Quel quattordici Settembre… Parte 3 di 5

Mentre cedeva la resistenza opposta da quei pochi Alpini sulla cima del Lodin, altri contingenti austriaci esercitavano forte pressione più a est, tra la Cima Val di Puartis e il Passo Meledis, con la stessa superiorità numerica e di mezzi di cui s’è detto. Specifica il Generale Lequio: “Verso le ore 16 tutte le nostre posizioni erano in mano agli Austriaci”, allorché gli scampati si buttarono a valle in cerca di salvezza verso le macchie boschive della Stua di Ramaz, tallonati dalle raffiche insistenti dall’alto e talmente furiose da scoraggiare qualsiasi azione di contrattacco.

“Si ebbero, in complesso, circa duecento perdite” afferma il Generale Lequio, proseguendo poi con l’analisi dei comportamenti esibiti dai Comandi sulla linea che da Casera Lodin si portava a Cima Val di Puartis. Una linea che si dispiegava con una larghezza non certo favorevole al comando dei due Capitani, Arnò e Quarantini, a motivo della distanza che separava i reparti gli uni dagli altri. Questa circostanza obbligava i comandanti di plotone a prendere da sé le iniziative del momento, trovandosi in situazioni di bisogno e privi di ordini. Allora le comunicazioni verbali più veloci erano trasmesse via filo, ma la precedente tempesta dei cannoneggiamenti aveva divelto e devastato l’intreccio delle linee, rendendo impossibile la trasmissione degli ordini che, via radio-scarpa, sarebbero o non arrivati o pervenuti con eccessivo ritardo. Tenace fu la resistenza opposta dagli Alpini della 223a Compagnia che, tuttavia, non potevano sfuggire all’insidia proveniente dal Monte Lodin dove l’avversario aveva piazzato le proprie mitragliatrici e batteva inesorabilmente le zone sottostanti. Dopo aver fatto il possibile, il IV plotone Bersaglieri fu costretto a ritirarsi, offrendo al IV plotone Alpini il pretesto per ritirarsi a sua volta. Di seguito abbandonò la posizione anche il III plotone Bersaglieri. Il Generale Lequio dichiarava che quei plotoni in ritirata “avrebbero resistito vittoriosamente sino all’arrivo dei rinforzi, se non avessero avuto l’improvvisa, inaspettata e formidabile insidia dell’occupazione nemica del Monte Lodin, la quale, mentre li fulminava di fianco, dall’alto e alle spalle, tendeva, lungo i camminamenti, ad aggirarli”.

L’insistenza nell’addebitare ogni responsabilità dell’incipiente disfatta alla resa del Monte Lodin decretata al comandante delle tre squadre di Alpini non può fare a meno indurre a supporre l’intenzione coltivata dagli alti Comandi di creare un capro espiatorio indicando nella caduta del Lodin la causa prima dell’intero cedimento sulla linea frontaliera. Così non si sarebbe dovuta fare molta fatica nel cercare di assolvere tutti gli altri comandanti, o quasi tutti, dal non aver saputo opporre una resistenza eroica alla penetrazione degli invasori.

La stessa sorte dei plotoni sopra richiamati toccò pure al I plotone Brsaglieri, al I e al II della 223a Compagnia alpina del Val Varaita. Ora, dalle pendici del Monte Lodin ci spostiamo verso est, tornando nel tratto che si protende dalla Cima Val di Puartis al Passo Meledis. In questa zona, precisamente nei pressi di quota 1579, a sud-est della Cima Val di Puartis, era sistemata la 21a Compagnia del Battaglione Saluzzo, 2° Reggimento Alpini, al comando del Capitano Mario Musso di Saluzzo. In questo settore della difesa la resistenza si fece particolarmente accanita, vuoi per via di come si presentava il terreno, vuoi “perché il Capitano Musso, nobile e ammirevole figura di soldato, esercitava con la sua presenza e con il suo contegno una viva azione stimolatrice”, senza trascurare il merito dimostrato in mille occasioni dai comandanti di plotone e dagli Alpini a loro sottomessi. Anche in questa occasione il Generale Lequio non risparmia invettive all’indirizzo del subalterno inviato a difendere il Lodin, affermando che “si sarebbe resistito fino all’arrivo dei rinforzi, se la caduta del Lodin e quella successiva di Val di Puartis non avesse determinato quella truppa (la 21a del Battaglione Saluzzo)…a sottrarsi al pericolo di accerchiamento”.

