Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 4 di 24
Capitolo 30° – La fuga del Borbone (1849-1850)
Scrive Emilio Dandolo: “D’una semplicità patriarcale, forse un po’ spinta, Garibaldi assembra più a un capo di tribù indiana che a un generale; ma quando s’avvicina od incalza il pericolo, allora è veramente mirabile per coraggio ed avvedutezza… La Legione Garibaldi, forte di circa mille armati, era composta del più disordinato accozzamento d’uomini diversi. Giovinetti di 12 ai 14 anni, chiamati dal più nobile entusiasmo o dalla naturale inquietezza, vecchi soldati riuniti dal nome e dalla fama del celebre condottiero di Montevideo, e, in mezzo a questi, molti di coloro che cercano nella confusione della guerra impurità e licenza, ecco di quali elementi era formato quel corpo veramente originale. Gli ufficiali erano scelti fra i più coraggiosi, e levati di piè pari ai gradi superiori, senza badare ad anzianità, o regola di forma; oggi se ne vedeva uno colla sciabola al fianco, era capitano; domani, per amor di varietà, ripigliando il moschetto rientrava nelle file, ed eccolo tornato soldato…”.
Il 9 maggio 1849 Garibaldi, a Palestrina, attacca e mette in fuga le colonne borboniche che avanzavano su Roma, comandate dai generali Lanza e Winspeare.
19 Maggio 1849: Sotto il comando del generale Roselli, Garibaldi prende l’iniziativa e muove contro i borbonici, quando Roselli indugiava a motivo del ritardo delle vettovaglie. I borbonici tenevano Velletri. Ma, sopraffatti dal numero, i repubblicani fuggono. Garibaldi, nella confusione con cavalli imbizzarriti, viene gettato in un fosso. Sta per essere trafitto da un maggiore degli ussari regi quando Aghiar, il fedele e inseparabile negro, colpisce con la lancia il cavallo dell’ufficiale. Accorre il capitano Ramorino, uno dei compagni d’America, con la sua compagnia di giovinetti, 83 soldati, monelli dai 12 ai 15 anni, all’impeto dei quali nulla resiste. Garibaldi è salvo, i borbonici, incalzati da nuovo impeto, messi in fuga.
Garibaldi avrebbe voluto inseguire i borbonici che riparavano in Velletri, ma Roselli, temporeggiando, glielo impedì e “arrestò la vittoria a mezzo il corso” (Augusto Vecchi). Non volle credere il Roselli e neppure volle cedere alle supplicazioni di Garibaldi, fremente di vedersi ancora una volta impedita la vittoria, non dal nemico, ma dai suoi, dal suo capo impostogli dall’ostile triumvirato. Infine, Velletri fu presa. Alle due ore dopo la mezzanotte, 40 bersaglieri della legione Manara che pattugliavano sotto le mura di Velletri, giunti alla barriera, scavalcarono un cancello di ferro e si trovarono nella città. Alcuni carabinieri della brigata Galletti, quasi contemporaneamente, penetravano in Velletri. Gli abitanti fanno accoglienza entusiastica ai fratelli liberatori.
Innumerevoli, infiniti, inenarrabili gli atti di valore, resi inutili dalla gelosia e dalla pochezza dei governanti. Così finì la fazione di Velletri, che avrebbe potuto mutare i destini d’Italia per la cattura del Borbone e la conseguente rivoluzione delle Due Sicilie, e non fu invece che una gloriosissima, una sterile vittoria.
L’ultima volta ch’io rividi l’adorato generale fu ad Alassio, sullo scorcio del 1881. La fibra era affranta dai disagi, dagli anni, dalla crudele malattia che lo trasse alla tomba; ma la mente lucidissima, lo sguardo dolce e fulmineo ad un tempo, non risentivano degli anni e dei malanni. Nella solitudine malinconica del villino ospitale, in presenza del mare azzurro da lui tanto amato, riandò volentieri i giorni gloriosi della lotta titanica sostenuta alla difesa di Roma; e ancora, dopo tanti anni, il rammarico, il rimpianto e le troncate vittorie del 30 aprile (1849) a Porta San Pancrazio, del 19 maggio a Velletri, gli faceva groppo.
