CORSO DI PSICOLOGIA DELL’INFANZIA – Parte 2 di 4

CORSO DI PSICOLOGIA DELL’INFANZIA

BAGNOLO PIEMONTE – Biblioteca Comunale – Via Roma

Parte II di 4

ARGOMENTI DI CONVERSAZIONE

– La famiglia come primo e determinante centro formativo del bambino.

– Gli errori nei quali è possibile incorrere nell’educazione familiare.

TESTO

La formazione della struttura neurologica del cervello, oltre che dalle stimolazioni ambientali, dipende in massima parte dalla qualità del rapporto emozionale stabilita tra la madre e il bambino sin dal momento della nascita. Non ultimo entra in campo il fattore “tipo di nutrizione” in uso nella famiglia, allorché la malnutrizione dipenda da un insufficiente apporto proteico oppure da una incapacità di base della madre a interpretare le esigenze del bambino. Questi si adatterà sempre alle contingenze della situazione in atto, fenomeno che, nel caso della malnutrizione, sfocerà in un rallentamento fisico, mentale e sociale.

Il rallentamento mentale è sempre la conseguenza principale di un adattamento iniziale dell’organismo ai condizionamenti ambientali. Bambini cresciuti in condizioni di quasi assoluta mancanza di stimolazione socializzante hanno dimostrato una fondamentale incapacità di recupero. Se si verifica una mancanza o una deficienza dei fattori educativi di base a livello familiare, la deprivazione avrà quasi sicuramente effetti, almeno parzialmente, permanenti. Quando nasce, un bambino è un essere intellettualmente privo di informazioni, ma nello stesso tempo possiede un cumulo di potenzialità enormi allo stato latente, in attesa di essere sviluppate. Da questo momento inizia il ruolo della famiglia e, in particolar modo, della “figura materna”, indirizzato al pieno sfruttamento del potenziale con la formazione di un bambino dotato oppure prevaricante e tendente al fatalismo, qualora si arrivi a sottrarre all’esperienza del bambino le migliori occasioni di maturazione. Nel primo periodo dell’esistenza la madre comunica i propri primi messaggi, nella forma più auspicabile, con un linguaggio colorito, con i gesti e le espressioni capaci di impegnare l’attenzione del bambino. Soprattutto nel corso del primo anno di vita il bambino è sensibilissimo all’ambiente, in particolar modo all’aspetto umano di esso, che si esprime attraverso gli atteggiamenti dei componenti la famiglia. Diventano più precoci nella padronanza del linguaggio i bambini ai quali si parla molto. Ma non solo è importante parlare molto; ciò che conta è la disponibilità a fornire sempre chiare spiegazioni sul senso e sul valore di ogni affermazione. Non è il tipo di estrazione sociale o culturale a imporre uno stato di deprivazione nell’educazione del bambino, ma la qualità della relazione educativa famiglia-bambino. Ogni espressione di questa relazione, percepita a livello sensoriale dal bambino, si oggettivizza in un impulso nervoso che modifica la struttura elettrochimica stessa delle cellule nervose oppure la rete dei collegamenti interneuronici consolidando una determinata serie di tracciati nel sistema nervoso con un’impronta stabile e duratura ai fini del comportamento.

L’infittimento di questi tracciati, cioè del patrimonio esperienziale, si accompagna a una crescente limitazione di sviluppo delle possibilità iniziali. In questo senso ogni individuo viene condizionato dal proprio ambiente familiare già fin dalla nascita. Quando, nel caso ottimale, è posto nelle condizioni di esercitare la propria curiosità e la propria iniziativa, il bambino dimostrerà sorprendentemente di essere in grado di scoprire da solo la soluzione di problemi molto complessi. Questo fatto basta a sottolineare l’indicibile capacità di adattamento a situazioni mutevoli esistente nel bambino, capacità che a maggior ragione deve essere coltivata di fronte alla prospettiva di un mondo in evoluzione galoppante che richiederà sempre più una perfezionata disponibilità di adattamento. Si può parlare, in ultima analisi, di adattamento per pure esigenze di sopravvivenza emergenti sotto un profilo sempre più pressante. Probabilmente un domani, forse non molto lontano, riusciranno a sopravvivere soltanto gli individui che, grazie alla loro grande capacità creativa e immaginativa, non saranno stati sommersi e travolti da un complesso di eventi esplosivi già oggi introdotti nel mondo delle probabilità prossime.

