Arthur Schopenhauer – Il mondo come Volontà e rappresentazione

Die Welt als wille und Vorstellung

Ed. Laterza, Roma-Bari 1979

Rappresentazione.

Schopenhauer dichiara la propria predilezione per la riflessione ossia per la meditazione razionale e per l’onesta comunicazione. Si tiene lontano invece da quella che è chiamata ispirazione intellettuale o anche pensiero assoluto. Per lui il mondo intero è rappresentazione del soggetto conoscente.

Il mondo come rappresentazione è sottomesso al principio di ragione, che è la forma di tutti gli oggetti, il modo costante del loro apparire.

La materia è la risultante dell’unione di tempo e spazio, nell’esprimere i criteri di durata, di permanenza della sostanza e di mutamento di stato.

Tutta la realtà che vediamo esiste soltanto per l’intelletto, mediante l’intelletto, nell’intelletto. Nessun oggetto esiste al di fuori della rappresentazione del soggetto. Il mondo intuito nello spazio e nel tempo e che si manifesta come pura causalità è pienamente reale ed è nulla senza l’intelletto.

La vita e i sogni sono pagine dello stesso libro: la vita è come una lettura continuata, mentre il sogno è come uno sfogliare qua e là senza ordine né connessione.

Anche gli animali, tutti, sono dotati di intelletto perché tutti conoscono oggetti. La mancanza di intelletto si definisce con il termine stupidità che si manifesta come incapacità di afferrare con immediatezza la relazione di causa-effetto. Negli animali quel che manca è la riflessione che presuppone la presenza di concetti astratti.

La ragione riconosce la verità, mentre l’intelletto riconosce la realtà, ma intelletto e ragione sono nettamente separati. La ragione ha la funzione del sapere, mentre l’intelletto si avvale dell’intuizione. Il mondo è semplicemente rappresentazione e, in quanto tale, pone per necessità l’esistenza di un soggetto conoscente perché sia avallata la sua stessa esistenza. In assenza di un qualsiasi soggetto conoscente il mondo non esisterebbe, ma neppure il tempo.

Schopenhauer fa ricorso, come per I. Kant, alla “coscienza in sé”, quella entità ineffabile e incoglibile che rappresenta l’intera essenza del mondo e che va cercata al di fuori della dualità soggetto-oggetto. Come primo fatto della coscienza, infatti, non si deve partire dal soggetto né dall’oggetto, ma dalla rappresentazione. Ne derivano alcune definizioni: il tempo come successione, lo spazio come posizione, la materia come causalità e il concetto come relazione con il principio di conoscenza.

Si dà un confronto fra intuizione e riflessione: la prima è del tutto autosufficiente, mentre la ragione è soggetta all’errore e al dubbio nella sua funzione di formare il concetto. L’arte proviene dalla conoscenza intuitiva, non dal concetto. La ragione per altro verso ci dà la possibilità del linguaggio, dell’azione meditata, della conoscenza scientifica intesa come acquisizione di una maggiore facilità del sapere. L’intuizione resta pur sempre la sorgente di ogni verità e il fondamento di ogni scienza, è fonte primaria di ogni evidenza, la via più sicura per giungere alla verità. Quando osserviamo un fiore, ciò che proviene dall’intuizione del medesimo non ci proviene dal fiore stesso e nemmeno dal concetto astratto che ci siamo fatti del fiore, ma ci viene direttamente dalla forma di ogni conoscenza, forma di cui siamo consci a priori.

