Da Quarto al Volturno. Noterelle d’uno dei Mille – Parte 2 di 4

Giuseppe Cesare Abba

Riduzione e sintesi da:
Terza edizione con aggiunte
Bologna
Ditta Nicola Zanichelli
(cesare e Giacomo Zanichelli)
1891
A
G. Carducci

Parte 2 di 4

16 Maggio, sera. Dal convento di San Vito sopra Calatafimi, “Tutta Salemi era fuori a salutarci: – benedetti! benedetti!”. Le Guide avevano scoperto il nemico ormai prossimo. La gente di Vita fuggiva e la bandiera era portata dalla settima compagnia. Su un lato della bandiera stava scritto “A Giuseppe Garibaldi gli Italiani residenti in Valparaiso 1855. I garibaldini si mossero verso il nemico su per la collina. Il primo sparo si udì alle 13,30. Garibaldi osservava, in compagnia di Türr, Tuköry, Sirtori e molti altri. I capitani ordinavano di non rispondere al fuoco, finché si udì il suono della diana, la trombetta di Garibaldi. Molti garibaldini caddero nello scontro armato. Bixio tentò di dissuadere Garibaldi dall’esporsi, ma Garibaldi prosegui nel suo intento. I garibaldini investirono alla baionetta e superarono tre schieramenti nemici. I battaglioni borbonici si raccolsero sulle alture e di lì scagliarono massi e sassi. La distesa collina era coperta di caduti, “ma non si udiva un lamento. Il comandante delle Guide, Missori, udiva urlare dall’alto: Viva il Re!”. Frattanto i nostri arrivavano a ingrossarci, rinascevano le forze. I capitani si aggiravano fra noi confortandoci. Sirtori e Bixio erano venuti a cavallo fin lassù”.

Il sottotenente Bandi era gravemente ferito, ma continuava a buttarsi nella mischia. “Il grande, supremo cozzo, avvenne mentre la bandiera di Valparaiso, passata da mano a mano a Schiaffino, fu vista agitata alcuni istanti di qua di là in una mischia stretta e terribile e poi sparire. Ma Gian Maria Damiani delle guide poté afferrarne uno dei nastri e strapparla”.

“In quel momento i regi tiravano l’ultima cannonata, fracellando quasi a bruciapelo un Sacchi pavese”. Il cannone fu preso. Voci dicevano che Garibaldi fosse morto e Menotti, ferito nella destra, correva per sapere. “Elia giaceva ferito a morte; Schiaffino era morto”. Morto anche Sirtori, irriconoscibile. Molti i napoletani caduti. I monaci combattevano valorosamente. Si contarono più di trenta garibaldini caduti. Morto anche l’ufficiale De Amicis: Era Pagani Costantino di Borgomanero, ventitreenne, disertore dall’Esercito piemontese. I feriti erano rimasti, soli, a Vita, privi di cure.

Si trovarono in vista di Calatafimi. Nella notte erano corse voci da Calatafimi ad annunciare che i regi partivano per Palermo. Abba vedeva Alcamo e il Golfo di Castellamare. L’ordine del giorno che Abba avrebbe dovuto leggere in serata inneggiava all’orgoglio delle madri e delle amanti dei garibaldini. In quel mentre si andava avvicinando il colonnello Carini, a cavallo.

Alcamo, 17 maggio. Sulla soglia d’una chiesetta quasi in riva al mare. Dopo la partenza da Calatafimi si vedevano i resti della battaglia. Alcamo era vicina. Garibaldi fu accolto benevolmente da gentiluomini giunti in carrozza. I popolani salutavano con rispetto e riverenza. Entrarono in Alcamo alle 11. In lontananza si scorgevano due navi, forse da guerra.

Furono ospiti di un gentile signore che interrogò Delucchi, Castellani e Rienti. Disse loro di aver visto i soldati napoletani in condizioni disastrose, più della metà non arrivarono a Palermo. A Vita si moriva, così morì Francesco Montanari di Mirandola, amico di Garibaldi. Si incontrarono garibaldini morti, ancora insepolti, sui colli del Pianto Romano.

18 Maggio. Tra Partinico e Burgeto. A Partinico erano insorti gli abitanti, soppressi dalla colonna battuta da Garibaldi, la quale, in ritirata, si macchiò dell’uccisione di donne e inermi e incendiò il paese. Battevano campane e si iniziavano danze funebri, ancora alle 4,30 del mattino.

