Particelle protagoniste

Si potrà mai sapere da dove veniamo e per quale misterioso progetto siamo qui e ora? Risiede in questo interrogativo tutta l’ansia di chi vuole sapere di più sul proprio esistere e sull’ampia finestra che si aprirà, per chi vuole credere, quando il sipario verrà abbassato.

L’idea di portare qualche riflessione su questi temi mi è balzata in mente dopo aver seguito il documentario televisivo sulla figura eccelsa di Rita Levi Montalcini, andato in onda il 2 gennaio scorso. Così mi sono incamminato nel percorrere un lungo viaggio in circolo attorno a quella particella fantastica che è chiamata in causa nel processo di crescita del sistema nervoso, particolarmente in noi umani. Si tratta di una piccolissima proteina alla quale è stato attribuito il nome di nerve growth factor, in lingua inglese, abbreviato con l’acronimo NGF. Questa proteina è formata da due unità di 118 amminoacidi dei quali alcuni, come la metionina, la tirosina, la leucina, la valina, la treonina, il triptofano e altri ancora sono essenziali per l’uomo. Tale sostanza è adibita a dare una direzione agli assoni delle cellule nervose e a interagire nel loro sviluppo. Questo accade grazie a meccanismi di segnalazione cellulare che hanno come scopo la creazione dell’encefalo nelle sue funzioni particolari. Fu Rita Levi Montalcini, studiosa e ricercatrice nel campo delle neuroscienze, a scoprire, era il 1951, il fattore responsabile della crescita del sistema nervoso, scoperta che le valse l’assegnazione del Premio Nobel per la Medicina nel 1986. Rita Levi fece chiarezza sui processi attraverso i quali si realizza la corretta innervazione degli organi e dei tessuti nell’organismo umano. La scienziata diede attuazione al proprio progetto di ricerca allorché, scoppiata la follia del secondo Conflitto mondiale in Europa, trovò rifugio negli Stati Uniti, per invito dell’embriologo Viktor Hamburger che era giunto al punto di teorizzare lo sviluppo del cervello non già per automatismi pregressi, ma come risultato di un’interazione con le fibre nervose periferiche. Rita Levi entrò in collaborazione con Stanley Cohen il quale, sul suo stesso indirizzo di ricerca, era riuscito a individuare una nucleo-proteina capace di stimolare la crescita dei neuroni in prossimità delle cellule nervose in vitro.

La molecola NGF ebbe subito importanti applicazioni in medicina, come l’impiego per la cura delle ulcere della cornea. Tanto si riuscì a realizzare perché il fattore NGF dimostrò di essere capace di indurre l’allungamento delle fibre nervose orientandone la crescita verso gli organi bersaglio, con forti probabilità sviluppando o rigenerando gli assoni dei neuroni. Il meccanismo seguito da questo processo è assai complesso: l’NGF si dirigerebbe su un recettore specifico presente sulla superficie del neurone in fase di crescita, innescando un rapido aumento delle reazioni metaboliche attivate nell’interno della cellula nervosa e la conseguente spinta di crescita sull’assone della stessa. La molecola di NGF avrebbe il compito di percorrere la strada che la porta, lungo l’assone, fino al corpo della cellula e in questo fare darebbe vigore al neurone per il suo mantenimento in vita. Dalla prima applicazione realizzata sulla cornea l’NGF promette ottime possibilità di risanare casi di diabete, di tumore, di Parkinson, di Alzheimer, di glaucoma, di lebbra, di SLA, di AIDS e persino di schizofrenia. Oltre a tutto ciò il fattore NGF si dimostra attivo anche a beneficio del sistema immunitario e del sistema endocrino. Può essere impiegato altresì per prevenire danni al sistema nervoso centrale in fase di intervento chirurgico, chimico, meccanico e addirittura nei casi di ischemia allorché vengano meno l’afflusso sanguigno e la conseguente capacità di ossigenazione in parti dell’organismo. Promette bene poi anche nella prospettiva della cura di forme depressive e di stress.  Contribuisce inoltre a formare la memoria immunitaria.

L’NGF si presta a essere utilizzato nei processi di generazione delle cellule del sangue, in quanto negli elementi organici adibiti alla formazione di dette cellule ossia nel midollo osseo e nel timo incontrerebbe i recettori predisposti e adatti al suo ingresso in campo. Le cellule in attesa restano, diciamo così, in stato di quiescenza fin tanto che non si verifichi l’ingresso del NGF nei suoi recettori, dopo di che danno avvio alla propria attività. Come si ottiene l’NGF? Nella sua qualità di natura proteica, inserito nella famiglia delle neurotrofine, viene estratto e purificato dalle ghiandole salivari sottomascellari del topo adulto e dal veleno di serpente.

