Quel quattordici Settembre… Parte 1 di 5

Non si erano ancora compiuti quattro mesi dall’inizio del primo Conflitto mondiale. Ci troviamo in Alta Carnia. Qui si consumò una giornata di tremenda lotta fra le truppe italiane e quelle austro-ungariche. La zona interessata è quella di confine, sulla displuviale alpina. L’Italia aveva dichiarato guerra all’Austria-Ungheria in seguito alla denuncia del Patto della Triplice Alleanza stipulato con l’Austria e la Germania nel 1882, per la durata di ben 33 anni.

La situazione era chiara: l’Italia in posizione aggressiva per la conquista delle terre irredente e l’Austria-Ungheria colpita dalla sorpresa che sorpresa non fu più di tanto per quanto entrambe le Potenze avevano lasciato intendere sul piano della diffidenza reciproca. A tutti gli effetti, tuttavia, era l’Austria a diversi difendere dai tentativi italiani di invasione e tanto fece per mettere le nostre forze più volte in difficoltà arrivando addirittura al punto di stare per ribaltare la situazione di partenza. La Storia racconta che queste dinamiche ebbero a verificarsi per ben oltre due volte nel corso della prima Guerra mondiale: con la Strafexpedition del 15 maggio 1916 sugli Altipiani di Asiago-Tonezza e con la rotta di Caporetto del 24 ottobre 1917.

Il 14 settembre che qui mi accingo a trattare riguarda il 1915 e si svolge attorno a fatti di guerra drammatici che permisero ai nostri avversari di superare per la prima volta i patri nostri confini e di penetrare in territorio italiano. Fu una giornata, quella, gravida di pericoli, di sacrifici, di paure, quasi una prima Caporetto se così la si vuole intravedere. Poco conosciuta nel suo svolgersi e nelle conseguenze che ne sarebbero potute derivare, tuttavia di notevole rilievo per le considerazioni di ordine tattico, strategico e logistico che vi si accompagnarono. L’analisi dei documenti che stanno a corredo del succedersi dei fatti di guerra del 14 settembre 1915 lascia molti spazi aperti a interrogativi irrisolti, visti dai comandanti del tempo con l’occhio del militare che assiduamente si sforza di preservare l’operato dei responsabili dall’attribuzione di colpe, a volte anche pesanti. Per questo ho notato che non sempre, nei resoconti che ho avuto a disposizione, le valutazioni appaiono nel massimo dell’oggettività, ed è questa discrepanza di atteggiamenti che cercherò di porre in evidenza. Alla esposizione fedele di quanto risulta dai documenti autografi affiancherò, annotandole in corsivo, le mie personali osservazioni altrettanto documentate storicamente e passate al vaglio di una logica strettamente interpretativa. Gli enunciati raccolti fra virgolette nel corso dei commenti sono riferiti alle parole testuali proferite dal redattore della Relazione.

Mi avvarrò di una preziosa documentazione inviatami il 18 agosto 2015, nel centenario dell’avverarsi dei fatti che mi avvio a narrare, dal Cav. Ten. Lindo Unfer, presidente del Museo Storico della Grande Guerra di Timau, profondo conoscitore dei luoghi e delle vicende belliche inerenti a quel terribile primo Conflitto armato mondiale. Il dossier fornitomi da Lindo Unfer riguarda il XII Corpo d’Armata o “Zona Carnia” con centro d’interesse il Monte Lodin nel Comune di Paularo (Udine), composto a seguito dell’inchiesta realizzata dal Generale Arrighi, comandante della I Brigata Alpina in Carnia, attorno all’azione nemica del 14 settembre 1915, si accompagnerà alla Relazione del generale Clemente Lequio, comandante il XII Corpo d’Armata, inviata al Comando Supremo, generale Luigi Cadorna. Vi sono allegati carteggi vari attinenti al Comando del XII Corpo d’Armata, 26a Divisione, il tutto datato settembre-ottobre-novembre 1915. Il Generale Giovanni Arrighi, per meglio specificare, nato a Lucca nel 1861, l’anno della formazione del Regno d’Italia, all’entrata in guerra era al comando del 3° Gruppo Alpini che venne poi trasformato in I Brigata Alpina con sede a Paluzza e con giurisdizione sul territorio dei Sottosettori Alto Chiarsò e Monte Pizzul che nel seguito di questa analisi verranno ampiamente richiamati. Arrighi uscirà dal Conflitto decorato della Croce di Cavaliere dell’Ordine Militare di Savoia. Con la 26a Divisione il Generale Arrighi era responsabile dell’intero Gruppo Orientale composto dal Settore But-Degano agli ordini del Generale Salazar, insistente sulle zone dell’alto But, dell’alto Chiarsò, del Monte Pizzul e con sede a Piano d’Arta nella vallata del But o Canale di San Pietro.

