PIETRO BEMBO
Lelio – Dimmi del matrimonio.
Messo – Son venuto per questo. Entrati tutti nel palazzo, la Regina si ritirò per riposarsi. Il Re attese, poi, chiamato un amico fedele, lo inviò da Sofonisba per riferirle che, onde eliminare ogni sospetto, l’avrebbe presa in moglie il giorno stesso, se lei avesse accettato. La donna rispose che sarebbe stato un onore, ma che le pareva un’infamia lasciare il suo primo sposo per convolare a seconde nozze, avendo anche un figlio con meno di due anni. Lo pregava pertanto di darle più tempo. Il Re fece rispondere che non erano necessari tanti scrupoli; nessuno le avrebbe mosso colpa, viste le circostanze. Per di più lei era stata promessa a un altro, con il consenso di suo padre, non a Siface che le venne imposto dal Senato. Inoltre, non c’era altra via per la sua libertà. Doveva scegliere: o il matrimonio con Massinissa o la schiavitù ai Romani. Allora la donna sospirò: non indugerò oltre. Farò come comanda il mio Signore. A questa risposta, il Re salì verso la stanza della Regina e questa gli venne incontro con gli occhi ancora rigonfi di lacrime. Queste nozze frettolose suscitarono molti commenti, con pareri discordi. Infine un suono di tromba richiamò il silenzio. Quindi si fece avanti un sacerdote e pregò: O sommo Giove, e tu, Giunone, benedite queste nozze e concedete agli sposi felicità e numerosa prole. Poi si rivolse alla sposa: Regina Sofonisba, vuoi tu prendere in marito Massinissa, Re dei Massuli? Lei, rossa in viso, rispose di sì. La stessa domanda fu rivolta al Re, che rispose con orgoglio, quindi infilò l’anello al dito di lei. Dovevano seguire gli omaggi a Giove e a Giunone. Poi iniziarono le musiche e i canti, e io uscii dal palazzo.
Lelio – L’intelletto è la cosa più preziosa, ma la felicità spesso lo oscura. Costui che eccelleva per prudenza, ora è caduto in un errore pericoloso. Non si può definire buono nessuno sino all’ultimo dei suoi giorni: chi ha troppi meriti può anche lasciarsi andare a fare cose sbagliate.
Messo – Guardate, Massinissa sta uscendo.
Lelio – L’ho visto. Tu non farti vedere, perché voglio sembrare all’oscuro di tutto.
Messo – Mi nasconderò.
Mass. – Preparatevi per andare al tempio, ché al mio ritorno faremo come ha detto il sacerdote. Sono uscito per inviare qualcuno al campo. Vacci tu, e riportami notizie.
Lelio – Non ce n’è bisogno, perché vi arrivo or ora io stesso.
Mass. – Oh, Lelio, ancora non t’avevo scorto. Allora, ditemi: è giunto Scipione con i suoi?
Lelio – Uno dei suoi mi ha appena riferito che egli sta oltre la porta di fronte al palazzo. Andrò con lui, ma resto un attimo per inviargli Siface e gli altri prigionieri.
Mass. – Bene, non aspettate oltre.
Lelio – Ecco Catone, Camerlengo (= questore: M. Porcio Catone, il Censore, partecipò come questore alla seconda guerra punica) del campo, con i prigionieri. Digli di attendere, perché manca ancora Sofonisba.
Mass. – Non importa mandarvi la Regina.
Lelio – Perché non dovrebbe anch’ella andare con loro?
Mass. – Perché è una donna; non è onesto mischiarla ai soldati.
Lelio – È un rispetto inutile, poiché ella si unirà al marito.
Mass. – Mandiamo pure gli altri, per quanto riguarda la donna è cosa sconveniente.
Lelio – Sia come si vuole, io voglio mandarla.
Mass. – Lelio, non mi arrecate offesa.
Lelio – Di quale offesa parlate, se faccio soltanto il mio dovere?
Mass. – Costei non deve stare con i prigionieri, perché è mia moglie.
Lelio – Come può essere, dal momento che è moglie di Siface?
Mass. – Dovete sapere che mi era promessa, quando Siface me la prese. Ora me la sono ripresa.
Lelio – Non devo pensare a che cosa è successo in precedenza. Mi basta sapere che è moglie di Siface. Pertanto appartiene ai Romani, con il suo regno e con i suoi tesori.
