Gestapo: una forza distruttiva – Parte 6 di 6

Verso la fine del 1945 la “via romana” fu pronta per la fuga dei braccati verso la frontiera italo-svizzera e attraverso i Passi di Resia e del Brennero, da cui si prendeva la direzione dell’America latina o del Medio Oriente. In questi affari si trovò un importante collaboratore: padre Krunoslav Draganovic che trovò il modo di allearsi con i pagani di Hitler dopo la disfatta. Nel 1945 il suo ufficio era zeppo di rifugiati. Il cardinal Siri chiamò padre Draganovic a Genova, ma anche qui l’ufficio di Draganovic si riempì di Jugoslavi, fascisti italiani, Tedeschi. Grazie a notevoli finanziamenti pervenuti, Draganovic riuscì a far partire, con un lasciapassare della Croce Rossa Internazionale, molti soggetti compromessi. Nel 1967 Draganovic fu rapito dal servizio segreto jugoslavo e si persero le sue tracce.

Walter Rauff contava su una schiera di aiutanti: fra questi emerse un ventiseienne, Dieter Kersten, catturato dagli Alleati e rinchiuso nel campo di smistamento di Marburg. Kersten un giorno riuscì ad approfittare della distrazione delle sentinelle e a fuggire con un treno merci fino a raggiungere Bad-Homburg e Francoforte, poi nel Baden-Württemberg. Sfuggì a una retata tesa da truppe americane e raggiunse Tübingen. Venne a sapere che un gruppo di fuggiaschi tedeschi aveva trovato rifugio sulle montagne, dove ben presto sorse il problema dei rifornimenti. La maggioranza del gruppo decise per la resa, ma una parte minoritaria, che comprendeva Kersten, Horkenheimer, due SS della Gestapo, una donna e pochi altri decise di riprendere la fuga. Giunsero in Tirolo e, con l’aiuto di una guida, arrivarono in Italia. Il 28 dicembre erano a Merano e penetrarono nella “via romana” di Rauff. Kersten iniziò a lavorare per Rauff, con il compito di assicurare i collegamenti con padre Draganovic a Genova e di trovare un posto sicuro nel milanese per i fuggiaschi, arrivando persino a travestirsi da prete. Nel marzo 1947 Kersten si diresse nel Medio Oriente, nello stesso tempo in cui si diceva che Bormann era vivo ed era riuscito a fuggire. Si disse che Bormann si fosse cambiati completamente i connotati in seguito a un’operazione di chirurgia estetica. Torniamo alla serata del 1° maggio 1945 allorché dalla Cancelleria uscirono Martin Bormann, Erich Kempka, Arthur Axmann capo della Hitlerjugend e il dott. Stumpfegger, preceduti da una serie di panzer protettivi; uno di questi esplose colpito da un bazooka. Fu Kempka ad affermare, il 3 luglio 1946, che Bormann fu ucciso dall’esplosione, quando invece Wener Naumann, ex segretario di Stato al Ministero della Propaganda, sostenne che Bormann uscì incolume da Berlino. Pare sia quest’ultima la versione dei fatti più vicina al vero.

A quel tempo venivano impiegati sommergibili per salvare i fuggiaschi del Reich e pare che Bormann si fosse salvato mediante un sommergibile. Dopo aver ricevuto le notizie della morte della propria moglie, Bormann decise, nell’aprile 1946, di raggiungere Rauff. Il 4 aprile arrivò a Genova, fatto oggetto di premure da parte di padre Draganovic. Trascorsi alcuni anni pervenne a Roma insieme a Rauff. Si recò subito presso monsignor Hudal il quale gli trovò un rifugio presso un monastero a 35 chilometri da Roma. Qui Bormann svolse le mansioni di bibliotecario per alcuni anni, Soltanto nel 1948 ne uscì per visitare la tomba della moglie. Bormann lasciò l’Italia nel giugno 1951 e nel mese successivo giunse a Buenos Aires. Riprese i contatti con Rauff e, insieme, nel 1952 si recarono in Patagonia, poi nell’alto Paranà, tra il Brasile e il Paraguay. A detta di Simon Wiesenthal, Bormann si era rifugiato in Argentina o in Cile o nel Paraguay.

