Giuseppe Cesare Abba
Riduzione e sintesi da:
Terza edizione con aggiunte
Bologna
Ditta Nicola Zanichelli
(cesare e Giacomo Zanichelli)
1891
A
G. Carducci
Parte 1 di 4
Giuseppe Cesare Abba (1838-1910, patriota e scrittore, fu volontario garibaldino nel 1860 e nel 1866. “Noterelle di uno dei Mille” fu pubblicato nel 1880 ed è il suo capolavoro, risultato di venti anni di lavoro, iniziato dopo la Spedizione dei Mille e i fatti di Aspromonte.
Parma 3 maggio 1860. Notte.
Le ciance saranno finite. Se ne intesero tante che parevano persino accuse. – Tutta Sicilia è in armi; Il Piemonte non si può muovere; Ma Garibaldi? – Trentamila insorti accerchiano Palermo: non aspettano che un capo, Lui! Ed egli se ne sta chiuso in Caprera? – No è in Genova. – E allora perché non parte? – Ma Nizza ceduta? Dicevano alcuni. E altri più generosi: – Che Nizza? Partirà col cuore afflitto, ma Garibaldi non lascerà la Sicilia senza aiuto.
I più generosi hanno indovinato. Garibaldi partirà, ed io sarà nel numero dei fortunati che lo seguiranno.
Poco fa parlavo di questa impresa coll’avvocato Petitbon. Egli che l’anno scorso, nella caserma dei cavalleggieri d’Aosta, pregava con noi che nascesse la rivoluzione nel Pontificio o nel Napoletano, dacché Villafranca aveva troncata la guerra di Lombardia, non potrà venire con noi e si affligge. Ha la madre ammalata. Ci lasciammo colla premessa di rivederci domani, e se ne andò lento e scorato per via dei Genovesi. Mentre io stavo a guardarlo, mi venivano di lontano, per la notte, rumori d’nasce e di martelli. E gli odo ancora. Ma i cittadini non si lagneranno della molestia, perché la fretta è molta. Si lavora anche di notte a piantare abetelle, a formar palchi, a curvar archi trionfali, per la venuta di re Vittorio. Verrà dunque il Re desiderato fra questo popolo, che ora sei anni vide cadere Carlo terzo duca pugnalato in mezzo alla via. Io era allora scolare di quattordici anni, e ricordo il racconto che dell’orribile caso ci fece il padre maestro Scolopio. Frate raro, biasimava l’uccisore ma non lodava l’ucciso.
Che Carlo terzo fosse quel duca, che prima del quarantotto fu in Piemonte ufficiale di cavalleria? Se fu vi lasciò tristo nome. Intesi narrare che una notte, in Torino, due ufficiali burloni, di gran casato, amici suoi, lo affrontarono per celia, mentre discendeva da visitare un’amica. Pare che ne restasse così atterrito, che i due dovettero palesarsi, tanto che non morisse dalla paura. E allora egli minacciò che guai a loro, se un dì fossero capitati a passare per i suoi Stati. – Se mai, rispose uno dei due, pianteremo gli sproni ne’ fianchi ai cavalli, e salteremo di là da’ tuoi Stati senza toccarli.
Povero Duca! Ora ne’ suoi Stati viene Vittorio. Gran fortunato questo Principe! Chi vuol fare qualcosa per la patria, sia pure non amico di re, deve contentarsi di dar gloria a lui. Parma gli farà grandi accoglienze, e noi non saremo più qui.
Parma 4 maggio. Alla stazione.
Gli ho contati. Partiamo in diciassette, i più studenti, qualcuno operaio, tre medici. Di questi uno, il Soncini, è vecchio della Repubblica romana. Dicono che nel treno di Romagna troveremo altri amici, fiore di gente. Ne verranno da tutte le parti.
Si fanno grandi misteri su questa partenza. A sentire qualcuno manco l’aria deve saperla. Ci hanno fatto delle serie raccomandazioni; ma intanto tutti sanno che Garibaldi è a Genova, e che andrà in Sicilia. Attraversando la città abbiamo dato e pigliato delle grandi strette di mano, e avuto dei caldi auguri.
