Nei primi mesi dell’occupazione in Francia i Tedeschi erano riusciti persino a esercitare un certo fascino sui Francesi o almeno su una parte di loro; si comportavano correttamente, con discrezione, senza dare adito a problemi di convivenza, ma ben presto i rapporti fra Francesi e Tedeschi mutarono di tono. I servizi tedeschi dell’Abwehr si diedero a trarre a sé e a catturare un numero molto alto di partigiani che passarono poi al servizio della Germania, si parlò di almeno tremila soggetti. Erano uomini della Resistenza che, una volta caduti nelle mani dell’Abwehr, venivano usati contro la Resistenza stessa. Il modo per convincerli era collaudato: la minaccia di nuocere ai parenti oppure decidere di collaborare. Coloro che subirono le torture più atroci erano gli agenti del servizio segreto inglese. Di quei tempi emerse la figura di un agente senza complessi verso la Resistenza. Il suo nome era George Delfanne, chiamato Masuy. Era di una crudeltà diabolica che sapeva alternare ad atteggiamenti di incredibile indulgenza. Fu l’inventore della tortura della “vasca da bagno” nell’acqua della quale veniva immerso per il capo il partigiano sino a quasi farlo soffocare, per indurlo a parlare. Masuy fu arrestato nel 1939 in Germania e decise di lavorare per i Tedeschi che lo inviarono a Parigi. Nel 1942 Masuy passò dall’Abwehr alla Gestapo. La carriera di Masuy finì con la condanna a morte insieme a due suoi complici e l’esecuzione nel luglio 1947.
A partire dal 1942 la Gestapo si avvalse del lavoro dei collaborazionisti. L’anno 1942 assistette a una proliferazione di collaborazionisti francesi affiancati alla Gestapo. Erano considerati dai loro compatrioti non soltanto nemici, ma traditori e furono cacciati e sterminati dai partigiani francesi i quali si diedero un bel da fare per eliminarne in gran numero. Si calcolò che tra il 15 giugno e il 31 luglio 1944 si fossero svolti più di 7 mila attentati dei quali oltre 6 mila contro cittadini francesi. Un buon numero di collaborazionisti aderirono al Partito Popolare Francese (P.P.F.), guidati da Jacques Doriot. Costui nel 1910 era entrato nel Partito Socialista e nel 1920 era divenuto membro supplente del direttivo dei Giovani Comunisti in Francia, poi segretario nazionale dei medesimi. Era il tempo in cui prendeva vita il P.P.F. Doriot condusse i propri adepti alla lotta contro il Partito Comunista e, nel momento in cui Hitler mosse l’attacco all’Unione Sovietica, trasformò il PPF in partito collaborazionista. Si ebbe una serie di attentati contro i seguaci di Doriot, cosa che fu abilmente sfruttata dalla Gestapo che riuscì a trovare numerosi soggetti pronti a lavorare per i Tedeschi nelle mansioni di informatori, sorveglianti e spie. Ai primi del 1942 Doriot prese contatti con l’Abwehr e al termine dell’anno sorse un servizio di informazioni del PPF, diretto da Albert Beugras. La collaborazione fra PPF e Gestapo e SD riguardava soltanto alcuni punti privilegiati. L’SD preferiva avere rapporti di lavoro con individui che non con gruppi politici.
In Francia un certo Röthke, cacciatore di Ebrei, offrì la somma di 100 franchi per chi avesse denunciato un Ebreo. Karl Oberg, capo della Polizia in Francia, a partire dal 1942 aveva promosso due “organi di difesa” per gli ausiliari francesi nel contesto della Gestapo. Si avvalse di veri e propri “killers” prevedendo per il loro lavoro compensi da 10 mila franchi fino a dieci volte tanto. Nel giugno 1942 fu diffuso un questionario per i simpatizzanti della causa tedesca: più di mille Francesi espressero il desiderio di cooperare con i servizi di sicurezza tedeschi. Karl Oberg mise a dirigere il Selbstschutz, uno dei due organi di difesa, un alsaziano di nome Bickler, una sorta di truffatore che prima della guerra era stato condannato per ben undici volte.
