Giuseppe Cesare Abba
Riduzione e sintesi da:
Terza edizione con aggiunte
Bologna
Ditta Nicola Zanichelli
(cesare e Giacomo Zanichelli)
1891
A
G. Carducci
Parte 3 di 4
Da Palermo a Misilmeri, 22 giugno. Fra Pantaleo notò che la gente non gradiva la coscrizione decretata da Garibaldi e cercò di convincere il popolo del contrario. Abba menziona Daniele Piccinini per i suoi atti eroici e immagina il dolore del padre quando suo figlio lasciò Pradalunga per avviarsi verso Bergamo. In quel tempo il generale Türr dolorava per una grave ferita accusata.
Villafrati, 24 giugno. Si riunisce il Consiglio di guerra, presieduto dal maggiore Spangaro, già ufficiale nella difesa di Venezia. A Villafrati, il 26 giugno, Abba racconta della fame che colpiva la gente: “Quaggiù vi sono beni grandi, ma goduti da pochi e male”. Abba descrive il maggiore Bassini, sulla cinquantina, ma di aspetto più giovane, persona decisa e ammirata.
Il 27 giugno a Villafrati arrivò il col. Eber, ungherese. Prese il posto di Türr, “malato rifinito”.
Rocca Palomba, 28 giungo. I volontari venivano accolti dai paesani, ma non in tutti i borghi. Ad accoglierli erano i preti e il Municipio. Pane, cacio e vino venivano offerti ai volontari. Abba fu invitato e festeggiato da una famiglia e da un prete a Prizzi. Accoglienza festosa anche per Bassini.
Ad Alia si trovarono il 29 giugno, pervenuti con una breve marcia da Rocca Palomba.
Il 30 giugno, alle ore 4 antimeridiane, la Compagnia riprese il cammino. Nel pomeriggio erano a Valle Lunga. Qui si aggiunsero nuovi volontari pervenuti da Palermo e dalla Liguria. “Eber sa condurre una colonna senza affaticarla”. Annota ancora Abba che “i siciliani gareggiavano con un loro canto d’aria che cercava il core”… Ma a tratti quella melodia scoppiava in versi d’odio al Borbone, di spregio alla regina Sofia, donna”.
“Nella piazzetta di Santa Caterina sorgono due tende, e sopra la bella pende la bandiera di Francia. Passando ho veduto là dentro una donna, una fanciulla, non so, una bellissima con gli occhi scintillanti. Vicino a essa giaceva su un tappeto vivo vivo di colori, Alessandro Dumas”. La scena accese in Abba l’immagine sua con la monachella di Palermo, “e sorridere sempre in due per i silenzi sterminati!”. Dumas aveva nel porto di Palermo una goletta dal nome “Emma”, come la giovane vista da Abba nella tenda. Era venuto in Sicilia per vendicare il padre, generale di Francia, fatto prigioniero dai Borboni. Dumas tornò a Palermo, forse per un diverbio avuto con i volontari. Il maggiore Bassini ricevette l’ordine di recarsi a Resotano, un villaggio infestato da malavitosi, per riportarvi l’ordine.
Il 2 luglio, a Caltanissetta, i volontari furono accolti festosamente, ma non trascuravano di custodire con cura le proprie armi, profilandosi il pericolo di furti. Il giorno seguente la colonna di Bassini tornava da Resotano. Vi avevano trovato il popolo in armi, a fare loro da barriera per non lasciarli entrare. Bassini entrò e arrestò undici delinquenti “rei di mille prepotenze e di sangue”. Uno degli undici riuscì a fuggire, ma fu raggiunto e ucciso da un siciliano.
Il 5 luglio, dei cento che si erano uniti alla colonna a Palermo, cinquanta fuoriuscirono recando armi con sé. Vennero condannati a morte, ma li si lasciò allontanare, purché sparissero e non si facessero più vedere. “I buoni sono quelli delle città e i Palermitani giovani colti, amorosi, pieni di rispetto. Malveduti erano alcuni ufficiali che parevano chierici”. Abba ricorda i tempi passati in Piemonte, giovani dei migliori di tutta Italia, che accettavano l’addestramento duro. Abba rammenta di un conte veneto che caricava su un carretto lo strame della scuderia.
