Alle 10,15 al Comando Zona Carnia di Tolmezzo, Generale Lequio, perveniva una missiva trasmessa ancora dal Generale Salazar che comunicava essersi sviluppata su tutto il fronte del Settore una forte azione dell’artiglieria austriaca, diminuita di intensità verso le 8,30 per riprendere mezz’ora dopo con vigore contro le posizioni italiane dei Sottosettori Alto But, Monte Paularo e Alto Chiarò. L’attacco si estendeva anche al Pal Piccolo mentre, alle ore 9,50, da Monte Paularo veniva individuato un aereo austriaco alla quota di circa mille metri, con direzione Pal Piccolo. L’attacco causò un morto e qualche ferito alla batteria del Monte Tierz a ovest di Timau, altri quattro feriti nei pressi di quota Segnale 1579.

L’impressione ricavata dai Comandi era che gli Austriaci mirassero all’Alto But, non tanto al Lodin, tant’è che il Colonnello Franco, che di quella posizione era il responsabile, alle 11,40 chiedeva l’invio di rinforzi che il Generale Salazar gli procurò facendo partire due Compagnie per Stavoli Roner (poco a nord-ovest di Timau, sulla strada che porta al Passo di Monte Croce Carnico); erano Compagnie del Battaglione Val Maira, mentre Salazar autorizzava a impiegare anche la terza Compagnia, al momento in zona per accudire a lavori. Salazar non si era preoccupato più di tanto di guarnire a dovere il Sottosettore Monte Paularo con specificazione per il fronte Lodin – Val di Puartis, valutando che quell’area non dovesse temere minacce di qualche peso e anche perché era al corrente dell’ordine impartito dal Maggiore Amico alle due Compagnie di Ligosullo perché raggiungessero Casera Ramaz, ma anche dell’ammassamento di numerose truppe bosniache nei pressi di Passo Pramosio e di Cima Cuestalta, ragion per cui avrebbe fatto bene a tenere ben ferme le riserve a Casera Malpasso, poco a sud del Passo Pramosio. Nell’ora del mezzogiorno una comunicazione telegrafica partiva da Piano d’Arta e perveniva a Tolmezzo, al Comando della Zona Carnia. La missiva diceva di un proseguimento del fuoco nemico nell’Alto Degano contro quasi tutte le posizioni del Sottosettore. Soltanto verso le 10,30 il cannoneggiamento dava qualche segno di rallentamento, ma l’azione nemica infuriava sul Pal Piccolo, sul Freikofel e sul Passo del Cavallo causando cinque morti e una ventina di feriti. Erano battute, con maggiore parsimonia, anche le nostre posizioni di Passo Pramosio – Cima Cuestalta. Il Generale Salazar comunicava ancora quanto ricavato dalle deposizioni di disertori austro-ungarici ossia che nella tratta da Passo Pramosio alla Cima Cuestalta si delineavano due reggimenti bosniaci, probabilmente una forza di otto battaglioni. Da parte italiana, con l’invio delle due Compagnie della Val Pontaiba a Ramaz alta e parte del Battaglione Val Maira a Stauli Roner, rimaneva un unico contingente di riserva ovvero quello costituito dalle tre Compagnie del Battaglione Borgo San Dalmazzo di stanza a Treppo e alcuni battaglioni della Guardia di Finanza.
Con forti probabilità i nostri Comandi non avevano congetturato che quegli attacchi sul Settore Alto But, pur dimostrandosi attacchi veri e propri, avessero in sé una seconda prerogativa, quella di un’azione diversiva. L’aggressione violenta su quella zona sarebbe servita a impegnarvi notevoli unità militari a sbarramento dei tentativi austriaci di intrusione al di qua del confine; non sarebbero pertanto potuti essere dislocati altrove. Qui il riferimento è per la tratta di fronte Lodin – Val di Puartis che già era entrata nella previsione di attacco e di sfondamento nei piani elaborati dagli alti Comandi austriaci. Cosa che venne compresa dopo, a conti fatti, sempre con il solito dovuto ritardo. Gli Austriaci, infatti, con una potente azione sul territorio che sovrasta a nord il centro di Timau, riuscirono a trattenere il congruo afflusso di truppe italiane che così non poterono accorrere a salvaguardia del Sottosettore Alto Chiarsò. E così fu.