Ancora elementi di incriminazione nei confronti del Sottotenente del Lodin, ma due osservazioni sono qui d’obbligo. La prima riguarda il qualificativo “successiva” relativamente alla caduta di Val di Puartis rispetto a quella del Lodin. Ma la cronologia, se vogliamo seguire le indicazioni portate sulle pagine di “L’Esercito Italiano nella Grande Guerra”, dice un’altra cosa: “Dopo le ore 11 però gli avvenimenti precipitarono. Il nemico riuscì al centro ad avvicinarsi alla parte più alta di Cima Val di Puartis… Tra le 14 e le 14,30’ anche le pendici sud e sud-ovest del Monte Lodin e la Cima Val di Puartis cadevano in mano all’avversario”, e la relazione della XII Brigata austro-ungarica dichiarava: “Alle 2,30’pomeridiane l’ultimo punto di appoggio (quota 1579) molto forte e alquanto ritratto, circa mille metri a est di Cima Val di Puartis, fu circondato da tutte le parti e preso d’assalto da reparti del I/3° e dal I/93°”. Dunque non successiva, ma un’azione simultanea si svolgeva sia sul Lodin sia per la presa della Cima Val di Puartis. Nei fatti appena descritti, ancora, è da tenere in considerazione l’aspetto cronologico degli avvenimenti. La tempesta di fuoco dell’artiglieria austriaca, durata quasi dieci ore, come asserisce il Generale Lequio, aveva costretto le nostre truppe a una “forzata immobilità”, lasciando ai nostri difensori soltanto la disperata ricerca di un qualsiasi riparo. Era verso le ore dieci che le fanterie austro-ungariche puntarono su Passo Lodin e su regione Meledis, sui siti presidiati relativamente dal Capitano Arnò e dal Capitano Musso, entrambi sopraffatti dopo accanito combattimento. La presa del Lodin, da notare con attenzione, avvenne verso le 14 lasciando intravedere un’azione degli attaccanti austriaci in contemporanea su vari punti della tratta Lodin – Val di Puartis.

La seconda osservazione da farsi riguarda i rinforzi che Lequio molto generosamente intravedeva potersi rendere disponibili in breve tempo. La realtà era un’altra perché, da quanto s’è affermato in precedenza, la distanza che separava i combattenti in linea dalle truppe di riserva in Val Pontaiba era tale che, via scarpone, il percorso sarebbe stato consumato in una quantità di ore inimmaginabile e quindi l’efficacia dell’intervento sarebbe svanita sul nascere. E non era l’unica deficienza di organizzazione, poiché nessuno aveva predisposto un dettagliato piano di arretramento e sistemazione a seconda difesa in caso di sfondamento; ogni decisione del momento era lasciata ai comandanti di Compagnia e di plotone secondo le loro intenzioni e la loro capacità di iniziativa.

Una ulteriore osservazione sulla cronologia del momento di cedimento è da farsi riguardo alla successiva dichiarazione del Generale Lequio. Il Capitano Musso era stato gravemente ferito, un subalterno ferito e un altro disperso. Allorché intesse lodi all’indirizzo del Sottotenente di complemento Rossi al comando del III plotone della 21a Compagnia nell’aver assunto il comando della medesima verso le ore 14, il Generale Lequio aggiunge che il medesimo Rossi “continuò a resistere e, nel ripiegamento, cercò di dargli carattere ordinato e composto”. Battevano dunque le ore 14, la stessa ora di caduta del Lodin e il Capitano Musso era ferito, dunque si era svolto uno scontro a fuoco poco prima delle 14 ossia in contemporanea della presa del Lodin da parte degli Austriaci. Sembra chiaro che non si possa parlare di uno dei due fatti responsabile “successivamente” dell’accadere del secondo. Secondo quanto mi suggerisce la mia analisi, invece, entrambi gli ufficiali decisero per un comportamento di evidente ammirevole carattere umano: salvare i propri uomini da una fine tragica e sicura; il subalterno del Monte Lodin con una deliberazione coatta di resa; il Capitano Mario Musso con l’aver comandato l’invio a  valle, verso la salvezza, della maggior parte della propria 21a, restando con pochi uomini, anch’essi feriti, a far fronte agli ultimi passi di avanzamento del nemico, prima di essere tratti prigionieri.