Mass. – Non è più di Siface, ora è mia, dal momento che l’ho sposata, come tutti ne sono testimoni.
Lelio – Voi l’avete sposata? E dove?
Mass. – In questa casa, di dove sono uscito.
Lelio – Nella casa dei nostri nemici? Avete fatto una cosa indegna!
Mass. – La feci con ottima speranza.
Lelio – La speranza di ciò che è proibito è spesso la rovina dei mortali.
Mass. – Preferisco patire del ben fatto che godere di un’azione malvagia.
Lelio – So che conoscete quanto il bene più grande sia il sapere e che un uomo deve essere saggio per se stesso. Pensate allora a ciò che avete fatto e valutate quanto sia stata stolta la vostra decisione di prendere in moglie Sofonisba che è vostra nemica mortale e serva del Popolo romano al quale siete debitore del vostro regno. E voi la sposaste in guerra, senza di noi? E in una casa nemica? Non ne provate vergogna? Lasciatela dunque, ne guadagnerete nel ravvedervi. Sarebbe la vostra rovina. E, se non riuscite ad abbandonarla, vedrete quanto un giorno cambierà.
Coro – Spesso sono impediti i buoni propositi.
Mass. – Non si deve pensare che diventi cattivo ciò che è sempre stato buono. Poiché sono reputato cattivo per aver aiutato la mia donna, dimostrerò che sono stato ripreso a torto. Tutti sanno che Asdrubale, figlio di Gisgone, mi promise sua figlia Sofonisba, conducendomi anche con sé, come genero, in difesa della Spagna. Fu allora che Siface, invaghito della mia donna, si inimicò i Cartaginesi e si alleò con voi. Per cui il loro Senato, che voleva tenerlo dalla propria parte per combattere al vostro fianco, all’insaputa mia e del padre di lei gli concesse Sofonisba in moglie. Per questo motivo gli ho mosso guerra e, per amore di lei, persi il regno e quasi anche la vita. Ora l’ho riavuta, anche grazie a voi e di questo vi sarò sempre grato. Dov’è dunque il male se mi sono ripreso la donna che desideravo? E se non ho rispettato i modi e i tempi, questo sarà un errore, non una colpa. Voi dite poi che ella era mia nemica: è falso, perché la mia ostilità non era per lei, ma per Siface. Inoltre non voglio ricordarvi i favori che vi ho reso in battaglia. Dico tuttavia che, come amico, non è bene negarmi la moglie, dopo avermi donato il regno. Chi concede un beneficio grande e poi ne nega uno minore non si avvede che con ciò sminuisce il primo favore. Pertanto non mi spingete a lasciarla, anzi aiutatemi a tenerla.
Coro – Signore, abbi pietà del giusto amore di questo Re: non privarlo di una così cara e preziosa donna.
Lelio – Quando uno s’accorge dell’errore commesso e se ne pente, merita di essere perdonato. Ma se giustifica e difende il proprio errore, non si può pensare che possa redimersi. Non userò parole, come non è saggio per un medico curare con sortilegi un male che esige un intervento di chirurgia. Andate, guardie, nel palazzo e portatemi la Regina.
Mass. – Nessuno di voi ardisca posar piede oltre la porta, se non vuole arrossarla del proprio sangue.
Lelio – Quale arroganza! Credete dunque di potervi porre contro i Romani?
Mass. – Non posso lasciare che mi sia tolta la donna che mi è più cara della stessa vita.
Catone – Sento che potrebbe nascere una contesa molto pericolosa. Voglio ricomporla.
Lelio – Catone, avete visto l’arroganza di Massinissa e quali minacce egli proferisce?
Catone – Ho assistito a tutto.
Mass. – Mi congratulo di questo, così sapremo chi è nel torto.
Catone – Sarebbe meglio porre fine alla vostra disputa, poiché l’ostilità fra amici è cosa grave e quasi mai si smorza se la si lascia andare a lungo. Vi dirò la verità. Mi sembrate fuor di senno, come se voleste addolorare i vostri amici e far ridere i nemici. Come potete abbandonarvi all’ira? Non vi rendete conto di dove vi trovate? E fra quale gente? Lelio, voi che siete in grado più alto, non siate così caparbio e lasciate che Sofonisba rimanga qui: deciderà il Comandante per lei. E voi, Massinissa, volete mettervi contro i Romani per questa donna? Non vogliate essere così irriconoscente a chi vi ha restituito il regno! Non vi rendete conto che una simile ostilità sarebbe per voi la rovina? Abbandonate dunque l’ira e affidate il caso a Scipione.