Il Comando militare di più alto riferimento in loco era quella della Zona Carnia, citata, con a capo il generale Clemente Lequio, alle dipendenze del quale stava la 26a Divisione con la I Brigata Alpina. La sede del XII Corpo d’Armata era a Tolmezzo. La Zona Carnia, nello specifico, era composta da due Divisioni, la 26a dislocata sul Settore But-Degano e la 36a lungo la Val Fella.

Più nel dettaglio il quadro si articolava nel Sottosettore Monte Paularo affidato al Maggiore Amico comandante del Battaglione Val Varaita del 2° Alpini; nel Sottosettore Alto Chiarsò (il torrente che passa per Paularo e solca la Valle d’Incarojo) al comando del Maggiore Luigi Piglione in testa al Battaglione Saluzzo, con sede a Casera Pizzul; nella suddivisione orientale del Sottosettore Monte Paularo con a capo il Capitano Arnò dell’8a Compagnia, 10° Bersaglieri Bis, di stanza presso la colletta del Passo Lodin; nella suddivisione occidentale del Sottosettore alto Chiarsò demandato al Capitano Mario Musso comandante della 21a Compagnia del Battaglione Saluzzo, 2° Alpini, compreso in zona quota segnale 1579 e Passo Meledis; nella 223a Compagnia del Battaglione Val Varaita comandata dal Capitano Quarantini. Il Colonnello Franco comandava il Sottosettore alto But. Al comando del Sottosettore nel 1917 si alterneranno il Maggiore Generale Squillace con sede a Casteons di Paluzza (v. Ordine di Sottosettore n° 47/b del 14 luglio 1917) e il Colonnello Brigadiere Bover (v. Ordine di Operazione n° 1 del 27 ottobre 1917). Dopo Caporetto la sede, da Casteons, fu trasferita a Sutrio, poi a Formeaso e a Forni di Sotto.

Nello scorrere le pagine che si apriranno alla lettura si consiglia di tenere d’occhio le cartine e gli schizzi inseriti nella descrizione perché sia conferita concretezza alla dislocazione territoriale delle vicende occorse nel periodo preso in esame. Per chi volesse saperne di più, tuttavia, sono disponibili, da parte dell’autore che scrive queste osservazioni, pubblicazioni specifiche di riferimento: Il Battaglione Saluzzo. Storia e gesta dalla nascita a oggi, Barge 2013 e La Grande Guerra. Zona Carnia – Cukla Rombon – Monte Nero, IBN Editore, Roma 2015.

Ora possiamo dedicarci agli eventi dell’annunciato 14 settembre 1915 a iniziare dalla Relazione inviata alla stessa data dal Generale Lequio al Comando Supremo ossia al Generale Cadorna, nella quale sono descritti i risultati dell’inchiesta compiuta sul fatto d’arme che portò alla perdita della posizione “Lodin – Val di Puartis” sulla zona di confine all’apice dell’alta Val d’Incarojo, Comune di Paularo. Nella sua Relazione Lequio dichiara essere stato “dolorosamente sorpreso per la poca resistenza fatta colà dalle nostre truppe” e in conseguenza di ciò afferma di essersi mosso per circoscrivere le responsabilità dell’accaduto, essendo gli Austro-Ungarici riusciti a fare breccia in territorio italiano a dispetto delle nostre difese.

Pare quasi ridicolo parlare di difesa da parte italiana. Non eravamo noi quelli che in breve tempo, passando per Gorizia, Trieste e travolgendo Lubiana, avremmo dovuto occupare le terre austriache e spingerci fino a Vienna?

Il Generale Lequio, dal Comando della Zona Carnia (XII Corpo d’Armata) aveva incaricato il Generale Arrighi di mettere in piedi un’inchiesta accurata. Arrighi a quel tempo era stato posto a capo del Gruppo orientale di sottosettori nella zona denominata “But-Degano” e allargava la propria giurisdizione militare sul Sottosettore Alto But – Alto Chiarsò – Monte Pizzul corrispondente logisticamente alla I Brigata Alpina. La sua posizione non era priva di seri motivi di preoccupazione di fronte ai palesi sforzi prodigati a ritmo incalzante dagli Austriaci proprio sul fronte Alto But – Alto Chiarsò. Contemporaneamente il Generale Lequio si prodigava nell’ottenere il maggior numero di informazioni dagli interrogatori di reduci, feriti e Comandi vari, assicurando che le conclusioni a cui addivenne non erano dissimili da quelle raggiunte dal Generale Arrighi.