Il Generale Lequio prosegue nella propria Relazione indirizzata al Comando Superiore del Generale Cadorna annotando gli esiti sulla valutazione dei comportamenti dei comandanti di Suddivisione. In quanto al Capitano Arnò, per iniziare, rammenta la sua richiesta, rivolta al Maggiore Amico comandante di Sottosettore, volta ad avere assegnato un plotone in più, di cui manifestava la necessità nella formazione complessiva del suo tratto di competenza, ma la sua richiesta non poté essere esaudita. Il Capitano Arnò, allora, dispiegò le due Compagnie al proprio comando con una maggioranza di uomini sul fronte occidentale che avrebbe malauguratamente prestato un agevole passaggio a un eventuale tentativo di infiltrazione nemica, onde evitare la conquista, da parte delle forze austriache, della tratta che correva lungo l’alto corso del torrente Cercevesa e la parte meridionale della Cuestalta, con un’azione che avrebbe facilitato il ricongiungimento con le truppe che insistevano a nord della Cuestalta, il tutto per cercare di scongiurare lo sfondamento del fronte in quella direzione.

Il Capitano Arnò, con tale determinazione, avrebbe parzialmente trascurato la necessità di presidiare fortemente la linea Lodin – Val di Puartis, ma a questo proposito la sua scelta trova giustificazione nelle parole del Generale Lequio che definisce “la cresta del Lodin e quella del Val di Puartis… naturalmente forti per se stesse” e “data anche la presenza del rio Malinfier” che avrebbe potuto fungere da notevole ostacolo all’avanzata nemica verso Val di Puartis. Nell’insieme il Generale rileva una mancanza da addebitarsi al Capitano Arnò, cercando, come pare abbastanza ovvio, di minimizzare il peso delle decisioni assunte e delle conseguenze avveratesi: “…avrebbe forse fatto meglio a tenersi personalmente sul Monte Lodin… anziché sotto il Passo Lodin dove restò per occupare – come egli si esprime – una posizione più centrale, e sorvegliare meglio il fianco sinistro. Se egli fosse stato sul Monte Lodin, chiave, come suo dirsi, della posizione, forse il doloroso episodio… si sarebbe evitato”.

Finalmente un’ammissione di presa d’atto della realtà. Infatti che cosa ci stava a far il reparto del Capitano Arnò, perfettamente defilato alle insidie nemiche, sul Passo Lodin, quando si sapeva che la bagarre sarebbe scoppiata lassù in cima? Certo sarebbe stato più risolutivo e conveniente, ragionando egoisticamente, lasciare nei guai quel poveraccio di subalterno con il suo plotoncino stordito dall’infernale sarabanda dei cannoni austriaci, e occuparsi di volgere lo sguardo in basso, alla ricerca di una possibile via di salvezza. Ci pensasse lui, il pivellino, a vedersela con l’irrompere dell’avversario; d’altra parte, se lo avevano comandato lassù, un compito l’aveva, ed era chiaro, quello di fermare qualche centinaio di uomini ben riparati dal fuoco incessante delle loro mitragliatrici. Tanto più per la considerazione del Lodin come chiave strategica della posizione. Ma i suoi comandanti, al sottotenentino, non avevano fornito il requisito fondamentale, quello di operare miracoli.

Il Generale Lequio sciorina morivi di giustificazione alla scelta operata dal Capitano Arnò e la alleggerisce al punto da discolparne del tutto l’autore. Rammenta anzi che il Capitano Arnò aveva avanzato formale richiesta al Maggiore Amico, a partire già dalle ore sette del mattino per avere rinforzi; sicuramente presentiva che cosa sarebbe stata per accadere. Il messaggio però non trovò la via di inoltro perché le linee telefoniche erano tutte sconvolte dal fuoco avversario. In alternativa si sarebbe potuto usare gli eliografi per stabilire una comunicazione ottica, ma si dava il caso che gli addetti all’impiego della strumentazione non ne avessero dimestichezza alcuna. Come al solito, si ricorse alla radio-scarpa ossia all’impiego di buoni camminatori i quali riuscirono in effetti a portare il messaggio a Paularo, ma vi giunsero dopo più di tre ore e mezzo di marcia forzata ossia alle 10,30 allorché sulla linea di cresta le sorti delle nostre difese andavano precipitando. Eventuali rinforzi inviati in soccorso sarebbero giunti con un ritardo abissale e non sarebbero serviti ad arginare l’intrusione degli avversari sul patrio suolo italiano. Trascorrevano le ore e il Capitano Arnò non desistette dai tentativi ripetuti per creare un collegamento con il Maggiore Amico, ma anche in questo fallì per le ragioni sopra esposte.