L’evidenza della matematica – es. il teorema di Pitagora – non si avvale delle dimostrazioni, ma piuttosto sull’immediata intuizione a priori, indipendentemente pertanto dall’esperienza. L’illusione dei sensi è inganno dell’intelletto, l’errore è inganno della ragione. Noi conosciamo i fenomeni e scopriamo le leggi che li governano, ma non riusciamo a conoscere la forza in sé che si manifesta, che è l’intima essenza dei fenomeni (la Volontà). Infatti non abbiamo una risposta soddisfacente alle domande: che cosa è il magnetismo, che cosa è la gravità? Siamo in grado di spiegare le regole che stanno alla base della produzione dei fenomeni, ma non l’intima essenza delle forze, perché siamo capaci soltanto di fermarci alla considerazione dei fenomeni e alla loro classificazione. Ma non ci basta sapere che siamo capaci di avere rappresentazioni; vorremmo conoscerne il significato (il perché?). Le leggi sottese ai fenomeni sono le forme del principio di ragione. All’essenza delle cose non potremo mai arrivare dal di fuori. È soltanto la Volontà la chiave che conduce a spiegare i fenomeni manifestandone il senso. Volere e agire, l’atto volitivo e l’azione del corpo, sono un tutto unico. La distinzione sta in questo: l’azione del corpo è l’atto del volere oggettivato ossia penetrato nell’intuizione; il corpo è la Volontà oggettivata ossia diventata rappresentazione e si può anche definire obiettità della Volontà ossia la conoscenza a priori del corpo e quest’ultimo può dirsi la conoscenza a posteriori della Volontà. Volere e agire sono distinti nella semplice riflessione, ma sono tutt’uno nella realtà.

L’essenza in sé del nostro proprio fenomeno è la nostra Volontà che costituisce l’elemento immediato della nostra conoscenza. Tutte le forze, in natura, compresa la gravità, possono essere conosciute nell’intima essenza come un’unica forza che prende il nome di Volontà. Cosa in sé è solamente la Volontà, il nocciolo di ogni singolo e ugualmente del Tutto. La Volontà, come cosa in sé, rimane estranea al dominio del principio di ragione, ossia è priva di ragione, sebbene le sue manifestazioni nel tempo e nello spazio siano numerose. Resta dunque fuori dal tempo e dallo spazio.

Il principio di ragione, peraltro, è forma generale di ciascun fenomeno. La persona non è Volontà come cosa in sé, ma fenomeno della Volontà, sottomessa alla necessità ossia al principio di ragione. La Volontà è unica sostanza di ogni fenomeno (vedi: il bosone di Higgs). Tempo, spazio e causalità non appartengono alla Volontà, ma al suo fenomeno ossia all’oggetto. La cosa in sé è inconoscibile. Lo può essere soltanto se passa nelle forme a priori di spazio, tempo e causalità, oggettivandosi (qualcosa che ricorda il Messia evangelico). Vediamo i fenomeni e possiamo scoprirne il motivo, ma non il perché. Così per quanto riguarda l’intima essenza delle cose che, in quanto sostanza delle cose, non può essere ridotta alla forma, al principio di ragione. L’essenza in sé è presente in ciascun essere vivente, tutta intera e indivisa.

La Volontà può obiettivarsi a vari gradi che possono essere paragonati alle Idee di Platone, in quanto immobili, eterne e immutabili. Al grado più basso di obiettivazione della Volontà si pongono le forze generali della natura, nella veste di fenomeni immediati della Volontà, senza fondamenti di ragione. Sono soltanto i singoli fenomeni a stare sottoposti al principio di ragione, come le azioni umane. Sarebbe assurdo e inutile domandarsi la causa del peso, dell’elettricità. La forza in sé, infatti, si pone completamente fuori delle sequenze causa-effetto poiché è anche estranea al tempo. Chi dipende da cause anteriori sono le modificazioni, non le forze che le spingono e che sono prive del principio di ragione.

Nei gradi superiori dell’obiettività della Volontà troviamo l’individualità, al massimo livello nell’uomo.

Volontà

Uno sguardo ai fenomeni che ci sovrastano: tutti, indistintamente, soggiacciono al dettato di precise leggi applicate alla Natura che ci ospita; leggi molto precise, puntuali, fedeli nella loro continuità, tanto da far dire a Schopenhauer: “L’infallibilità delle leggi naturali ha alcunché di sorprendente, anzi, a volte, di quasi terrificante. C’è da stupire che la natura non dimentichi neppure una volta le sue leggi”.