- maggio. In viaggio.
Non so perché guasti il treno s’è fermato. Siamo vicini a Montebello. Che gaie colline e che esultanza di ville sui dossi versi! Ho cercato coll’occhio per tutta la campagna. È appena passato un anno, e non un segno di quel che avvenne qui. Il sole tramonta laggiù. In fondo ai solchi lunghi, un contadino parla ai suoi bovi. Essi aggiogati all’aratro tirano avanti con lui. Forse egli vide e sa dove fu il forte della battaglia. Ho negli occhi la visione di cavalli, di cavalieri, di lance, di sciabole cavate fuori da trecento guaine a uno squillo di tromba; tutto come narrava quel povero caporale dei cavalleggieri di Novara, tornato dal campo due giorni dopo il fatto. Affollato da tutta la caserma, colla sciabola sul braccio, col mantello arrotolato a tracolla, coi panni che gli si erano sciupati addosso, lo veggo ancora piantato là in mezzo a noi, fiero ma niente spavaldo.
- Dunque, e Novara?
- Novara la bella non c’è più! Siamo rimasti mezzi per quei campi….
E narrò di Morelli di Popolo, colonnello dei cavalleggieri di Monferrato morto, di Scassi morto, di Govone morto, e di tanti altri, lungo e mesto racconto.
- E i Francesi?
- Coraggiosi! Rispondeva egli: ma bisognava sentirli come i loro ufficiali parlavano di noi!
Io lo avrei baciato, tanto diceva con garbo.
Povero provinciale di quei di Crimea, richiamato per la guerra, aveva a casa moglie, figliuoli e miseria. Non amava i volontari: gli pareva che, se fossero rimasti alle loro case in Lombardia, egli non si sarebbe trovato lì, con trent’anni sul dorso e padre, a dolersi della pelle messa in gioco un’altra volta. Del resto, non si vantava di capire molto le ose: ciò che piaceva ai superiori, piaceva a lui: tutto per Vittorio e pazienza. Avessimo due o tre centinaia d’uomini come lui, buoni a cavallo e a menar le mani, quando saremo laggiù!
Nella stazione di Novi.
Si conoscono all’aspetto. Non sono viaggiatori d’ogni giorno; hanno nelle facce un’aria d’allegrezza, ma si vede che l’animo è raccolto. Si sa: Tutti hanno lasciato qualche persona cara; moti si dorranno di essere partiti di nascosto.
La compagnia cresce e migliora. Vi sono dei soldati di fanteria che aspettano non so che treno. Un sottotenente mi si avvicinò e mi disse:
- Vorrebbe telegrafarmi da Genova l’ora che partiranno?
Io né sì né no, rimasi lì muto. Che dire? Non ci hanno raccomandato di tacere? L’ufficiale mi guardò negli occhi, capì e sorridendo soggiunse:
- Serbi pure il segreto, ma creda, non l’ho pregata con cattivo fine.
E si allontanò. Voleva chiamarlo, ma era tanto mortificato dall’aria dolce di rimprovero con cui mi lasciò! È un bel giovane, uscito, mi pare da poco, da qualche collegio militare; alla parlata piemontese. Non so il suo nome e non ne chiederò. Innominato, mi resterà più caro e desiderato nella memoria.
Genova, 5 maggio. Mattino.
Cesare Abba si trova presso Villa Spinola di Quarto, il 5 maggio 1960. Ho riveduto Genova, dopo cinque anni dalla prima volta che vi fui lasciato solo. Ricorderò sempre lo sgomento che allora mi colse all’avvicinarsi della notte. Quando vidi accendere i lampioni per le vie, mi si schiantò il cuore. Fermai un cittadino che passava frettoloso, per chiedergli se con un buon cavallo, galoppando tutta la notte, uno avrebbe potuto giungere prima dell’alba a C…, al mio villaggio. Colui mi rispose stizzito, che manco per sogno. Quella notte fu lunga e dolorosa; e ora come posso dormire tranquillo, benché lontano dai miei e a questi passi?
Ieri sera arrivammo ad ora tarda, e non ci riusciva di trovar posto negli alberghi, zeppi di gioventù venuta da fuori.