Il Generale Salazar venne a sapere come stava la situazione reale sul fronte Lodin – Val di Puartis soltanto in seguito alla ricezione di un fonogramma che gli era stato spedito dal Comando del Sottosettore Monte Paularo, Generale Amico, alle ore 12,20 e giunto in porto alle 13. Il fonogramma diceva di attacchi austriaci sferrati contro Monte Lodin e Cima Val di Puartis che, fino a quel momento, erano stati respinti. Anche la 21a Compagnia del Capitano Mario Musso, dislocata sulla destra della Compagnia (Capitano Quarantini) che presidiava la Cima Val di Puartis, stava subendo attacchi. Alle ore 13 da Casera Pizzul sede del Comando del Sottosettore Alto Chiarò, il Maggiore Piglione, comandante il battaglione Saluzzo, trasmetteva (il messaggio giunse a destinazione alle 13,30) la notizia del bombardamento dell’artiglieria austriaca su Monte Pizzul, su quota Segnale 1579 e su Cima Val di Puartis. Su tale zona cadevano ordigni esalanti fumo giallo di gas che odorava di anidride solforosa, più propriamente asfissianti.
Attorno alle ore 8,30 alcune pattuglie austriache dirette verso Casera Meledis alta furono messe in fuga a raffiche di mitragliatrice. Verso le 10 venivano avvistate altre pattuglie in territorio austriaco e un aereo che si era portato a notevole altezza, fuori tiro dunque. Un altro reparto, poteva essere una compagnia, armato di mitragliatrice, verso le 11,30 tentava di avvicinarsi a Casera Meledis alta. Il bilancio dei fatti di guerra saliva a diciotto feriti, fra essi il Sottotenente Cipolla della 21a Compagnia Battaglione Saluzzo, ridotto in stato assai critico.
Da tutti questi eventi e da un ulteriore messaggio, trasmesso dal Maggio Piglione alle 13,30 (pervenuto alle 14,20), il Comando di Settore realizzò infine la consapevolezza che le forze austriache stavano premendo non solo sulle pendici dei Pal, ma anche più a oriente sino alla vallata del Rio das Barbacis (Lanzo). Alle 14,50 il Generale Salazar trasmetteva un fonogramma al Generale Lequio, Comando della Zona Carnia, rendendo nota la provenienza del fuoco austriaco contro il fronte Pal Piccolo – Freikofel con un ammassamento di truppe sulla parte austriaca del Pal Piccolo, segnalando contemporaneamente la morte del Sottotenente Timeus, volontario triestino appartenente alla 72a Compagnia, e una quarantina di feriti fra i quali il Sottotenente Liguori dei Bersaglieri.
Mentre pareva di indovinare un ravvicinato attacco a Cima Medatte, proseguiva Salazar nel suo messaggio, si segnalavano attacchi, al momento tutti respinti, sul Lodin e sulla Cima Val di Puartis. Altri attacchi erano diretti contro la 21a Compagnia Alpina nella zona tra quota Segnale 1579 e Casera Meledis con perdite ammontanti a 18 feriti fra i quali il già citato Sottotenente Cipolla. Nel frattempo continuavano la loro marcia le Compagnie di riserva verso Ramaz e Stauli Roner.
