Le decisioni più urgenti si sarebbero dovute prendere già nella notte sul 14 settembre allorché si era venuti a sapere, dalle deposizioni di due disertori austro-ungarici, di un attacco ravvicinato alle nostre posizioni. Erano le 2,30 di notte sul 14 settembre allorché il Maggiore Amico, comandante del Sottosettore Monte Paularo, inviò le informazioni del momento al Comando di Settore (Generale Arrighi, Piano d’Arta) e all’Artiglieria. Tuttavia il fonogramma, anche qui, a motivo delle interruzioni alla linea giunse a Piano d’Arta con quattro ore e mezzo di ritardo ossia alle sette del mattino. Il Maggiore Amico constatava, all’alba del giorno 14, il dispiegarsi di un “uniforme bombardamento, non soltanto sulla posizione del Lodin – Val di Puartis, ma lungo tutto il fronte del suo sottosettore”. Il Generale Lequio pone in rilievo il fatto che, in quanto al Sottosettore Monte Paularo, la maggiore importanza e pericolosità sarebbe andata attribuita alla suddivisione occidentale rispetto a quella orientale. Sul piano tattico, infatti, qualora un forte contingente austriaco avesse trovato la via per superare il Passo Pramosio, tra la Cima Avostanis e le cime Scarniz-Cuestalta, già in prossimità del centro abitato di Timau, avrebbe raggiunto le condizioni tattiche valide per disgiungere le difese dell’alto But da quelle dell’alto Chiarsò con la facile conseguenza della perdita nostra dei tre capisaldi testé nominati. Era una manovra nemica contro la quale doversi premunire con ogni mezzo diveniva una mozione d’obbligo, Il Maggiore Amico valutava pertanto di non richiamare le truppe che manteneva in riserva a Casera Malpasso (è doveroso rammentare che la zona, comprendente la roccia Malpasso, fu testimone del sacrificio della Portatrice Carnica Maria Plozner Mentil il 15 febbraio 1916, Medaglia d’Oro al Valor Militare). Là era stanziata una Compagnia e mezza del 146° Reggimento Fanteria. Almeno questa era la sua decisione fin tanto che si fosse avverata una minacciosa pressione del nemico sul Passo Pramosio (il Passo, altitudine 1788, a est della Cima Avostanis, mette in comunicazione la Valle del But con quella del Gail o, più propriamente, la parte superiore alla sorgente del Rio Cercevesa con la Valle dell’Arsnitz B., affluente del Gail). Il fatto è che questa minaccia comparve per davvero, ma il Maggiore Amico se n’era accorto quando ormai era troppo tardi. Portare le truppe di Casera Malpasso fin lì, sull’alto corso del torrente Cercevesa che nasce, appunto, dalla Cuestalta e dalle così dette Lastre della Cercevesa, avrebbe infatti richiesto un tempo di durata assurda. Già erano le ore 10,40 allorché il Maggiore Amico ricevette il messaggio inviatogli dal Capitano Arnò alle ore sette. La missiva parlava di un intensissimo fuoco di artiglieria attivo fin dalle ore 5,15 sviluppato da una serie di cannoni di tutti i calibri. Ne erano rimasti feriti nostri combattenti, con la morte del Tenente Sarti del 10° Bersaglieri, 8a Compagnia. Il Maggiore Amico sottolineava la difficoltà a tenere la posizione, quindi l’urgenza ad avere rinforzi e materiale medico. Non fece altro che mettere insieme in fretta e furia un drappello di cinquanta uomini addetti ai lavori sul Monte Paularo, che partì ma, causa la notevole distanza da coprire, giunse alla meta con un ritardo notevole. A Ligosullo in Val Pontaiba era stazionato il 146° Reggimento Fanteria al comando del Maggiore Spagnolo. Amico emanò l’ordine che due compagnie di quel reggimento si muovessero per raggiungere Casera Ramaz alta che si trovava in prossimità della Cima Val di Puartis, sul suo versante meridionale, approssimativamente a pari distanza fra Casera Lodin e quota Segnale 1579 ossia fra le forze del Capitano Arnò e quelle del Capitano Musso. Anche per quanto riguarda i rinforzi di Monte Paularo e di Ligosullo gli ordini incontrarono i soliti ostacoli dei guasti o del funzionamento incostante delle linee telefoniche.