Nelle sue “Memorie” Garibaldi scrive: “Ebbene, un ordine del governo romano ci chiamava a Roma, minacciata nuovamente dai francesi. Se chi mi chiamava a ripassare il Ticino nel 1848, dopo la capitolazione di Milano, e che non solo mi tratteneva i volontari in Svizzera, ma li faceva disertare dopo la vittoria di Luino… Se colui che dietro il mio parere, mi lasciava marciare e vincere a Palestrina; e poi, non so per qual motivo, mi faceva marciare a Velletri agli ordini del generale in capo Pietro Roselli; se Mazzini infine, il cui voto era assolutamente incontestabile nel triumvirato, avesse voluto capire che anch’io dovevo sapere qualche cosa di guerra, avrebbe potuto lasciare il generale in capo a Roma, incaricarmi solo dell’impresa seconda, come lo era stato della prima, e lasciarmi invadere il regno napoletano, il cui esercito sconfitto trovavasi nell’impossibilità di rifarsi, mentre le popolazioni ci aspettavano a braccia aperte. Che cambiamento di condizioni! Che avvenire presentavasi per l’Italia non ancora scoraggiata dall’invasione straniera! Invece di ciò, egli chiama le forze tutte dello Stato, dalla frontiera borbonica, da Bologna, e le riconcentra in Roma per presentarle in un solo boccone al tiranno della Senna (Luigi Napoleone Bonaparte), che, se non bastavano i suoi 40.000 uomini, ne avrebbe mandati 100.000, per annientarci in una sola volta. Chi conosce Roma e le sue 18 miglia di mura, sa molto bene essere impossibile difenderla con poche forze contro un esercito superiore in numero e per ogni specie di materiale da guerra, com’erano i francesi nel 1849. Non tutte alla difesa della capitale dovevano dunque impiegarsi le forze dell’esercito romano, ma internarne la maggior parte nelle posizioni inespugnabili di cui lo Stato abbonda; chiamare le popolazioni tutte alle armi, lasciarmi continuare la mia marcia vittoriosa nel cuore del regno, e finalmente, dopo di aver mandato fuori quanto si poteva di mezzi di difesa, uscire lo stesso governo e stabilirsi in posizione centrale e difendibile. È vero che nello stesso tempo dovevansi prendere alcune misure di salute pubblica contro l’elemento pretesco, che non si presero, lasciandolo, per riguardi male intesi, onnipotente a congiurare, tramare e finalmente contribuire alla caduta della repubblica e alle sventure d’Italia. Chi sa quali sarebbero stati i risultati di tali misure salvatrici? Cadendo, se cader si doveva, saremmo caduti almeno dopo di aver fatto tutto ciò ch’era possibile e doveroso, e certamente dopo l’Ungheria e Venezia!”.
Roselli era la creatura del triumvirato e il triumvirato era Mazzini.
I preti, i frati, i soldati dell’esercito in fuga, lo stesso Zucchi, alle popolazioni ignoranti avevano dipinto Garibaldi come un Satana venuto sulla Terra per distruggere la santa religione e mettere tutto a soqquadro. Per altri era un’anima venduta al diavolo, che gli aveva dato l’invulnerabilità. Per tutti era un essere soprannaturale, un genio malefico… Ma allorché lo vedevano da vicino, sì bello, tanto buono e generoso, tanto semplice, il terrore si mutava in ammirazione da prima, poi in entusiasmo.
Il 26 maggio 1849 Garibaldi, con i bersaglieri lombardi, espugna la Rocca d’Arce, ma viene ancora una volta fermato sulla via del trionfo, dal governo di Roma dove si bamboleggiava, illusi dalle menzognere moine diplomatiche del governo di Bonaparte.
Garibaldi fu richiamato durante la sua marcia vittoriosa, mentre il re impaurito si poneva a riparo dietro i forti di Gaeta, dove Pio IX cospirava con tutta la reazione mondiale.
Lo Sterbini, patriota ardente, scriveva a Mazzini: “Ti senti o no il coraggio di mandare al diavolo il comando generale con tutti quei co… che stanno a fare i belli nelle anticamere, seminatori di paure e di ridicoli progetti?… finché non affiderete il comando generale a Garibaldi, mandando al diavolo quegli uomini inetti che sono là dentro, e qualche traditore che sta indebolendo il coraggio dei nostri e manda a male tutte le sue imprese… Credi ad uno che conosce gli uomini alla fisionomia, tu hai intorno molti e molti conigli e qualche volpe: e poi il tarlo della gelosia rode alcuni imbecilli che vorrebbero distrutta la fama di Garibaldi”.