La Gestapo si dava da fare per preparare i nuovi affiliati; per questo aveva creato una scuola di apprendistato a Taverny, nei pressi di Parigi. Si calcola che questa scuola avesse ospitato almeno 5 mila iniziati. Dappertutto la Gestapo era solita servirsi di soggetti provenienti dai bassifondi della malavita. Uno di questi, memorabile per le sue gesta criminali, era Henri Charberlin, detto anche Lafont o Patron, un despota spietato nel contesto della famigerata “rue Lauriston” che iniziò la propria storia a partire dal 1941. Lafont si mise al servizio dei Tedeschi, con l’obiettivo di prendersi una rivincita sulla vita. Diede origine a un ufficio acquisti nella “rue Tiquetonne” dove procedeva ad acquistare ogni genere di materiali che fossero serviti ai Tedeschi. Fece fortuna e riuscì a entrare in contatto con i due massimi gradi della gerarchia tedesca, Otto Brandl e Radecke, l’uno agente speciale dell’Abwehr, l’altro ufficiale della Wehrmacht. L’attività in crescendo consigliò Lafont di trasferirsi in un grande palazzo in rue Lauriston. Gli occorrevano collaboratori e pensò di scovarli fra i vagabondi e i truffatori conosciuti in occasioni anteriori. Nel mese di agosto 1940 si recò a Fresnes in compagnia di Radecke per liberare dalla prigionia i suoi ex compagni di avventura e per usarli in prestazioni a comando. Radecke, intanto, incaricò Lafont di arrestare un capo dello spionaggio belga, di nome Lambreckt, Così fece Lafont e, con l’uso della frusta, costrinse la propria vittima a parlare. Quel che ne seguì fu l’arresto di oltre 600 persone tra la Francia, il Belgio, i Paesi Bassi e la Germania. Lafont era abile nell’usare alla perfezione l’arte del compromesso, riuscendo a trasmettere all’SD le offerte dei collaborazionisti. Uno di questi si chiamava Danos, grande intenditore di colpi audaci e, nello tesso tempo, tecnico del crimine, assassino spietato. Coì accadeva che rue Lauriston eccedesse per ospitare gente di malavita. Lo stesso Lafont godeva dell’impunità personale, poteva senza remore macchiarsi di qualsiasi delitto. Tuttavia, come testimoniò Georges Prade, gli uomini assoldati da Lafont erano più truffatori che torturatori. Era lo stesso Lafont ad aborrire le perversità e la tortura come fine a se stessa.
La sede di rue Lauriston n° 93 si dedicava soprattutto a combattere la Resistenza, a dare la caccia ai trafficanti e a organizzare incontri mondani. I contatti di Lafont erano intensi con l’Abwehr, con l’SD, con la Wehrmacht e con la Luftwaffe. I traffici intessuti da Lafont fruttarono somme favolose, si parlò di molti miliardi. Ma, quasi per paradosso, a rue Lauriston si praticava anche la beneficenza: per due volte la settimana ai barboni del quartiere veniva garantito un pranzo.
La Gestapo francese di Lafont aveva per così dire un notevole numero di succursali: si trattava di gruppi specializzati, molto più pericolosi della stessa Gestapo, che usavano ricorrere a torture terribili: “la limatura dei denti, l’estrazione delle unghie, la bruciatura delle parti sensibili a mezzo sigaretta o addirittura fiamma ossidrica, la ‘elettrificazione’ dei genitali a mezzo elettrodi, la bruciatura ai piedi e quindi la ‘passeggiata’ sul sale… porre tra le dita dei piedi dei batuffoli di cotone imbevuti benzina, che venivano poi incendiati. Infine, il supplizio della vasca da bagno piena d’acqua gelata”. Questo gruppo si chiamava “Gruppo di rue de la Pompe” perché aveva sede in quella stessa via al n° 180. Un altro gruppo si era stabilito con sede SD in avenue Foch; era composto quasi interamente da agenti francesi agli ordini degli ufficiali SS Kieffer e del dott. Goetz. Esisteva ancora la Gestapo di Neuilly, come pure la “banda dei Corsi” una gang della malavita parigina che lavorava per la Gestapo. Poi un’altra Gestapo francese, quella di “square Rapp” addetta alla ricerca e alla trasmissione di informazioni. Si avevano inoltre una “Gestapo du square des Aliscamps” e una “Gestapo georgiana”.