La Volontà, nostra più intima essenza, si obiettivizza a determinati gradi nelle Idee, nella forza naturale, al di fuori del principio di ragione. La forza naturale genera i fenomeni (tempo, spazio, causalità, pluralità, materia) secondo il principio di ragione, nella sfera dell’intelletto. In tutto ciò che c’è è una Volontà unica che si manifesta. Tutte le cose del mondo sono obiettità di una unica identica Volontà, identiche quindi nell’intima essenza, dove ogni fenomeno meno perfetto si presenta come preparazione a un fenomeno di ordine superiore.

Accade di norma che nel regno inorganico si sviluppino conflitti fra alcuni fenomeni, conflitti dai quali scaturisce un’idea di più alto valore che si pone a dominare le idee precedenti. Questo accade a motivo della tendenza che la Volontà dimostra di avere verso un’obiettivazione sempre più alta. Questo fatto richiama la situazione difficile a immaginarsi nella quale la Volontà si ciba di se stessa, divora se stessa (è il principio vitale che regge l’esistenza biologica sul Pianeta: il grande stomaco, la spinta a mangiare e a non farsi mangiare), concetto che si sviluppa nell’aspra lotta fra prede e cacciatori, nell’anelito a mangiare, ossia cibarsi di altri, e prendere tutte le precauzioni per non farsi mangiare. Una legge, questa, che risponde al detto antico “serpens, nisi serpemtem comederit, non fit draco” (il serpente, se non avrà divorato un serpente, non diventerà drago). Nella realtà constatiamo che ogni fenomeno che ne proviene ingaggia perennemente battaglia contro le numerose forze fisiche e chimiche le quali, nella loro qualità di Idee inferiori, esercitano un diritto primario sulla materia. Tutto ciò spiega perché il mondo intero è fatto di contese, battaglie, vittorie e sconfitte. Si tratta di una lotta rivelatrice del dissidio essenziale esistente tra la Volontà e se stessa. Un dissidio di cui non si comprende la ragion d’essere. È così che, detto in tono grottesco, la Volontà di vivere divora senza sosta se stessa nutrendosi di sé. Ed è l’eco di tale lotta che spingerebbe i corpi celesti a porsi in movimento nello spazio infinito, senza posa e senza apparente meta. Siamo di fronte a un nulla che non ci palesa un fine ultimo di questo spingersi oltre, tale da farci pensare che la Volontà, nel suo infimo grado, si palesi come cieco impulso, come sorda, oscura agitazione, incomunicabile, e come inconscia aspirazione che si manifesta nella natura inorganica e in tutte le forze elementari. L’essenza della Volontà in sé presuppone, secondo Schopenhauer, la mancanza di ogni finalità e di ogni confine. Si tratta di una tendenza infinita che porta a conseguire una meta a sua volta soltanto provvisoria perché apre a un nuovo percorso, cosa che mi suggerisce l’infinità dello spazio sidereo e l’inarrivabilità delle scoperte, delle ipotesi, delle congetture umane.

Sto pensando: se la Volontà agisce in piena incoscienza, come oscura forza impulsiva, a detta di Schopenhauer, sarà allora che essa si obiettivizza per acquisire quella autoconsapevolezza che non ha, lottando all’interno delle consapevolezze limitate e conflittuali degli uomini? Sostiene ancora, Schopenhauer, che la Volontà in un primo tempo seguiva il proprio impulso nelle tenebre, in modo sicuro e infallibile, ma avvenne, come se, a un certo punto, per impedire una sorta di svantaggio che sarebbe apparso e cresciuto dalla pressione e dalla complicata natura dei suoi fenomeni, avesse dovuto ricorrere alla realtà delle rappresentazioni, perdendo in tal modo la sua primitiva e infallibile sicurezza. Ma non bastava: quando pervenne al massimo grado della sua obiettivazione, si presentò la necessità di aggiungere alla primitiva conoscenza intuitiva la ragione insieme ai suoi concetti astratti ossia la riflessione, la meditazione, la preoccupazione, la pianificazione e una coscienza perfettamente investita della responsabilità nell’assumere decisioni volontarie. Ma dovette pagare uno scotto: con l’apparizione della ragione la Volontà finì per perdere quasi del tutto l’originaria infallibile sicurezza.