Dunque i tempi: il Capitano Arnò aveva spedito la missiva alle ore sette del 14 settembre, ma questa raggiunse Amico soltanto alle 10,40 e il Maggiore si premurò di inoltrare l’ordine a Ligosullo, sempre via radio-scarpa, dove pervenne attorno al mezzogiorno, dunque cinque ore per arrivare a buon effetto. Le Compagnie comandate a partire da Ligosullo impiegarono la loro bella mezz’ora per prepararsi e altre due ore e mezzo per raggiungere Paularo. Si erano dunque fatte le ore 15 pomeridiane. “Se il telefono avesse, pertanto, funzionato”, commenta il Generale Lequio nella sua Relazione; ma non funzionò e con i se e i ma non si affrontano gli imprevisti di una guerra. Poi successero disguidi inspiegabili come quello occorso al Maggiore Spagnolo che aveva avuto l’ordine di recarsi con le forze a disposizione a Casera Ramaz. Lo aveva chiamato telefonicamente, nel frattempo, il Maggiore Piglione dal Sottosettore alto Chiarsò ordinandogli di puntare verso Casera Zermula. Il Maggiore Piglione nulla sapeva della destinazione assegnata al suo collega Spagnolo e questi non pensò di rendergli noto che già era soggetto a un ordine superiore che gli aveva assegnato l’obiettivo di Casera Ramaz, più a nord di Casera Zermula, oltre il Rio das Barbacis (Rio di Lanza nella Relazione). Il Maggiore Spagnolo, pertanto, ignorò il precedente ordine e deviò verso Casera Zermula, a sud-ovest del Cul di Creta. Il Generale Lequio sottolinea “le deficienti qualità tattiche” del Maggiore Spagnolo e mette in rilievo anche l’aver trascurato il Maggiore Amico di comunicare al Maggiore Piglione che le due Compagnie provenienti da Ligosullo recavano con sé l’ordine di recarsi a Casera Ramaz.
Con tutto quel che successe nella giornata del 14, il Maggiore Amico venne a conoscenza della caduta del Lodin soltanto verso le ore 18, per comunicazione del Capitano Arnò, e ricevette lodi dal Generale Lequio per essere consecutivamente ricorso ad assumere provvedimenti “razionali ed opportuni”.

La difesa a favore del Maggiore Amico si protrae ancora a lungo nella Relazione del Generale Lequio. C’era da considerare la notevole distanza delle truppe a riposo dal fronte e non ci si poteva avvalere di efficaci mezzi di collegamento. Di certo è, come osserva il Generale Lequio, che il Maggiore Amico, nello svolgimento del proprio comando dal Sottosettore Monte Paularo, avrebbe fatto meglio se già dalle prime ore del mattino in quel 14 settembre avesse impiegato le due Compagnie di Ligosullo verso la scena dei combattimenti. Se, infatti, quelle due Compagnie si fossero mosse alle otto, trascorse quattro ore si sarebbero potute utilizzare nei punti più sensibili e vulnerabili all’attacco nemico, e le cose avrebbero seguito un corso più accettabile. Ma, prosegue la ridda di giustificazioni sciorinata dal comandante della Zona Carnia, il Maggiore Amico “non poteva avere, subito fin dal primo mattino, la precisa nozione del punto del suo fronte che era più minacciato”. E, per di più, si sarebbe potuto pensare a una semplice manifestazione di forza esibita dall’artiglieria nemica, questa la supposizione di Lequio.
Ma la sarabanda dell’artiglieria il Maggiore Amico la poteva vedere dal Monte Paularo “di dove si ha la completa visione dell’intero fronte del sottosettore” – come da Relazione – e non avrebbe potuto fare a meno di accorgersi dell’accaduto dai notevoli bagliori delle esplosioni nell’oscurità della notte.
Gli ordini emanati erano per la resistenza a oltranza su tutta la linea e “nessun comandante aveva mai dubitato della consistenza della nostra difesa in quel tratto”. Ne doveva essere prova l’assicurazione ottimistica fatta dal Tenente Colonnello Gazzano “ancora alle 16 del giorno 14” al Comando della 26a Divisione “sulla solidità delle nostre linee”.