A Caltanissetta, il 7 luglio, si svolgeva la festa delle fate, con balli, vini, dolci e cibo anche per i poveri. Il 10 luglio si trovavano a Castrogiovanni. Durante la marcia si imbatterono in numerosi pascoli di bestiame. Un toro rincorse due volontari con la camicia rossa: uno si salvò arrampicandosi su un albero, l’altro fu salvato da un boaro a cavallo, che mise in fuga il toro.
Garibaldi non mirava a prendere Palermo. Da un convento le monachelle inneggiavano al nome di Garibaldi, ma lo chiamavano Sinibaldo, che era il nome del padre di Santa Rosalia, vissuto nel romitaggio sul Monte Pellegrino. Le vecchie suore tentavano di allontanare “dalle finestre le giovinette bianche, ma si deliziavano anch’esse a guardarci là sotto, baldi, polverosi e belli”. Fra quella gente fantasiosa, una signora domandò ad Abba se avesse mai visto l’angelo che parava i colpi d’arma da fuoco diretti a Garibaldi.
Di fronte a Castrogiovanni sorgeva Calascibetta. “Nella valle il fondaco della Misericordia, lugubre nome che fa luccicare lame di pugnali agitate nella notte da masnadieri”.
Bixio con la sia brigata rivide il Parco, la Piana del Greci, Corleone e proseguì alla volta di Girgenti.
L’11 luglio, a Leonforte, il capitano Faustino Tanara scrutava l’orizzonte, senza dimostrare particolare entusiasmo. In un’occasione aveva redarguito Mangiaracina che non sapeva tenere il passo, ma che aveva risposto alle invettive ricevute con le lacrime agli occhi: “Capitano, ho un cuore anch’io!”. Tanara gli strinse amichevolmente la mano.
A San Filippo d’Argiro il 12 luglio la colonna con Abba partì da Leonforte alle due di notte e camminò lenta fino all’alba. Entrarono in San Filippo incontrando una processione dalla quale venivano implorazioni perché venisse la pioggia. Correvano intanto voci che una colonna di Borboni, uscita da Siracusa, li attendesse nel passaggio verso Catania.
Regalbuto, 13 luglio. Una trentina di monaci agostiniani li invitò a mensa. Il dottor Zen leggeva la vita dei santi Padri, “tutte malinconie, macerazioni, digiuni”. Bevuto vino di qualità, l’atmosfera si scaldò e sia i volontari sia i frati cominciarono a proferire spropositi, tanto “che Zen discese e se n’andò fuori”. Al termine del convivio uscirono tutti. Nel piazzale antistante Abba vide Nuvolari, ufficiale delle Guide, di umore nero.
Adernò, 14 luglio. Abba camminò per tutta la marcia con Telesforo Catoni della Compagnia Cairoli, studente di legge a Pavia: “Gli si legge in faccia una castità di fanciulla; non gli esce mai una parola volgare; sta quasi sempre solo; adora Foscolo e il carme dei Sepolcri che sa a memoria… Ha diciannove anni, la testa piena di disegni d’opere, è religioso, prega, ma aborre i preti. È mantovano come Nuvolari, come Gatti, come Boldrini”. Uscirono per la campagna verso Catania.
Paternò. 14 luglio. Da Adernò a Paternò potevano vedere l’Etna di fronte. Il giorno successivo entrarono in Catania fra lanci di fiori. Dieci o dodici giovinotti, raccolti da Nicola Fabrizi nei paesi del circondario, si schierarono a fare il presentat-arm. Dopo il gruppo di Abba entrò la brigata di Eber. I borboni di Siracusa e d’Agosta non costituivano minaccia, ma era d’obbligo stare all’erta, perché i volontari si trovavano fra quelli e quei di Messina. Il 17 luglio Abba commenta: “Catania ha dei profumi che addormentano – Si sente una soavità d’aura anacreontica; su vino e rose!”.
Il 20 luglio Abba scrive: “I Benedettini di Catania, tutti gentiluomini dei primi di Sicilia, vivono nell’anticamera del paradiso… Ah, quella storia del cammello e della cruna d’ago!”. I monaci offrirono ai volontari vino di Xeres, “non ci lasciavano bere il vino così, come essi dicevano, guastato; ma ce ne mescevano dell’altro, ambra purissima e odorosa”.