Giunto l’autunno 1942, in data 28 settembre si mosse un comando speciale composto da agenti dell’Abwehr, dell’SD e della Gestapo per trasferirsi in Francia meridionale con lo scopo di contrastare e bloccare la Resistenza clandestina. Lo comandava il capitano Desloges con 280 sottoposti. Compito primario era quello di scovare le emittenti radio clandestine. Il comando comprendeva tre sezioni con i compiti di: ricerca di stazioni radio clandestine, servizio di polizia e arresti, servizio di informazioni, dipendenti la prima dall’Abwehr, le altre due dall’SD. Gli uomini del comando si stabilirono a Lione, Marsiglia, Montpellier, poi a Tolosa, Nimes, Nizza, Grenoble, Tolone.
A partire dal 10 novembre la Gestapo si industriò per reclutare nuovi ausiliari dalla popolazione del luogo. L’SD di Marsiglia aveva eletto la propria sede al n° 425 di rue Paradis, comandata dal maggiore SS Rudolf Muheler e dal suo aiutante Dunker-Delage. Marsiglia stava allora diventando uno dei centri di maggiore attività nella lotta contro la Resistenza. Si tendeva a dare la caccia e arrestare i partigiani per poi arruolarli tra le fila della Gestapo. Erano costretti su tortura a tradire, per altro verso con compensi che variavano da 50 a 70 mila franchi. La scoperta di una informazione di rilievo nell’aprile 1943 consentì all’SD di procedere a 122 arresti. Di questi solo cinque prigionieri accettarono; fra essi c’erano due partigiani noti come Multon e Moog. L’SD inviò in missione Multon a Lione e Robert Moog a Digione. Multon fu incaricato dell’arresto di un certo Vidal ossia del generale Delestraint, mentre a Moog fu assegnato un incarico da attuarsi a Parigi in data 9 giugno.
Arriviamo a una svolta storica, al tempo in cui gli Alleati sbarcarono in Francia. Erano i primi di giugno del 1944. In poco tempo crollava il fronte tedesco dell’Ovest. Ma la maggioranza dei collaborazionisti non si preoccupò più di tanto, sperando nel buon senso generale. Fu data loro la possibilità di lasciare la Francia per la Germania, ma alcuni opposero resistenza e non vollero abbandonare i beni e la posizione che avevano accumulato. Solcò dunque il Reno la maggioranza, alcune decine di migliaia di Francesi che si erano compromessi fino in fondo con i Tedeschi occupanti. La Gestapo e l’SD ci provarono a reclutare agenti francesi per lanciarli dietro le linee, puntando in particolare sui membri del Partito Popolare di Doriot e sui miliziani di Darnand. Il 22 settembre 1944 circa 6 mila miliziani si trasferirono a Ulm sul Danubio, altri a sud del Württemberg. Il capo della milizia, Darnand, fu ricevuto dallo stesso Himmler nell’intento di creare una nuova unità di Waffen-SS, detta divisione “Charlemagne”. Il giorno 23 Joseph Darnand arruolò nelle Waffen-SS tutti i militi in forza di combattimento, i quali prestarono giuramento il 12 novembre. Darnand pensava a una soluzione militare: diede vita a una Organizzazione Tecnica con lo scopo di lanciare in Francia sabotatori adibiti a compiere sabotaggi e a raccogliere informazioni: dovevano disturbare il nemico, diffondendo lo scompiglio nelle sue retrovie.