Non posso fare a meno di definire delirante la convinzione che la difesa del Monte Lodin fosse così solida perché affidata a una trentina di Alpini scossi nelle loro membra e nel morale da oltre nove ore di cannoneggiamenti e fatti bersaglio da centinaia di Austro-ungarici in procinto di attaccare dal versante settentrionale e dai lati del fronte.
Con uno sguardo alla topografia è possibile supporre che più a ovest, nella zona di Creta Rossa a sud-est della Cuestalta, le truppe italiane di stanza avrebbero potuto sferrare un attacco ai fianchi degli Austriaci. Ma precisa il Generale Lequio, “Davanti a Creta Rossa… corre un profondo vallone e perciò l’attacco si sarebbe svolto in terreno completamente a noi sfavorevole. Per di più nelle ore antimeridiane gli Austriaci si erano spinti con violenza sulla Cima Medatte, poco più a nord di Creta Rossa, causando la morte di due nostri ufficiali. Le nostre forze, pertanto, erano costrette a tenere d’occhio quella parte di fronte onde evitare un’intrusione di truppe nemiche in terra italiana.
Ragionando tatticamente, quando si tratta di portarsi avanti sul terreno per invadere il territorio nemico si va a scegliere una zona di lancio propizia, senza ostacoli insormontabili. I nostri contingenti di Creta Rossa erano stati dislocati in uno spiazzo che frontalmente presentava un profondo vallone, sfavorevole a una nostra iniziativa. E, allora, perché quella sistemazione? Per paura che i nostri avversari ci piombassero addosso? Vanificando da parte nostra ogni tentativo di attacco? Pare tutto che i comandanti del momento avessero avuto l’intenzione, più che gettarsi allo sbaraglio in una lotta feroce, di cercare una sistemazione sicura da eventuali aggressioni, da dove limitarsi a stare in guardia. Ma non eravamo noi gli invasori, quelli che per Gorizia, Trieste e Lubiana sarebbero arrivati sino a Vienna, prendendone in breve tempo possesso?
Il Maggiore Amico, infine, fu assolto anche dal non aver rilevato “né il ripiegamento delle nostre truppe né gli austriaci occupanti le alture”. Questo fatto apparve strano al Generale Lequio, ma egli non pensò neppure un attimo a mettere in dubbio quanto affermato dal Maggiore Amico.
Nella Relazione inviata al Generale Cadorna, il comandante della Zona Carnia sposta infine l’attenzione alla zona di battaglia dell’Alto Chiarsò. Al Maggiore Piglione erano pervenute richieste di rinforzi il mattino presto del 14 settembre e verso le ore dieci il comandante del Sottosettore Alto Chiarsò comprese che la destra dello schieramento necessitava di aiuto, là dove stazionava la 21a Compagnia del Battaglione Saluzzo comandata dal Capitano Mario Musso. Sicché il Maggiore Piglione ordinò alla 1a Compagnia de 146° Fanteria, Maggiore Spagnolo, di portarsi alla Stua di Ramaz. “Poco dopo, avendo ricevuto dal Comando Supremo notizia di più rilevanti ammassamenti nemici, ordinò che un plotone della 1a Compagnia si recasse sotto Cima Val di Puartis in rinforzo della 21a” e che i tre plotoni rimanenti andassero a sistemarsi dietro i plotoni di destra della 21a.
Un’osservazione balza agli occhi in fatto di cronologia: il Generale Lequio parla di “poco dopo”, viene da inferire dopo le dieci, secondo quanto affermato appena sopra, ed era l’ora in cui il Capitano Musso si era accorto della presenza di numerosi Austriaci sulle alture soprastanti, cosa che sta a dimostrare che li aveva visti effettivamente. Ora, stando alla quota Segnale 1579 e dintorni, se gli Austriaci fossero stati ancora dalla loro parte, più a nord di Cima Val di Puartis e di Passo Meledis, non li avrebbe potuti avvistare, ponendosi la cresta sommitale come ostacolo alla vista. Se li intravide, ciò significa per certo che gli Austriaci già si erano introdotti in territorio italiano e per lo meno minacciavano le nostre formazioni di resistenza dalle zone confinarie soprastanti. Tornando dunque al Lodin e alla sua trentina di malcapitati difensori, assaliti dall’iniziativa di aggressione tentata dagli Austriaci, quello non fu il primo atto di invasione austriaca, orologio alla mano, perché sul Lodin il tutto avvenne verso le ore quattordici, mentre a minacciare la 21a il suo comandante Mario Musso già si era accorto di truppe austriache sulla linea di cresta poco dopo le dieci.