Il 22 luglio si unirono ai volontari molte giovinette con la camicia rossa, ma furono rimandate alle loro case. In via Etnea Abba incontrò Pittaluga, perso di vista dopo Talamone, uno dei sessanta mandati dal colonnello Zambianchi nel Pontificio. Arrivò d’improvviso Stoppani da Terracina con un cavallo trafugato ai dragoni del papa. Zambianchi aveva dei giovani del più alto merito, Guerzoni, Leardi, Soncini, Bandini, Fochi, Ferrari, Ughi… Arrivarono poi i granatieri di Vittorio Emanuele. I volontari videro Milazzo, tra Cefalù e il Faro. Passarono Medici, Cosenz, Fabrizi. Abba si vide circondato da cavalieri napoletani, ma intervennero Missori e Statella che li misero in fuga. “Forte la Compagnia straniera di Volf. La conduceva verso Taormina il capitano Giulio Adamoli, per vedere se i borbonici si preparassero ad attaccarli. Il giorno successivo sarebbe partita la brigata.
Il 27 luglio arrivò la colonna di Bixio. Ferreo e impietoso, aveva conquistato un ascendente formidabile sui suoi soldati. Lo accompagnava un capitano, che era stato sottotenente dei bersaglieri sin dal 1848. Il suo nome era Giovanni Turbiglio. Abba lo definì “Mefistofele in camicia rossa”.
Messina, 27 luglio. “Sul piano di Terranova, tra la città e la cittadella, stanno due file di sentinelle, borboniche e nostre. Tra le due file, una ventina di passi, terreno neutrale. Le sentinelle si guardano, appiccando discorso… poi si fanno il broncio… o qualcuna dalla parte borbonica piglia la corsa e si rifugia di qua, gridando viva l’Italia… mentre una turba di fruttaiole e di pescivendoli si fanno addosso al disertore per divorarselo a baci”. A volte qualche provocazione era causa di colpi di fucile che facevano scattare l’allarme generale, ma poi la contesa veniva ricomposta da due ufficiali delle due parti.
Messina. Tornando da Torre del Faro, il 28 luglio. Abba osservava: “Il Dittatore se ne sta chiuso in una cameruccia a tetto là nella Torre, e intorno a quella accampano i Carabinieri genovesi”.
Giardini, 28 luglio. Sulla loro strada sfilavano Acireale, Giarre, Giardini ai piedi dell’Etna. In riva al mare, Abba vedeva l’ultima punta di Spartivento.
Fiumara della Guardia, 9 agosto. La sera precedente si erano mosse venti barche verso la Calabria, ognuna con 10 o 12 armati e, sull’ultima, Garibaldi. Le navi da guerra borboniche erano state di fronte a loro fino a sera. Alcune si erano poi dirette dietro il promontorio di Sicilia. Ma due erano rimaste nel Canale. Verso le 11 dal forte di Scilla partì una cannonata, seguita da colpi di fucile; poi, silenzio assoluto. Garibaldi mandò avanti le barche sulle quali c’erano Alberto Mario, Missori, Nullo, Curzio, Salomone, con 200 volontari scelti, alcuni del capitano Racchetti della brigata Sacchi. A capo dell’impresa Garibaldi aveva messo Musolino da Pizzo. Due dei volontari non volevano proseguire, ma furono costretti fra le lacrime. La cannonata era stata diretta ad alcune barche staccatesi dal gruppo e smarrite verso Scilla, mentre le altre barche raggiungevano l’obiettivo, vicino all’altro Forte di Torre Cavallo e venivano iniziati i preparativi per la scalata alle mura. Allontanatesi le barche ora vuote, i nostri si trovarono ad affrontare pattuglie napoletane uscite dal Forte. La brigata con Abba doveva raggiunger la Calabria, per questo l’operazione di attacco ai forti era importante.
Fiumara della Guardia, 10 agosto. “Fra noi e i trecento nostri il mare, le navi, e i borbonici dell’altra sponda”. I borbonici erano posizionati in alto, sopra Villa San Giovanni. Si udirono i colpi della fucileria, l’attacco ebbe inizio. I nostri, “trecento al cospetto di tutti i reggimenti accampati di qua, da Messina al Faro!”.