La conoscenza, dunque, in origine nasce dalla Volontà, inchinandosi ai suoi piedi. Questa conoscenza qualora venga liberata dal proprio stato di schiavitù, diviene arte e quando la Volontà venisse soppressa diverrebbe rassegnazione che, a detta di Schopenhauer, è lo scopo supremo, la più intima essenza di ogni virtù e santità, ed è la redenzione del mondo.

Riflettendo un po’, non mi spiego questo dovuto ricorrere alla realtà delle rappresentazioni con la conseguente apparizione sulla scena della ragione, della riflessione, della meditazione e via dicendo. È forse un accenno, in altri termini, alla incarnazione divina? Quasi che l’Entità suprema si fosse avveduta di aver creato mondi perversi e avesse deciso di portarsi a visitarli vestendo le spoglie dell’umana natura per redimerla, in qualche modo.

In quanto al divorare se stessa, la Volontà è costretta a farlo perché al di fuori di lei nulla esiste, ed essa è una Volontà affamata. L’intimo dissidio della Volontà obiettivato nelle Idee ha il suo corrispettivo terreno nella incessante guerra sterminatrice degli individui appartenenti alle varie specie e nella perenne lotta ingaggiata fra loro dalle forze naturali. Schopenhauer stesso si pone la domanda su che cosa voglia, infine, la Volontà, ma incappa subito in un ostacolo insormontabile perché non è possibile dare ragione della Volontà, trovandosi essa fuori del principio di ragione. A noi è data la facoltà soltanto di cercare la causa dei fenomeni, mai quella relativa alla forza naturale che ne sta all’origine (in altri termini: non si può scrutare la mente di Dio).

La Volontà è la Cosa in sé (Kant, l’Idea di Platone), mentre l’Idea è la diretta oggettità di quella Volontà in un grado determinato. Il mondo visibile è un’apparenza (rappresentazione) che in sé è nulla, ma acquista significato e realtà riflessa solo da ciò che si esprime nell’Idea. È soltanto l’Idea ad avere effettiva esistenza. La Volontà o cosa in sé non è identica all’Idea. Questa è adeguata e immediata oggettità della cosa in sé o Volontà, ma soltanto in forma di rappresentazione. Noi non conosciamo oggetti, ma solamente Idee. Se cessiamo di ricercare secondo gli aspetti del principio di ragione, se ci abbandoniamo all’intuizione nella tranquilla contemplazione dell’oggetto naturale, dimenticando il nostro essere individui, dimenticando persino la nostra Volontà trasformandoci in soggetto puro, se neghiamo ogni relazione fra oggetti e con la Volontà, allora possiamo arrivare a conoscere l’Idea, l’eterna forma, fuori della Volontà, del dolore, del tempo. Nel momento in cui ci liberiamo del volere per abbandonarci al puro conoscere, siamo come trasportati in un altro mondo, come in un sogno, senza felicità e senza dolore.

L’individuo come tale può conoscere soltanto oggetti singoli, ma il puro soggetto del conoscere raggiunge le Idee. In assenza dell’oggetto e della rappresentazione io non posso essere soggetto conoscente, ma Volontà cieca. Allo stesso modo, senza di me come soggetto conoscente, la cosa conosciuta non può essere oggetto, ma bensì pura Volontà, impulso cieco. È la Volontà che, oggettivandosi, crea la dualità soggetto-oggetto.

Il tempo e lo spazio sono fenomeni, visibilità della volontà. L’essere appartiene alla sola Volontà. La conoscenza dell’Idea è, per necessità, intuitiva, non astratta. La materia non può essere rappresentata da un’Idea, nessuna sua rappresentazione intuitiva è possibile, bensì soltanto un concetto astratto. Passa differenza fra idea e concetto. Quest’ultimo è astratto, discorsivo, può essere colto dalla sola ragione e comunicato per mezzo della parola. L’Idea invece, adeguata rappresentante del concetto è intuitiva, ben determinata, incomunicabile se non al genio. Essa è l’unità infranta nella pluralità. Il concetto, peraltro, è l’unità ricostituita dalla pluralità mediante il procedere astratto della ragione; è come un serbatoio che può rilasciare soltanto ciò che ha ricevuto. L’Idea invece ha la capacità di sviluppare nel soggetto conoscente rappresentazioni nuove in rapporto al concetto cui si riferisce, producendo il contenuto che già possiede.