Nel corso dei trasferimenti dei plotoni del 146° Fanteria insorse una serie di difficoltà: la Compagnia già aveva dovuto affrontare una faticosa marcia per portarsi da Casera Zermula al punto dove la 4a Compagnia stava in trincea, data la preoccupazione espressa dal comandante della 4a Compagnia, Capitano Pace, per il pericolo di infiltrazioni da parte di reparti austriaci lungo il corso del Rio das Barbacis (Rio di Lanzo nella Relazione). Nel momento in cui il plotone comandato di avviarsi verso Casera Ramaz la raggiunse, la fatica già si faceva sentire ed era passato un bel po’ di tempo perché fosse espletato quel trasferimento. Allorché la Compagnia giunse a destinazione, il suo comandante, Tenente Sequi, ebbe l’amara sorpresa del vuoto lasciato da numerose nostre truppe datesi alla ritirata, e subito dopo fu preso di mira da reparti nemici che gli diressero “tiri e sassate”. Il Tenente Sequi si trovò presto a mal partito. Secondo una valutazione formulata dal Generale Lequio “forse, con atto energico e risoluto, egli avrebbe potuto raccogliere le truppe ritirantisi e, unitamente alle proprie, tentare sul fianco del nemico una azione di contro attacco”. Ma Sequi era oppresso dal timore di venire tagliato fuori dal resto della Compagnia e assunse immediatamente la risoluzione di ricongiungersi al grosso della stessa. Con l’attenuante del territorio già in gran parte invaso dal nemico, alla decisione del Tenente Sequi di ripiegare in sicurezza il Generale Lequio accordò l’appellativo di “assennata” (sì, il capro espiatorio ormai l’avevano già trovato!). Nel proseguire della sua Relazione il Generale Lequio si sofferma sul capitolo riguardante il comportamento dei comandanti di Artiglieria. Il preambolo delle osservazioni prodotte non volge certo all’ottimismo: una sequenza di fattori negativi segnò lo stato di inferiorità delle nostre batterie: in quanto all’artiglieria avversaria era quasi impossibile l’identificarla, dunque sfuggente alla nostra volontà di colpirla. Per di più le nostre artiglierie erano parecchio arretrate e l’osservatorio di Val di Puartis, l’unico dotato di efficienza ottica, non passò molto tempo che smise di funzionare in seguito ai danneggiamenti da bombardamento. I comandanti di Sottosettore, poi, potevano inviare di seguito pressanti richieste di intervento, ma i collegamenti per intrinseco difetto o perché sconvolti dalle esplosioni non consentirono quasi per intero la trasmissione degli appelli, cosicché in pochi casi soltanto i Comandi di batteria o di Gruppo poterono rendersi conto di quali fossero al momento le necessità, quelle in particolare emerse nella zona del Monte Lodin da dove erano partite le comunicazioni, uniche nella specie, inoltrate dal Maggiore Piglione verso le ore 10,30 con la segnalazione inviata al Tenente Colonnello Piazza che comandava le batterie del Sottosettore, concernenti alcuni bersagli da colpire. Sempre dal Maggiore Piglione pervennero gli ordini, emanati alle ore 11,40 e diretti alla postazione del 149G (149 è il calibro in millimetri e G significa ghisa, la composizione industriale delle bocche da fuoco) perché battesse l’area che precedeva la 21a Compagnia del Battaglione Saluzzo. Ancora, alle ore dodici, il Maggiore Piglione richiese la collaborazione delle artiglierie assegnate al Sottosettore di Monte Paularo. Soltanto due, asserisce il Generale Lequio, furono le situazioni nelle quali le nostre artiglierie avrebbero potuto conseguire successi remunerativi: prima di tutto allorché l’avanzata dei nostri avversari si preannunciò contro le nostre posizioni; poi, quando le nostre posizioni erano ormai cadute nelle mani del nemico. A questo scopo si sarebbe dovuto produrre “un tiro intenso ed efficace” sia sul versante settentrionale del Lodin dove erano attestate le formazioni austro-ungariche sia sul Lodinut, lungo il Rio Malinfier e l’alto Rio das Barbacis (Lanzo); “una grandine di proietti sul Lodin – Val di Puartis, appena essi ci furono presi dal nemico, avrebbe impedito a questo di rafforzarvisi e fors’anco di eseguire i tiri di infilata e di rovescio che furono causa della caduta delle altre nostre posizioni”.