L’11 agosto si organizzò una sfilata di ufficiali. Abba cita il colonnello inglese Peard, cinquantenne, e il maggiore Specchi, artista e soldato, ferito a Milazzo. A fianco di Specchi camminava De Flotte, ufficiale della Marina francese. Abba vide ancora Nicola Fabrizi, dall’aspetto di condottiero biblico. Rivide il maggiore Vincenzo Statella con un taglio di traverso nel naso. Un ufficiale ungherese portò ordini emanati da Garibaldi. Si fermò presso Statella per avere certe informazioni, ma fra i due nacque un diverbio.
Il 15 agosto Abba ricorda che il “Veloce” nel 1848 era stato un natante da guerra della Rivoluzione siciliana. Preso dai Borboni, fu riconquistato da un Anguissola e rinominato Tuköry. Fu impiegato nelle operazioni di Milazzo. Ora l’ufficiale della Marina sarda, Piola, lo voleva usare per spingersi a Castellamare e impadronirsi del “Monarca”, vascello borbonico da 80 cannoni. . Arrivò a Castellamare a mezzanotte. Alcuni bersaglieri del battaglione Bonnet si apprestarono per tagliare le gomene del “Monarca” e iniziarono a dare la scalata, ma suonò l’allarme e l’impresa dovette essere abbandonata. Un ufficiale delle Guide, che era una contessa piemontese, camminava lentamente lungo la spiaggia. Si diceva che il dottor Ripari l’aveva fatta cacciare dall’Ospedale di Barcellona.
Bixio arrivò a Bronte dove i borbonici usavano commettere efferati eccidi. Ne mandò una parte al giudizio di un Consiglio di guerra. Sei di loro vennero fucilati, insieme all’avv. Lombardi, “capo della tregenda infame… Brizio assisteva con gli occhi pieni di lacrime… Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi”. Bixio scrisse: “Con noi poche parole; o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra, vi struggiamo come nemici dell’umanità”.
Messina, 18 agosto. Non si trovava Garibaldi in alcun luogo. Si parlava di Vittorio Emanuele che avrebbe indirizzato una lettera a Garibaldi “per intimargli di astenersi d’ora in poi da qualunque passo contro il re di Napoli”.
20 Agosto, mattino. “Cannonate in mare verso il Capo dell’Armi”. Bixio si trovava in Calabria con Garibaldi. Abba si riferisce al re borbonico: “E Francesco secondo perché non monta a cavallo e non viene a piantarsi ai passi di Monteleone? Ecco! Perire là; o ricacciandoci, affogarci tutti in questo mare, che di notte o di giorno vogliam passare”.
22 Agosto 1860, al Faro. Abba menziona il suo maestro, frate Calasanziano quando, parlando in cattedra, aveva detto ai suoi scolari: “Fummo vinti a Novara!”. Ricorda ancora quando il frate lesse l’ode: “Soffermati sull’arida sponda” la cui ultima strofa suonava così: “Dovrà dir sospirando: io non v’era!”. Forse ricorderà Abba e i suoi compagni ora rimasti in attesa, sette o otto di loro.
25 Agosto, Spiaggia di Faro. A Bagnara, sul litorale calabrese, il giorno precedente, “mentre sbarcavano quelli del Cosenz, accolti dalle fucilate dai Napoletani del generale Briganti, cadde morto La Flotte nella sua camicia rossa di colonnello garibaldino. Darà il proprio nome a una compagnia di 250 francesi riunitisi ai garibaldini.
26 Agosto. La brigata del gen. Briganti si trovava in fondo valle; i garibaldini sulle alture. Garibaldi chiese al tenente se avesse l’orologio. Quegli rispose di non. Allora Garibaldi gli indicò una stella lucente e un albero: quando la punta dell’albero avesse nascosto quella stella sarebbero state le due, allora sarebbe scoccato il momento dell’allarmi. Ma l’assalto non ci fu perché si disse che il gen. Briganti era sceso a patti con Garibaldi e la brigata napoletana fosse stata sciolta.
