Per sempre!

La trasmissione mandata in onda la sera di domenica 06 agosto 2023 sul canale televisivo Focus è riuscita ad accendere nel covo delle mie speranze l’anelito a raggiungere un minimo di comprensione su una serie di eventi straordinari, qualcuno non esiterebbe a definirli miracolosi, ma comunque indubbiamente affascinanti, verificatisi nel corso della storia evolutiva alla quale mi sono appassionatamente dedicato con studi e ricerche, quella della Chiesa cattolica, in particolare sotto il suo profilo di istituzione secolare. L’argomento sviluppato andava a visitare quali fossero stati i significati possibili da attribuire a una serie di reliquie testimoni della passione e morte di Gesù Cristo, viste nella loro dimensione umana e trascendentale, di semplici reperti archeologici o di testimonianze con la profusione di poteri miracolosi. Il documento televisivo esordisce con l’esame protratto attorno all’autenticità o meno della Sindone e dell’impronta che sul lino è possibile osservare.

Premetto che le immagini qui riportate sono tratte dal video della trasmissione, ottenute con scatto fotografico.

Sull’argomento si sono fatti fiumi di parole, si sono riempiti fasci di pagine scritte, con la formulazione di una quantità di ipotesi, ora accuratamente confortate da mirati procedimenti scientifici, ora piuttosto vane nel tentativo di arrivare a dimostrazioni adeguate attraverso la riproduzione anche abbastanza verosimile di un’immagine impressa sul lenzuolo.

Si sarà forse già notato che ho omesso l’apposizione di “Sacro-Sacra” al termine “Sindone” e al corrispettivo “lenzuolo”, per il semplice fatto che adattandovi tale appellativo già si dichiara implicitamente l’appartenenza del reperto a un contesto divino e pertanto si esclude ogni possibilità di verifica o di confutazione. Nessuna possibilità, pertanto, di falsificare credenze popolari diffuse, coltivate per secoli e confluite in atti di fede solida da parte di ceti oltremodo affascinati dall’aura di mistero che da quel drappo può promanare. Prove concernenti la verifica dell’autenticità storica e religiosa della Sindone, portate avanti in abbondanza, lasciano peraltro il tempo che hanno trovato, e ognuno che se ne interessi rimane libero di credere a ciò che vuole o di non credere.

Uno degli esperimenti teletrasmessi in video era quello del tampone intriso di sostanze coloranti o di particolari pigmenti, pressato quindi su un drappo di lino che copriva l’immagine di un volto umano in rilievo. Ne scaturiva una forma rappresentativa, per meglio dire, in negativo, raffigurante un viso umano dai tratti che per qualche fattezza ricordavano quelli riportati dall’uomo della Sindone. Tutto questo nel tentativo, facile ma anche un po’ ingenuo e sbrigativo, di rendere l’idea di un autore artista che in epoca medioevale avrebbe impiegato tutto il proprio ingegno nel produrre un falso, pronto in seguito a galvanizzare l’attenzione di milioni di persone attonite e stupite. L’ipotesi sarebbe suffragata dalle prove con l’esame al carbonio-14 che hanno fornito una datazione molto più vicina all’epoca medioevale che non a quella dell’esistenza di Gesù Cristo. Ma poi, anche qui, deduzioni e controdeduzioni, prove e controprove atte a confutarne le predizioni di provenienza, dopo che fu accertato il rinvenimento, fra l’ordito del tessuto, di pollini residuali simili a quelli rinvenibili nell’area di Gerusalemme.

Con il volgere degli anni, intanto, numerosi addetti ai lavori dichiararono essere state scoperte giacenze di scaglie di legno, dello stesso di cui era composta la Croce di Gesù Cristo. Le immagini televisive mostravano un elemento a forma di croce nel quale stavano incastonati listelli legnosi, sicurante appartenuti, a detta di chi aveva in consegna il reperto in oggetto, alla Croce sulla quale Gesù Cristo consumò il proprio supplizio, infallibilmente identificata dal personale di custodia come la “Vera Croce”. Sennonché di queste reliquie si trovano copie in moltissimi luoghi religiosi, un po’ in tutto il mondo, infallibilmente declamati da ciascuno dei detentori come parti della vera Croce che fu ritrovata, così si afferma, nel IV secolo da Elena madre dell’imperatore Costantino.

