Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille – Parte 4 di 4

Giuseppe Cesare Abba

Riduzione e sintesi da:
Terza edizione con aggiunte
Bologna
Ditta Nicola Zanichelli
(cesare e Giacomo Zanichelli)
1891
A
G. Carducci

Parte 4 di 4

Il 1° di ottobre, alle 3 antimeridiane, si videro il col. Bassini e Cossovich. La tromba della sveglia di Viscovo richiamò tutti. Nella piazza del Palazzo Reale, in Caserta, presente, di riserva, quasi tutta la divisione Türr. La battaglia infuriò. In un angolo della piazza stava schierato un battaglione di Savoia, ora brigata Re. Passò un capitano, Savoiardo vero, dagli occhi tristi al pensiero dei suoi compagni del Savoia passati alla Francia. Passò un capitano dell’Esercito piemontese, dell’artiglieria, con un drappello di artiglieri, alcuni con la medaglia di Crimea. Venuti da Napoli, cercavano Garibaldi. “Vogliono darsi col loro capo che si chiama Savio, nobile piemontese”. Passa una carrozza da Santa Maria, con una donna tutta fuoco, che parla con un colonnello ungherese, molto concitata; non è italiana, si chiama Miss White, moglie di Mario, uno dei garibaldini migliori. Una Guida arriva di corsa da Maddaloni, cercando il generale Türr e gridando che Bixio domandava aiuto. Si apprestarono a partire il primo battaglione, la prima e la seconda compagnia. Alle ore due del pomeriggio risalirono il monte volgendosi a guardare Caserta, Santa Maria e la campagna dove dilagavano fumo e scompiglio. Si udivano rimbombi provenienti dai Monti Tifatini. Poi si videro i borbonici in fuga. Da Parti arrivarono tiri di cannoni. Brixio ordinò al capitano Novaria della brigata Eber di dirigersi su Valle e di mettersi agli ordini del colonnello Dezza.

Alle tre pomeridiane del 1° ottobre, sui greppi di Monte Calvo, Abba provò la sensazione di rivedere la sua dolce terra delle Langhe. Incontrò un ufficiale tutto sanguinante in faccia e con la camicia lacera, con un mozzicone di sciabola in mano. Era Sclavo di Lezegno (Lesegno presso Ceva), delle sue parti. Si abbracciarono ricordando il paese natio. Era stato preso prigioniero dai Bavaresi, ma era riuscito a liberarsi.

Verso sera il cannone napoletano taceva. I garibaldini erano vittoriosi a Santa Maria, a Sant’Angelo, a San Leucio, su tutta la linea, dopo dieci ore di battaglia. “Qua, a sinistra, tra quelle gole di Castel Morone, il maggiore Bronzetti, con un mezzo battaglione, tenne la stretta conto i borbonici, sei volte più numerosi dei suoi. Morì, morirono, ma il nemico non poté passare… Ma chi sa dove sono andate l’anime dei nostri morti? Come si farebbe a credere che esse non siano più, più, assolutamente più?”.

Sopra Valle, mattino del 2 ottobre. Finita la battaglia, si videro Bavaresi saliti a morire fin sulla vetta del Monte Caro, in mezzo ai garibaldini e garibaldini che, inseguendo, caddero fin quasi alle case di Valle. I Bavaresi avevano le fiaschette ancora mezze piene di acquavite. “Dovevano aver mangiato e bevuto bene, poche ore prima di venire alla battaglia, contro i nostri quasi digiuni”. Proprio sul cocuzzolo di Monte Caro, uno dei bavaresi si riparò in un piccolo recinto. “Lo dovettero finire come una belva in rabbia (sic), perché di là dentro avventava baionettate tremende”. Si chiamava Stolz. “E piace vedere che tutti lo guardano con rispetto, dolendosi soltanto di tanto valore sprecato”. Nella notte, a quattro passi dal morto, un siciliano di Bivona, giovane, nobile, chiamava: Caporale! E tremava guardando il morto”. Su un piccolo altipiano che digrada dal monte un centinaio e mezzo di uomini del Boldrini avevano sbaragliato il passo a due battaglioni di Bavaresi che portavano l’assalto da Valle. Li trattennero finché arrivarono alcuni di Menotti, ma erano pochi. Boldrini era ferito e aveva perso molti ufficiali, feriti e morti. Si gettarono in avanti Menotti e Taddei. Il colonnello Dezza doveva darsi da fare non poco per mantenere la posizione. Avanzava fra Gualtieri e Caserta, raggiunse il piano e avanzò per tutta la Terra di Lavoro, alle spalle di altri garibaldini che combattevano sul Volturno di presso a Napoli. Gloriosi i picciotti che solo due mesi prima non avrebbero mai lasciato la Sicilia, “qui si son fatti ammirare. Caricarono come veterani!”. Sull’altipiano Abba contò una ventina di garibaldini caduti. Alcuni provenivano dal Vallio di Mazzara, dove li raccolse Bixio. Abba si fermò pietosamente a fianco di un morto sui 16 anni. “Dalla bisaccia gli usciva un pezzo di biscotto. Aver saputo chi era, pigliar quel tozzo, portarlo un dì alla giovinetta che l’avrà amato e dirle: questo fu l’ultimo suo pane, serbalo per tutta la vita!”. Numerosi furono i morti, oltre venti gli ufficiali. Abba immaginava quanti sacrificati a Villa Gualtieri, al Ponte, al Molino e su tutta la lunghissima linea, con Maddaloni all’estrema destra alle spalle dei combattenti sul Volturno.