Il 19 maggio erano al Passo di Renna. Passando a Burgeto incontrarono diffidenza fra gli abitanti. Dormirono all’addiaccio presso Partinico, finché una banda di suonatori venne a svegliarli. Di lassù si vedeva Palermo. Trovarono una grande cisterna che consentì loro di ripulirsi. Vennero loro incontro alcuni signori che cercavano il compaesano colonnello Carini e con lui fraternizzarono. Dissero che i palermitani aspettavano l’ingresso di Garibaldi per cacciare i 20 mila soldati borbonici di presidio. Ma la polizia borbonica descriveva al popolo i garibaldini come saccheggiatori, violatori di donne, l’ira di Dio. Quei signori li invitarono, giunti a Palermo, nelle loro case. Con sé avevano una carrozza in male arnese detta l’Intendenza, con le carte e il tesoro militare, 30 mila franchi. Vi erano Acerbi e Nievo, poeta veneto di 28 anni, il poeta soldato della spedizione.

Il 20 maggio al Passo di Renna. La località era notoriamente infestata da masnadieri sanguinari. Il Col. Cerini si era messo a narrare storie relative a quei masnadieri. Intorno si andava dicendo di volontari siciliani che si sarebbero aggiunti al comando di La Masa.

Il 21 maggio erano sopra il villaggio di Pioppo. Da Pioppo l’itinerario volgeva per Monreale, con l’obiettivo susseguente di Palermo. Mentre Gaffini, all’interno della compagnia, usciva con battute, verso Monreale iniziavano gli spari dei borbonici di Monreale. Tornò il frate che aveva officiato la messa a Calatafimi: era fra Pantaleo da Castevetrano. Un picciotto armato comunicò ad Abba la morte di Rosolino Pilo, avvenuta sui colli di Monreale.

22 Maggio: a Parco. Abba si trovava in casa di una ospitale vecchierella che per loro stava cuocendo maccheroni. Poco dopo si ripartì per San Giuseppe. Due uomini erano addetti alla distribuzione di pani, tre per cadauno, che venivano infilzati nelle baionette. Abba vide Delucchi da Genova afflitto da malore, sperava che potesse trovare salvezza con l’arrivo dei carri. Il tenente Rovighi venne ferito da un colpo accidentale, ma senza gravi conseguenze. Non la stessa cosa fu per il suo cavallo, che ebbe una zampa rotta.

Un gruppo di uomini cercava di estrarre da un pantano una colubrina portata da Orbetello: vi erano il generale, poi Orsini, Castiglia. Di poi continuarono a camminare nel buio fitto, sotto una pioggia battente. Si udì un colpo d’arma: era Bixio che sopprimeva il proprio cavallo perché con i suoi nitriti non rivelasse la loro presenza. All’alba, cessata la pioggia, si intravide Palermo e, poco lontano, Monreale. Stanchi, sfiniti, molti di loro a piedi nudi, discesero al villaggio di Parco, dove si occuparono di far asciugare i propri panni.

Il 22 maggio erano ancora a Parco. Qui Abba strinse amicizia con un monaco, di nome Carmelo. Stavano in faccia a Monreale, lungo uno scambio di opinioni sulla questione dell’unità d’Italia. I borbonici non sapevano dove si trovassero di preciso i garibaldini, non si pensava ci fossero state spie.

Il 23 maggio, dopo il mezzodì, erano sopra Parco. I borbonici scoprirono infine dov’era il luogo di raccolta dei garibaldini e andavano avvicinandosi. Arrivò in quel mentre un giovane gentiluomo di Palermo, ben armato, e si unì ai volontari. Fuori delle mura di Palermo erano accampati grossi drappelli di soldati. Una colonna borbonica avanzava fino alle falde del monte alla loro destra. Si iniziò a udire gli spari. Garibaldi fece scendere Bixio con la sua Compagnia fino al cimitero sottostante, comandò a Cerini di occupare la vetta del colle dove avrebbe avuto luogo un grande combattimento. La colonna borbonica diradò gli spari e disparve attraverso le colture. A notte si accendevano fuochi fino a Monte Pellegrino.

