli di conflittualità armata. Sì, è vero, abbiamo dato vita all’Onu, ma che fa? Come tutto il mondo, usa atteggiarsi senza decisioni di fatto di fronte alle disgrazie portate dall’uomo contro i propri simili. Anche l’Onu si destreggia con definizioni già udite e con un fiume di parole, ma poi non si muove dal prescelto ruolo di spettatore. E la gente continua a morire!
Non vedo altro modo: come Leone Magno nel fermare le orde di Attila, così i maggiori rappresentanti degli Stati del mondo, non solo dell’Europa, dovrebbero riunirsi in una falange che non faccia solo politica di contrasto o di assenso, ma che si porti fisicamente al cospetto degli attuali signori della guerra e imponga un cambiamento di rotta repentino, decisivo, liberatorio dal male che da troppi anni ormai dilaga sul Pianeta: “Basta, e mai più”.
Noi, e tutta umanità, viviamo perennemente sotto la minaccia di avvenimenti terribili forieri di annientamento: dai conflitti nucleari alle pandemie, ai pericoli derivanti da mostri extraplanetari vaganti che potrebbero colpire inesorabilmente il nostro Pianeta, alle carestie sospinte dai cambiamenti climatici, all’esaurimento delle risorse nutrizionali, alla carenza sempre più grave di disponibilità all’uso dell’acqua, alle migrazioni che stanno diventando di massa per via della guerra, della fame, della miseria, della disperazione.
Sempre più urgente diventa apportare correzioni drastiche a questo mondo “fuori rotta”, mettendo insieme le energie e agendo in unità di intenti per salvare il salvabile. Il solo non farlo, già di per sé si pone come atto di connivenza alla perpetrazione degli eccidi e delle disgrazie che, ormai, stanno diventando di massa, come elementi autoreplicanti di un sistema perverso.
Immagine di Copertina tratta da Globalist.