Capitolo 31° – Assedio di Roma (1849-1850)
Oudinot – giugno 1849 – dichiara di rompere la tregua con la repubblica romana. Le forze repubblicane, anziché muovere verso Ancona e Bologna contro gli Austriaci che stavano avanzando per ricongiungersi ai napoletani, sono costrette a concentrarsi per difendere Roma dai francesi. Garibaldi scrive a Mazzini, il 2 giugno 1849: “Giacché mi chiedete ciò ch’io voglio, ve lo dirò: Qui – io non posso esistere per il bene della repubblica, che in due modi: o dittatore illimitatissimo, o milite semplice – ed invariabilmente. Scegliete.”
Oudinot aveva dichiarato di differire l’attacco al 4 giugno “per lo meno”, ma sia lui sia il generale Vaillant mancarono alla parola. Attaccarono due giorni prima a porta San Pancrazio. I poveri, valorosi caduti nella rivoluzione di febbraio, protestano ancor oggi coi nostri martiri di Roma; tutti egualmente immolati al trionfo della teocrazia papale: al nazionalismo, dicono oggi ipocritamente i reazionari di Francia; alla reazione della spada e dell’aspersorio, diciamo noi, più sinceramente. Il triumvirato confidava inutilmente nelle trattative diplomatiche con Lesseps. Si temeva contemporaneamente un assalto da parte dei napoletani e degli spagnoli. Fu in una bellissima ambulanza, regalata ai Romani dal generale Oudinot, che, travestito da medico militare, potè entrare in Roma il generale Vaillant e tranquillamente visitare tutte le opere di difesa dei Romani costruite o riparate. Fu così che il piano di un assalto sulla riva sinistra fu abbandonato.
Il governo di Roma aggiunse all’errore di aver arrestato Garibaldi nella vittoria del 30 aprile, quello più grave di non avere creduto, durante la tregua, alla ripresa delle ostilità, di non aver nulla provveduto per la difesa, e di aver tacitamente conceduto al nemico la violazione della tregua.
I francesi presero Villa Pamfili, Villa Corsini, il Vascello, Vialla Valentini. Garibaldi, lanciatosi in mezzo alla strada, chiamò i suoi legionari disposti a seguirlo; il puncho bianco, il cappello a piume richiamò su lui gli spari dei nemici; i proiettili grandinavano, ma l’invulnerabile, superbo di bellezza, radiante d’eroismo, non li curava. All’appello della sua voce squillante fra il rumore della battaglia, pareva che gli uomini, secondo la sua espressione, sorgessero di sottoterra.
Quell’infausta giornata è da annoverare nel martirologio d’Italia fra le più memorabili che registri la storia di sventure e di eroismi. Giornata di sangue, il 3 giugno 1849. Le perdite degli Italiani furono enormi; forse mille uomini fra morti e feriti, e villa Corsini ci costò le vite più preziose… dove era, domando, la guarnigione di Roma, l’esercito di Roselli, l’invitto, composto di circa 19.000 uomini? Garibaldi non ebbe mai più di 4.000 uomini e in quella sanguinosa giornata, dove si distinsero i 600 bersaglieri di Manara, contro i circa 20.000 e le formidabili batterie dell’esercito francese, restò con 3.000. Che gli rimaneva per assaltare villa Corsini, la posizione capitale per la difesa di Roma? Caddero Masina, Daverio, Ramorino, fra i tanti. Alcuni episodi riportati dal Torre: il tenente Scarani, colpito “nella sua mano sinistra, l’alzava gridando: Vendichiamo questo sangue, e in quella tre altri colpi il trafissero e lo freddarono. Dalla Lunga, de’ bersaglieri lombardi, vedutosi cadere d’accosto il caporale Fioroni, per sottrarlo all’irrompente nemico, levosselo in collo, e mentre il recava a salvamento, fu egli stesso colpito nel petto e stramazzò morto accanto al sovvenuto compagno. Il Monfrini, bersagliere lombardo, rotta per colpo di baionetta una mano, se la fece frettolosamente fasciare, e contro ogni consiglio degli amici e del colonnello volò di nuovo alle armi e fracassato nella fronte morì”.