Si sarà notato quante volte fin qui è apparso il vocabolo “forse”, vero segnale che anche il Generale Lequio era solito procedere spesso per supposizioni, non sentendosi così sicuro delle proprie affermazioni. In quanto ai tiri “intensi ed efficaci” si può osservare che intensi sarebbero stati, in proporzione alla dotazione di munizioni, ma efficaci è un appellativo che si trova molto lontano dalla realtà dei fatti. Ciò risulta dalla disparità di armamento nei confronti dei nostri avversari. Questi disponevano di obici e mortai a tiro curvo, essenziali su terreno montagnoso, dove occorre superare una serie di elevazioni per colpire successivamente gli obiettivi da queste mantenuti al riparo. Noi, per converso, non avevamo ancora a disposizione né obici né mortai, ma soltanto cannoni a tiro teso e a media-lunga gittata. Se le nostre bocche da fuoco avessero tirato in alto per evitare di colpire le nostre formazioni, allora i tiri si sarebbero diretti molto lontano perdendo l’efficacia sul bersaglio; se, per un’altra ipotesi, avessero sparato dritto per colpire gli invasori, avrebbero rischiato di abbattersi sui nostri difensori, con esiti tragici e impensabili. Se vogliamo tornare all’esempio del Monte Lodin e delle forze austriache che ne risalivano la china settentrionale sarebbe stato impossibile colpirli con i nostri cannoni: i colpi sarebbero passati sopra le teste, molto in alto, degli avversari, per andare a cadere lontano. Se i tiri fossero stati diretti sui contingenti già arrivati in cresta e visibili, il grosso rischio sarebbe stato quello di colpire anche i nostri combattenti che si trovavano in piena lizza.
Al difetto basilare di dotazione, come detto sopra, si andava ad aggiungere una diffusa imperfezione della rete di collegamenti che impedì di diramare i dovuti e necessari aggiornamenti sulla situazione in atto e sugli elementi di previsione da prendere in attenta considerazione.
In quanto al Comando di Sottosettore (26a Divisione), la notizia della deposizione rilasciata dai due disertori austro-ungarici era pervenuta soltanto alle sette del mattino del giorno 14 (rammento ancora il grave ritardo sopravvenuto, allorché la notizia era partita la sera del 13 settembre quando due disertori della parte avversa avevano rilasciato al capitano Musso preziose informazioni sull’imminenza di un attacco dalle linee di frontiera e il Capitano Musso si era attivato immediatamente per far fronte all’eventualità di un attacco) e il Comando di Settore aveva emanato l’ordine immediato alle Compagnie di Treppo e di Ligosullo di prepararsi alla mobilitazione. Il comandante di Settore, Generale Salazar, nell’intervallo fra le sette e le otto antimeridiane veniva informato dell’inizio di un violento bombardamento sferrato dagli Austriaci su tutto il fronte, a iniziare dal Monte Peralba fino al Cullar a est di Paularo. Alle ore 7,50 il generale Salazar, all’epoca comandante del Settore But-Degano, inviava da Piano d’Arta un messaggio al Generale Lequio nella sede di Tolmezzo, informandolo della tempesta di fuoco abbattutasi sulle nostre linee dal Passo Volaja al Monte Crostis. Aggiungeva che le formazioni italiane dell’Alto But erano piegate sotto un vivo bombardamento di artiglieria, ma anche quelle del Pal Grande e del Passo Cavallo stavano subendo attacchi di mitragliatrici e di fucileria. Il Sottosettore di Monte Paularo, infine, sin dalle ore cinque era sotto i colpi dell’artiglieria e della fucileria austriaca e, un’ora appresso, il nemico aveva continuato l’iniziativa con tiro insistente sulle nostre posizioni fra Cima Val di Puartis e Monte Pizzul. Le nostre artiglierie avevano risposto prontamente e vivacemente. Con tutto ciò, a detta dei nostri Comandi, non pareva il caso di dover ricorrere all’impiego delle riserve.
Immagine di Copertina tratta da Turismo FVG.