Il 24 maggio alla Piana dei Greci. La città sembrava desolata dalla pestilenza. Il mattino, spuntata la nebbia, una colonna di soldati uscì da Monreale e si diresse verso Pioppo: erano borbonici. I volontari allestirono le batterie e le compagnie si schierarono sulla strada. I primi scontri furono sostenuti dai Carabinieri genovesi. Arrivò Garibaldi con lo Stato Maggiore e con le Guide, al galoppo e tutti si misero al seguito. Il timore di essere sopraffatti era grande: si trattava di Bavaresi, mercenari ubriachi e senza scrupoli. Anche i garibaldini avanzavano diretti dalle Guide. Si sentiva dire che Garibaldi era in pericolo. Da un’altra altura i cacciatori napoletani spararono per circa un’ora, poi si ritirarono. Si disse che il generale nemico voleva raggiungere Piano dei Greci prima di loro per respingerli fino a Palermo, ma Garibaldi lo prevenne. Si diceva anche che alcuni garibaldini fossero caduti prigionieri: uno di loro era Carlo Mosto, fratello del comandante dei Carabinieri. Si temeva per la loro vita.

Marineo, 25 maggio. I garibaldini ottennero provviste dai frati della Piana dei Greci. La tromba li chiamò a raccolta: arrivavano i regi, forse diecimila. La marcia riprese verso sera. L’alt venne dato intorno alle dieci. Abba si addormentò vicino ad Airenta. Erano stati deviati su sentieri stretti e le sentinelle videro i regi avanzare sulla strada militare, superandoli. Abba trovò ospitalità presso una vecchietta impaurita, con una figlia adolescente. Un altro ragazzo, Cicio, scalzo e dimesso, si unì alla Compagnia.

25 Maggio, sui monti di Gibilrossa. Alle sei partirono da Marineo. Passò Garibaldi a cavallo e il capitano Ciaccio fece fare il “presentat-arm”, invero non gradito a Garibaldi. Scendendo da Marineo, un Friulano della settima Compagnia “cantava alto con una voce d’argento, quattro versi di un’aria affettuosa e dolente, che andavano al cuore: La rosade de la sere / Bagna el flor del sentiment / La rosade a matine / Bagna el flor del pentiment”. Era uno studente di matematica, Bertossi di Pordenone. A San Martino, in un reggimento piemontese, Bertossi, per il valore dimostrato, era stato insignito del grado di ufficiale. 

Andando avanti scorsero Missilmeri illuminato per far festa ai garibaldini. Vi entrarono a mezzanotte. Abba ritrovò il ragazzo di Marineo, che gli offerse una scodella di latte, timoroso e contento. Vennero a sapere, da ufficiali di navi americane e inglesi, che il Governo di Napoli li chiamava filibustieri, spargeva la notizia che erano stati battuti a Calatafimi, che uno dei capi era stato ucciso, che erano dispersi e inseguiti. I volontari scrissero e consegnarono loro biglietti da portare alle famiglie. Prossima era la partenza per Palermo. Disse Bixio: “O a Palermo o all’inferno!”. Il col. Carini e altri comandanti di compagnia impartivano istruzioni alla truppa.

Palermo, 31 maggio. Nel convento di San Nicola. La bufera scatenata dai garibaldini su Palermo durò tre giorni. Ripartirono alle 19. Dopo la mezzanotte si trovarono a poche migliora da Palermo. Si udì arrivare la cavalleria, tutti a cercare riparo nei campi. Alcuni spari colpirono un cavallo bianco, cavalcato dal capitano Bovi. Poco prima dell’alba entrarono sulla strada grande per Palermo, avanzando per quattro, rasenti ai muri degli orti. Il combattimento ebbe inizio. Si davano già alcuni caduti. Al ponte dell’Ammiraglio trovarono una “resistenza quasi feroce”. Un cacciatore ferito sbatteva di proposito la testa contro il muro del ponte per rompersela. Fu trattenuto da Airenta. Un ufficiale dei bersaglieri, Faustino Tanara, avanzò con loro fino a Porto Termini, bombardato da una nave e dal fuoco di una barricata. Garibaldi assisteva alla scena, insieme a Türr. Tuköry era stato ferito. Nullo avanzava con alcuni bergamaschi inseguendo i regi. L’assalto arrideva ai garibaldini anche a Porto Sant’Antonino e Abba e i suoi giunsero alla Fieravecchia. Si udì una campana suonare a stormo, accompagnata da alte grida di gioia. Arrivarono a via Maqueda. Un giovane calpestava un’insegna reale. Incontrarono tre giovani monachelle che inneggiarono all’Italia. Entrarono in piazza Bologni. “Il Generale, sulla gradinata d’un palazzo, stava interrogando due prigionieri, che piangevano come fanciulli”. Da Castellamare sparava l’artiglieria. Gli abitanti si davano a costruire barricate, in nome di Santa Rosalia, protettrice di Palermo. A notte i regi erano attestati sulla parte alta di Palermo e i volontari in basso. Il Quartier Generale fu impiantato a Palazzo Pretorio. Nuove squadre entravano da Porta Termini, per tutta la notte.