I “recuperanti”, termine preso a prestito dall’editoria della prima Guerra mondiale per i ricercatori di reperti bellici rimasti sul terreno, si diedero da fare per una vera incetta delle reliquie che in qualche modo avrebbero avuto a che fare con gli ultimi giorni di vita di Gesù e pare persino potersi immaginare che alcuni, meno investiti di fede, avessero dato origine a copie o falsi per attirare l’attenzione di chi avesse voluto fornirsi di una certezza. Una promettente maniera per realizzare pingui introiti di denaro, un modo come un altro per fare affari, si dirà ma, compiuto sulla persona di Gesù Salvatore, decisamente in odore di sacrilegio. Non è difficile appurare, peraltro, o ipotizzare l’entità del gettito in denaro ricavato dalle elemosine dei pellegrini che nelle occasioni stabilite si affollavano attorno a tali reliquie per ottenere perdono dei peccati e per la salvezza delle anime dalle fiamme dell’inferno.

I frammenti della Croce, si dice nel documentario a cui ho fatto riferimento, invasero l’Europa, e questo andazzo, così per mia personale deduzione, attecchì sul terreno fertile e redditizio della credulità popolare che sovrastava tanta povera gente privatasi di quel poco che aveva per adempiere a un atto di fede nelle forme che le erano state presentate e prescritte.

È tradizione che la Croce di Gesù Cristo, al momento del supplizio, fosse sormontata da una scritta, “INRI”, l’acronimo dell’aforisma in latino (Iesus Nazarenus rex Judaeorum, Gesù Nazareno re dei Giudei, in tre lingue: aramaico, greco e latino). Era infatti consuetudine, fra i romani, affiggere allo strumento di morte una tabella sulla quale era inciso il motivo della condanna. Anche di questa indicazione è stata fatta una divulgazione eccezionalmente capillare in tutta Europa, con la conseguenza attesa che avrebbe giocato sulla credulità-venerazione e, infine, dispensatrice di generose elargizioni di oboli in moneta sonante. Ora, prosegue il documento televisivo, la scritta INRI si trova nella basilica di Santa Croce in Roma e, nemmeno a dubitarne, verrebbe considerata l’originale del tempo di Gesù. Sarebbe più propriamente qualcosa come la difficoltà di decifrabilità e di lettura a condurre verso o a indurre una conclusione di tal fatta.

La corona di spine, poi, quella che fu conficcata nel cuoio capelluto di Gesù Cristo, ha seguito nei secoli percorsi simili a quelli occorsi per altre reliquie del genere considerato. Si tramanda, per tradizione, che il suo fu un peregrinare assai lungo: da Costantinopoli, per quanto è possibile congetturare, a Venezia e infine a Parigi. Ci arrivano notizie da Venezia nell’anno 1237, approssimativamente al tempo della sesta Crociata. Viene quindi da pensare che in ciascuno dei luoghi che la ospitarono fosse stata verosimilmente depredata di una piccola porzione, tale però da costituire un fattore probante dell’appartenenza al martirio di Gesù Cristo. Se ne interessarono persino i Cavalieri dell’Ordine del Santo Sepolcro ossia i Templari.

Per curiosità vado a estrapolare dall’Enciclopedia Rizzoli-Larousse: se ne parla a partire dal 1100 in un elenco che riporta i generi di reliquie della cappella imperiale di Costantinopoli. Nel 1238 l’imperatore Baldovino II consegnò la corona di spine a Luigi IX e questi, per garantirne la perfetta conservazione, la fece custodire nella Sainte-Chapelle di Parigi, edificata apposta in vista dello scopo prescelto. Può essere interessante puntualizzare un aspetto del passaggio della corona di spine da Baldovino II a Luigi IX, il santo, re di Francia dal 1226 al 1270. Baldovino II, incoronato re di Gerusalemme nel 1240, fu a capo di un regno che versava effettivamente in condizioni disastrose: gli difettavano sia un vero e proprio esercito sia i mezzi finanziari per mantenere la corona.

Giunse pertanto, Baldovino, alla determinazione di racimolare denaro per ripristinare la forza e l’autorità dello Stato. Fu in queste condizioni che si trovò costretto a vendere, non proprio a consegnare come s’è anticipato poc’anzi, a Luigi IX di Francia le reliquie più preziose custodite in Bisanzio, e in questo affare fu Luigi IX a dover pagare i reperti acquistati a un prezzo a dir poco esoso.

A Parigi, per tornare ai fatti, la corona rimase per oltre cinque secoli, fino al 1791, dopo di che fu trasferita a Saint-Denis, all’Hôtel des Monnaies. Dal 1793 al 1804 si trovava al Cabinet des Médailles. In seguito passò nelle mani dell’arcivescovo di Parigi e ricomposta nella cattedrale di Notre-Dame dove compare nella forma di un intreccio di giunchi, ma priva delle spine che si persero per via perché trattenute come preziose reliquie da un numero indefinito di chiese, così come fu anche nel caso dell’Italia.