2 Ottobre, verso le 11 antimeridiane. Una formazione di borbonici, quelli che avevano affrontato Bronzetti, si aggirava incerta sulle alture di Caserta Vecchia e stava per esser e circondata dai garibaldini. Poco dopo arrivò Bixio. La fila dei borbonici arrivava sino all’altipiano. Si mosse verso Sant’Angelo, retrocesse verso Caserta Nuova e infine innalzò la bandiera bianca! Si erano arresi.

3 ottobre. Erano stranieri del soldo, ma non si poterono inseguire in mancanza della Cavalleria, ma quelli del giorno prima presi a Caserta Vecchia, quelli che si azzuffarono con Bronzetti a Castelmorone, erano italiani.

4 Ottobre. Il giorno 3 Telesforo, venuto da Santa Maria, invitò Abba a inoltrarsi con lui presso Benevento. Discesero da Monte Caro, procedendo verso un villaggio le cui donne, due giorni prima, avevano urlato: “Viva il Re, e morte…”. Si raccontava che le loro grida facessero più senso dell’avanzata dei battaglioni. Per via, Abba e Telesforo incontrarono alcuni morti in battaglia. Telesforo diceva: “Per me l’antico, quel che non è più è tutto. Quello che vive è nulla. Io stesso mi sento nulla e se Garibaldi non fosse un’antichità non lo avrei seguito”.

Arrivarono al trotto tre cavalieri, erano tre Guide lombarde. Telesforo commentava: “Ieri l’altro Francesco era in mezzo ai suoi 30 mila soldati: poteva mettersi alla testa di un migliaio di cavalli, tentare un punto della nostra linea, rompere, passare, galoppare a Napoli, trionfarvi!”. Ma non si mosse. All’alba si scorgevano focherelli sul Monte Caro e attorno a Villa Gualtieri. Garibaldi passava sul ponte del Vanvitelli. Due giorni prima, Traverso e Stella, entrami di Marsala, perdevano la vita. Abba incaricò l’amico Sclavo di scrivere ciò che vide ai Ponti della Valle, sul suo taccuino e Sclavo scrisse: “Garibaldi, tre o quattro giorni prima del fatto d’armi, era venuto a trovare Bixio e gli aveva detto: Mi fido a voi; queste sono le nostre Termopili” (La battaglia delle Termopili fu combattuta nel 480 a.C., ricordata per il sacrificio di 300 soldati spartani, guidati dal re Leonida, che si batterono contro l’invasione della Grecia da parte di centinaia di migliaia di Persiani comandati da Serse.). Tale fu la consegna. Il mattino del 1° ottobre la divisione Von Meckel, otto o novemila uomini, avanzava da Ducenta puntando al Passo dei Ponti della Valle per Maddaloni. In testa marciavano uno squadrone di dragoni con due compagnie e un battaglione di cacciatori. Giunta a Valle, la testa della colonna iniziò a sparare da settecento metri con buone carabine, contro le quali a nulla valeva la risposta dei garibaldini. Il grosso della colonna borbonica continuava ad avanzare verso i Ponti, cento della linea dei volontari. Abba inviò Calogero di Messina con una missiva destinata al maggiore Boldrini, che informava dell’aggressione subita, mentre quel battaglione di cacciatori iniziava ad aggirarli facendo gran fuoco. Allora il maggiore Boldrini accorse in aiuto con due compagnie, gridando: “Alla baionetta, Viva l’Italia!”, ma un colpo lo prese in pieno petto e gli uscì per la scapola destra. Non volle essere portato via e lì rimase. I garibaldini indietreggiarono, ma poi giunse in rinforzo una cinquantina di bersaglieri di Menotti. Il maggiore Boldrini non lo si trovava e dissero che fosse stato trascinato testa e piedi dai Bavaresi, giù per i dirupi, sino a Valle, raccolto morente dai nostri, dopo la vittoria.