Il 27 agosto anche il gen. Melendez sciolse la propria brigata. I comandanti borbonici iniziarono a non volerne sapere più della guerra, non c’era più disciplina. Si disse che la Reggia pullulasse di imbelli e che il gen. Briganti, allontanatosi solo e per non si sapeva dove, a Mileto s’imbatté nel 15° reggimento napoletano accampato e fatto segno da grida “Al traditore!”, dopodiché venne ucciso. Si diceva che Briganti, quando Garibaldi entrò in Palermo da Porta Termini, al comando nel forte di Castellamare “non sapeva risolversi a dar l’ordine di bombardare la città”.
Abba racconta che il 30 agosto stavano viaggiando sul “Carmel”, un vapore postale francese proveniente dai porti della Siria, che li caricò a Messina, un centinaio di loro, quasi tutti feriti o malati, da mandare a casa per qualche tempo. Sul vapore c’era il Medici di Bergamo, adirato per la lentezza del natante. Sul castello di poppa alcune signore e due bellissime giovani catanesi “che paiono fatte di sogni”. Una sola fra le signore dava a intendere di essere molto triste: stava tornando dalla Siria dove si era recata per trovare il sepolcro di un suo figlio, sottotenente.
31 Agosto, nel porto di Napoli. Lontano, sul lungo mare, si muoveva una colonna di soldati. Alcuni signori napoletani salirono a bordo del “Carmel” per intessere colloqui. A Napoli correva voce che in Calabria, a Soveria Manelli, “Garibaldi avrebbe fatto deporre le armi a quindicimila soldati del generale Ghio!”.
Salpando da Civitavecchia, il 1° settembre 1860. Annota Abba: “Il capitano Lavarello, vecchio lupo di mare livornese, ci chiamò in disparte e ci disse una bella cosa: Ecco là. Quella goletta da guerra pontificia è l’“Immacolata”. Chi ci sta a un bel colpo da corsari? Tutti?”. Allora si diedero da fare immobilizzando il comandante del “Carmel” e l’equipaggio, si gettarono sulla goletta e se ne impossessarono, poi la rimorchiarono a quel “Carmel” e, al comando dl capitano Lavarello, se la filarono via per portarla a Garibaldi in Calabria, ma il progetto non poté neppure partire, che il “Carmel” si mosse.
2 Settembre. La signora triste del “Carmel” da tre giorni teneva fisso lo sguardo su un garibaldino ferito. Abba le chiese se somigliasse al suo figlio caduto e fece in modo che si parlassero, ricordando una madre parlare del figlio tornato dalla Crimea: “Sarei venuta a trovarti tra i malati, i feriti, i morti! – E se fossi stato sepolto? diceva lui. – Ed essa: “Ti avrei riconosciuto all’ossa!”. “Quando quella signora si strinse al collo di quel giovane e lo baciò come fuor di sé, non si vide un ghigno, tutti compresero, qualcuno pianse. Ma la più giovinetta delle due Catanesi guatava, guatava. Che bella cosa chi fosse Re da tempi antichi, pigliarla per una mano, condurla e porgliela in quella di quel ferito bello e forte e buono, dicendo loro: Andate sposi, vi faccio conti, vi faccio duchi, amatevi e fate il paradiso!”.
Garibaldi se ne stava “sicuro nel palazzo d’Angri”. – “E cosa avremmo potuto noi poche migliaia se alla testa non avessimo avuto lui? E messi tutti in un solo con tutte le loro virtù, avrebbero potuto quel che egli poté, tutti i generali d’Italia? Bisognava il suo cuore, e forse quella sua testa, quella sua faccia che fa pensare a Mosè, a un Gesù guerriero, a Carlomagno: e chi lo vide è vinto”.
14 Settembre, nel Granili di Napoli. Abba ritrovò la propria brigata: “Li ho riveduti tutti! Catanzaro, Tiriolo, Soveria, Rogliano, Cosenza”. Era la brigata Eber che il capitano Daniele Piccinini, il più bel capitano della brigata, descriveva ad Abba. A Cosenza si erano trovate tutte le divisioni, dove sedici anni prima erano stati fucilati i fratelli Bandiera, commemorati al momento da Bixio. “E mentre la cerimonia si compiva nel Vallo di Crati, Garibaldi entrava in Napoli quasi solo, salutato dalle milizie napoletane. In mezzo alle esaltanti acclamazioni, Garibaldi passò, sorrise e alla Reggia non diede nemmeno uno sguardo”.