Fin qui mi sono dilungato, cercando insistentemente di non produrre più confusione di quella che alberga nella mia mente. Ora vorrei volgere lo sguardo a quell’altra particella protagonista del nostro esistere, che è il bosone. Innanzitutto un tentativo di definizione terminologica: bosone è un vocabolo che deriva dal nome del fisico indiano Satyendra Nath Bose, studioso di fisica nucleare e formulatore, insieme ad Albert Einstein, di una legge statistica alla quale obbediscono i bosoni. Stiamo parlando di particelle elementari che si esprimono nel fotone e nel mesone o pione. Il fotone è responsabile del campo elettromagnetico mentre il pione è responsabile del campo di forza nucleare. Dobbiamo a Peter Higgs la scoperta di questa nuova particella subatomica, riconosciuta il 4 luglio 2012 dal CERN nell’insieme degli esperimenti ATLAS e CMS. Era già presente nelle teorizzazioni precedenti fin dal 1964. Il 5 aprile 2012 si aveva avuto sentore, in sede CERN, dell’esistenza di questa particella, ma la scoperta fu ufficialmente confermata il 6 marzo 2013. L’8 ottobre 2013 Peter Higgs e François Englert ricevettero il Premio Nobel per la Fisica.

CERN – Geneva, Switzerland - Atlas Obscura
Immagine tratta da Atlas Obscura

Il bosone di Higgs, dotato di massa propria, avrebbe la prerogativa di conferire la massa alle particelle elementari avvalendosi del fenomeno relativo alla rottura spontanea di simmetria. Si è detto che il bosone di Higgs testimonierebbe la propria presenza in tutto lo spazio vuoto dell’Universo e nell’intero volgersi del tempo. Fu solo in seguito al Big-Bang che si innescò un processo capace di conferire massa ai bosoni, compreso il bosone di Higgs, per cui si ruppe in modo spontaneo la simmetria del gauge elettrodebole. Il termine “gauge” in fisica (letteralmente in inglese “scala di misura“, “calibro“) nasce storicamente alla fine degli anni venti del novecento a opera del matematico Hermann Weyl che per primo intuì l’importanza della simmetria locale ritenendola appunto un’invarianza per trasformazione di scala. La simmetria di gauge, o simmetria di scala, è una simmetria dello spazio interno associato a una teoria fisica che ha come conseguenza l’invarianza della stessa sotto l’effetto di particolari trasformazioni locali; una tale teoria prende il nome di teoria di gauge. Il termine viene usato per indicare una particolare scelta o convenzione in base alla quale determinati enti acquistano certe proprietà. Sono dette teorie di gauge quelle teorie le cui equazioni sono invarianti per trasformazioni di gauge. La più antica teoria di gauge è la teoria del campo elettromagnetico; il campo elettrico e magnetico, e quindi le equazioni di J.C. Maxwell, rimangono infatti invariati se si modificano tutti i potenziali mediante una trasformazione di gauge.

Per questa sua particolarità le si attribuì volgarmente la facoltà di dare forma a ogni cosa e in ogni tempo. In base a tale interpretazione fu anche chiamata “La particella di Dio”, come un pennello nelle mani di Dio nell’atto di creare i profili e le sostanze degli elementi dipingendo sulla grande tela dell’Universo, cosa che dispiacque a Higgs il quale, nonostante la sua posizione atea nei confronti dei misteri religiosi, credette che tale denominazione risultasse irrispettosa nei confronti dei credenti.