La critica situazione che si presentava su scala generale aveva preoccupato assai il comandante del Settore But-Degano, tanto d convincerlo a utilizzare almeno una parte delle riserve di stanza a Treppo Carnico. Erano le 16,45 quando il Generale Salazar pensò bene di ingiungere alla 117a Compagnia del Battaglione Borgo San Dalmazzo di trasferirsi a Casera Ramaz per unirsi alle altre due Compagnie di Fanteria precedentemente mobilitate e con esse apprestare un necessario rafforzamento alle truppe in trincea. Il Generale Salazar, si legge ancora nella Relazione-Lequio, poté accedere alle informazioni inviate dal Maggiore Piglione e dal Maggiore Amico soltanto alle ore 18 e così venne a sapere del ripiegamento delle nostre formazioni. Si diede quindi immediatamente da fare per delimitare una nuova linea difensiva che si dipartisse dal Monte Culet (m 1591) e dalla Cresta Cravostes (m 1662, a ovest della Stua di Ramaz, sovrastante la parte denominata Malelastre) sino al Cul di Creta, verso est con lo scopo di arginare una eventuale temibile irruzione delle compagini austro-ungariche. Ancora in questo caso il Generale Lequio non fa altro che assolvere ad ampio raggio l’intervento dei comandanti: “Non potevasi, a mio parere, da un Comando lontano di parecchie ore dal fronte, e collegato con esso con semplici linee telefoniche, di funzionamento irregolare, fare di più o meglio”.
Le parole spese dal Generale Lequio a giustificazione di quanto avvenuto dicono di per sé già tutto a proposito della mancanza di piani previsionali e della deficienza di organizzazione dell’assetto difensivo. Quasi ridicolo si presenta l’accenno delle ore 18 che furono il momento in cui il comandante del Settore But-Degano, Generale Salazar, venne a conoscenza dell’accaduto. Non risultò altro, quella comunicazione, che una presa d’atto: ormai il peggio era accaduto e non si poteva fare altro che racimolare le forze superstiti e creare un forte sbarramento a impedimento del tentativo ulteriore di avanzata delle truppe austro-ungariche di portarsi a valle verso il Canale d’Incarojo.
“Il resto della giornata”, prosegue il Generale Lequio, “e la notte sul 15 furono spesi per proiettare sul fronte le poche forze che questo Comando poté raccogliere ed assegnare al settore (guardie di Finanza ed artiglieria da campagna)”. In quanto alle tre Compagnie protagoniste della lotta impari, la 21a del Battaglione Saluzzo, la 223a del Val Varaita e l’8a del 10° Reggimento Bersaglieri bis, le stesse venivano raccolte nella retrolinea per un opportuno riordinamento. La Relazione del Generale Lequio termina con tre pagine che fanno una sintesi dell’accaduto e ne traggono le conseguenze immediate. Le posizioni oggetto dell’analisi precedente, quella in particolare del Lodin – Val di Puartis, non erano infine valutate fra le più forti perché il fronte interessato si allungava su una conformazione estesa e sottile e la distanza che le separava dalle riserve era eccessiva, difficile da superare e punto prescelto dall’artiglieria austro-ungarica per tirare a colpo sicuro (l’immagine riporta sullo sfondo, da sinistra a destra, il Monte Lodin e la Cima Val di Puartis). Il rafforzamento a cui accenna il Generale Lequio, comunque, la rendeva idonea a una “buona resistenza contro un attacco puramente frontale”. A questo punto il Generale Lequio riprende le invettive contro il subalterno al quale era stata affidata la difesa del Monte Lodin dotandolo di sole tre squadre di Alpini, imperversando con termini svilenti e indirizzandogli epiteti offensivi. Forse (ancora l’uso di questo termine, come già osservato) se le riserve fossero giunte per tempo sul luogo della disfatta, le cose avrebbero preso un’altra direzione. Per immaginare un nostro contrattacco, come va constatando il Generale Lequio, “poche erano le forze immediatamente disponibili, lontane ed in speciali condizioni le altre, e difficile l’apprezzare per tempo l’opportunità del loro impiego”. Cosa assai grave, da quanto riferisce il relatore della missiva inviata al Comando superiore, i Comandi erano scarsamente collegati con le truppe e “la superiorità di fuoco del nemico fu schiacciante”.