Il mattino del 6 maggio è sul piroscafo “Il Lombardo”. Garibaldi era sul “Piemonte”. Abba ricorda il padre che gli aveva narrato della fame del 1811. Alla partenza Abba incontrò Dapino, suo condiscepolo di sei anni prima. Si vedevano genitori giunti al porto, nel tentativo di dissuadere i figli dal partire per l’impresa garibaldina. Fra gli astanti c’era anche qualche mutilato.
Il 7 maggio venne letto un ordine del giorno che ribattezzava “Cacciatori delle Alpi” i volontari dei Mille. Nello stesso giorno giunsero a Talamone. Qui Abba riconobbe il prof. Savi, imprigionato in seguito ai fatti di Genova del 1857. A Talamone, il 7 maggio, Garibaldi era vestito con l’uniforme da generale dell’Esercito piemontese.
L’8 maggio, a Talamone, si formano otto compagnie di volontari. Abba è alla sesta, comandata dal siciliano Giacinto Carini, di età sui 35 anni. Altri comandanti di compagnia erano: Bixio, La Masa, Anfossi, Cairoli. Fra gli ufficiali si notavano tre privi di un braccio. Il primo aiutante di Garibaldi era il colonnello ungherese Türr. Sirtori era capo di Stato Maggiore. Con loro stavano il figlio di Daniele Manin e il poeta Ippolito Nievo. Una quarantina di Genovesi, armati di carabina, erano al comando de capitano Antonio Mostro. Abba ritrovò due compagni del viaggio effettuato da Parma a Genova, arruolati nella prima compagnia. Il più giovane, Giovanni Pittaluga, è piemontese. Il più vecchio è il veneziano Spangaro.
Il 9 maggio si trovano di fronte a Santo Stefano. Tre bersaglieri fuggiti da Orbetello arrivarono sul “Lombardo”. Uno, Pilade Tagliapietra, trevisano, vi era già sin da Genova. Sui piroscafi arrivavano le scorte d’acqua e gli armamenti, ma le armi erano obsolete.
9 Maggio, sera. Passarono oltre l’isoletta del Giglio. Nel mare si vedevano fluttuare numerosi delfini.
Il 10 maggio accadde che uno dei volontari si gettasse in mare, era già la seconda volta, ma venne tratto in salvo. Il caporale Plona proferì brutte parole e Bixio, comandante allora 37 enne, gli scaraventò un piatto in faccia.
Il mattino dell’11 maggio, Abba e i suoi navigavano sul “Lombardo”. Uno di loro, il dott. Marchetti, aveva con sé il figlio di dodici anni. Verso di loro stava avanzando una nave: era il “Piemonte”. Procedendo e per non incappare nel naviglio borbonico furono costretti a una variazione di rotta. A un certo punto si videro seguiti da due navi. “Un piccolo legno veniva da terra, bandiera inglese. Bixio prese un foglio, vi scrisse sopra qualcosa, fece fendere un pane e nel fesso mise il foglio. Poi quando il legno passò quasi rasente a noi, gettò il pane che cadde in mare. – Allora, gridò facendo tromba con le mani, dite a Genova che il Generale Garibaldi è sbarcato a Marsala, oggi a un’ora pomeridiana!”. Le due navi continuavano a seguirli.
L’11 maggio, sbarcati a Marsala, il capitano Ciaccio di Palermo piangeva come un bambino per la felicità. Dal porto sparavano contro la città. Alcuni frati bianchi li salutarono e domandarono se fossero reduci o emigrati o svizzeri. Alle porte della città comparvero ufficiali di Marina in calzoni bianchi. Cadevano grosse palle di artiglieria e una delle granate stava per scoppiare, ma il volontario Beffagna da Padova vi corse addosso e ne estrasse la miccia. Dal porto alle mura i volontari erano bersagliati di fianco, ma senza conseguenze.
Il popolo applaudiva: “Beddi, Beddi!”. Abba si fermò a bere dall’anfora di una giovane, rimembrando la Rebecca biblica. Si vedevano intanto due navi borboniche avvolte nel fumo e il “Lombardo” sommerso su un fianco, affondato per ordine di Bixio. Una serie di barche si allontanavano cariche di fuggiaschi.