Ora nell’approcciarmi ad affrontare la terza parte di questa mia succinta esposizione, mi ci proverò con alquanto timore a spingermi nell’analisi di alcune affermazioni perché da esse mi si sollevano forti perplessità e infiniti interrogativi irrisolti. Siamo nel campo della scienza, dunque nulla di trascendentale, ma soltanto dati sui quali posare l’attenzione. Dati che, intanto, potrebbero divenire oggetto di analisi più approfondita, volendolo fare, da parte di ricercatori nella materia del cosmo e di esegeti nella sfera dell’inconcepibile. La scienza, tuttavia, ha il compito fondamentale di indagare i fenomeni e di dare loro una visione prospettica, tale da stabilire un modo di essere e di fare delle varie componenti di un organismo. Ma la scienza si ferma di fronte a richieste che si spostino sul perché dei processi che accadono sotto i nostri occhi e sulla loro motivazione di partenza e di arrivo. Andare a frugare più in là non è suo compito, forse lo è soltanto per studi metafisici, filosofici o religiosi. Io non sono uno scienziato e neppure un esegeta, godo pertanto di un vantaggio, quello dell’eclettismo che mi consente di sciogliere il mio pensiero, di lasciarlo libero di scegliere una direzione fra centinaia disponibili e di dispiegarsi senza limiti fra ipotesi e congetture le più improbabili. Eccomi allora a rivedere quanto ho messo giù con la penna e a sostare alquanto qualora la terminologia adottata mi lanci un segno di interdizione, come per rivelarmi e dissipare una nube accorsa a seminare gocce di confusione e di estrema incertezza. Mi sforzerò di compiere una breve sosta qualora incontrerò alcuni di questi ostacoli cercando, nel mio piccolo possibile, di portare un po’ di chiarezza, almeno per il mio personale modo di concettualizzare la realtà che sto vivendo.

Da subito mi trovo di fronte a due colossi della ricerca scientifica, all’ombra dei quali mi percepisco così piccolo e insignificante, banale e inconcludente nelle mie disquisizioni. Parlo ovviamente di Rita Levi Montalcini e di Peter Higgs, senza trascurare i loro stretti collaboratori. Ma andiamo per ordine; inizierò dalla nostra scienziata. Nella prima pagina che ho composto nel novero della presente riflessione vado a inoltrarmi con immediatezza in un banco di nebbia assai denso, là dove Rita Levi sottopone all’attenzione di chi la legge quell’essenziale fattore adibito alla crescita del sistema nervoso, il già menzionato NGF, la proteina direttamente interessata ad attivarsi per imprimere una direzione di sviluppo agli assoni delle cellule nervose. Si va parlando di un’operazione nella quale noi, miseri mortali, non abbiamo parte alcuna, di cui nulla sappiamo, se non che quello sviluppo di cui si disserta deve la propria dinamica a un meccanismo di segnalazione cellulare specifico. La ricaduta di tale processo sarebbe l’innervazione degli organi e dei tessuti vitali, ma, da notare, una innervazione corretta, non buttata a caso, tale da mettere ogni cosa al proprio posto per il migliore funzionamento delle parti e del tutto. Già qui mi pare di sentirmi sbalordito a fronte di così grandi affermazioni. In un bambino che nasce, dunque, nel suo organismo diciamo, si va maturando un sistema di innervazioni essenziali per la sopravvivenza e per l’ulteriore sviluppo del soggetto nella sua integralità. Si accenna a un meccanismo: una parola molto vaga. Di che cose si tratta in termini fisiologici? In quale modo accertabile e forse osservabile agisce? Ha un momento di inizio e una fine? Nella realtà quotidiana possiamo riferirci a un portaordini che da una sede centrale di comando si dirige verso i destinatari ai quali gli ordini sono stati indirizzati; porterà senz’altro con sé la missiva, scritta su carta o incisa su supporto multimediale e la porterà con ottemperanza al soggetto indicatogli dalla consegna assegnatagli dai superiori in gerarchia. Questo, invero, è il punto in cui lo scienziato spalanca le braccia e, con le proprie sole risorse codificate, si renda conto dell’impossibilità di trovarvi una risposta, e allora si ferma, a meno che non decida di affrontare l’ostacolo e di vestire temporaneamente l’abito dell’esegeta, ma questo passaggio sarà piuttosto improbabile, rischioso e difficile come un parto irto di mille imprevisti.