Il 6 marzo 1947 Kersten, Horkenheimer e quattro uomini della Gestapo di Berlino erano diretti a Roma dove li attendeva padre Antonio, un collaboratore di monsignor Hudal. Da Roma Kersten e Horkenheimer furono inviati a Bologna, quindi a Venezia. Il viaggio proseguì per Atene, Latakié in Siria e Damasco. I due vennero a sapere che gli Stati Arabi avevano bisogno dell’apporto di consiglieri politici e di istruttori militari dall’Europa; erano in lotta per impedire, fin dal 30 novembre 1947, la formazione di uno Stato Ebraico. Furono quindi loro due a diventare istruttori a favore dell’esercito siriano, ma incorsero in un clamoroso fallimento allorché David ben Gourion proclamò l’indipendenza dello Stato di Israele. Nel frattempo si stava muovendo la Commissione alleata per la ricerca, fra le file militari siriane, di ex ufficiali nazisti. Fu il momento di abbandonare l’incarico ricevuto e di riparare a Damasco e di qui alla volta di Bagdad. Horkenheimer decise di andarsene per proprio conto, mentre Kersten toccherà il Cairo, Marsiglia, Malaga, Tangeri per approdare a Tetuan in Marocco.

La “via romana” continuò a essere praticabile sino a tutto il 1948, ma per Rauff i rischi si facevano sempre più temibili, tanto che il 20 dicembre pose fine all’iniziativa. Con un passaporto e una serie di documenti di un’opera diocesana pontificia, fornitigli da monsignor Hudal, lasciò l’Italia il 9 gennaio 1948 per dirigersi verso Tangeri. Dieter Kersten, venuto a conoscenza che nel 1955 la condanna inflittagli era stata commutata, ritornò in Germania. Poi, dopo un periodo trascorso in Marocco, la scelta di Amburgo per stabilirvi la propria residenza. Per Walter Rauff le peripezie occorse lo portarono, con la moglie e i figli, nell’America meridionale: Ecuador, Bolivia, Cile. Nel 1962 fu arrestato a Santiago del Cile.

Parliamo ora di Josef Mengele, un nazista molto quotato: 100 mila marchi di taglia. Tristemente famoso per i suoi esperimenti diabolici su corpi umani nel campo di Auschwitz. Paragonava le persone ad animali e, come si usava fare con questi, si industriava per selezionare una razza umana superiore. Il suo studio preferito era quello rivolto ai gemelli, con l’intenzione di ottenere attraverso metodi artificiali bambini con gli occhi azzurri e le fattezze ariane. Mengele viveva con una concubina, un’ebrea diciottenne, chiamata Wilma. Costei era riuscita ad avere nelle proprie mani, nel febbraio 1945, una lista segreta con i nomi degli appartenenti al servizio d’ordine nel ghetto di Varsavia ossia dei collaborazionisti ebrei. Wilma coltivava l’intenzione di espatriare in direzione sud-est, proprio verso dove stava il nemico. Mengele e Wilma giunsero a Zakopan dove si presentarono come Ebrei sfuggiti alla prigionia di Auschwitz. Raggiunsero Praga nell’agosto 1945, poi l’Austria nell’ottobre e la Svizzera nel novembre. Nel gennaio 1946 nuovo trasferimento, a Zurigo, poi fra Günzburg e Monaco. Nell’estate 1950 Mengele visitò Bergamo, Firenze e si recò in Sicilia, ma i guai apparvero già dall’anno che seguì, e Mengele espatriò a Marsiglia e da qui in Argentina. Nel 1957 fu costretto a vivere in assoluta clandestinità: il suo nome appariva in una lista comprendente una serie di criminali di guerra. Due anni appresso, il 5 del mese di luglio, la Procura di Freiburg im Breisgau emise un mandato di cattura, con la richiesta di estradizione dall’Argentina. A quel tempo Mengele già si era allontanato da Buenos Aires e aveva deciso di cambiare il proprio nome. Nel maggio 1959 si trovava in una zona confinaria tra l’Argentina e il Cile. L’anno seguente, allorché veniva catturato Eichmann l’11 maggio 1960, Mengele si spostò in Perù non molto lontano da Lima e poco dopo nel Paraguay.