Lelio – Catone, parlate così saggiamente che è impossibile contraddirvi. Ma questo nuovo Re è troppo superbo e pretende troppo. Ma io farò ciò che voi desiderate.
Mass. – Sarei un verme se mi lasciassi portare via la moglie. Tuttavia mi affiderò alla sentenza di Scipione.
Catone – Bene, allora cessi la contesa. Ed ora vorrei che faceste la pace.
Lelio – Sono d’accordo, perché non sono offeso con lui.
Mass. – Io pure, ecco, lo abbraccio.
Catone – Questo è degno di voi. Ora vado al campo. Anche voi, venite al più presto.
Lelio – Verrò appena i cavalli saranno rientrati nelle stalle.
Coro – Me povera, credevo fossero finiti i miei tormenti, ma ora mi sembra che l’aiuto promessomi venga meno. Forse la speranza mi sta abbandonando e, se il cielo mi condanna, vano diventa ogni consiglio di mortale. Solo il cielo mi può salvare. Dunque ti prego, Signore, ascoltami. So che conosci i nostri desideri, senza che ne facciamo parola. Abbi dunque pietà della mia giovane età. Difendi la mia onestà che ho finora difeso da tutte le insidie. Nulla potrò fare, se la tua pietà non mi soccorre. Concedi la tua pace a questa mia gente sventurata e muovi Scipione a perorare la mia salvezza. Dovunque io guardi, sento nitrire di cavalli e fragor di armi, tanto che mi si agghiaccia il cuore. Temo il saccheggio tanto da sciogliermi dalla paura. Che farò? Meglio affrettarmi per udire la sentenza dei Romani. Se saranno tanto umani da lasciarmi qui, ogni tenzone avrà fine.
Scip. (Scipione) – Ecco i prigionieri, e chi li precede è il misero Siface, per il quale provo molta pietà. Guardando lui penso a me stesso, perché ognuno di noi non è che polvere e ombra. Come lo vidi orgoglioso quando ci trovammo, nello stesso giorno Asdrubale e io nelle sue case! Più la fortuna è grande più si teme che non si avveri: nessuno fu così caro a Dio da poter vivere sicuro un solo giorno.
Catone – O Scipione, questi sono i prigionieri: ordinate che cosa dobbiamo farne.
Scip. – Tutti nelle tende, sotto sorveglianza, eccetto il Re che rimarrà con me.
Catone – Si è fatta tanta ressa che sarà difficile condurli alle tende.
Scip. – Che cosa ti ha indotto, Siface, a far lega con i nemici, senza rispettare i patti che c’erano con noi? E che cosa vi fa muovere contro di noi che già ci eravamo mobilitati, per voi, contro Cartagine?
Sif. – La causa fu la bella Sofonisba, della quale mi innamorai. Essendo ella amica della sua patria, come nessun’altra, e così attraente, da voi riuscì a distogliermi e ad agire a favore della sua patria. Così mi ha ridotto in questo misero stato. Ed ora il mio maggior nemico l’ha presa in moglie, ed egli non sarà più forte di me, ma forse meno per l’età e per la capacità di amare. Sarà la sua rovina e, per me, dolce vendetta. Ma voi, senza badare al nostro errore, restateci amico.
Scip. – Mi dolgo per il vostro errore: nulla di più triste avere un cattivo amico. Ora siete ridotto in modo tale che io non posso aiutarvi.
Sif. – Non chiedo libertà né temo la morte: nel mio stato la morte sarebbe un sollievo. Ma vorrei che si decidesse di me senza tormenti.
Scip. – Non pensate a simili cose. Scioglietelo dalle catene e conducetelo al nostro alloggiamento. Né sia considerato prigioniero, ma amico.
Sif. – Dio vi renda felice, perché siete tale da meritare l’amore non solo degli amici, ma anche dei nemici.
Coro – Quanta pietà sento per costui che fu sì gran Signore! Ora, in un solo giorno, si trova a essere prigioniero, mendico e servo.