In quanto a me, come dicevo poco sopra, mi sento fortunato in quanto le mie illazioni, per quanto oscure e rocambolesche possano apparire, riesco a farle immunemente. Mi ricondurrò allora a un ritornello del quale assai spesso mi sono avvalso, e cioè: con i nostri studi ed esperimenti sul campo, nonché simulazioni ordinate, riusciamo a prendere in considerazione un fenomeno nel suo “che cosa”, sappiamo come lavora e che cosa accade attorno a lui, ma poi, datagli una fisionomia riconoscibile, andiamo a indagare il “come”, procedendo un po’ a tentoni, un po’ a occhi chiusi, un po’ con occhiali a lenti affumicate che ci impediscono di vedere con chiarezza. Tuttavia raggiungiamo la sede nella quale il nostro fenomeno indagato agisce e ne riconosciamo sia l’azione sia le conseguenze dirette in campo neurofisiologico. Così è stato per Rita Levi Montalcini con la scoperta della proteina NGF. Credo che tutti gli scienziati, in quanto persone di mente aperta, si siano sentiti interdetti a questo punto formulando fra sé e sé, in modo più o meno palese, la domanda “ma da dove viene tutto ciò?” riportando il proprio pensiero senza limiti di estensione a qualcosa che turba l’animo, che solleva dubbi e che lascia insoddisfatti. Ossia noi siamo abituati a catalogare tutto ciò che avviene attorno a noi e che cade sotto la nostra facoltà percettiva, guardandolo in tutte le sue sfaccettature, nella sua complessità, nella sua origine e nella sua finalità. Il parto complesso e fonte di dolore di cui dicevo mi porta ora a inoltrarmi in quest’altra direzione, a porre il piede, per così dire, in una dimensione diversa, nuova, sfuggente perché sconosciuta ma, anche, estremamente probabile. E allora punto verso il trascendente ovvero, non spiegandomi come i fenomeni sopra accennati si verifichino in base a una consegna che forzatamente, così intendo, è stata loro assegnata, vado a immaginare a una forza che sta oltre e sopra di noi, che si dispiega a nostra insaputa e che dispone del destino di ogni cosa. Così l’induzione dell’allungamento delle fibre nervose appostato dal NGF, così il dirigersi dello stesso NGF sulla superficie dei neuroni individuando gli specifici recettori a cui unirsi per espletare il proprio compito che, a tutto vedere, mira a infondere vigore nelle cellule e al loro mantenimento in vita. Già solo da queste limitate constatazioni non posso fare a meno di congetturare che la proteina in parola obbedisca a un programma prefissato, valido per tutti gli organismi come l’uomo e per tutte le generazioni. Soltanto una mutazione in dimensioni esorbitanti potrebbe portare a cambiare lo stato di fatto, ma oggi, grazie agli sforzi dedicati dalle persone di scienza siamo arrivati, si può dire, a un sufficientemente elevato grado di conoscenza. La Scienza, tuttavia, non ardisce inoltrarsi in quell’area metafisica di cui ho appena sfiorato la presenza nell’argomentazione fin qui considerata. Ma se io stesso, avvalendomi dei gradi di libertà che non mi vincolano a una prassi coerente con lo stato di scienziato mi spingo oltre, allora torno a formulare una mia supposizione: se le cose stanno così, come ho accennato, allora è proprio vero che le dinamiche volte a soprassedere alla prosecuzione della vita organica seguono un percorso disciplinato da un programma.

Fin qui tutto bene, abbiamo scoperto il “come” e sappiamo tutto o quasi sullo svolgimento del percorso. L’ipotetico programma che dirige questo percorso non lo conosciamo, soltanto possiamo dedurne le potenzialità e la direzione. Ma, altra domanda: il programma, di per sé, che ne sa di tutto questo? È cosciente, ha volontà, determinazione, controllo, autodeterminazione? Se così, allora dovrebbe corrispondere a un’entità intelligente e autonoma oppure legata a una volontà che la sovrasta e le impone le caratteristiche operative che conosciamo. Dopo tutto, se c’è un programma, in qualsiasi situazione ci troviamo, il medesimo deve essere stato prodotto con una precisa intenzione ossia per il raggiungimento di uno scopo necessario. Necessario a che cosa? Questo è un altro inghippo che si interpone fra i miei passi: necessario al mantenimento della vita? Di chi? Non di noi singoli che sappiamo essere destinati, come parte organica, alla consunzione e alla trasformazione chimica. Alla vita forse dell’intero Universo? Degli Universi paralleli di cui si parla e di quel limite che osiamo chiamare “infinito” di cui nulla sappiamo? Lo stesso termine “infinito”, per meglio precisare, nelle sue due accezioni fondamentali si pone all’attenzione di chi vuol sapere sempre di più: qualcosa di non finito che anela a crescere e ad arricchirsi di requisiti sino a raggiungere la completezza e la piena autoconsapevolezza oppure qualcosa che è e che non ha limiti, le cui prerogative si estendono senza conoscere interruzione né soddisfazione immediata, qualcosa che permea tutto l’esistente della propria essenza, molto simile a quella Volontà che Arthur Schopenhauer (Il mondo come Volontà e rappresentazione) preconizzava come “volontà di vivere”. La vita dunque, da sempre e sopra ogni cosa.