Gli uomini del Partito Popolare di Doriot, in seguito al 10 agosto 1944, raggiunsero Neustadt con una forza risalente a cinquemila soggetti. Doriot continuava a mantenere contatti con von Ribbentrop, con l’SD, con Himmler che incontrò il 15 settembre 1944 e con la R.S.H.A. Alcuni dei suoi uomini si inserirono nelle “scuole speciali” del partito, alle quali la Gestapo si rivolse per avere un certo numero di agenti da addestrare e da inviare in Francia. All’inizio del 1945 successe che il dott. Rumpold, agente dell’SD, avesse cercato di corrompere alcuni agenti per ottenere informazioni. Partirono pertanto rappresaglie in base alle quali furono presi alcuni agenti dell’SD, disarmati e trattenuti per qualche ora. Ma poi, il 22 febbraio 1945, l’auto di Doriot fu colpita dalle mitragliatrici di un aereo e Doriot perse la vita. Si pensò che i responsabili fossero stati alcuni membri dell’SD.
Non tardò a prendere il via la nuova epurazione, non meno terribile della prima effettuata dalla Gestapo. A partire dal primo dicembre 1944 i carnefici diventarono vittime della ferocia vendicativa e viceversa. I più bersagliati erano i militi di Darnand, gli uomini del PPF e i membri della Gestapo. Si danno due fasi relative all’epurazione. La prima fu la più illegale e di gran lunga la più vergognosa: si trattò di stupri, torture, bastonate, mutilazioni, bruciature, supplizi della fame e della sete, assassini collettivi. Al Grand-Bornand furono presi 74 allievi della scuola ufficiali della Milizia, ancora assai giovani, molti dei quali fucilati a gruppi di quattro senza neppure una sentenza. A Marsiglia un commissario di polizia fu sottoposto lungamente a torture: gli strapparono la lingua, gli estirparono un occhio e gli bruciarono gli organi sessuali. A Lione una donna giovane fu immersa per diciassette volte nell’acqua di una vasca con la scarica di corrente elettrica, sino a ridurla alla pazzia. A Nancy alcuni partigiani misero al muro, per venti giorni di seguito, una coppia adulta della quale la donna, già incinta, abortì. La repressione non aveva fatto altro che aver cambiato nome. In Bretagna furono torturati e massacrati preti e suore. L’abate Mandaroux, in seguito a tortura, fu ucciso con un colpo di revolver alla nuca. Ne seguì l’assassinio di tre preti e, a Niort, la tortura di bastonate al curato di Totavel per la durata di tre giorni e tre notti, senza tregua, sino a farlo morire. Il curato di Mosset venne ucciso, poi trascinato, nudo e sanguinante, lungo le strade del villaggio, infine appeso sulla piazza del paese. Il curato di Sourmia fu torturato a lungo e infine ucciso. Il 30 agosto 1945 toccò, nei Vosgi, alle famiglie Sublon e Kuhlmann comprendenti sette persone, fra le quali tre bambini con meno di tre anni, uccisi dagli aguzzini del Comitato di Liberazione. Al castello di Frégate all’abate Daunis fu imposto di camminare a piedi nudi su schegge di bottiglie infrante, gli furono strappati la lingua e gli occhi, lasciato infine agonizzare, appeso per i piedi, per la durata di due giorni. A Vertus i figli dell’ingegner Bernard furono costretti a scavare la fossa per il padre, subito dopo ucciso. A Tarbes un membro del Partito Comunista, Antoine Jacquetant, fece ammazzare e poi squartare un bambino di nove anni i cui genitori erano stati collaborazionisti dei Tedeschi. Al campo di Tronçais alcuni aguzzini strapparono i seni di una donna con l’uso di una tenaglia, la sfregiarono a colpi di rasoio e le schiacciarono le dita dei piedi. Un’altra donna fu costretta ad accovacciarsi nuda su un recipiente nel quale bruciava benzina. Nei pressi di Reims una ragazza venne torturata e violentata sotto gli occhi dei suoi genitori e le introdussero un bicchiere nel cavo vaginale. Il padre impazzì. Ancora a Marsiglia, nella prigione delle Présentines, i carcerati, nudi, erano costretti a correre lungo i lati della cella mentre un negro nerboruto li colpiva con una frusta. A Parigi e nei dintorni i Francesi della Gestapo stavano ammassati in cantine o in prigioni non regolari: in determinati giorni, ogni due ore, vi entrava un boia sparando nel “mucchio” un intero caricatore di pistola. Dai rapporti emanati dai prefetti si calcolarono, nel periodo dal giugno 1944 al febbraio 1945, circa 105 mila esecuzioni sommarie, per le quali una buona metà era costituita da innocenti.