Errori nell’educazione. È risaputo che la prima “sfida” con la quale il bambino attorno ai due anni di vita si mette per la prima volta a confronto con l’onnipotenza dell’adulto, non rappresenta altro che una fase del normale sviluppo della personalità. Con tale atteggiamento il bambino mette effettivamente a dura prova la nostra capacità di pazienza e di comprensione. Se la nostra risposta sarà una reazione di collera, ci vorrà molto poco perché il bambino si accorga del nostro lato debole e ne approfitti in avvenire per vulnerarlo con maggiore audacia. La risposta violenta all’aggressività infantile, se considerata nella sua forma esasperata e usuale, può al limite portare il bambino sino alle perversioni sessuali o a una specie di paralisi dello spirito. Può essere di grave impedimento per la formazione della personalità di un bambino una situazione familiare caratterizzata da un padre debole e da una madre dominatrice. In casi decisamente anomali può costituire motivo profondamente inibitorio la scoperta reale, da parte del bambino, dell’amplesso fra i genitori.

Questi sono errori pedagogici che si riferiscono più particolarmente ad alcuni determinati momenti evolutivi, ma esiste tutta una serie di errori probabili affiancata alla normale e quotidiana opera educativa e che, rifacendosi a quanto è stato esposto nel primo argomento di conversazione, si basa sulla deprivazione di quelle che abbiamo postulato come le condizioni ottimali a livello di ambiente familiare. La madre, almeno nel primo periodo esistenziale del bambino, incontra un maggior numero di occasioni atte a indurla in questi errori, nel senso che ella è la personalizzazione dispensatrice di tutto quel complesso di stimolazioni necessarie all’armonico e totale sviluppo della personalità di suo figlio. Soprattutto in vista di questo motivo è da attribuire alla figura materna educatrice una delle più grandi responsabilità nel delicato compito della formazione psichica e nello stesso tempo l’ineffabilità della sua opera. Indubbiamente ella dovrà, nel momento in cui sceglierà di dedicare le proprie energie e la propria intelligenza alla seconda delle sue creazioni nello stesso individuo, possedere una vasta preparazione culturale alimentata da una sostanziale disponibilità affettiva. Senza queste condizioni, la più grande e la più delicata impresa che mai si possa immaginare, sia che la vogliamo chiamare formazione della personalità sia formazione e direzione dell’intelletto sia nascita del cervello, sarà piuttosto affidata alla sorte. Avremo modo di vedere più dettagliatamente gli effetti da carenza di cure materne in un prossimo argomento. Ora facciamo brevemente cenno ad alcuni di quelli che abbiamo definito come errori di deprivazione.

Una madre non preparata ad assolvere pienamente il proprio ruolo è nelle condizioni, fin dallo stato di gravidanza, di nuocere al feto con l’introduzione nel circolo sanguigno di sostanze più o meno tossiche. Durante l’allattamento, una posizione di parziale intollerabilità ai piccoli morsi del lattante può provocare in quest’ultimo stati di inquietudine. Qualora lo svezzamento venga arbitrariamente differito, probabilmente in conseguenza di uno stato emotivo non adeguato della madre, si può avere come conseguenza nel bambino la tendenza a una fissazione psicologica a stadi evolutivi anteriori. Se la culla e lo spazio circostante appaiono squallidi, privi di forme, di oggetti manipolabili, di colori, il sistema nervoso del neonato inizierà la sua corsa sfrenata dell’evoluzione adattandosi alla povertà di stimolazioni inibendo in forma pressoché permanente le capacità esplorative, la curiosità, la fantasia, l’immaginazione. La stessa cosa accade se la madre e, in genere, le persone che hanno contatto con il bambino parleranno poco, non sapranno modulare con variazioni interessanti l’intonazione della voce, non si esprimeranno con una mimica vivace soprattutto facciale, non sapranno offrire al bambino sensazioni tattili, visive, cinestesiche, di calore. Un adattamento involutivo e inibitorio si noterà, almeno parzialmente, nei casi in cui il bambino sarà impedito di procedere carponi nel tentativo di organizzare le proprie esperienze e sarà relegato per la maggior parte della giornata in un angusto recinto appositamente costruito. Al momento dell’apparizione del linguaggio sarà molto dannosa per un ulteriore arricchimento del medesimo, per la formazione di capacità logiche, per una più ampia estensione dell’esperienza la posizione di genitori che considereranno un peso il fatto d’intessere un dialogo con il bambino in ogni occasione da lui posta o di rispondere magari ripetutamente a reiterate domande fornendo risposte chiare, esaurienti. Così pure sarà condizionante il mancato apporto di stimoli specificamente tecnici e materiali attraverso i quali il bambino potrebbe trovare la normale risposta alle proprie esigenze esplorative e di apprendimento.