Arthur Schopenhauer | German Philosopher, Pessimist & Writer | Britannica

Ma anche queste raffigurazioni di stampo filosofico non valgono a soddisfare la mia curiosità di essere pensante. Forse una immanenza imperante, oltre che trascendenza, di una forza che dà impulso di movimento e di vitalità a tutte le cose. Chi la chiama “Dio”, chi la definisce in modi diversi e affini. Mi sto riferendo a un’Entità dalla quale, voglio pensare, emanerebbe tutto il Creato, e già ho usato la parola “creato” che di per sé basterebbe ad aprire una ulteriore ampia disquisizione. Ma mi accontenterò di volteggiare con l’immaginazione attorno a quella figura di Entità indefinibile quanto sconosciuta. Non possiamo affiggere un nome a qualcosa che non conosciamo. Se lo facciamo è solo per orientarci su una condivisione valida ad ammettere che ci riferiamo allo stesso oggetto, per quanto evanescente ed estranea possa apparire all’immaginazione. Riporto allora i piedi per terra e torno di getto a quel programma sul concetto del quale mi stavo attardando. Che io sappia, pertanto, un programma, quale si voglia, non risponde mai al requisito di autopoiesi: da qualcuno deve essere stato pensato, organizzato, codificato e questo qualcuno a tanto si sarebbe dedicato spinto da un’intenzione legata a una finalità, un punto o una situazione a cui arrivare.

Programma, dunque, guidato da una volontà e da un’intenzione, nella figura ancora più astratta di un programmatore. Se poi a quest’ultimo volete dare un nome come Dio o Demiurgo o Artefice, non vi scorgo differenze né problemi, sappiamo a chi ci riferiamo, comunque e sempre un “chi” che non si lascia cogliere, vagante al di fuori della nostra conoscenza e della nostra pura immaginazione. Dove voglio arrivare? So che non arriverò da alcuna parte, so che sto navigando in acque straniere e che il mio naviglio è continuamente in preda ai flutti rabbiosi, a venti impetuosi e minacciosi. Allora muovo qualche passo indietro perché la nebbia è diventata così fitta da farmi andare di corsa e il rischio di perdere l’orientamento per un promettente viaggio di ritorno dalla mia ardimentosa avanzata. E che cosa trovo sul percorso compiuto a ritroso? Ritrovo quell’altra particella fantomatica, responsabile di mille e mille altre domande, la maggior parte anche qui senza risposta: il bosone di Higgs. Ed eccomi di nuovo a camminare fra le nuvole. Mi scontro con una particella infinitamente piccola ma dotata della facoltà di riempire di massa le particelle sue compagne, e farebbe questo grazie a un fenomeno ipotizzato come reale all’inizio dell’esistenza dell’Universo: la rottura spontanea della simmetria. È il momento della separazione, della diversificazione, della comparsa degli opposti, la formazione del tutto. Il bosone di Higgs, dotato di massa propria, sarebbe il fattore che riempie di luce colorata tutto ciò che può esprimersi nel vuoto, comprendendo ogni istante del tempo nel suo fluire. Tutto, in questo scenario inimmaginabile, si svolge secondo spontaneità. È qui che punto nuovamente i piedi: che cosa significa l’allocuzione “in modo spontaneo”? Vorrebbe dire che accade qualcosa senza che vi siano un motore e una responsabilità di manovra e che a quell’accadere siano del tutto assenti? Non riesco a immaginare una situazione di questo genere nell’ambito della mia esperienza. Tutto ciò che pare apparire o formarsi spontaneamente ha alla base del proprio realizzarsi un motivo trainante e una spiegazione di fattibilità. Il vocabolo “spontaneamente” mi suona come qualcosa di magico, di fiabesco, di illusorio, comodo in effetti per escludere qualsiasi soggetto causante, ma per me non è accettabile, nessuno mi potrà illustrare da dove parte quel moto spontaneo e perché si comporta in quel modo suo proprio, altrimenti posso essere autorizzato a pensare che qualsiasi futuro avvenimento infernale apocalittico possa cadermi sulle spalle, perché avveratosi in modo spontaneo. Ma questo termine è ampiamente richiamato in ambito scientifico, dopo di che non si tocca più l’argomento in corso, inutile ritornarci, è spontaneo e basta. Punto a capo. Ma io proseguo sulla linea intrapresa e non mi accontento. So comunque che queste elucubrazioni saranno la mia dannazione, ma con tutto ciò ne vado fiero!

Immagine di Copertina tratta fa Face.

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