31 Maggio. La sveglia fu data dalle cannonate dei regi di Castellamare. Le bombe cadevano sul convento di Santa Caterina. Garibaldi stava ai piedi di una delle statue della gran fontana, da dove riceveva notizie e inviava ordini. Bozzani e Abba cercarono acqua in una casa. Ottennero acqua e vino. C’era una folla di donne che li pregò di non andare via, ma di restare a proteggerle. L’individuo che li aveva fatti entrare disse loro: “Perdonate se non vi ho fatto subito buon viso, avevano detto che eravate mostri feroci, che bevevate il sangue dei bambini, che scannavate i vecchi… Invece siete gentili…”.

Videro un ragazzo morto: era quello consegnato loro dal vecchio nella prima marcia da Marsala. Accompagnarono le suore che lasciavano il loro convento in fiamme. “Una di esse, giovanissima e bella, mi diede un reliquiario di filigrana con dentro un ossicino della Santa Rosalia; raccomandandomi di portarlo sul petto, che mi avrebbe scampato da morte”.

Abba si unì ad alcuni tiratori. Cavallini fu colpito alla tempia e stramazzò. Era salito sul “Lombardo” a Porto Santo Stefano, nella sesta Compagnia. La città venne illuminata a ogni finestra. I regi si ritiravano da tutti i punti, contrastati dalle barricate in aumento. Tuttavia, bombardavano Castellamare provocando rovine e vittime. Alle ore 11, Abba e Margarita trovarono in un vicolo il cadavere di un ragazzo sui 15 anni. Ma furono costretti a cercare riparo dagli spari di molti nemici. Ripiegarono a Porta Montalto, “dove stava a guardia il col. Carini”. Era il bastione preso d’assalto da Sirtori “con pochi della sesta e della settima Compagnia”, circondato da numerosi morti borbonici. Cercarono munizioni al Palazzo Pretorio, ma non ne trovarono, erano costretti a combattere all’arma bianca. Videro Garibaldi in Piazza Pretoria, quasi all’angolo di via Maqueda, nell’atto di rivolgere un discorso al popolo che rispondeva con forti acclamazioni. La sera verso le dieci Abba vide Garibaldi, cupo, agitato, ai piedi di quella statua dove passava le notti. Abba era stato inviato dal tenente Rovighi per portare un ordine. Garibaldi gli porse un foglietto, con l’ordine di farlo leggere a tutti i Capi-posto che sono a Porta Montalto, per consegnarlo poi al col. Carini. Abba trovò il primo Capo-posto, Vigo Pelizzari. Il foglio diceva: “Dicesi che siano sbarcati ottocento Tedeschi, ultima speranza del tiranno. In caso d’attacco da forze soverchianti ritiratevi al Palazzo Pretorio”. Abba trovò Garibaldi che discorreva con Rovighi, in tono ottimistico. Fu diramato l’ordine ci cessare il fuoco e di mettere in atto un armistizio di ventiquattro ore per poter seppellire i morti.

D’un tratto arrivò un prete, gridando al tradimento e annunciando che i Bavaresi stavano entrando da Porta Termini. Ma non erano Bavaresi, erano “Quelli di Bosco, che tornano da Corleone!”. Però i Bavaresi avevano superato una barricata. Il col. Carini fu colpito al braccio sinistro e trasportato al Palazzo Pretorio. Il col. Bosco non era potuto arrivare in tempo perché fosse evitato lo scontro. Abba tornò a Porta Montalto con Erba e passò dalla piazzetta della Nutrice per vedere del ragazzo trovato morto, ma non c’era più. Incontrarono cinque ufficiali napoletani che li accompagnarono a visitare la piazza del Palazzo Reale, che ospitava molte migliaia di soldati accampati. Furono accolti da un colonnello napoletano che fece battute su Vittorio Emanuele e parlò di un’alleanza con i piemontesi per cacciare gli austriaci da Venezia.