Siamo qui di fronte a dichiarazioni quanto meno sibilline: che cosa può significare “poche forze” da impiegare sul momento? E quale attribuzione si può dare alle “speciali condizioni” in cui si sarebbe trovato il rimanente delle forze? La deficienza dei collegamenti, poi, fra i Comandi e le truppe non era da addebitarsi a chi ne deteneva la responsabilità? Tutto fa pensare che ci fossimo buttati in una guerra disastrosa sapendo di essere sovrastati da un avversario comunque più forte e più attrezzato.
Oltre all’imperfetto collegamento il Generale Lequio poneva in rilievo l’insufficiente addestramento del personale addetto alle stazioni ottiche e telefoniche, in special modo il collegamento fra Artiglieria e Fanteria. Neppure i capi delle nostre formazioni eccellevano in bravura e preparazione e i subalterni erano tutti di complemento e giovanissimi, del tutto o quasi privi di esperienza in guerra. Il Generale Lequio continua battere e ribattere sulla responsabilità della caduta del Lodin, che per lui fu il fattore primario della inutilità dei rinforzi accorsi, quelli della 1a Compagnia del 146° Reggimento e del plotone di cinquanta uomini del Monte Paularo.
In conclusione, guardando ancora alla difesa del Lodin, vien da dire che gli alti nostri Comandi consideravano i loro sottoposti morti o eroi, eroi o morti, non si intravede altra soluzione logica. Soltanto alcuni reparti poterono evitare la cattura mettendo in atto un ripiegamento preventivo e affrettato, sulla cui determinazione in guerra ci sarebbe ancora molto da aggiungere.
Riferisce ancora, il comandante del Lodin, aver ricevuto dalla propria famiglia, stante egli in stato di prigionia, una copia della comunicazione con la quale il Comando del 2° reggimento Alpini avvertiva i parenti dell’avvenuta cattura. La comunicazione esprimeva le seguenti parole:
“Il sottotenente … valorosamente combattendo cadde incolume in mano al nemico nell’azione del 14 settembre sul Monte Lodìn.”
Sul finale della questione incriminatrice che coinvolse il Sottotenente comandante del plotone di Alpini sul Lodin si legge negli Allegati del Diario storico-militare del Battaglione Val Varaita, di giacenza presso l’AUSSME (Archivio dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito) con sede in Roma, la seguente sentenza definitiva: “Tribunale Guerra 6a Armata comunicò il 12 maggio 1919 al deposito 2° alpini che il… era stato assolto con sentenza di quel tribunale speciale in data 8 maggio «per non aver commesso i fatti a lui addebitati»”. 2-XII-19 F.to Col. A. Reghetti
La conferma in servizio del personaggio in parola, dopo la guerra e la prigionia, gli consentì di ascendere, in qualità di Ufficiale di complemento, ai gradi di tenente, capitano, primo capitano, maggiore. Era infatti stato richiamato per la frequenza di corsi riservati a ufficiali di complemento.
Nel 1940, allorché scoppiò il conflitto sul fronte occidentale, conseguito il grado di maggiore si trovava a Feltre con il battaglione Val Cismon del 7° reggimento Alpini. L’8 settembre del 1943 era il periodo in cui si trattava di abbracciare una scelta storica: o con i Tedeschi o contro i Tedeschi. La sua scelta fu quella di rifiutare l’adesione alla Repubblica sociale.
Il magg. difensore del Monte Lodin fu insignito dell’Ordine di Cavaliere di Vittorio Veneto con Medaglia d’Oro e promosso infine al grado di tenente colonnello.
Per chi volesse saperne di più è a disposizione la pubblicazione Zona Carnia – Cukla Rombon – Monte Nero dell’Editore IBN – Roma.

Immagine di Copertina tratta da The Mountain Rambler.