ARGOMENTI DI CONVERSAZIONE

– Il bisogno della madre. Ruolo della figura materna nell’educazione del bambino in età prescolare.

– Le conseguenze evolutive da carenza di cure materne.

TESTO

L’origine della vita affettiva del bambino. La vita affettiva ha origine dal rapporto emozionale madre-bambino sin dal primo giorno di vita. Persino nei bambini orfani si nota il bisogno di questo rapporto. Essi creano figure parentali di tipo marcatamente illusorio, nella necessità innata di possedere un oggetto d’amore. La base dello scambio affettivo e dei futuri rapporti sociali risiede nella prima percezione esterna che ha per oggetto il volto della madre. Questa percezione si verifica in quanto durante la poppata gli occhi del bambino e quelli della madre s’incontrano. Le prime modalità di comunicazione tra madre e bambino sono espressive, ma non ancora intenzionali a doppio senso. In via generale la reazione del bambino al farsi della comunicabilità con l’ambiente si manifesta (secondo René Spitz) attraverso tre momenti organizzatori: 1) la nascita del sorriso, verso il 2° o 3° mese, allorché il bambino risponde con il sorriso alla madre riconosciuta come oggetto distinto dal Sé; 2) l’angoscia dell’ottavo mese, quando il bambino non sorride più indistintamente a tutti i volti umani, ma viene preso da una vera forma d’angoscia alla presenza di un volto estraneo; 3) La valorizzazione del segno di diniego del capo e della parola “no” come prima cristallizzazione, nella vita mentale del bambino, dell’inizio del pensiero astratto.

Tutta l’espressione della vita affettiva adulta dell’individuo trova la propria origine nel rapporto con l’oggetto d’amore primario, la madre. Le gratificazioni conducono il bambino all’identificazione con un oggetto buono; le frustrazioni conducono al rafforzamento di oggetti persecutori che portano con sé il rischio dell’autodistruzione.

La quantità di piacere ricevuto dalla madre consente l’internalizzazione nel Super-Io dell’oggetto buono capace di frenare il sadismo primario e autodistruttivo. Nei primi mesi di vita il bambino esternalizza e interiorizza oggetti fantasmatici parziali buoni e cattivi che convergono e si fondono nella madre.

Nel secondo semestre di vita appare un processo di divergenza dalla madre agli oggetti del mondo. In assenza della madre si può notare nel bambino una autostimolazione delle zone genitali e l’esperienza del pollice in bocca; fenomeni che vanno intesi come una necessità di presentificazione della figura materna con oggetti sostitutivi. L’identificazione e la proiezione di oggetti fantasmatici buoni e cattivi trae origine dalla fase orale e si esprime più tardi nelle pulsioni istintive di esplorazione dell’ambiente. L’atteggiamento esplorativo rivolto a un oggetto estraneo-nemico allo scopo di controllarlo stimola e sviluppa le capacità inquisitive. I processi di identificazione e di proiezione agiranno quindi, inconsciamente, per tutta la vita.

Compiuti i due anni, il bambino dimostra inquietudine nell’autoriconoscimento dinanzi allo specchio. Solo più tardi, all’incirca verso i due anni e mezzo, compaiono qui simultaneamente l’Io e il Tu. La comparsa dei pronomi è da interpretare (secondo Zazzo) come una crisi della personazione anziché un semplice fatto linguistico.

Mentre in precedenza l’immagine del proprio volto per il bambino aveva il valore dell’immagine del volto della madre, ora essa viene distinta e diventa come lo specchio del volto degli altri. Si verifica una estraneazione di un Sé percepito in quanto oggetto e confrontato allo specchio con un Io percipiente in quanto soggetto.

