Il Generale Lequio valutava sicuramente efficace la dislocazione dei contingenti armati sulla “linea di confine fino al Segnale di quota 1579” a est di Cima Val di Puartis. La parte alta del Rio di Lanzo (in questo caso non si tratterebbe del Rio das Barbacis, ma di un suo affluente, il Rio Malinfier che nasce poco a nord della Cima Val di Puartis) era caratterizzata dalla presenza di burroni e valloncelli poco inclini a ospitare le nostre formazioni. Si pensò allora di lasciarla agli Austriaci con le difficoltà che vi avrebbero incontrato. In quanto a noi, il nostro potere di controllo esercitato dalla quota 1579 e dalle pendici del Cul di Creta all’estremità occidentale del Monte Zermula avrebbe consentito di dirigere fuoco efficace qualora l’avversario avesse ardito sollevare il capo. Il Generale Lequio prosegue descrivendo l’andamento delle trincee italiane che si dipartivano dalle “solide posizioni del Medatte – Cuestalta – Creta Rossa verso Pecol di Chiaula e il Passo di Lodinut, proseguivano costeggiando la così denominata Colletta (m 1431) alla base del declivio occidentale del Monte Lodin, proseguendo poi lungo il confine fino al Segnale di quota 1579 e piegando infine verso sud per superare il Rio das Barbacis e guadagnare le pendici del Cul di Creta – Zermula. Il Generale Lequio si sprecava in lodi e apprezzamenti intorno ai lavori di difesa messi in opera dai nostri soldati, tutti “bene tracciati e bene eseguiti”: avrebbero senza dubbio resistito a “un prolungato e preciso tiro di artiglieria di grosso e medio calibro”. Il comandante della Zona Carnia, tuttavia, faceva un preciso esame di realtà aggiungendo “che, anche se molto più robuste le fortificazioni che si fossero costruite sul fronte Lodin – Val di Puartis sarebbero riuscite egualmente insufficienti contro il formidabile bombardamento che vi ha eseguito il nemico il 14 settembre, con fuochi incrociati, mediante tiri costantemente controllati dai suoi elevati osservatori, con proietti a gas asfissianti e lacrimogeni, con granate e shrapnels di piccolo, grosso e medio calibro, lanciati a profusione dall’alba alle quattordici”.

I trinceramenti dei nostri avversari non erano molto lontani dalla linea italiana, appena alla distanza da 200 a 500 metri.
Com’era dislocata la posizione difensiva italiana? Allorché il contingente era ancora integro, poiché presto venne decurtato di due Compagnie Alpine, la 13a del Battaglione Borgo San Dalmazzo e l’80a del Battaglione Saluzzo del 2° Reggimento Alpini, il tratto di fronte di cui si argomenta era difeso da tre Compagnie Alpine. La 13a e l’80a furono comandate di trasferirsi in Conca di Plezzo, zona Cukla. Per coprire il vuoto venutosi a creare si ricorse all’impiego di Alpini della Milizia Territoriale, a reparti di Fanteria e di Bersaglieri ricavati dalle file delle Compagnie Alpine dei Battaglioni Borgo San Dalmazzo, Val Varaita, Saluzzo, dal 145° Fanteria e dal 10° Bersaglieri Bis.
Focalizzata l’attenzione sul 14 settembre 1915, a difendere la posizione si disponeva di tre Compagnie: l’8a del 10° Bersaglieri Bis, la 223a del Battaglione Alpini Val Varaita e la 21a del Battaglione Alpini Saluzzo. Su quella parte di territorio, sino al segnale quota 1579 escluso, insisteva il Sottosettore di Monte Paularo al comando del Maggiore Amico che già era a capo del Battaglione Val Varaita. La parte più orientale era di competenza del Sottosettore Alto Chiarsò al comando del Maggiore Luigi Piglione già in testa al Battaglione Saluzzo. Il tutto stava alle dirette dipendenze del Comando di Settore facente parte alla 26a Divisione.