Come preambolo alla propria Relazione il Generale Lequio ritagliava un’ampia fotografia della zona interessata. Partì dalla Cima della Cuestalta che definiva come un caposaldo ben munito della “linea difensiva” italiana, sino alle sottostanti posizioni di Creta Rossa.

Già da questo inizio ci incontriamo con la dizione “difensiva” che induce a immaginare quali fossero le aspettative dei comandanti in quella situazione: “portiamoci sulla linea di confine, assestiamoci per bene disponendo un sistema difensivo incrollabile e… aspettiamo. La mancanza di tempestività nelle decisioni da abbracciare, i lunghi tempi di attesa inerziale e di rimando furono in ripetute occasioni gli elementi che giocarono a sfavore della nostra conduzione delle azioni belliche.

Poco più a Est gli Austriaci si erano “da lungo tempo” fortemente sistemati sulla linea spartiacque fra il Passo Pecol di Chiaula (m 1873) e il Passo Lodinut (m 1817) con la Cuestalta a Ovest e il Lodin a Est. Quest’ultimo (m 2015) presenta a tutt’oggi un versante piuttosto scosceso a Sud, verso la Conca di Paularo, mentre a Nord, fronte all’Austria, la discesa è meno aspra e si protende sino al Waschbühel e al Weidegger (m 1962), luoghi adatti per raccogliere truppe e artiglierie facilmente occultabili e sfuggenti ai tentativi nostri di ricognizione. Il terreno si presenta allargandosi attorno a un centro detto Stua di Ramaz, a poco meno di mille metri d’altitudine con a sud la direttrice Monte Paularo – Monte Zermula e a nord la linea frontaliera che da ovest a est passa per la Cima Avostanis (m 2193), il Passo Pramosio, il Monte Scarniz (2118), la Cuestalta (2198) con la Punta Medatte, il Passo Pecol di Chiaula (m 1873), il Passo Lodinut (m 1817), il Monte Lodin (m 2015), la Cima Val di Puartis (m 1613), la Sella di Cordin (m 1752), la Creta di Lanza (m 2057). A muovere dalla direttrice meridionale Monte Paularo – Monte Zermula per raggiungere la linea frontaliera sopra descritta sarebbero occorse, dice il Generale Lequio, “parecchie ore di marcia, su terreno in gran parte ripido e scoperto”.

Quest’ultimo particolare è da tenere presente allorché si andrà parlando dei tempi per portare soccorsi ai difensori della linea di confine abbattuta dalle forze austriache, come si vedrà più avanti.

Si trattava di un terreno dai requisiti tattici assai critici, fatta eccezione per il solo tratto delle “insellature di Pecol di Chiaula – Lodinut e del Passo Lodin”. Infatti su quel tratto e cioè a sud della linea di confine non sussistevano condizioni favorevoli per stabilire luoghi di raccolta né per manovrare né per fruire di collegamenti, presentandosi gli spazi troppo angusti nell’intento di ammassare o riparare le truppe. “Per questa sua naturale ristrettezza – precisa il Generale Lequio – e per la presenza del retrostante fossato, la posizione del Lodin – Val di Puartis si può paragonare allo spalto di una fortezza… la vera resistenza è rappresentata da queste ultime posizioni, ricche dei migliori requisiti per una salda e manovrata occupazione”.

Per “retrostante fossato” è da intendersi “il solco aspro e profondo Rio Cercevesa – Rio di Lanzo e poi l’erta e dominante linea del Paularo-Zermula”. La denominazione “Rio di Lanzo” è posticcia in quanto sulla cartografia della zona quel corso d’acqua, che ha origine dal Pian di Lanza (m 1800 circa), così fu denominato in ossequio al luogo in cui nasce, ma in realtà è sulla cartografia indicato come “Rio das Barbacis”. Nel seguito della descrizione si useranno entrambe le diciture, nel riguardo che si riferiscano al medesimo oggetto topografico. È da osservare in particolare la ripresa del termine “resistenza”, quasi a sospettare che il Comando della Zona Carnia avesse presentito un’intrusione delle forze avversarie e la necessità di imporre una struttura difensiva da parte italiana. Quando, poi, l’estensore della Relazione fa riferimento ai requisiti presentati dalle posizioni adibite alla difesa su territorio considerato, accenna a “una salda e manovrata occupazione”, ma da parte di chi? Di noi Italiani che ci trovavamo ancora in terra patria e che, in quanto a preparazione tattica e strategica, nulla ancora sapevamo di manovre di occupazione, data l’imposizione del Generale Cadorna ad attaccare con scontri frontali su tutta la linea? Pare veramente improbabile. Sarebbero stati piuttosto gli Austriaci, che dai loro colleghi Tedeschi avevano appreso come si combatte con manovre avvolgenti ben architettate, a spingersi verso l’occupazione delle nostre terre.