Scip. – Catone, avete udito il parlare di Siface e come fu istigato da Sofonisba? Sarà opportuno procurare che non ci prenda quest’altro con le sue dolci lusinghe.
Catone – Sono stato in città e ho parlato con Massinissa: mi pare disposto alla sottomissione a voi.
Scip. – La lascerà?
Catone – Credo che lo farà, sebbene con grande dolore.
Scip. – Lo faccia, ché danno più dolore le medicine che si dimostrano più efficaci.
Catone – Eccolo che viene, parlatene con lui.
Coro – Ahimé, Signore che si sta preparando, contro la vostra speranza, un terribile complotto!
Scip. – Ben venga Massinissa, il cui valore è veramente degno di ogni lode. Ho sentito parlare delle vostre imprese in battaglia e ve ne sono obbligato. La stessa città di Roma ve ne renderà merito, perché essa è riconoscente a chi la serve.
Coro – Queste parole mi danno qualche speranza.
Mass. – Sono contento di esservi gradito, mi comportai sempre per mio dovere, perché il premio migliore, per me, è sempre stato servire questa gente onorata.
Scip. – Lasciateci, desidero restare solo con Massinissa.
Coro – Resterò in disparte in attesa di sapere quale sorte toccherà a Sofonisba.
Scip. – Signore, penso sia stato il voler conoscere in me qualche virtù a indurvi a portarmi rispetto e fiducia. Ma sappiate che non mi vanto di nessun’altra virtù come della temperanza e dell’astenermi da ogni pensiero libidinoso. Credetemi, ché alla nostra età le voluttà sono più pericolose dei nemici armati. E chi riesce a domarle acquista maggiore gloria che non con le armi. Rammento volentieri che cosa avete fatto prima che venissi, ma per il resto pensatelo dentro di voi. Voglio soltanto dirvi che Sofonisba è preda dei Romani, e voi non potete accampare diritti. Vi consiglio di consegnarcela, perché sia condotta a Roma. Vincete dunque il vostro desiderio per lei e non oscurate i molti vostri meriti con un errore più grave della sua causa.
Mass. – Non fu, Scipione, un pensiero lascivo a farmi sposare Sofonisba, ma pietà e forse la certezza di non sbagliare. Voi sapete che mi era stata promessa da suo padre, ma poi Siface, che l’amava, tanto fece che i Cartaginesi me la presero per darla a lui. Per questo gli mossi guerra. Ma mi alleai con voi, tanto da prendere Annone (comandante della cavalleria) e i Cartaginesi nell’agguato presso la torre costruita da Agatocle, tiranno di Siracusa. E in seguito, quando insidiaste Asdrubale, io vi consigliai e da solo mi scontrai contro la guarnigione di Siface. In mille occasioni vi sono stato di aiuto. Da ciò mi veniva tale coraggio da potermi far pensare di potermi riprendere la moglie che mi era stata tolta, e anche per il fatto che più volte mi prometteste di restituirmi tutto ciò che Siface mi aveva sottratto. Ma, se non mi sarà resa la moglie, che altro dovrò sperare? Già l’Europa intera mosse guerra all’Asia (guerra di Troia), per ben dieci anni, per restituire la moglie a Menelao, dopo che era stata per vent’anni con Alessandro. E voi non mi volete rendere questa che da meno di tre anni mi è stata tolta da Siface con la forza e con l’inganno? Non negatemi un favore così grande e non fate che la vostra ira contro i Cartaginesi si estenda anche alle donne. Fatelo per l’alleanza che c’è fra di noi, e perché una persona buona non deve soffrire per i peccati altrui.
Scip. – Se Sofonisba fosse vostra moglie, ve la renderei senza dubbio, come feci con il cartaginese Annone che voi scambiaste con vostra madre trattenuta in ostaggio, e come feci restituendovi il regno dei Massuli. Ma se Sofonisba fu promessa a voi prima che a Siface, questo non significa che sia vostra moglie, perché una promessa non equivale a matrimonio. Non avete vissuto con lei, da lei non avete avuto figli, come invece Menelao aveva avuto da Elena. E, inoltre, se già era vostra moglie, che bisogno c’era di sposarla un’altra volta? E in una terra nemica, in tempo di guerra? E come mai all’inizio del nostro colloquio non mi parlaste di lei? Ne posso dedurre che era donna d’altri, cioè di Siface, come è stato, con il nostro benestare. Per cui la moglie, le città, i castelli e tutte le ricchezze sono preda esclusiva del Popolo romano. La Regina dunque deve essere condotta a Roma dove sarà giudicata dal Popolo romano e dal Senato, per avergli allontanato un Re che gli era amico sino a muovergli guerra. Io non posse decidere nulla. Portatemela dunque senza esitare: pregheremo il Senato che, per le vostre virtù, ve la lasci.