Se il fine di tutte le arti è provocare la conoscenza delle Idee mediante la rappresentazione di singoli oggetti, oggettivando la Volontà per mezzo delle Idee, la musica si porta invece, sola fra le arti, oltre le Idee e potrebbe in certo modo sussistere persino se il mondo scomparisse. Essa, a differenza delle altre arti, è l’immagine della Volontà stessa. Le altre arti ci danno appena il riflesso della Volontà, mentre la musica ne esprime l’essenza, tanto da potersi definire il mondo come musica materiata o come materiata Volontà. La musica esprime, in un linguaggio universalissimo, l’essenza intima, l’in-sé del mondo ossia la Volontà.

La cosa in sé o Volontà è svincolata dal concetto di necessità; essa è libera, al contrario del fenomeno. L’intelletto capisce ciò che la Volontà intendeva fare solo a posteriori e in maniera empirica. Di fronte a una possibilità di scelta non possiede alcun dato per sapere ciò che la Volontà potrebbe decidere (in termini mistici: non possiamo scrutare la mente di Dio). Come dire che la Volontà ha coscienza di tutto, mentre noi abbiamo soltanto la saggezza del poi. Nel mondo e per l’uomo la Volontà è l’elemento primo e originario. La conoscenza è uno strumento della Volontà. L’uomo conosce per effetto del proprio volere e non già vuole per effetto del proprio conoscere. Egli si fa da sé prima di ogni conoscenza.

Schopenhauer si domanda che cosa la Volontà ricava dal proprio affermarsi (perché c’è?). Essa manca di uno scopo o fine ultimo, aspira continuamente a qualcosa ma non può essere appagata, pertanto si estende nell’infinito. Ogni aspirazione verso un obiettivo non raggiunto proviene da mancanza e pertanto si identifica con il dolore. Nessun appagamento è durevole e l’aspirazione non ha termine e, allo stesso modo, è anche il dolore a non aver termine né misura. Ogni vita è dunque un cammino di sofferenza. L’esistenza dell’individuo è anche un perenne precipitare del presente nel morto passato, un perenne morire; come il nostro camminare è nient’altro che un costante trattenuto cadere, così la vita del nostro corpo è un costante trattenuto morire, una morte sempre rinviata. Qualora si dia una tregua dalla miseria e dal dolore, allora sopravviene la noia. Ogni vita umana viene rimbalzata tra dolore e noia. Un profondo dolore e un’alta gioia sono fondati su un’illusione, perciò svaniscono rapidamente. L’appagamento di un desiderio è negativo perché cancella il desiderio. La sensazione positiva è invece data dal bisogno, dalla privazione, dalla sofferenza. La vita degli uomini è un languido aspirare a soffrire, un sognante traballare dalla nascita alla morte. Ognuno di noi non è altro che un nuovo breve sogno dell’infinito spirito naturale (qui anche Schopenhauer parla di “spirito”, termine più consueto nell’immaginario collettivo rispetto a quello di Volontà), di permanente Volontà di vivere; e ciascun individuo non è che una nuova immagine fuggitiva che la Volontà traccia per gioco sul foglio infinito dello spazio e del tempo lasciandola durare un attimo appena percettibile per poi subito cancellarla. La nostra vita è come condannata a contenere tutti i mali della tragedia quando noi ci riduciamo a nulla più di goffi tipi da commedia (il richiamo a Giacomo Leopardi è forte: il dolore della vita, il pessimismo, il tedio universale, il canto di un pastore… il sabato del villaggio).