Il 14 settembre i regi uscirono da Capua, minacciando da vicino i garibaldini. Caserta, 15 settembre: I borbonici erano usciti da Capua, ma solo per una ricognizione. Si verificarono scontri fra gli ungheresi e la Cavalleria napoletana, costretta a retrocedere. Poi avanzò la fanteria borbonica, sbaragliata dai bersaglieri del Tanara e del Corrao che li cacciarono con un assalto alla baionetta fin quasi presso le mura della cittadella, sotto i colpi dei cannoni che sparavano dai bastioni. Nel combattimento si distinse il generale Türr, con il minimo di spargimento di sangue. Il generale aveva inviato il maggiore Cattabene a Marcianise dove si era sviluppata una reazione, al grido borbonico di “Viva Maria!”. Cattabene arrestò e condannò 14 nemici, ma ne mandò a morte solo due. “Ma vogliamo tutti morti”, gridava la popolazione, al che Türr rispose: “No, no, perdono, oblio, concordia: noi non siam qua per le vostre piccole vendette”.
Il 16 settembre Garibaldi partiva per la Sicilia. Serpeggiava il timore che ne fossero venuti a conoscenza i borbonici. Il 19 settembre i garibaldini inveirono contro Capua, per motivi tattici, uno dei quali il favore dato alla presa di Caiazzo. “Non si sprecò gran sangue!… Si cominciò dall’estrema sinistra, poi fu l’inferno su tutta la linea. Noi d’Eber, sulla via di Sant’Angelo fummo i meno combattuti. I garibaldini misero in fuga cacciatori, fanteria e artiglieria borbonica con una serie di cannonate sparate da due bocche da fuoco. Inseguirono quindi i fuggiaschi portandosi appresso i due cannoni, fino alla fortezza dalla quale stavano sparando 40 pezzi. Fu strage degli artiglieri garibaldini. I cacciatori si mossero per appropriarsi dei due cannoni, ma i bersaglieri della brigata Milano riuscirono a trarli in salvo. In quel mentre dalla parte destra si udì gridare che stava arrivando Garibaldi, dalla zona di Sant’Angelo. Il contingente di Abba ripiegò a sinistra per rintuzzare un nuovo attacco dei borbonici usciti da Capua; li attaccarono di fianco e li fecero sparire. Caddero anche garibaldini, fra i quali il capitano Marani di Adria, con un braccio spezzato. Il colonnello Puppi fu sventrato dalla mitragliatrice quasi sulla porta di Capua. Il capitano Blanc di Belluno aveva lasciato il suo grado di ufficiale dei Granatieri e qui, a Capua, perse una gamba. Narciso Cozzo, barone palermitano, fu colpito mentre stava tra i Carabinieri genovesi, sempre i primi a gettarsi nella mischia.
28 Settembre. Da cinque giorni, ogni mattina, i volontari si preparavano ai combattimenti. Si temeva di venire sopraffatti e di doversi concentrare tutti a Maddaloni, dove tutto sarebbe finito. In Caserta gli abitanti soffrivano la fame. Si vedevano spose e figlie di ufficiali borbonici chiusi in Capua. “Forse non si vide mai, in guerra, una cosa più tragica di questa. Di sera molte di queste donne, bisognose di pane, tendono la mano ai nostri”. Non tutti risposero con generosità e l’indomani si troveranno di fronte ai mariti e ai padri di quelle donne, con l’ordine di ucciderli.
La sera del 30 settembre, al Quartiere di Falciano presso Caserta. Per tutto il giorno il cannone di Capua non cessò di sparare. I borbonici rintuzzavano i garibaldini lungo tutta la linea del Volturno, e di mattina provarono a passarlo alla scafa di Triflisco. “Ma quei di Spangaro li hanno respinti”. Garibaldi e Bixio si incontrarono nella gola di Maddaloni. Bixio esclamò: “Fin che sarò vivo, nessuno passerà!”.
Immagine di Copertina tratta da The Collector.