Il Generale Lequio nella sua relazione enumera nel dettaglio la dislocazione dei reparti sopra menzionati sul territorio confinale con l’Austria. Inizia con l’8a Compagnia del 10° Bersaglieri Bis e con la 223a del Val Varaita disposte lungo tutta la linea a partire dalla Casera Lodin sino alla Cima Val di Puartis: costituivano la suddivisione orientale del Sottosettore Monte Paularo, con a capo il Capitano Arnò già comandante dell’8a Compagnia del 10° Bersaglieri Bis. Il Comando del Capitano Arnò era situato presso la colletta del Passo Lodin. Non è precisata l’indicazione topografica di tale colletta, se a est o a ovest del Lodin. In altre occasioni essa viene indicata a ovest del Monte Lodin e a est del passo Lodinut, mentre il Passo Lodin si ravvisa piuttosto a est del Lodin, fra questo e la Cima Val di Puartis; pare più plausibile accettare quest’ultima interpretazione dal momento che la cartografia turistica attuale ne indica il passaggio del sentiero contrassegnato come Traversata Carnica “Carnia Trekking”. A un più attento esame pare che i Bersaglieri fossero sulla colletta a ovest del Lodin perché, da come si trova descritto nei volumi L’Esercito nella Grande Guerra, sulle pendici sud-ovest del Monte Lodin gli attaccanti furono inizialmente respinti da un plotone della 223a e contrattaccati e respinti da un plotone dell’8° Bersaglieri (come vedremo più avanti).
Per quanto riguarda il Capitano Quarantini, con la 223a Compagnia del Battaglione Val Varaita, la sua ubicazione viene indicata al centro, “presso Cima Val di Puartis”, opinatamente in zona Casera Lodin alta, attorno ai 1700 metri di quota. Sulla sinistra della suddivisione Arnò, aggiunge il redattore della Relazione, erano disposte le posizioni della Creta Rossa, il bastione che si protende a sud-est della Cuestalta. Da questo sito un plotone della 221a Compagnia del Battaglione Val Varaita poteva collegarsi a vista con la 223a in direzione del vallone punteggiato dalla Casera Pecol di Chiaula alta.
In quanto alla 21a Compagnia del Battaglione Saluzzo, che caratterizzava la suddivisione occidentale del Sottosettore Alto Chiarsò, al comando del Capitano Mario Musso, la stessa aveva sede presso il segnale di quota 1579. La 21a del Battaglione Saluzzo e la 146a Fanteria erano fra loro separate dal corso del Rio das Barbacis che alla Stua di Ramaz si univa al Rio Cercevesa per dare origine al torrente Chiarsò. Le nostre forze disponevano di una dotazione di artiglieria che poteva dirigere i tiri sulle formazioni austriache dal Monte Paularo, da Tamai, Varleit e Nereledis a sud del massiccio del Monte Zermula, dallo stesso Zermula, da Dimon e Cuesta Robbia a nord-ovest di Paularo. Si trattava di quasi una ventina di bocche da fuoco da 65/mont. a 149 di calibro.
Il Generale Lequio fa notare, a questo punto, che si avevano soltanto pezzi in maggioranza di piccolo calibro, quando invece i nostri avversari potevano disporre di una netta superiorità in efficienza di tiro. In quanto alle riserve avevamo la 1a Compagnia del 145° Fanteria in zona Casera Zermula a sud-ovest del Cul di Creta. Poi in Val Pontaiba, attraverso Ligosullo e Treppo Carnico da Paularo verso ovest fino a Paluzza, stazionavano le Compagnie 9a e 10a del 145° Fanteria che disponeva il proprio Comando nel centro abitato di Ligosullo, oltre a tre Compagnie del Battaglione Borgo San Dalmazzo di stanza a Treppo Carnico. Notevole era la distanza che separava queste formazioni dalla linea del fronte; da tenere oltre più in considerazione che i combattenti di questi reparti si trovavano al momento in turni di riposo. In caso di sopravvenuta necessità di un immediato rincalzo sarebbero sorti problemi insormontabili. Non si poteva pertanto parlare di una effettiva riserva tattica, nel caso anche di una decisione di intervento configuratosi assolutamente tempestivo.

Le difficoltà si presentavano oltretutto in modo maggiore per la scarsità della ricezione e sistemazione delle truppe. A titolo di esempio basti pensare al Battaglione Borgo San Dalmazzo che non si era allontanato dalla linea del fronte per ben quattro mesi in trincea, con uomini affaticati, divorati da parassiti, con gli effetti personali in condizioni disperate. Non esisteva altra opportunità per garantire un dovuto periodo di riposo alle truppe in linea dal momento che, se fossero state dislocate in punti vicini alle operazioni militari per poter intervenire con prontezza in caso di bisogno, il loro turno di riposo sarebbe stato molestato e invalidato dai fatti di guerra troppo ravvicinati, e riposo non sarebbe più stato.