Capitolo 32° – Assedio di Roma (1849-1850)
È nota la leggendaria morte del capitano Rozat, che, ferito gravemente a villa Corsini il 3 giugno, e ritenendo generale l’assalto, fuggì dall’ospedale per riprendere il comando della sua compagnia destinata ai bastioni, mentre altre compagnie erano alle prese coi difensori delle trincee. Egli, costretto a rimanere in sostegno, afferrata la sua carabina e postosi allo scoperto, cominciò a sparare sui nemici delle trincee; abile tiratore, pochi de’ suoi colpi andavano a vuoto. L’attenzione del nemico fu ben presto attirata su lui, che fu bersaglio a cento tiratori nemici; una palla gli tolse il cappello dal capo, s’inchinò a raccattarlo ed agitandolo in aria, in atto di sfida, gridò al nemico: “Viva Italia!”. Una palla in quel mentre lo colpiva a morte.
Il 13 mattina, mentre il signor Corcelles, nuovo inviato della repubblica francese, in sostituzione del Lesseps, diplomatizzava, per tentare di salvare il suo governo dall’ignominia della fede mancata, e l’Oudinot dall’accusa di tradimento, tutte le batterie assedianti aprirono il fuoco. Ventun pezzi tirarono il giorno intiero. Il primo napoleonide aveva saccheggiato Roma e l’Italia intiera delle opere d’arte; il nipote, per completare l’opera, a mezzo di Oudinot, tentava distruggere il resto. Però non meno generose e fraterne erano le cure per i feriti francesi, che il popolo considerava non quali nemici, ma vittime prime del tradimento.
Garibaldi… Il 3 giugno sacrificò troppe vite! Perché, perché? Per tentar di riparare agli errori, alle compiacenze dei triumviri, i quali, sperando illusoriamente nella rivoluzione di Parigi, si erano lasciati sorprendere da un generale francese fedifrago, che s’era preso gioco della loro buona fede, troppo ingenua, mentre Roselli, per non sguarnire i punti non minacciati, non gli mandò soccorsi, o gliene mandò insufficienti, tardivi, tristamente derisorii.
Mazzini – 22 giugno 1849 – scrive a Luciano Manara accusando Garibaldi di viltà per non aver attaccato i francesi.
Per Mazzini la rivoluzione era in Roma. – Garibaldi, dopo l’entrata dei francesi attraverso le brecce (21 giugno), sospettando il tradimento, era dell’avviso di non proseguire il sacrificio ulteriore di vite, sapeva che Roma non avrebbe potuto resistere e insisteva che si portasse anche altrove la rivoluzione – come scrisse Emilio Dandolo. La rivoluzione doveva sopravvivere alla morte della repubblica romana, dunque in Roma non si doveva giocare l’ultima carta; all’olocausto imposto Garibaldi si ribellò, quindi si dimise, seguito da Manara.
Ma poi, calmato lo sdegno e perdonata la nuova offesa, Garibaldi tornò a San Pancrazio.
Delle 3.400 bombe e granate lanciate dalle batterie francesi, la maggior parte furono dirette contro la città. Contro gli innocenti, contro i monumenti sulle cui rovine, il generale cattolico, anticipatamente piangeva lacrime di coccodrillo.
Il 27 giugno 1849… Le batterie francesi erano al completo: trentuna bocche da fuoco di grosso calibro, alle quali gli assediati non potevano opporre che 17 pezzi, alcuni di artiglieria da campo.
La sera del 29 giugno il generale Oudinot tempesta Roma con un cannoneggiamento terribile. Mai, nel lungo mese di assedio, Roma aveva assistito a più spaventevole spettacolo. Alle due e un quarto del mattino, complice un violento uragano con pioggia scrosciante e fango, le teste di colonne francesi salirono risolutamente all’assalto.
Lotta più sanguinaria non si vide mai. Garibaldi, salvati i superstiti di villa Spada, scrive: “I bersaglieri, sempre pronti, sempre infaticabili, uscirono dalla villa Spada ed accorsero alla porta San Pancrazio. Il fango giungeva loro fino alle ginocchia. Io mi posi alla loro testa, colla spada brandita, intuonando l’inno popolare d’Italia. In quel momento, lo confesso, perduta fiducia nell’avvenire, non avevo che un desiderio, quello di farmi uccidere”.