In Paraguay nell’agosto 1954 era stato eletto presidente della Repubblica Alfredo Stroessner che subito chiamò ad aiutarlo consiglieri e istruttori provenienti dal trascorso Reich. Dunque i Tedeschi residenti in Paraguay potevano contare sulla fiducia del presidente. Lo stesso Mengele, il 27 novembre 1959, era diventato cittadino paraguaiano. Due anni appresso acquistò un terreno sull’Alto Paranà, in realtà poco distante dalla residenza di Bormann. Era il tempo in cui andava prendendo sembianze il cosiddetto “affare Nora Eldoc”, dal nome di una giovane ebrea passata per Auschwitz, che conosceva benissimo Mengele. Questi nel 1960 si trovava nella città di Asunciòn e fu il momento che i servizi israeliani si vollero servire di Nora Eldoc perché si recasse in Paraguay onde identificare Mengele. L’SD la fece sorvegliare da un ex SS chiamato Alberto che entrò in confidenza con Nora. Il 27 gennaio 1961, durante un’escursione in montagna con Albert, Nora non fece ritorno e il suo cadavere venne poi rinvenuto dalla polizia in un crepaccio.

Josef Mengele il 16 luglio 1964, mentre soggiornava in Paraguay, fu raggiunto da una nuova richiesta di estradizione presentata dall’ambasciatore tedesco, ma il presidente Stroessner la respinse. Mengele poté continuare a vivere sulle rive del Paranà, poco lungi dal confine. Aveva al suo fianco, per la difesa personale, quattro guardie del corpo armate di tutto punto. Erano nel frattempo sorte altre vie di fuga, come la rete “Odessa”, l’associazione “Edelweiss” e il “Ragno”. Odessa (dalle iniziali di Organizzazione delle SS) era datata dal 1947 per favorire l’evasione delle SS, ma forse la cosa non è appurata.

Si verificò anche il caso di uomini di scienza dell’Abwehr, della Gestapo e dell’SD entrati nei servizi di spionaggio degli Alleati. Un personaggio spiccò in particolare, Reinhard Gehlen, generale prussiano che diventò capo del controspionaggio tedesco occidentale. Diresse le F.H.O. (Fremde Heere Ost: Eserciti stranieri dell’Est) ossia le Armate straniere dell’Est, a partire dal 1° aprile 1942. L’F.H.O. era un servizio di informazione militare che la Wehrmatch esercitava sull’Est europeo. Nel 1943 Gehlen collaborò con Walter Schellenberg nell’operazione “Zeppelin” che prevedeva di paracadutare in Russia piccole entità di Tedeschi travestiti da soldati russi e padroni della lingua russa. Le mire di Gehlen erano rivolte alla politica verso l’Est. Egli pensava alla formazione di un’Armata russa di liberazione, composta attorno ai 200 mila uomini, con il compito di appoggiare l’esercito tedesco contro le formazioni russe. Non incontrò il favore di Hitler né di Himmler e di Koch, il responsabile dell’Ucraina. Trovò però il favore di Rosenberg e dell’SD e l’Armata di liberazione prese vita, al comando del generale Andrei Vlassov. Trascorse poco tempo che 6.500 soldati russi lasciarono l’Armata Rossa per aderire a Vlassov, quando poi, l’8 giugno 1943, Hitler decise lo scioglimento dell’Armata Vlassov. Gehlen non si arrese e progettò un piano che avrebbe garantito la propria personale incolumità e quella dell’F.H.O. Procurò di assicurare la conservazione di documenti che sarebbero potuti venire utili qualora si fosse verificato un disaccordo tra Russi e Occidentali. Fece fotocopiare o filmare tutti i documenti che riguardavano l’Unione Sovietica e li conservò in un luogo sicuro. Era convinto che dopo l’armistizio l’alleanza tra Russi e Americani si sarebbe deteriorata e pensò oltremodo essenziale mettersi a fianco degli Americani. I suoi punti di vista dovevano effettivamente verificarsi. Gehlen fu arrestato il 20 aprile 1945. Il suo nome apparve in un elenco fatto preparare dal generale Rooks. Fu condotto al cospetto del generale Edwin L. Sibert al quale rivelò le informazioni in proprio possesso. Il generale Sibert ne informò il Ministero della Guerra di Washington. Nel mese di agosto 1945 Gehlen partì alla volta degli Stati Uniti e si fermò per circa un anno a Washington. Agli Americani pose precise condizioni per consegnare loro i documenti che tratteneva. Tornò in Germania il 9 luglio 1946 con l’autorizzazione americana per la creazione di un servizio tedesco di informazione, limitatamente alle questioni sovietiche. Nel 1968 il Governo comunista della Germania orientale mise una taglia di un milione di marchi tedeschi per la cattura di Gehlen. I Russi non riuscirono a braccarlo, avevano una notevole reticenza quando pervenivano loro richieste di collaborazione avanzate a ex appartenenti alla Gestapo. Un certo numero di costoro riuscirono addirittura a occupare posizioni rispettabili nelle due Germanie.