Poco a sud-est di Cima Val di Puartis e in direzione del Passo Meledis era schierata la 21a Compagnia del Battaglione Saluzzo, comandata dal Capitano Mario Musso che, a detta del Generale Lequio, “tenne esemplare contegno di comandante e di soldato… Ferito due volte, non lasciò il comando… e incuorò continuamente i suoi uomini, dai quali ottenne lunga e accanita resistenza; diede egli stesso ordini per un composto ripiegamento quando comprese che esso era inevitabile, e rifiutò di farsi trasportare via dai suoi”. Lascerà la vita, l’eroico Capitano degli Alpini, il 17 settembre 1915 nel posto di medicazione del campo austriaco di Straniger Alpe, località nella quale, ferito irreparabilmente all’inguine, troverà sepoltura. Erroneamente il Generale Lequio, su informazioni ricavate da disertori e prigionieri austriaci, indica come data della morte del Capitano Mario Musso il giorno 15.

In quanto al Capitano Quarantini la ricerca di attenuanti alle decisioni o non decisioni da lui assunte si fa evidente. Si trattava di difendere la Cima Val di Puartis che “era abbastanza forte” e che, nel momento in cui fu sgomberata, “non era ancora stata risolutamente assalita dal nemico”. Fu il timore di essere accerchiato a convincere il Capitano Quarantini e a indurlo a ordinare la ritirata. Una risoluzione senz’altro prematura, osserva il Generale Lequio, dal momento che al Capitano Quarantini in quel frangente mancò la deliberazione di “preavvisare i contigui comandi, e meglio pesare le conseguenze che l’inattesa occupazione nemica della Cima Val di Puartis portava sulla consistenza dell’ala destra dello schieramento. Il Generale Lequio non va oltre la constatazione formulata con il dire “Gli mancò, a mio giudizio, il sicuro esame della situazione e l’esatto calcolo del tempo e dei collegamenti”.

Un confronto obbligatorio si impone a questo punto. Un Capitano, il Quarantini, a capo di un’intera Compagnia, la 223a del Battaglione “Val Varaita”, su un’altura da presidiare e difendere, ma che pensò opportuno dover abbandonare prima di portarsi in uno scontro diretto con il nemico, e un subalterno che, intravedendo imminente una strage orrenda per i suoi pochi uomini rimasti con lui sul posto del dovere, decise la resa, senza neppure pensare di allontanarsi dal proprio compito, pur di risparmiare quelle vite di Alpini da considerarsi, vista la situazione che li coinvolgeva, tutti eroi. Dunque sul Lodin resa onorevole a scopi di alta veduta umanitaria, mentre in Val di Puartis un Capitano che decide di voltare i tacchi prima di aver visto il diavolo in volto ossia fuga di fronte al nemico che si configura come un atteggiamento colpevole imperdonabile, poco meno pesante di un atto di diserzione. Tanto più che gli ordini erano per la difesa a oltranza su tutto il fronte. Il trattamento a fine battaglia fu però difforme e del tutto inadeguato, nel primo e nel secondo degli eventi citati, alla situazione così come si svolse.

Il Generale Lequio passa quindi a valutare l’operato dei comandanti di Sottosettore. Sul Monte Paularo era di stanza il Maggiore Amico, colà inviato da pochi giorni, per sostituzione del Tenente Colonnello Gazzano del Borgo San Dalmazzo mandato a riposo per un periodo determinato. Nei colloqui occorsi per il passaggio delle consegne il Tenente Colonnello Gazzano aveva rassicurato il Maggiore Amico comunicandogli previsioni ottimistiche per la resistenza del Sottosettore. Il Generale Lequio sottolinea un evento da tenere nella sua dovuta importanza ossia quello relativo alla richiesta rivolta dal Capitano Arnò perché gli fosse stato accordato l’invio di una cinquantina di uomini di rinforzo. La cosa avrebbe potuto avere esito positivo con l’impiego di un plotone estratto da una Compagnia fra quelle di riserva, ma Gazzano non aveva dato seguito alla richiesta pervenutagli, volendo dimostrare con questo che le forze in linea erano di una consistenza già di per sé sufficiente ad affrontare i compiti assegnati e di questo fatto nutriva sicura fiducia.

Anche qui emerge, come in molti altri casi non dissimili, la disparità di vedute sulla situazione in atto: da una parte le fondate preoccupazioni a fronte dei pericoli presenti e di forte portata, dall’altra un sorriso ottimistico per minimizzare le apprensioni espresse dai comandanti in linea, ancora la richiesta di operare miracoli, senza i mezzi essenziali; fu una discordia che portò spesso ai peggiori risultati e alla ricerca, comunque e sempre, di un facile capro espiatorio a portata di mano.

Immagine di Copertina tratta da CAI Spilimbergo.

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