Ora vorrei dedicare un po’ di spazio ad argomentare sulle spine che la corona spingeva copiose verso l’esterno. Anche per queste si verificò una strana, ma nemmeno tanto, moltiplicazione di esemplari, che ne consentì il culto della venerazione in ogni angolo dell’Europa. In Italia, precisamente ad Andria, viene custodita una spina della corona che avrebbe cinto il capo di Gesù, risalente all’anno 1608, dalla quale, a sentire alcune testimonianze, sarebbero provenuti effetti miracolosi e prodigi nei giorni del 25 marzo e del Venerdì Santo. Il 25 marzo si riferirebbe al giorno in cui l’arcangelo Gabriele annunciò a Maria che sarebbe diventata la madre del Salvatore.

Un altro aspetto che ha attinenza con gli effetti prodigiosi emanati da alcune reliquie attribuite alla persona di Gesù si riflette nel calice che Giuseppe di Arimatea avrebbe trattenuto fra le mani per raccogliere il sangue fuoriuscito dalle ferite del costato di Gesù, inferte da un colpo di lancia scagliato da un soldato romano. Quel calice sarebbe andato sotto il nome di Santo Graal. La tradizione narra che fu lo stesso calice in cui Gesù bevve nell’ultima cena, come si ritrova nella Storia del Graal composta tra il 1183 e il 1199 da Robert de Boron, dalla quale presero corpo diversi romanzi in prosa.

Di questi è da rimarcare la Ricerca del Santo Graal nella quale – riporto dall’enciclopedia Rizzoli-Larousse – “scritto verso il 1220, domina l’idea religiosa dell’Ordine dei cistercensi: Il Graal, portato in Inghilterra dai discendenti di Giuseppe d’Arimatea e conservato nel castello di Corbenic, diventa il simbolo di Dio stesso, presente nel ciborio eucaristico (parte dell’altare adibita alla custodia delle sacre specie eucaristiche) e la ricerca del Graal è l’allegoria della spiritualità cristiana opposta a quella cortese mondana e corrotta; né Lancillotto, né Galvano, né Bohort, né Parsifal sono abbastanza puri per riuscire nell’impresa; solo Galaad (Galahad), il cavaliere perfettamente casto, figlio di Lancillotto, può conquistare il Santo Graal. Una versione tedesca della leggenda composta da Wolfram von Eschenbach, profondamente influenzata dalle idee religiose e dallo spirito cavalleresco del tempo (inizio del XIII sec.), ispirò Wagner nella composizione del duo Parsifal”.

E dall’insieme di questi fatti trassero origine le numerose manifestazioni di un sangue solidificato che, in certi precisi momenti del rito cattolico, si sarebbe liquefatto. Ma qui, come accadde per la raffigurazione di un volto umano su una porzione di lino, ci fu chi si provò a sfatare quella credenza, dimostrando che un grumo di sangue solidificato, opportunamente trattato, in seguito a una percossa sul contenitore di protezione, diventava senza dubbio liquido.

Quale significato possono avere o aver avuto le famose reliquie qui enumerate, e altre che si potrebbero aggiungere, nei vissuti delle persone? Quale la loro collocazione in ambito di analisi scientifiche e di credenza religiosa? Quali deduzioni se ne possono trarre? E, infine, quale nesso avrebbero con quel titolo “Per sempre!” apposto all’inizio di queste considerazioni?

Per quanto riguarda i comportamenti e le spinte o pressioni fideistiche nei confronti di molta gente nel corso delle esperienze vissute a contatto diretto con l’una o con l’altra fra le reliquie citate, già mi sono espresso esaurientemente, credo, sulla disposizione così detta della credulità popolare. Questa pulsione a dare credito fermo a determinati avvenimenti è un tutt’uno con il fattore suggestionabilità che può raggiungere dimensioni ragguardevoli in certi soggetti particolarmente sensibili agli influssi esterni. Il significato che potrei attribuire ad atteggiamenti di questo tipo, indotti mediante la presentazione di reperti cosiddetti storici in un clima emotivo di attesa e di speranza, è quello del rapporto fra l’esternazione di una fede genuina, veritiera, e l’arte di ingenerare un misto fra timore e bisogno di sostegno, per scopi assolutamente estranei alla fede pura, scopi che si possono ravvisare nella volontà di soggiogare le folle fino al loro asservimento e, quindi, di mantenere e consolidare una posizione di supremazia i cui obiettivi sono comunque e sempre la primazia, il potere e la disponibilità di mezzi, in parole povere denaro, ricchezze. È chiaro che, per arrivare a tanto, non si possa fare a meno di ricorrere al mezzo dell’inganno, cosa del tutto riprovevole.