La vita umana è incapace di ogni vera felicità; essa è dolore in molteplici forme, uno stato del tutto infelice e il mondo in cui viviamo è il regno del caso e dell’errore (Satanael? Nella concezione dei Catari e degli Gnostici), follia e malvagità. Eppure l’uomo è sospinto da un irresistibile impulso a vivere. La stessa conservazione della specie non serve ad altro che ad assicurare e garantire alla Volontà di vivere la prosecuzione della vita. Se i fenomeni possono essere distrutti, nessuna forza può distruggere la Volontà. Essa non può essere soppressa, se non dalla conoscenza.

Tempo e spazio

Nel tempo ciascun attimo esiste soltanto per il fatto di aver cancellato l’attimo precedente, ma anch’esso verrà cancellato a sua volta. Passato e avvenire sono pure illusioni, come i sogni. Il presente, poi, non è che il limite tra passato e avvenire, privo di estensione e di durata. Il tempo è semplicemente l’immagine divisa e spezzettata che un individuo ha delle Idee eterne che si pongono fuori del tempo.

La conoscenza, in tutto al servizio della Volontà, conosce soltanto le relazioni degli oggetti fra di loro. Se mancassero queste relazioni, la conoscenza vedrebbe svanire anche gli oggetti. Quindi è da dirsi che ogni essere nel tempo è anche un non-essere, ogni oggetto nel tempo è e non è poiché il tempo, che separa il suo inizio dalla sua fine, è qualcosa soltanto di evanescente, di inconsistente e relativo.

Il presente è formato soltanto dal punto di incontro dell’oggetto, la cui forma è il tempo, con il soggetto. Oggetti reali si danno solo nel presente. Passato e futuro contengono semplici concetti e fantasmi. È solo il presente la forma essenziale del fenomeno della Volontà. Il presente è ciò che sempre esiste; principio e fondamento del suo contenuto è la Volontà di vivere, o la cosa in sé, che siamo noi stessi. Alla Volontà è certa la vita, alla vita il presente. Possiamo raffigurare il tempo con un cerchio in rotazione sormontato da una tangente. Cerchio e tangente s’incontrano in un punto. Tangente e punto d’incontro rimangono fermi, mentre il cerchio gira. Nel punto s’incontrano il soggetto conoscente (Volontà) e il tempo. Lo schema dà per certo che ingannevole sia il timore di poter perdere, con la morte, il presente. Alla Volontà di vivere è certa la vita e la forma della vita è un presente senza fine. Ogni individuo è effimero solo in quanto fenomeno, mentre come cosa in sé è fuori del tempo e perciò non ha fine; esso è la Volontà. La morte non fa altro che cancellare l’illusione che separa la consapevolezza dell’individuo dall’universale: questa è la vera eternità. La morte non ha potere su chi sa di essere egli stesso quella Volontà la cui oggettivazione o immagine è il mondo intero. Non si dovrebbe quindi temere la morte più di quanto il sole tema la notte.

Dietro la nostra esistenza si cela in vero qualche altra cosa che per noi diventa accessibile solo quando abbiamo rimosso il mondo da noi stessi e raggiunta la perfetta santità nella negazione e nell’abbandono di ogni volere. Quel che rimane dopo la soppressione completa della Volontà è il vuoto-nulla (Black Hole). Nelle sue disquisizioni filosofiche Schopenhauer arriva a una amara conclusione: “Il mondo e la nostra propria esistenza ci si presentano necessariamente come un mistero”. E, allora, che cosa ho annotato fino a questo punto? Soltanto illazioni, congetture, termini ineffabili e incoglibili, supposizioni, teorie, formulazioni astratte? Pare proprio di sì, visto l’essere approdati a nulla di definitivo. Schopenhauer tratta di un mistero per il quale comunque non è preclusa la strada che conduce alla sua rivelazione. La soluzione, si diceva negli ambiti di ricerca, non può provenire dall’intellezione fondamentale del mondo stesso, ma deve essere cercata in qualche cosa di interamente diverso dal mondo. Per questo fallirono i tentativi dogmatici di dare una risposta al perché del mondo, poiché si credeva che per conoscere il mondo si dovesse cercare al di là del mondo. La soluzione del mistero del mondo, invece, deve scaturire dall’intellezione del mondo stesso, prendendo in seria considerazione l’esperienza nella quale sta il mondo e intenderla a fondo. È soltanto con l’opportuno allacciamento dell’esperienza esteriore con quella interiore che diventa possibile la soluzione del mistero del mondo. Questo, tuttavia, ancora in modo limitato, perché possiamo pervenire alla giusta comprensione del mondo ma non a una spiegazione conclusiva e definitiva della sua esistenza. E così, dopo e nonostante tutti gli sforzi prodigati per spiegarci il come e azzardare di comprenderne il perché, il mondo ci nasconde ancora la sua vera realtà. Che cosa sta dietro la scena che appare ai nostri occhi? Ancora buio completo, non abbiamo risolto un bel niente!