Finalmente Oudinot aveva vinto. Nella terribile giornata del 30 giugno non soltanto la repubblica romana era stata vinta, ma anche la francese veniva abbattuta nel sangue de’ difensori e degli assalitori, vittime tutti del medesimo misfatto. In Roma si gettarono le basi dell’impero, cementate di sangue italiano e francese; la comune sventura avrebbe dovuto affratellare i due popoli; ma, purtroppo, ebbero ragione i seminatori di odii fra i popoli, e il delitto di un usurpatore, complice il papato, fu fatto ricadere su tutto un popolo.
Gli aggressori, dieci volte superiori per numero, agguerriti, mirabilmente disciplinati, muniti d’ogni attrezzo di distruzione e di difesa, meravigliavano all’eroica ostinazione opposta loro dagli assediati che, divenuti inutili i fucili, combattevano con le daghe, le baionette, le sciabole, i coltelli.
Cadeva anche Andrea Aghyar, il negro montevideano, portastendardo della divisione garibaldina. Manara, trapassato da una palla, sopravviveva poche ore alla caduta di villa Spada. Moriva nelle braccia del suo amico Dandolo, raccomandandogli i figli, egli stesso vittima del piombo cattolico somministrato dal Santo Padre, come benedizioni e indulgenze ai suoi popoli. Moriva Emilio Morosini, appena diciottenne.
La “Spectateur Militaire” scriveva: “Dans l’assaut du 30, les officiers et cannoniers qui servaient les pièces morurent en vrais soldats” e la “Gazette Médicale” di Parigi : “Un officier d’artillerie romaine… Il avait défendu sa batterie comme un lion défend sa proie, et il avait cédé alors seulement que son bras eut réfusé d’obeir à sa volonté”. Il Torre ricorda, fra gli altri, un artigliere: era straziato da mille ferite alle braccia, al dorso, al collo, alla faccia e fin dentro la bocca. Anziché cedere il suo cannone al nemico, girava in volta l’acciaro, e quando gli fu questo spezzato die’ di piglio allo scovolo, e rotto anche questo a corpo a corpo e coi pugni e coi denti resistette finché, tagliato in più parti da colpi di sciabola e trafitto di baionetta, stramazzò presso il suo cannone, Non vi ha pagina nella storia più tristamente tragica di quella, non ve n’ha una più sublimemente ammiranda pel valore dimostrato dai vinti.
Capitolo 33° – Il doloroso abbandono di Roma (1849-1850)
Garibaldi, salito in tribuna ad acclamazione di popolo, dichiarò inutile un nuovo eccidio per la difesa. Soggiunse: “Il 9 febbraio proposi una dittatura militare: essa soltanto poteva evocare ad armare centomila uomini: allora esistevano gli elementi necessari. A quell’epoca la proposta non fu accettata; si adottarono altri provvedimenti. Io non potevo dire, non potevo insistere di più. Se mi avessero ascoltato, l’aquila romana avrebbe spiccato un’altra volta il volo dalle torri del Campidoglio!”
Il triumvirato si dimise. Garibaldi si preparava all’esodo onde accorrere alla difesa di Venezia, che ancora teneva alto il vessillo tricolore.
Scrive Garibaldi nelle sue “Memorie autobiografiche”: “Il giorno prima della sua morte gloriosa, Manara era stato mandato da me a Mazzini per suggerirgli di uscire da Roma e marciare con tutte le forze disponibili, materiali e mezzi, che non erano pochi, verso le forti posizioni degli Appennini. E non so perché ciò non si fece! La storia non manca di antecedenti di tali risoluzioni salvatrici. Una l’ho testimoniata io nella repubblica di Rio Grande”.
Il Belluzzi dichiara che gli fu sempre incomprensibile come Mazzini e Garibaldi, concordi nella stessa idea, non si trovassero uniti nell’esecuzione, e solo Garibaldi la ponesse in atto.
La partenza era decisa, e il 2 luglio a mezzogiorno, raccolta la maggior parte delle truppe in piazza della cattedrale di San Pietro con la consueta entusiasmante eloquenza Garibaldi invitò i volenterosi a seguirlo: “Chi ha l’Italia nel cuore mi segua!”. In tutto, circa 4000 fanti e 500 cavalli. Anita, fin dal giorno 14 giugno aveva raggiunto l’amato eroe a villa Spada. Rimontata in sella come nei giorni della traversata della terribile Sierra de las Antas, come per il combattimento di Coritibani, sebbene in stato di gravidanza… Giunta alla prima casa, pregò una donna di reciderle i capelli, si vestì da uomo e montò a cavallo.