12 Maggio, ore 3 antimeridiane. La sera precedente il caporale Plona incaricò Abba di fare la sentinella per cinque ore. Il giorno mercoledì le due navi borboniche del giorno precedente filavano veloci, trainandosi dietro il “Piemonte”, mentre il “Lombardo aveva mantenuto la propria posizione. Passarono Bixio, Nullo, Missori da Milano al comando delle Guide, poi Nuvolari da Messina e Mancini da Trento. Per ultimo arrivò Garibaldi con lo Stato Maggiore, camicia rossa e calzoni grigi, un cappello di foggia ungherese e al collo un fazzoletto di seta. Cavalcava un baio da Gran Visir. Poco dopo iniziò la marcia. Si fece sosta presso una fattoria. Garibaldi mangiava pane e cacio. Abba osserva: “Io lo guardo e ha il senso della grandezza antica”. La marcia proseguì su terreno arido, e Pagani, che era stato in America, commentò: “Ma che siamo nelle Pampas?”.
Erano partiti dal Feudo di Rampagallo, a sera. Un vecchio pastore, vestito quasi da selvaggio, stava in compagnia di un giovinetto, quando arrivò la sesta compagnia, e gridò: “Principe Carini, reboldate la cabedale!” e spinse il giovanetto in mezzo ai volontari, poi si allontanò. “Che è principe il mio capitano?” chiese Abba al tenente Bracco di Palermo. “No… un principe Carini esiste, ma borbonico che ci avvelenerebbe l’aria”.
Il 13 maggio erano a Salemi. Bixio era già all’opera prima della sveglia. Nella notte si fecero arruolare a squadre molti insorti con doppiette da caccia e picche bizzarre, vestiti di pelli di pecora. Al mattino si riprese la marcia dal campo di Rasmpagallo, si incontrarono fonti d’acqua, ma Bixio proibì di bere. Uno dei volontari disobbedì, ma cadde a terra che pareva morisse. Incontrarono gente affamata. Al passaggio di Garibaldi si sollevarono enormi acclamazioni e una banda suonava a festa.
Abba rivide l’ufficiale che a Novi gli aveva chiesto informazioni, non avute. “Dicono che sia disertore, che si chiama De Amicis, che sia di Novara”.
“Salemi era al sicuro! Vasta, popolosa, sudicia, le sue vie somigliavano colatoi. Si faceva fatica a tenersi ritti. Cercarono un’osteria e si trovò una tana. Ma i frati, oh! i frati gli avevano belli i conventi”. Mentre Abba mangiava i maccheroni in una taverna, “venne Bruzzesi delle Guide, il quale ci disse che un grosso corpo di Napoletani è a poche miglia da noi. – Meglio, esclamò Gatti, bisognerà vedere che cera ci faranno!”.
Salemi, 14 maggio. Garibaldi, acclamato, assumeva la dittatura, in nome d’Italia e Vittorio Emanuele. Garibaldi emise un proclama con il quale si rivolgeva ai buoni preti di Sicilia. Numerosi montanari “armati fino ai denti, con certe facce sgherre, e certi occhi che paiono bocche di pistole” si unirono ai garibaldini. Si parlò di 10 mila borbonici con cavalli e cannoni.
Salemi, 15 maggio, ore 5 antimeridiane. Margarita e Bozzani dormivano ancora. Il sergente Raccuglia di Palermo si stava vestendo. Il volontario Simonetto (Simonetta), di grande buona volontà, diede la sveglia. “Ha lasciato a Milano il padre vedovo e solo”.
15 Maggio, ore 11 antimeridiane. Sui colli di Pianto Romano. Si vede il nemico sui monti di fronte, circa cinquemila. Il sottotenente dei volontari porta la bandiera. Garibaldi dà ordine, tramite Abba, di salire sul poggio più alto e di farla sventolare. Il colonnello Carini cadde da cavallo incolume; cadde anche La Masa. Intanto i cacciatori napoletani iniziavano a discendere dalle alture.
Immagine di Copertina tratta da Herder.