Esaurita la sua presentazione del quadro complessivo che si presentava a incipiente conflitto sul Fronte orientale, il Generale Lequio passava a delineare le tappe in cui si svolsero i fatti nella concreta situazione in atto. Nel corso della notte sul 14 settembre 1915 si videro due disertori dell’Esercito austro-ungarico dirigersi a mani alzate verso le trincee che si dipartivano dalla Casera Lodin. Subito messi sotto interrogatorio, riferivano della possente preparazione delle forze austro-ungariche al di là del Lodin, che si sarebbero lanciate in quella direzione nelle ore dell’alba per conquistare il monte. Tali dichiarazioni, con tutte le dovute supposizioni e contro-supposizioni, fecero drizzare le orecchie ai Comandi rispettivamente messi al corrente del caso. Ne seguì che già alle tre di notte di quel 14 settembre ogni combattente aveva preso possesso del proprio posto in trincea, tenendosi pronto a rispondere a un eventuale attacco da parte avversa. Non era stato effettivamente un falso allarme perché trascorse poco meno di mezz’ora che dalla parte austriaca partì il fuoco di un bombardamento generale su tutte le nostre posizioni. Non si era mai assistito, fino a quel momento, a un attacco così violento e di tale inaudita intensità. I colpi, precisi e micidiali, si frangevano sulle nostre trincee e precipitavano sugli impianti di comunicazione retrostanti devastandoli e riducendo nell’immediato all’impotenza reattiva le nostre formazioni che non poterono decidere altro se non cercare di fretta e furia ripari adeguati per non farsi macellare. Si trattava di una “raffica incessante e bene aggiustata” che mandava all’aria parapetti, reticolati e blindamenti, sconvolgendo il tutto, mentre i difensori rannicchiati nel fondo delle trincee venivano raggiunti da pallette di shrapnel, da schegge e da frammenti. Non solo, ma venivano decimati anche da gas liberati da ordigni contenenti materiale asfissiante e lacrimogeno. La scena appariva raccapricciante e penosissima, i più dei nostri militari oppressi non solo da un uragano perdurato senza sosta per quasi dieci infernali lunghissime ore, ma persino impediti nell’inutile ricerca di un angolo dove potersi riparare ossia nel ruolo funesto di facili bersagli degli ordigni di morte. La “forzata immobilità delle nostre truppe” verso le ore dieci incoraggiò le fanterie austro-ungariche a puntare su Passo Lodinut e in regione Meledis, ma qui si avverò la reazione dei nostri difensori: verso le undici il 3° plotone Bersaglieri, al comando del Sottotenente di complemento Faro, si lanciò al contrattacco alla baionetta e riuscì a ricacciare i contingenti avversari che già si erano affacciati al di qua del Lodinut. Nel medesimo tempo entrava in azione la Sezione mitragliatrici del Battaglione Saluzzo che dal Cul di Creta dirigeva raffiche micidiali sugli invasori diretti alla conquista della zona segnale di quota 1579, coadiuvata dalla pronta azione di nostre pattuglie lanciate in avanscoperta.
Qui tornava a rivelarsi la disparità di forze impegnate negli scontri, soprattutto per la netta superiorità riconosciuta alla parte avversa, confortata anche da riserve pronte a scattare dai trinceramenti che, fra l’altro, la nostra artiglieria non riusciva quasi mai a raggiungere perché ottimamente occultati, difficili pertanto a essere individuati. L’avanzata delle formazioni austro-ungariche continuava imperterrita sfruttando abilmente le conformazioni del terreno, pronta nel colmare le perdite subite nel corso dei confronti armati, decisa a persistere, anche nella consapevolezza della vulnerabilità della nostra linea che, lunga e sottile nella sua estensione, era presidiata da forze diluite e quindi di limitata efficacia. L’avversario godeva altresì dell’apporto informativo garantito dalle ricognizioni aeree da giorni ormai attive al di sopra dei campi di battaglia.
Erano all’incirca le ore 14 che una colonna nemica si avvicinò minacciosamente alla parte superiore del Monte Lodin, presidiata da tre squadre di Alpini della 223a Compagnia del Battaglione Val Varaita, agli ordini di un giovane Sottotenente di complemento.