Guida del piccolo esercito era Ciceruacchio. Seguiva Ugo Bassi, il cappellano che vestiva l’uniforme rossa regalatagli da Garibaldi.
Nel pomeriggio del 3 luglio, appena riposate e ristorate le truppe, fu dato il segnale della partenza; in quella stessa ora del medesimo giorno Oudinot entrava trionfante in Roma.
Si verificarono diserzioni. Garibaldi scrive: “Quando con me stesso paragonavo la costanza e l’abnegazione degli americani con cui avevo vissuto, che privi di ogni agio di vita, contentandosi d’ogni specie d’alimento e sovente non avendone affatto, sostentavansi per molti anni nei deserti e nei boschi facendo una guerra di sterminio, piuttosto che piegare il ginocchio davanti alle prepotenze di un despota o di uno straniero, quando paragonavo, dico, quei forti figli di Colombo cogli imbelli ed effeminati miei concittadini, mi vergognavo di appartenere a questi degeneri nipoti del grandissimo popolo, incapaci di tenere un mese la campagna, senza la cittadina consuetudine dei tre pasti al giorno”. Anita era incinta di sei mesi, del quarto figlio.
Scrive il Ruggieri: “Benché straniera alle nostre aspirazioni, rispose col marito allo squillo di guerra, e volò fra noi, esempio di fratellanza. Parlava di guerra ai militi come a compagni, ma con guerriera dignità; incoraggiava nella zuffa i tardi, crescea l’entusiasmo nei forti: e quando valse il coraggio, l’esempio, novella amazzone su nobile destriero, prima tra i primi, il petto espose ai colpi nemici.” – Terni fu l’ultima città dello Stato romano che ammainò la bandiera repubblicana. La mattina dell’8 luglio 1849, Garibaldi con la sua Anita, seguito dallo stato maggiore, entrava in Terni.
Le diserzioni continuavano. Avvennero fatti più gravi: alcuni disertori, abusando dell’arma involata, nella loro fuga vergognosa commisero requisizioni e violenze, servendo in tal modo la setta reazionaria che si valeva di quelle ribalderie individuali per accusare Garibaldi e i suoi quali complici o mandanti dei fatti deplorati e giustificando le calunnie dei clericali, che dipingevano Garibaldi un bandito, e per masnade le sue orde di devastatori. Narra Garibaldi: “I preti poi, padrini dei contadini e della gente tutta di campagna, informavano minutamente i nostri nemici di ogni cosa nostra, della situazione occupata e d’ogni nostro movimento. Gli austriaci, guidati sempre da esperti conduttori (ed ho veduto i preti stessi con crocifisso in mano condurre contro di noi i nemici del mio paese) essi sempre ci trovavano ad una cert’ora del giorno, e ciò prova quanto noi avremmo potuto operare in vantaggio del nostro paese, se in luogo di avere sempre i preti e quindi i contadini nemici della causa nazionale, li avessimo avuti favorevoli e suscitanti il patriottismo generale contro gli stranieri dominatori e ladri”. Le diserzioni avevano ridotto l’intero corpo a 3000 uomini.
Il 14 luglio, con varie diversioni per ingannare i francesi di Oudinot e gli austriaci di D’Aspre, Garibaldi entrò in Orvieto, osteggiato dai maggiorenti ma acclamato dalla popolazione. 18 Anni dopo, in Orvieto ricordava: “Noi ci siamo riveduti, quando certi gesuiti d’allora volevano serrarci le porte della città, ma il popolo rivendicò i propri diritti. Io ricordo con reverenza e gratitudine questa cara popolazione”.
I garibaldini, liberatisi dei napoletani, degli spagnoli, che in verità altro non avevano fatto che lasciarsi evitare; liberatisi dei francesi, che ritornarono a Roma, non ebbero più di fronte che gli austriaci, le guarnigioni toscane e, ancor più furenti, le bande dei contadini, armati dai preti, dai preti fanatizzati.
Immagine di Copertina tratta da Angelo Pinci.