Erano caduti molti garibaldini, fra i quali Evangelisti e Carbone di Genova. Verso le undici i Bavaresi si erano portati sulla posizione di Menotti, “Cominciavano ad avvolgere il poggio della Siepe, contrafforte di Monte Caro”. Qui li ricevevano a schioppettate e a baionettate, e li rintuzzavano le compagnie di Bedeschini e di Meneghetti, dirette da Dezza e da Menotti e da altri ufficiali che in quel momento facevano da capi e da soldati. “Altri Bavaresi postavano due cannoni da montagna sulla vetta del Monte Calvo” per spingere poi qualche colonna ad aggirare Bixio. Per fortuna sopraggiunse un battaglione di garibaldini diretto alla cima del Monte Calvo. “Il comandante si vedeva dinanzi a tutti, col berretto in cima alla spada”. Era Taddei! I Bavaresi reagirono, ma poi furono messi in fuga. Nello stesso tempo il grosso della colonna borbonica attaccava ai Ponti della Valle, dove c’era Bixio con i picciotti. I garibaldini li attesero in silenzio, poi sferrarono l’attacco “e su quelle teste di colonna si rovesciò un torrente, un uragano… urla feroci, baionettate”. I borbonici non ebbero né spazio di spiegarsi, e si volsero in fuga una sezione sull’altra, via via, rovinando, e tutta la colonna scompigliata fuggiva alla meglio verso Valle. Dunque Bixio e Taddei, eroi! Le perdite più gravi furono quelle del battaglione di Abba: Innocente Stella, colpito al capo, feriti Herter di Marsala, come Strella, Rambosio e Rugerone colpito al ventre da una scheggia che gli uscì dalla schiena; fu trovato la sera in un burrone, trasportato a Villa Gualtieri dove morì dopo diciotto ore di sofferenza. Antonio Traverso, della compagnia di Abba, la sesta, fu trovato nel boschetto vicino al battaglione di Menotti, con il petto trapassato da un colpo e un fazzoletto bianco alla bocca, tutto intriso di sangue. Delle tre compagnie Boldrini solo una ventina di uomini con il tenente Baroni di Lovere, ferito al capo, si unirono la sera a Menotti.

Caserta, 8 ottobre. “Nel primo cortile a sinistra di chi entra nel palazzo reale, i battaglioni di Taddei, Piva, Spinazzi, Menotti, Boldrini, con il resto della divisione Bixio, aspettavano Garibaldi che voleva salutarli per la loro vittoria di Maddaloni. La divisione di Bixio era ridotta a battaglioni, neppure brigata, ma solo compagnie (una compagnia poteva essere composta mediamente da 150 uomini). Entrò Garibaldi con il cappello all’ungherese in mano e si rivolse ai suoi garibaldini: “Eroi della diciottesima Divisione, in nome dell’Italia io vi ringrazio!”. Poi, dopo la distribuzione delle benemerenze ai più meritevoli, riprese: “Ora che ho ricompensato i valorosi, punirò i vili””. Dalle file uscirono tre ufficiali che vennero immediatamente degradati. Garibaldi non li fece fucilare, ma: “Andate, inginocchiatevi davanti al vostro Comandante, pregatelo di darvi uno schioppo, e al primo incontro morite!”.

Nel convento di Santa Lucia, il 9 ottobre. Abba confessa di aver dato molto ascolto al capitano Piccinini, otto o nove anni più grande di lui, uomo puro, prode e modesto. Il giorno precedente, a Caserta, era da Garibaldi, mentre alcuni ufficiali della marineria americana entravano a visitare il Washington d’Italia. “Ecco il modello dei miei ufficiali – disse il Generale – mostrando il Piccinini a quei marinai”. Piccinini era semplice, bello, buono e fiero come Garibaldi. “Quando tutto sarà finito, in quattro o cinque passi egli tornerà alle sue Alpi, nella solitudine della sua Pradolunga”.