Dunque l’attacco era stato sferrato con obiettivo preferenziale il Monte Lodin. Da quell’altura gli Austriaci avrebbero potuto controllare e battere tutta l’area dell’alta Valle d’Incarojo. Un obiettivo remunerativo, come pare di poter desumere, da difendersi a ogni costo. Ma gli Alti Comandi richiesero il verificarsi di un miracolo: nonostante l’ammissione di importanza attribuita all’area sovrastata dal Monte Lodin, a presidio della medesima avevano inviato lassù appena tre squadre di Alpini; erano 35 uomini, più un sergente e un caporal maggiore per quanto è stato possibile ricavare dal reperimento dei nominativi ossia grosso modo un plotone di armati. E questo sparuto plotone, dotato di armamenti leggeri e di bombe a mano pervenute senza che vi fosse stato il tempo e il modo di addestrare la truppa al loro uso, sarebbe stato oberato della responsabilità di difendere un caposaldo di estrema rilevanza strategica, quale si mostrava essere il Monte Lodin. Gli Austriaci erano sicuramente al corrente di questa debolezza della nostra difesa, ma ugualmente temevano di incontrare lassù sul Lodin più consistenti truppe di rincalzo che avrebbero posto loro numerosi problemi; ma così non fu: la roccaforte ambita era in mano a un Sottotenente di complemento, privo della necessaria conoscenza delle caratteristiche ambientali e orografiche, ma anche privo dell’esperienza richiesta per far fronte a un compito così gravoso. Tant’è che gli Austriaci, nel sospetto di avere a che fare con una difesa soverchiante di forze italiane sul lato opposto del monte, si munirono di uno schieramento sproporzionato alla bisogna, come si legge sui volumi “L’Esercito italiano nella Grande Guerra”e sul mio lavoro “La Grande Guerra. Zona Carnia – Cukla Rombon – Monte Nero” da pagina 47 in avanti e che qui di seguito andrò elencando in sintesi.
Quel mattino del 14 settembre fu la XII Brigata da Montagna della 48a Divisione austro-ungarica a sferrare l’attacco contro il Monte Cuestalta e la Punta Cul di Creta. Erano state spinte all’attacco sette Compagnie, con un presidio di altre dieci Compagnie pronte a muoversi dalle linee avanzate sulla linea che congiungeva Pizzo Avostanis allo Straniger Spitz. A rincalzo di queste, ancora altre cinque Compagnie. Gli attaccanti, inoltre, potevano contare su sei Compagnie di marcia in Valle Gail e nei pressi di Gugel (m 1686) poco a nord della Cima Straniger (m 1840). L’artiglieria austro-ungarica sul tratto di fonte considerato era composta da 31 bocche da fuoco di tutti i calibri, compresi obici e mortai, proprio quelli che ci sarebbero serviti e che invece difettarono nella nostra dotazione. Come riferiscono i volumi sopra citati, noi potevamo contare soltanto su 18 pezzi nello spazio tra Monte Paularo e Monte Zermula.
Tornando di getto alla disposizione enumerata dal Generale Lequio veniamo a sapere che, allorché verso le 14 gli Austriaci erano arrivati quasi in cima al Lodin, gli Alpini che ne stavano a presidio apparivano impressionati e quasi storditi dalle lunghe ore, oltre nove e ininterrotte, di cannoneggiamento subito, finanche estenuati per la tensione nervosa che di loro si era impossessata sotto quell’inferno di ferro e fuoco. Lequio ipotizzava che un contrattacco sarebbe stato possibile, anche se soltanto “in un solo caso”, ma se torniamo a vedere tra le pagine dei volumi menzionati, cogliamo allora la drammatica informazione che sulla cima del Lodin arrivò la Compagnia del 100° Reggimento Fanteria austriaco, che, guarda il miracolo, si sarebbe dovuta arrestare di fronte a quel misero plotone di Alpini, già ridotto anche in forza per quattro Alpini dispersi, forse caduti nella lotta, e un ferito.
Ovviamente gli Austriaci, attestatisi sulla cima del Lodin con le loro mitragliatrici, si diedero a setacciare il versante meridionale per danneggiare le nostre postazioni e costringere gli Italiani a cedere terreno. Si caricò poi della responsabilità dell’accaduto il subalterno che stava a capo delle tre squadre di Alpini sul Lodin e lo si accusò di infamia per non aver saputo contrattaccare il nemico in avanzata. Considerata la situazione nei suoi aspetti più drammatici si è autorizzati a pensare che quel subalterno, conscio della responsabilità che gli pesava sulla coscienza, avrà immaginato di reagire con un subitaneo contrattacco, ponderandone anche le immediate conseguenze: tutti i suoi uomini sarebbero stati massacrati o catturati e la caduta del Lodin non si sarebbe comunque potuta evitare. Tatticamente la sorte era segnata. Buttarsi allo sbaraglio non sarebbe stato un atto di eroismo, ma di sconsideratezza assoluta. Fu più onorevole la resa che consentì di risparmiare le vite di quei giovani che già avevano perso le speranze. Forse il comandante del plotone, gettandosi verso morte sicura con un atto deliberato, portando con sé al macello quel manipolo di Alpini, sarebbe stato poi considerato un eroe della Patria e insignito di un’alta onorificenza, ma la Patria, per un gesto tanto coraggioso quanto inutile, avrebbe perso molte vite dei suoi migliori difensori, sacrificate per una fine scontata e assurda. La Patria, come si può argomentare, aveva bisogno di difensori vivi, non di eroi morti.