La seconda fase dell’epurazione fu quella così detta legale, che contò più di un milione di arresti nel 1944-1945. Furono pronunciate 7.040 condanne a morte, 2.777 condanne ai lavori forzati a vita, 10.434 condanne a lavori forzati per un tempo limitato, 26.529 reclusioni, 60 mila per “indegnità nazionale” e 70 mila per radiazione dalle liste elettorali. Le assoluzioni si contarono nel numero di 7 mila. Il 10 ottobre 1945 nella fortezza di Chatillon venne fucilato il capo della Milizia, Joseph Darnand. Poi toccò a Lafont. La trappola scattò allorché Joanovici, il famigerato “straccivendolo miliardario”, confidò all’ispettore Morin il luogo segreto in cui stava nascosto Lafont il quale in poco tempo fu arrestato insieme a Bony. Entrambi, Lafont e Bony, furono condannati a morte e fucilati il 26 dicembre 1944.
La Gestapo non era un ente soprannaturale. La sua attività era contrastata da un servizio anti-Gestapo localizzato in Gesvres nella direzione del commissario Clos. Era un servizio in particolare attività tra il settembre 1944 e la prima parte del 1945 ma poi, nel novembre 1945, fu sciolto. In Francia erano stati coinvolti dalla Gestapo tutti gli ambienti e tutte le classi, come un veleno a danno degli organi della società. Il 6 gennaio 1951 le cose erano cambiate, tanto che fu approvata un’amnistia a favore di numerose centinaia di detenuti. Il 6 agosto 1953 la Camera approvò una legge che prevedeva un’amnistia generale. Nel 1943 la Gestapo si era infilata talmente a fondo negli strati sociali che i Francesi collaboranti con la Polizia tedesca superavano più di venti volte gli stessi Tedeschi.
La caduta di un mito.
L’Armata Rossa sfondò il fronte della Vistola, guidata dai generali Zukov e Rokossovski, avanzando verso l’Oder e il Niemen. Il 26 marzo 1945 cadeva la barriera occidentale del Reno e il 12 aprile la 9a Armata americana superava l’Elba, mentre il giorno 25 Russi e Americani si ricongiunsero a Torgau. Il 20 aprile carri armati russi si portarono a sud di Zossen a ridosso del quartier generale della Wehrmacht e nove giorni appresso gli attaccanti russi muovevano contro i quartieri a sud di Berlino provocando la caduta consecutiva dei quartieri di periferia. Ormai a combattere fra le strade di Berlino, a fianco dei militari, erano intervenuti i cittadini, persino anziani e ragazzi. Si vedevano adolescenti maschi e femmine lanciare i loro “panzerfaust” da una ventina di metri dai carri armati societici (i panzerfaust erano bombe controcarro a carica cava perforante, utili contro le corazze si spessore sino a 18 cm a distanza ravvicinata, non più di 150 metri. Erano lanciate da un tubo di materiale leggero contenente una piccola carica propulsiva). Si verificò l’episodio di un gruppo formato da 600 adolescenti che tentarono di arrestare con le bombe i carri in avanzata, ma vi morirono quasi tutti.
Giunse l’ora dell’epilogo: era il 30 aprile 1945 e Hitler aveva stabilito le ultime cose d farsi. Il dott. Goebbels si suicidò con la moglie, dpo la soppressione dei loro sei figli. Hitler sfilò dal proprio vestito il distintivo in oro del partito e lo consegnò a Magda Goebbels, quindi si ritirò con Eva Braun, sposata la sera precedente.