Se, poi, guardiamo a che cosa si riducono una serie di reliquie in seguito ad accurati accertamenti scientifici, allora il giudizio inizia a vacillare perché una soluzione definitiva della problematica presa in esame non ci sarà mai, viste le mosse assunte da una posizione e da quella opposta per il sostegno e la difesa ognuna del proprio metro di valutazione nella presunzione di detenere e rivelare la verità. Le deduzioni che se ne possono trarre sono dunque demandate alla cultura e all’impianto fideistico di chi si occupa dell’argomento. Non altro che una questione personale dunque.

Per concludere, il titolo “Per sempre!”. In tutto il contenuto che fin qui ho cercato di sviscerare intravedo una corrente di stampo più o meno culturale che si dibatte per dare ragione a una impostazione di pensiero o a un’altra. Ma perché tanta foga? Sarà poi così indispensabile accollare un segno incontrovertibile a un avvenimento o a un reperto che parlano di cose straordinarie? Mi guardo intorno e inizio a domandarmi che cosa voglia fare l’uomo con il suo correre, con l’agitarsi perenne, con il voler produrre sempre di più, per accrescere il proprio benessere e ingigantire la propria figura agli occhi degli altri.

Secondo me, alla base di tutti questi atteggiamenti sta la paura. La gente, oggi come oggi, vive assoggettata a un sentimento di incertezza e di timore crescente, di paura in sostanza. Lo si riscontra nelle espressioni di apprensione per la propria salute, per la minaccia del dilagare di epidemie, di guerre, per la proliferazione di atti violenti, per le condizioni avverse del clima e delle manifestazioni meteorologiche estreme. Ma soprattutto paura della morte. Allora diventa impellente difendersi da tutti questi fantasmi, e lo si fa per lo più secondo modalità inconsce che inducono comportamenti liberatori, o così almeno molti credono dover essere. Indubbiamente siamo circondati da atti di violenza, di malvagità, di distacco gli uni dagli altri. Il rimedio lo si trova nel ricorrere a palliativi, ai molti che l’industria consumistica ci mette a disposizione: l’auto più grande e più potente, i vestiti di grido, una posizione sociale da fare invidia a tutti e tanto denaro al sicuro. Si tratta di un arsenale di protesi di cui la gente si giova e si circonda per sentirsi più forte della paura che alligna in fondo all’anima. Così vediamo chi si pavoneggia per questo o per quello, chi si getta nella corsa sulle strade cavalcando veicoli dalle prestazioni sempre più mirabili, chi si prodiga per mettere insieme fortune e capitali da capogiro.

Ed ecco allora emergere, prepotente, gonfio, tronfio nella sua dimensione ingannevole quel senso dell’Io, lontana e negativa imitazione del vero Io che costituisce l’obiettivo di una sana educazione e di uno sviluppo integrale della personalità. Un senso dell’Io, in tale voluta aberrazione, che spinge con insolita pressione a superare, ad accaparrare, ad accumulare beni e ricchezze, a costruirsi un piccolo impero personale inattaccabile. Un senso dell’Io, dunque, rivolto costantemente su se stesso, noncurante del prossimo e dei suoi bisogni, con gli occhi velati dal disprezzo e dall’invidia devastante per ogni persona che possa apparire migliore. Una corsa irrefrenabile su un percorso sbagliato, con mezzi fatui e falso entusiasmo, che dà a chi se ne lascia trasportare la soddisfazione del momento e un carico di illusioni fallaci e caduche.

Ma, infine, torno a dire, si danno tutti così tanto da fare, per quale scopo? Quali obiettivi di valore intendono realizzare? Sì, in una certa misura riescono ad avere ragione della paura; c’è ben altro, la spensieratezza e le occupazioni mondane, a tenerli lontani dal porvi attenzione, non ci pensano dunque più di tanto. In fondo in fondo, che cosa risiede nei loro pensieri? Forse qualcosa di remoto assai che vorrebbe convincerli ad agire come agiscono perché questo loro stato acquisito non avrà fine, sarà “per sempre”. Ancora in moto quelle protesi dell’inganno che trascinano le povere creature verso un lido di perdizione. Accade persino con persone alle quali siamo legati da affetti profondi: senza saperlo sull’orlo della coscienza riusciamo a immaginare, sotto sotto, che il rapporto intessuto con le condivisioni di esperienze e di conquista non avrà mai a finire. Così chi è riuscito a raggiungere condizioni di vita di un livello superiore, caduto in disgrazia per motivi improvvisi e inaspettati, diviene preda della disperazione, anch’egli in qualche modo avrà creduto di poter possedere i beni acquisiti “per sempre”. Questa allocuzione riporta senza difficoltà di sorta al concetto di eternità, così allucinante nella sua definizione e inspiegabile, corroborato comunque da sostituti della Verità in quanto dotati d potere consolatorio e portatori si sottile speranza, dopotutto paradossalmente utili  per evitare di finire nell’insania più incontrollabile.

Immagine di Copertina tratta da PiemonteItalia.

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