Intuizione-ragione. L’intuizione esiste perfetta, Non è soggetta a dubbi né a errori, non conosce perciò affermazioni né negazioni, perché essa esprime se stessa e non ha, come la conoscenza astratta della ragione, il proprio valore e contenuto nella sola relazione a qualchecosa posta all’esterno secondo il principio della ragione del conoscere. L’intuizione è quindi pura realità.

La possibilità appartiene al solo campo della riflessione secondo il principio di ragione; il reale esiste nel campo dell’intuizione e per l’intelletto; il necessario per ambedue. La differenza fra necessario, reale e possibile esiste solo in astratto e secondo il concetto; nel mondo reale, invece, tutte e tre coincidono in uno. Tutti gli avvenimenti del mondo sono una rigorosa concatenazione di ciò che necessariamente si verifica, per cui tutto ciò che è reale è anche necessario (dovevamo per forza nascere). Ciò che non è accaduto, non è realmente avvenuto perché non era possibile: le cause che lo avrebbero dovuto muovere non si sono verificate, così nella grande concatenazione delle cause.

(Riflessione mia:) Il mondo universo come nel sogno in cui un dato stimolo sensoriale esterno scatena uno schema totale che si sviluppa in un attimo, ma che comprende in sé un notevole periodo temporale.

Ogni avvenimento, sostiene Schopenhauer, o è necessario o è impossibile e questo vale solo nel mondo empiricamente reale. Se invece consideriamo, mediante la ragione, le cose in generale, comprendendole in astratto, allora necessità, realtà e possibilità si separano di nuovo. L’essenza della materia consiste nell’intera unificazione dello spazio e del tempo, possibile solo mediante la rappresentazione della causalità. Di conseguenza solo per l’intelletto. Intima unificazione di spazio-tempo – causalità, materia, realtà – sono quindi un tutt’uno il cui correlato subiettivo è l’intelletto e di cui tutta la facoltà consiste nel riconoscimento di causa ed effetto.

Intuizione. Gli obbietti sono anzitutto oggetti dell’intuizione, non del pensiero. L’intuizione non è in alcun modo semplice sensazione, ma già in essa si mostra attivo l’intelletto. Il pensiero è mera astrazione dall’intuizione, cambia soltanto la forma della conoscenza, già acquisita con l’intuizione, che il pensiero rende astratta in concetti in cui l’intuibilità va perduta lasciando libertà alla combinazione che ne allarga immensamente l’applicabilità. La materia del nostro pensiero non è altro che la nostra stessa intuizione. Il pensiero consta interamente di giudizi. Ogni giudizio consiste nella conoscenza della relazione tra soggetto e predicato. La conoscenza astratta sta a quella intuitiva come l’ombra agli oggetti reali. Il principio della ragione utilizza proprio questa ombra. La materia non sorge e non trapassa, tutto scaturisce da lei e tutto in lei ritorna. La rappresentazione della materia nasce, esistendo solo nell’intelletto, mediante la legge della causalità. La sostanza è un’astrazione e la materia rimane l’unica vera sottospecie del concetto di sostanza, l’unica cosa dimostrabile. Il concetto di sostanza deve essere interamente rigettato, mettendo al suo posto il concetto di materia.

Immagine di Copertina tratta da Everyday Philosophy.

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