Tornando sul terreno di battaglia sappiamo dalla Relazione del Generale Lequio che nella mischia venutasi a creare sul Passo Lodin fu ferito il Tenente Turturici al comando del suo plotone Bersaglieri. Avvertita la notizia, i suoi dipendenti persero l’originario ardire e iniziarono a retrocedere. Era trascorsa appena un’ora dall’occupazione austriaca del Lodin che anche fra le forze disposte a difendere la Cima Val di Puartis sopravvenne la paura di incorrere in una brutta fine, così che lasciarono i loro posti paventando un rapido accerchiamento e consentirono agli aggressori di prendere possesso delle posizioni abbandonate. Si verificò qualcosa come una reazione a catena per tutto il rimanente delle nostre truppe. Alla vista dei reparti austriaci ormai padroni delle alture del Monte Lodin e della Cima Val di Puartis, nel momento in cui le sparatorie provenienti di lassù erano giunte a tiro, “non poté non formarsi nell’animo di tutti la persuasione che una ulteriore resistenza in quelle condizioni li avrebbe portati allo sterminio”, tanto che i nostri difensori decisero per il ripiegamento su tutta la linea Lodin – Val di Puartis.
Queste parole del Generale Lequio si pongono in lampante contraddizione con quelle espresse poco prima a vituperio del segno di resa a cui era pervenuto il subalterno sulla cima del Lodin. La situazione era la stessa: un invasore scatenato, dotato di armamenti efficienti e in condizioni di superiorità sia numerica sia per dotazione di mezzi d’assalto. La differenza consisteva nel fatto che sul Lodin era una trentina di Alpini a far fronte a una falange inarrestabile di ben ventidue Compagnie austro-ungariche rinforzate da un’artiglieria possente e da sei Compagnie di rincalzo. Si parlava, conti alla mano, di una formazione attaccante di circa quattromila uomini ormai prossimi e di un altro migliaio di riserva. La disparità di forze in lizza era immensamente evidente, ma i nostri Comandi non ne avevano previsto il verificarsi e pensavano che quel tratto di fronte, presidiato da sole tre Compagnie di Alpini e Bersaglieri sulla linea Lodin – Val di Puartis e con sole tre squadre, forse appena una trentina di uomini sul Lodin, sarebbe stato più che adeguato a garantire l’intoccabilità della cima del Monte conteso. Chi, viene da chiedersi oggi, avrebbe dovuto meritare una severa condanna?
Riportandoci sulle erte del Lodin – Val di Puartis ricaviamo dalla Relazione del Generale Lequio che i nostri difensori, ceduta la linea confinaria agli occupanti, venivano bersagliati dai tiri di fucileria e di mitragliatrici provenienti dalle quote superiori, mentre alle spalle degli aggressori giungevano sempre nuove truppe fresche come rinforzo all’azione. Nei nostri reparti erano rimasti pochi ufficiali superstiti, la maggior parte “giovani ed inesperti”: inizialmente si contavano 14 ufficiali dei quali, nel corso degli scontri armati, rimasero due uccisi, quattro feriti, due prigionieri e un disperso ossia nove ufficiali fuori combattimento.
Dell’ufficiale disperso che il redattore della relazione sospetta caduto in battaglia, seppi piuttosto recentemente dalle dichiarazioni verbali del figlio del Sottotenente difensore della cima del Lodin che meno tragicamente cadde prigioniero e che, in tempi di pace, era solito fare visita al suo collega del Lodin finalmente estranei alle brutture della guerra. Ma poi, spostandomi di considerazione in considerazione, quella constatazione della maggior parte di “giovani ed inesperti” fra gli ufficiali in linea mi suona del tutto abnorme: volevamo condurre una guerra aggressiva mandando al fronte ragazzi senza aver dato loro la dovuta preparazione e, per di più, in quelle condizioni vincere una guerra?
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