Il Generale Lequio attribuiva un’importanza fondamentale al tratto di cresta Lodin – Val di Puartis come punto di riconosciuto sbarramento a tentativi nemici di violare il nostro “territorio nazionale in ogni punto del fronte”, ma anche perché quelle posizioni costituivano un serio motivo di minaccia nei confronti dei “ricoveri e luoghi di raccolta del nemico”. Per meglio orientarci sulla cartografia precisiamo che i punti di passaggio offerti dal Lodin erano la Colletta a ovest del monte e il Passo Lodin a est. Si trattava di una linea strategica che, in caso avverso, avrebbe consentito all’avversario di gettare l’occhio e di infiltrarsi con la minaccia in “casa nostra”. Ancora, di lì ci si sarebbe potuti muovere efficacemente per un’augurabile possibile avanzata delle nostre truppe verso il Gail, quindi in territorio assolutamente austriaco.

A questo punto il Generale Lequio fa ricorso a un termine che pare sensibilmente fuori posto: “occupazione Carnica”. Parlare di occupazione, nella situazione analizzata, riporta con immediatezza a quello che era il vero sentimento patrio della popolazione locale nel 1915: le truppe italiane giunte in Carnia, fin dal 1914, in realtà per i residenti non erano l’Esercito di liberazione perché, da quanto si è potuto rilevare da dichiarazioni raccolte, i Carnici sotto l’Impero di Francesco Giuseppe stavano bene e non avrebbero certamente ambito a cambiamenti drastici del sistema politico-amministrativo di loro retaggio. Per una gran parte dei residenti quelle italiane erano truppe d’occupazione, non viste certamente di buon occhio. Così in generale, salvo le inevitabili eccezioni. Non per nulla i nostri Comandi militari avevano appioppato ai residenti meno ossequienti l’epiteto di “austriacanti” e in quanto tali ritenuti denunciabili, in certi casi passibili addirittura di condanna, anche estrema come effettivamente accadde. Per di più si torna a parlare di resistenza, e siamo solo agli inizi del conflitto armato, quasi un’ossessione premonitrice, la cui “prima forte linea” non coincideva con quella di confine, ma invece si estendeva per lungo tratto “dai massicci del Crostis-Paularo-Zermula”. Del settore Paularo-Zermula mi sono soffermato abbastanza a fondo nelle righe precedenti, mentre qui si aggiunge il Monte Crostis (m 2250), spostato molto più a ovest sia del Monte Terzo (m 2034) sia dell’abitato di Timau.

Il Generale Lequio non produce sforzo alcuno nel palesare alcuni fondati timori, come dice lui, “Per molte ed ottime ragioni, di carattere politico e militare” che consigliavano ai nostri comandanti di tenersi, da subito, “abbarbicati alla linea confinaria dotandola dei migliori requisiti in vista di una eventuale resistenza a un attacco nemico… Ma è ovvio – prosegue Clemente Lequio – che là dove la pressione del nemico superasse la nostra resistenza, ivi la difesa nostra dovrebbe senz’altro portarsi al di qua dell’avvallamento, non avendo modo di sviluppare resistenze intermedie”. E rieccoci tornati all’uso dei termini “resistenza, difesa” che non può fare a meno di riportare alla formulazione di un dubbio: gli Alti Comandi avevano portato le nostre truppe sulla linea di confine con il solo scopo di intimorire gli Austriaci? Era sufficiente soltanto mostrare i denti per metterli in fuga? Oppure lì le nostre compagini sarebbero state costrette a restare nel timore e nell’attesa che dovessimo prima o poi pararci da un attacco nemico? Se così era pare di essere autorizzati a congetturare che i nostri Comandi avessero dichiarato questa guerra dagli incerti esiti già convinti che la conquista e la vittoria sarebbero state contenute soltanto in un vuoto di parole inutili. Le mire di conquista, dunque, in quale diafana utopia si erano disciolte? Qualcosa del genere lo staranno a dimostrare i fatti successivi che riveleranno nelle nostre fila una capacità di preparazione e di conoscenza tattica assolutamente deficiente.

Immagine di Copertina tratta da Turismo FVG.

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