All’origine della vita affettiva il bambino ha bisogno di soddisfazioni istintive adeguate le quali, animandosi nella presenza buona garantita dalla madre, permettono al bambino di vivere testimoniando la presenza stessa nel mondo. Se il bambino vive una frustrazione eccedente sarà esposto all’universo della presenza cattiva che finirà per mortificare le sue possibilità evolutive biologiche e psichiche. L’esperienza primaria di piacere è offerta dalla madre e rappresentata dal suo volto. Verso il terzo mese di vita, infatti, il bambino ha bisogno di vedere il volto della madre non più soltanto per il soddisfacimento del proprio impulso di fame, ma come un bisogno di presentificazione umana, di inveramento. In questo periodo non sono nocive brevi assenze della figura materna in quanto esse consentono, attraverso l’investimento di oggetti transizionali, di spostare parzialmente l’interesse verso il mondo del non-Sé, delle esperienze. Un desiderio di presentificazione della figura parentale si riscontra nella paura del buio alla quale sono soggetti i bambini. In tutti i casi il bambino si apre alla vita sotto la spinta dell’emozione accesa in lui dal contatto con la madre. Ha qui origine il tessuto emotivo della vita umana che è la condizione indispensabile per arricchire la vita espressiva. Lo sviluppo del bambino sarà armonico quando egli sarà capace di passare dal principio di piacere al principio di realtà, rinunziando all’immediato appagamento delle sue pulsioni istintive grazie a un processo di interiorizzazione dell’immagine materna e di identificazione con lei.

Le carenze da cure materne. Gli effetti della deprivazione di cure materne e soprattutto dell’amore materno hanno una portata via via più grave quanto minore è l’età del bambino e quanto più prolungato è il periodo di deprivazione. René Spitz codificò i disturbi che ne possono derivare con le denominazioni seguenti:

1) la depressione anaclitica: in bambini che hanno perso la madre dopo i primi sei mesi di vita, qualora l’assenza si prolunghi oltre i due mesi, si verifica un rifiuto di contatto oggettuale; il bambino rimane accovacciato nella culla, non dorme, dimagra, si ammala facilmente; presenta ritardo motorio e un’espressione facciale rigida tipica; dopo tre mesi di deprivazione si ha un aggravamento sino alla letargia; se prima della fine del quinto mese il bambino è restituito alla madre, i disturbi scompaiono rapidamente;

2) il marasma: viene definito per i bambini che perdono la madre all’età di tre mesi; essi ripercorrono tutti gli stadi della depressione anaclitica; rimangono a letto inerti, con espressione idiota e incapaci di girarsi; a quattro anni alcuni non riescono a camminare, a stare in piedi e a parlare; nel 37% dei casi muoiono nel giro di due anni;

3) ospedalismo: Anna Freud osservò che il bambino ospedalizzato alla nascita può tollerare nei primi due mesi il mutamento della nurse purché la soddisfazione istintiva sia adeguata; secondo Spitz questi bambini sono sempre dei carenziati sul piano dell’istinto; il bilancio della formazione della vita affettiva gioca nel senso che le frustrazioni risultano eccedenti rispetto alla quantità di soddisfazioni, con la conseguente formazione di oggetti persecutori; la mancanza della madre, parallelamente alla pluralizzazione degli oggetti di investimento, si esprime in un processo di dispersione che starebbe alla base del livello intellettivo basso riscontrato nei bambini ospedalizzati.

Secondo Erikson la perdita dell’originario oggetto d’amore nel verificarsi di uno svezzamento brusco può generare uno stato depressivo acuto o una condizione di tristezza che può durare tutta la vita.

La frustrazione infantile precoce, considerata come carenza di amore materno, agisce direttamente e, nei casi gravi, in modo irreversibile, sulla maturazione della vita affettiva del bambino attraverso meccanismi somatici e psichici: alterazione del ritmo respiratorio; insufficienza di ossigenazione; incompleta maturazione nervosa e neurovegetativa; alterazioni ormonali e vitaminiche; stati di angoscia-panico; aumento della morbilità; difficoltà nella capacità di concettualizzazione del tempo; ritardo nel linguaggio; estinzione delle capacità relazionali. La frustrazione infantile precoce può, in molti casi, porsi all’origine di personalità dissociate, delinquenziali, di schizofrenie, di stati psicopatici, dell’alcoolismo, di alcune malattie psicosomatiche. Pure la formazione caratteriologica subisce una deformazione. Una frustrazione infantile lieve e ben dosata è invece utile all’equilibrato sviluppo dell’affettività. Il danno appare quando si tratti di una sostanziale mancanza di adeguate cure materne. In tal caso il danno può essere irreparabile e spesso devastante per la stessa persona fisica, soprattutto qualora si tratti del primo anno di vita. In questo periodo il bambino ha assolutamente bisogno del rapporto con la madre per trarre lo stimolo allo sviluppo di tutti gli aspetti della propria personalità; a prescindere dalla qualità e dall’intensità delle cure offertegli da figure sostitutive.