13 Ottobre. “Nullo, Zasio, Mario, Caldesi, con una decina di Guide comandate dal nostro Candiani, ieri perirono alla testa d’un battaglione, oltre il Volturno, dov’è il Sannio. Nullo il braccio, Zasio la bellezza, Mario il pensiero, Caldesi la bontà. C’è tutto”. Si diceva che andassero a incontrare Vittorio Emanuele o a sedare una rivolta.

Il 14 ottobre Abba fece il ritratto del generale Avezzano, settantenne, “persona quadrata che né fatiche, né stenti, né rovine d’ogni sorte non poterono fiaccare: berretto, soprabito, calzoni tutto nero e assai vecchio, nulla di soldatesco… È di quella tribù d’uomini che vanno avanti, con lo sguardo sempre fisso in certi punti lontani, che il mondo non vedrà mai… Vederlo con qual non curanza cinge quella spada d’onore che gli fu data, chissà per qual gloria delle tante sue d’America!”.

Nella mattinata del 15 ottobre, per la prima volta, i soldati di Vittorio Emanuele combatterono a fianco dei volontari di Garibaldi. I borbonici erano usciti da Capua dirigendosi verso Sant’Angelo dove i bersaglieri e la fanteria li cacciarono indietro, “li soffiarono via come pagliuzze”. Con essi gareggiarono i volontari del colonnello Corte.

20 Ottobre. Pettorano, Carpinone, Isernia, i luoghi ricordati da Abba per i molti volontari caduti. Tornarono i resti della colonna Nullo, parlavano solo di morti e narravano di villani, di soldati, di frati che uccidevano al grido di viva Francesco Secondo e viva Maria. “Povero Bettoni! La sua Soresina non lo vedrà più. Se ne veniva indietro ferito su di una carrozza; cavalcavano ai suoi lati Lavagnolo e Moro, pensando di poterlo porre in salvo a Boiano, a tornar poi a spron battuto dove Nullo combatteva, e i nostri morivano qua, là, a gruppi, da soli, sbigottiti dalle grida selvagge, dalla furia delle donne cagne scatenate, più che dalla moltitudine degli armati che innumerevoli si avventavano. Poveri cavalieri! Il giorno appresso il tenente Candiani li trovò morti, nudi, oltraggiati sulla via. Ah, quel Sannio, quel Sannio!”.

25 Ottobre. Per passare il Volturno.

Garibaldi aveva fatto gettare dal colonnello Bordone un ponte di barche, al quale diedero il nome di Scafa di Formicola. Vi passarono i volontari di Eber (con Abba), di Bixio, di Medici, la brigata Milano, gli Inglesi della legione. Il cavallo del generale Bixio cadde; Bixio si ferì e dovette essere trasportato a Napoli. Si accamparono sull’orlo di un bosco, da dove si vedevano Capua e più lontano, a destra, Gaeta. Abba pensava che avrebbero dovuto combattere contro i 50 mila borbonici di Francesco Secondo, mentre sarebbero arrivati i soldati di Vittorio Emanuele con il re in persona, “scendendo dall’Abruzzo per la via di Venafro”.

Il 26 ottobre Abba descrive ciò che ha visto: “Una casa bianca a un gran bivio, dei cavalieri rossi e dei neri mescolati insieme, il Dittatore a piedi; delle pioppe già pallide che lasciavano venir giù le foglie morte, sopra i reggimenti regolari che marciavano verso Teano, i vivi sotto gli occhi, e nella mente i grandi morti, i romani della seconda guerra civile, Silla, Sertorio, che si incontrarono appunto qui, figure gigantesche come quei monti del Sannio là”.. (Nell’83 a.C. Quinto Sertorio, condottiero abile e valente, venne inviato in Spagna con la missione di avvicinare le tribù celtiche della Cantabria e della Lusitania contro Silla. Quando Gaio Mario venne sconfitto da Silla, i mariani che volevano ancora combattere si rifugiarono in Spagna, e di fatto, Sertorio dominò la Penisola Iberica come un re. Silla decise di mettere fine alla rivolta di Sertorio e di iniziare una serie di campagne militari che durarono un decennio, e che videro un esercito dopo l’altro sconfitto da Sertorio).