Mass. – Vista la vostra insistenza, non mi opporrò, consideratemi a voi fedele. Ma rispettate la promessa che le ho fatto, di non cederla ad alcuno finché avrò vita.
Scip. – È una risposta degna di Massinissa. Fate come meglio credete, pur che ci sia condotta la donna.
Mass. – Farò in modo che sia fatta la vostra volontà e rispettata la mia promessa.
Coro – Amore, che dimori nei pensieri più sublimi e che incateni anche le persone piò orgogliose, ogni valore cede di fronte a te. E non trafiggi solo i mortali con i tuoi dorati strali, ma anche gli Dei, e tutto il mondo cede alla tua forza. Tu che ti soffermi nei begli occhi delle donne graziose e accendi la tua fiamma. Come i naviganti si lasciano guidare dalle stelle, così l’innamorato segue quelle fiamme traendone ora diletto, ora lacrime, ora timore. Io mi trovo fuori delle tue mani, sento nel cuore molto dolore udendo i sospiri e i gemiti del Re. Forse le sue preghiere sono state vane. Povera donna mia, quale dolore dovrà affrontare se ciò è vero! So che più volte chiamerà la morte. Ma tu, possente Amore, che hai infiammato quelle anime gentili, non le lasciare senza il tuo aiuto. Fa poi che la coppa (del veleno) che Massinissa le offrirà le sia di conforto e non di dolore.
Fam. – Donne che piangete, tornate dentro la città, ché la Regina già s’è vestita di bianco e s’appresta a fare sacrifici al tempio, con il desiderio che l’accompagniate.
Coro – Non sai dunque che cosa ci addolora? Vengo con te per placare gli Dei.
Fam. – Ho trascorso lungo tempo ad adornare la reggia, come aveva ordinato la Regina, e non so che cosa sia accaduto fuori. Raccontatemelo, dunque.
Coro – Ohimé, Signora, quale timore serbo sulla tua sorte di schiavitù che ti attende. Ho un brutto presentimento.
Fam. – Dunque le nuove nozze non avranno seguito? Che cosa dite voi? La promessa del Re è dunque caduta? Come può abbandonare una moglie così bella, troverà ben mille modi per salvarla, purché lo voglia.
Coro – Grande sventura sarà se il Re non porta a termine il suo proposito. Lei non ha qui alcun amico. Ognuno annunzia cattivi presagi per il suo futuro.
Fam. – Chi non è fortunato, non creda di vantare amici, se non vuole ingannarsi. Allora, a vostro dire, le nozze sono annullate? O dolorosa sorte! Ora io torno in casa a riferire che siete giunte.
Coro – Non sappiamo nulla di certo, ma tanta è la nostra infelicità che ogni segno avverso ci reca affanno. Questo vedere che il Re non reagisce e si chiuda in tenda abbatte ogni mia speranza. Povera Regina, mentre ti prepari per onorare il nuovo sposo, ti attende un nuovo dolore! Quale ambasciata di sciagura sarà quella che verrà ad ordinarti di recarti al campo come schiava dei Romani! O Dio, fa che non siano veri questo nostri sospetti. Ma ecco che sta uscendo una serva che piange col cuore infranto!
Serva – O me meschina, o vita mia disgraziata!
Coro – Che significa questo tuo pianto?
Serva – Piango pensando a quel che vidi.
Coro – Che cos’hai visto? O quale timore!
Serva – Lo vedrete presto anche voi.
Coro – Parla, non lasciarci in sospeso.
Serva – Fra poco perderemo la Regina.
Coro – Come, la perderemo! Dove deve andare?
Serva – In un luogo da cui non si ritorna.
Coro – Non torna mai chi muore.
Serva – Così farà lei.
Coro – Dunque ella muore?
Serva – Credo che presto morirà.
Immagine di Copertina tratta da Dr Richard Stemp.