Il 1° maggio l’ammiraglio Doenitz, successore testamentario di Hitler, ne annunciava la morte. Nel frattempo erano 65 mila i civili che morivano nella Berlino in fiamme. Con l’arrivo dei Russi si andavano diffondendo notizie allarmanti: si parlava di donne violentate, di ufficiali presi e torturati dai partigiani, della soppressione macabra dei membri della Gestapo con una canna di fucile conficcta nella nuca. Il comando supremo sovietico aveva emanato un ordine spietato: “Uccidete tutti! Uomini, donne, bambini!”.
Così come aveva fatto Goebbels, si suicidarono i generali Krebs e Burgdorf, l’ambasciatore Walter Hewel, gli ufficiali Müller e Schädle della guardia personale di Hitler e gli stessi Himmler e Goering. Il generale von Greim, ultimo comandante della Luftwaffe, si avvelenò il 24 giugno 1945.
Uno solo fra i tanti aveva previsto con congruo anticipo la generale disfatta: era Martin Bormann, preda della preoccupazione per il successo e dell’ambizione a voler diventare il padrone della nuova Germania. Bormann, intanto, stava mettendo a punto i dettagli del proprio piano di fuga e in questo si fece aiutare da un tale Walter Rauff, già introdotto nelle SS per interessamento di Heydrich. Ma dopo l’uccisione di Heydrich, Rauff si appoggiò a Kaltenbrunner in quale lo fece presentare a Bormann. Rauff iniziò la propria attività con l’ordinare l’arresto di una cinquantina di Ebrei influenti. Poi propose agli stessi Ebrei catturati un patto, quello di ricevere da loro una mezza tonnellata di oro in cambio della garanzia alla libertà d’azione. Bormann e Kaltenbrunner furono i soli a essere stati informati del successo dell’operazione: si trattava di uno dei tesori che avrebbero consentito agli uomini della Gestapo di avere salva la vita in seguito al 1945.
Nell’autunno del 1943 Rauff fu nominato capo dell’SD nell’Italia settentrionale, con il favore di Bormann. Sarà proprio Walter Rauff ad aprire quella famosa “via romana” che costituì una delle maggiori vie di fuga di cui si servirono i gerarchi nazisti. Rauff si stabilì per un periodo di tempo a Santa Maria dell’Anima in Roma, dove frequentò monsignor Hudal, simpatizzante del nazionalsocialismo, tramite il quale Rauff fece conoscenza con alcuni prelati che godevano della facoltà di entrare liberamente in Vaticano. In questo modo Rauff riuscì a creare una rete di complicità e di rifugi sistematicamente collegati che univano Roma con i porti di Genova e di Bari. Rauff perfezionò le vie della sopravvivenza per i fuggiaschi nazisti, grazie all’appoggio di Bormann, stabilendo anche l’istituzione di finanziamenti per le “reti di evasione”.
Bormann, per conto suo, portò la propria moglie, Gerda, nel Sud-Tirolo, cambiando il proprio nome con quello di Max Müller. Si trasferì quindi a Merano con Rauff, soggiornando all’interno di una chiesa nella quale nel 1967 furono scoperti, nascosti nell’organo, 66 milioni di marchi tedeschi in false Lire sterline.
Il 2 maggio Walter Rauff assumeva il nome di Carlo Conte. Era arrivato al punto di detenere il possesso degli archivi del partito fascista. Con l’aiuto di monsignor Hudal, Rauff nel mese di maggio incontrò un capo partigiano, certo Luvomi con il quale concertò un affare: gli archivi del partito fascista in cambio della libertà d’azione per due mesi. Con gli archivi in mano, ai partigiani fu possibile iniziare una feroce epurazione con esecuzioni sommarie. Per altro verso gli alti dignitari cattolici volevano ottenere informazioni e fu ancora Rauff ad accontentarli, ottenendo così di far liberare dal campo di Ghedi, località vicino a Brescia, una dozzina di uomini dell’SD. Ancora, monsignor Hudal fece incontrare a Genova Rauff con il Cardinale Siri e in conclusione Rauff potè spostarsi garantito dalla protezione dei partigiani.
Immagine di Copertina tratta da Inside Over.