Il 31 maggio l’armistizio fu prolungato fino all’alba del 3 giugno. Garibaldi passò a cavallo per le vie di Palermo, fra le ovazioni della gente, sentiva di avere favorevole tutto il popolo. Arrivò la notizia della morte di Simonetta. Giuseppe Naccari, di Palermo, fu colpito a morte “È venuto a cadere sulla soglia di casa sua!”.

Il 2 giugno si diceva che i Bavaresi fossero mercenari svizzeri, tedeschi e persino italiani. Il 3 giugno si sentiva dire che i regi avevano capitolato. Abba si recò al monastero e ritrovò la monca del reliquiario. Il 6 giugno i volontari trovarono amicizia dagli inglesi. Il 10 giugno moriva Tuköry, dopo aver perso una gamba e aver contratto cancrena.  L’11 giugno arrivarono 60 giovani condotti da Carmelo Agnetta, navigando da Genova a Marsala sul natante “Utile” e portando due migliaia di schioppi con munizioni. Fra loro c’era Odoardo Fenoglio, veneto di Oderzo, ufficiale della brigata Pavia; c’era Cavalieri, c’era Frigerio. Era il giorno della sepoltura di Tuköry e Türr ne seguiva il feretro. “Era uno sgomento che pareva avesse pigliato fin le pietre… Rodi e Bovi, due mutilati antichi, parevano sonnambuli. Seguiva Maestri da Spotorno che ebbe un braccio troncato a Novara e ancora fu ferito a Roma, piangente. Anche Abba piangeva. Trovò la morte in battaglia anche Azzi, sette giorni addietro, mentre era al timone del “Lombardo”. Ferito a una coscia, si spense nel giro di cinque giorni.

Durante la notte Abba ricorda quanto aveva nove anni e sua madre raccontava, nel momento in cui entrò il padre ad annunciare che a Milano si combatteva e si facevano barricate.

Il 12 giugno Abba parlò con Airenta e lo chiamò Giomo. Questi gli racconta di essere stato mandato da Bixio a incoraggiare una fanciulla perché buttasse giù masserizie allo scopo di costruire barricate. Quella gente, quando seppero che erano garibaldini, diedero tutto l’aiuto richiesto, gridando “Santa Rosalia, e viva l’Italia”.

13 Giugno, nel convento della Trinità. Il giorno seguente i volontari tornavano da Monreale. Il medico Benedini di Mantova brontolava dicendo che a Monreale ci andava mal volentieri perché dei garibaldini là s’era detto un gran male, e se la prese con un tizio, all’uscita da una chiesa, menandolo.

15 Giugno. Convento della Trinità. Il vecchio parroco mantovano, Gusmaroli, aveva qualche somiglianza con Garibaldi tanto da esservi scambiato dai picciotti. Il 19 giugno Ippolito Nievo dà segno di essere un solitario, solo raramente si accompagna con qualcuno delle Guide. Missori, Nullo, Zasio, Trtanquillini, Manci tirolese. Abba notava un altro volontario, Damiani, molto appariscente per l’aspetto possente.

Il 17 giugno Abba rivide la monachella che riuscì a baciare attraverso la grata. Da giorni a Palermo giungevano dalla Favignana sei o sette di quelli di Pisacane, scampati all’eccidio di Sapri. Antonio Semenza disse ad Abba che nel Palazzo Reale fu trovato l’ordine emanato da Napoli alla flotta, di colare a fondo i navigli dei garibaldini, salvando le apparenze.

Il 18 giugno Abba parla di Alessandro Fasola da Novara di 60 anni, da Santorre Santarosa a Garibaldi, sempre pronto alle chiamate. Fasola era del 1799, morì il 22 aprile del 1881. Con Garibaldi lavorava Francesco Crispi.

Garibaldi si rivolse ai suoi sottoposti con queste parole: “Andate di buon animo, ci disse, andate figlioli, che vi ho dato Türr. Se avrò bisogno di voi, egli vi condurrà volando a me”. E parlò loro nel dialetto genovese.

Il 21 giugno giunse Medici a Porta Nuova con un reggimento al completo e con 40 ufficiali vestiti con l’uniforme dell’Esercito piemontese.


Immagine di Copertina tratta da Walintonia.

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