A un tratto, non lontano, si udì un rullo di tamburi, poi la fanfara reale del Piemonte, e tutti a cavallo! “Ed ecco un rimescolio nel polverone che si alzava laggiù, poi un galoppo, dei comandi, e poi: Viva! Viva! Il re! Il re!… potei vedere Garibaldi e Vittorio darsi la mano, e udire il saluto immortale: Salute al re d’Italia. Eravamo a mezza mattinata. Il Dittatore parlava a fronte scoperta, il Re stazzonava il collo del suo bellissimo storno (il suo cavallo), che si piegava a quelle carezze come una sultana (può riferirsi a una specie di divano alla turca)… quando il Re spronò via, ed Egli si mise alla sinistra di lui, e dietro di loro la diversa e numerosa cavalcata. Ma Seid, il suo cavallo che lo portò in guerra, sentiva forse in groppa meno forte il leone, e sbuffava e si lanciava di lato, come avesse voluto portarlo nel deserto, nelle Pampas, lontano da quel trionfo di grandi”.

Sparanise, 27 ottobre. “Re Vittorio fu freddo nell’incontro con Garibaldi? Gli è che Francesco Secondo è suo cugino. – Ieri il Dittatore non andò a colazione col Re. Disse d’averla già fatta. Ma poi mangiò pane e cacio conversando nel portico d’una chiesetta, circondato dai suoi amici, mesto, raccolto, rassegnato… certo non saremo più alla testa, ci metteranno alla coda.  – E questa deve essere la spina del suo gran cuore che voleva un milione di fucili da dare all’Italia, e l’Italia non diede che 20 mila volontari a lui”.

Napoli, 2 novembre. Si sentiva da lontano bombardare Capua. Già il Griziotti, colonnello nostro, lo aveva detto: “Generale, lasciatemi lanciar due bombe sulla cittadella, e si arrenderà”.  – “No, se un fanciullo, una donna, un vecchio morisse per una bomba lanciata dal nostro campo, non avrei più pace!” disse Garibaldi. Griziotti insisté dicendo che i suoi uomini si stavano consumando di febbri in quell’assedio. E Garibaldi a lui: “Ci siamo venuti anche a morire”. Di rimando, Griziotti: “Arriveranno i piemontesi, Generale; essi non avranno riguardi; con poche bombe faranno arrendersi la città, poi diranno che tutto quello che facemmo sino ad ora, senza di loro non avrebbe contato nulla”. Garibaldi allora: “Lasciate che dicano, non siamo mica venuti per la gloria!”.

Napoli, 3 novembre. Di fronte alla reggia, la piazza di San Francesco di Paola era parata di bandiere. Dame, generali e alte personalità “intorno al Dittatore che ancora aveva il cappello di Marsala”. Abba vide il Carini, ora generale, con il braccio al collo, ma con un’espressione felice. “La legione ungherese faceva scorta d’onore, e vi erano i Granatieri schierati che facevano scorta anch’essi”. A un tratto Garibaldi si alzò e si avvicinò ai suoi volontari, declamando: “Soldati dell’indipendenza italiana, Veterani benché giovani dell’esercito liberatore, vi consegno le medaglie che il Municipio di Palermo decretò per voi. Cominceremo dai morti, i nostri morti… “. Garibaldi si rivolse a una dama che gli stava vicino: “Vede? Quelle facce le conosco tutte, le vedrò finché vivrò”.

La sera del 9 novembre, a Caserta. Nei pressi del Palazzo reale si aspettava il Re che avrebbe passato in rassegna tutto l’esercito garibaldino, circa 12 mila con le armi al piede, in ordine di parata. “Poi venne giù una cavalleria trottando… era Lui col cappello ungherese, col mantello americano, e insieme a lui, tutte camicie rosse… Così si andò verso il palazzo reale, a sfilare dinanzi al Dittatore piantato là sulla gran porta, come un monumento. E si sentiva che quella era l’ultima ora del suo comando… Il Generale, pallido come forse non fu visto mai, ci guardava. S’indovinava che il pianto gli si rivolgeva indietro e gli allagava il cuore… Odo ora dire che il Generale parte, che se ne va a Caprera, a vivere come in un altro pianeta; e mi par che cominci a tirar un vento di discordie tremende. Guardo gli amici. Questo vento ci piglierà tutti? Ci mulinerà un pezzo come foglie, andremo a cadere ciascuna sulla porta di casa nostra. Fossimo come foglie davvero, ma di quelle della Sibilla; portasse ciascuna una parola; potessimo ancora raccoglierci a formar qualcosa che avesse senso, un dì; povera carta!… rimani pur bianca… Finiremo poi…  

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Immagine di Copertina tratta da Meisterdrucke.

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