In tale contesto politico-morale emerse un personaggio del tutto particolare: Heinrich Müller, definito come squilibrato, brutale, intrigante, coinvolto in numerosi crimini. Data la sua figura fisica di aspetto quasi repellente, Müller era oppresso da un forte complesso di inferiorità che trovava compensazione nella prepotente ambizione personale. Entrò nella polizia dopo la prima Guerra mondiale, con la mansione di ausiliario nella polizia di Monaco e si mise al servizio del nazismo. Trovò poi in Heydrich un suo sicuro protettore, così che Müller tanto fece che riuscì a entrare nell’Ordine Nero, a salire rapidamente i gradi della carriera sino a ottenere, nel 1939, la direzione dell’Amt IV in seno all’R.S.H.A. ossia la Gestapo. Si seppe poi che Müller aveva preso contatto con i Russi. Il 30 aprile 1945 fu riconosciuto da un’ex segretaria della Kripo (polizia criminale) e arrestato, ma riuscì a evadere. Si diresse in Baviera e si spostò per due mesi da un rifugio all’altro. Ai primi di ottobre si trovava a Kufstein, in zona d’occupazione francese. Prese contatto con i Francesi proponendo loro un patto: la consegna di documenti scottanti in cambio della libertà. Ma il 16 novembre i Francesi si avvidero che quei documenti rivestivano un’importanza eccezionale e cercarono di rintracciare Müller il quale sfuggì per poco all’arresto, ripartendo con destinazione il Passo del Brennero, non senza aver prima distrutto i documenti ancora nelle proprie mani. Venne a conoscenza della rete di fuga intessuta da Rauff e si spostò a Milano, poi a Roma dove fu affiancato da due guardie del corpo fornitegli da padre Draganovic. Verso la fine del 1945 fu operato a Roma per una grave disfunzione oculare, grazie a un chirurgo di Civitavecchia inviato da monsignor Hudal. Privato nel 1947 delle due guardie del corpo, scomparve dalla circolazione per il periodo di un anno. Parve che avesse stabilito contatti con i servizi segreti sovietici a Istambul.

Müller si avviò infine verso il Medio Oriente. Nel 1949 era a Damasco, poi al Cairo, quando l’Egitto era sottoposto a mutazioni politiche rilevanti: il 18 giugno 1953 il generale Neguib spodestava re Faruk e il 14 novembre 1954 veniva a sua volta deposto dal colonnello Gamal Nasser. Müller aveva assunto il nome arabo di Amin-Abd-el-Megid, come si verificava per quasi tutti i nazisti scampati alla caccia mossa loro in tutto il mondo. Godeva delle cure mediche del dott. Hans Eiseleche che si era accollato la fama orribile di sperimentatore sui corpi umani nel campo di Buchenwald. Nel 1960 fu incaricato della sicurezza nel sistema di razzi che il Cremlino stava per consegnare a Nasser. In quanto a Müller si disse in Germania, il 12 gennaio 1964, che si fosse trasferito in Albania, ma poco dopo era preso dal proprio lavoro a Mosca. Non si sa altro se non che, per indiretta interpretazione, in Russia riemerse una replica delle persecuzioni antisemite e la caccia agli agenti “sionisti”.

Immagine di Copertina tratta da Przystanekhistoria.

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