Il bisogno della madre. Esperimenti di vario genere hanno dimostrato che i legami affettivi hanno inizio da particolari sensazioni fisiche. La madre è tale per suo figlio non per una pura presenza fisica e assistenziale, ma in particolar modo per la sua disponibilità psicologica. Tutto ciò che concorre alla costruzione mentale del bambino non ha sede nella vita intrauterina, ma nel periodo di tempo che ha inizio dalla nascita. Il bisogno della madre va inteso nel senso di un bisogno di stimolazioni intelligenti che una madre accorta è in grado di offrire al suo bambino. Già dall’inizio della venuta al mondo il bambino subisce una contaminazione del carattere da parte del carattere della madre. Ne consegue un incoraggiamento o una repressione di determinate tendenze innate. I rapporti con gli altri e la capacità di amare saranno influenzati dal tono della relazione diadica primaria. Questi rapporti si esprimeranno verso i tre o quattro anni quando il bambino, incoraggiato dolcemente e gradualmente ad abbandonare lo stato di prevalente dipendenza dalla madre, si aprirà a un mondo più riccamente stimolante. L’incidenza dell’educazione materna precoce è stata puntualizzata grazie a precise osservazioni su gruppi di bambini con quozienti di sviluppo differenziati. Alcune abilità, come la competenza linguistica, la potenzialità intellettuale, l’esecuzione, l’attenzione, che si riscontrano comunemente in un bambino di sei anni ben sviluppato, furono trovate in un gruppo di bambini di tre anni. Il che vuol dire che dette abilità segnano l’inizio in un periodo ancora precedente. Differenze sostanziali non furono notate fra i vari gruppi di bambini nei primi mesi di vita, ma esse emersero vistosamente nel secondo anno: a quel punto l’intervento educativo aveva ormai fissato impronte ben delineate. Il periodo più determinante per lo sviluppo delle competenze individuali è stato indicato fra i 10 e i 18 mesi di età. In questo periodo di tempo la figura materna va creando una determinata situazione di stampo neurologico, e non solo, nel suo bambino, tale da poter influenzare tutto il resto della sua esistenza. Il ruolo della madre si fonda su una capacità di organizzazione dell’ambiente stimolante e su una disponibilità di consulenza rivolta alle normali richieste del bambino. Tali atteggiamenti materni saranno della massima importanza per incoraggiare la curiosità del bambino. Per fornire ogni sorta di stimolazioni ambientali utili al bambino è necessario evitare i pericoli fisici e i piccoli disastri materiali: un lavoro delicato e ingegnoso che consiste nell’organizzare l’ambiente domestico in funzione del bambino. Un atteggiamento iperprotettivo interferisce negativamente sul normale sviluppo del bambino. Da più parti si sentiva affermare che l’educazione nella prima infanzia era una cosa spontanea e l’intervento vero e proprio sarebbe iniziato con la scuola, a sei anni. Gli ultimi studi sulla psicologia esistenziale del bambino hanno messo in rilievo non solo la coincidenza dell’apparire del momento educativo con la nascita fisica dell’individuo, ma altresì l’importanza di ogni piccolo dettaglio del rapporto diadico primario nelle sorti dello sviluppo mentale dell’individuo. Ne deriva una grave necessità di educare a loro volta i genitori al loro delicatissimo e urgente quanto responsabile compito. Se vogliamo parlate di rinnovamento dell’educazione, di riforma, dobbiamo considerare come punto di partenza del condizionamento educativo la stessa figura materna, prima ed essenziale maestra. La stessa cosa dobbiamo tenere presente quando poniamo il problema del recupero scolastico: la prevenzione di uno stato psichico generalizzato tendente a mediocrità di prestazioni, muovendo con le possibilità educative fin dalla nascita, non con la ricerca disperata di rimedi tardivi, tanto costosi quanto infruttuosi.

Immagine di Copertina tratta da Unir.

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