Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
(dal 1807 al 1882)
(scritto all’inizio 1900)
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 23 di 24
Capitolo VI. – La morte (1882)
La notte dal 2 al 3 giugno 1882… La città[1] si sveglia di soprassalto… Un telegramma nella sua brutale laconicità diceva: “Garibaldi è morto alle 6 e 22 quest’oggi.”
All’annuncio fatale, chi scrive, partiva immediatamente per Caprera col dottore Prandina, ch’era latore delle volontà testamentarie del grande estinto, rilasciategli in una lettera…: “Caprera, 26 settembre 1877. Mio carissimo Prandina, Voi gentilmente vi incaricaste della cremazione del mio cadavere; ve ne sono grato. Sulla strada che da questa casa conduce verso tramontana alla marina, alla distanza di 300 passi, a sinistra, vi è una depressione di terreno limitata da un muro. In quel canto si formerà una catasta di legna di due metri, con legno d’acacia, lentisco, mirto e altre legna aromatiche. Sulla catasta si poserà un lettuccio in ferro, e su questo la bara scoperta, con dentro gli avanzi adorni della camicia rossa. Un pugno di cenere sarà conservato in un’urna qualunque, e questa dovrà essere posta nel sepolcreto che conserva le ceneri delle mie bambine Rosa ed Anita.”
Il 29 maggio di proprio pugno scriveva… il seguente biglietto che fu l’ultimo suo: “Illustre Cacciatore, Direttore dell’Osservatorio di Palermo Volete darmi la posizione della nuova cometa e il giorno della maggiore grandezza? …” Il giorno di poi il caldo era eccessivo, e l’infermo volle usare di ghiaccio. Ne soffrirono i bronchi, e la già incipiente paralisi alla faringe si aggravò talmente che il malato non potè più inghiottire nulla, neppure una goccia d’acqua. La signora Francesca, allarmata, telegrafò subito al dottor Albanese, a Canzio, a Teresa, a Menotti. Non giunse in tempo, per chiudere gli occhi al morente, che Menotti. … Alle 8 e 50 pomeridiane, spirava passando insensibilmente dalla vita al sonno della morte…
Oltre la lettera testamentaria del generale… un’altra ve n’era a sua moglie, la signora Francesca, scritta essa pure fin dall’anno 1877…: “Avendo per testamento determinato la cremazione del mio cadavere, incarico mia moglie di eseguire la mia volontà prima di dare avviso a chicchessia della mia morte. Ove mia moglie morisse prima di me, farò lo stesso di lei. Verrà costrutta una piccola urna di granito, che racchiuderà le ceneri di entrambi. L’urna sarà collocata sul muro dietro il sarcofago delle nostre bambine e sotto l’acacia che lo domina.” …
Ripugnava ai suoi cari il pensiero di dare alle fiamme quel corpo… perché di quel corpo dovevano rendere conto all’Italia intiera, e non osarono o non vollero. E la salma di Garibaldi non fu bruciata… però prevalse l’idea di non cremare la salma, di imbalsamarla e inumarla dove egli avrebbe voluto riposassero le sue ceneri: nel poetico cimitero di Caprera, accanto alle figliolette sue, là dove troppo presto doveva raggiungerlo il suo Manlio diletto.
L’epopea è finita: ora si avanza l’Italia ufficiale, quella che lo dannò nel capo, per i moti di Genova, il 3 giugno 1834; quella che disdegnava il concorso di lui a Roverbella, il 4 luglio 1848; quella della scomunica, allorché era in armi, a Castelletto; quella che lo condannò all’esilio dopo il suo gloriosissimo esodo da Roma; quella del tradimento di Tre Ponti, quella che lo arrestò alla Cattolica; quella che gli vendè la patria, Nizza, mentre egli se ne conquistava un’altra in Sicilia; quella che tentò arrestarlo allo stretto di Messina; quella che cospirava contro di lui a Napoli, a Palermo, a Torino… dovunque; quella del 1866, cioè di Lissa e Custoza; quella che lo fucilò ad Aspromonte, che lo abbandonò e sconfessò a Mentana…
Re Umberto, all’annuncio ferale, aveva telegrafato fra i primi le sue auguste condoglianze a Menotti Garibaldi…
Fu una gara di tutte le autorità di terra e di mare (quelle del cielo, i preti, prudentemente si astennero) nell’imitare il loro sovrano.
Il cadavere per due giorni fu esposto al pubblico, vestito della fatata camicia rossa… Sul volto dell’estinto aleggiava un vago, pallido sorriso…
L’8 giugno, i funebri solenni.
Un drappo nero ricamato in oro, dono del municipio di Sassari, ricopriva la bara… La salma fu deposta nel cimitero di famiglia, accanto alle ceneri delle tanto rimpiante bambine Rosa e Anita, i cui nomi melodiosi ricordavano all’eroe quanto di più caro era stato al suo cuore: la madre e l’eroica compagna della sua gioventù di battaglie e di glorie. Il cannone delle navi tuonava: più forte ruggiva la tempesta; gli elementi scatenati pareva volessero inghiottire l’isola, accomunando la loro alla nostra disperazione.
Dalla tomba di Caprera, invano invocante il rogo, una voce ci grida ancora: “Date all’Italia l’opera di animi forti e il voto di oneste coscienze: siate cittadini gagliardi; io non vorrei, oltre la tomba, vivere ancora su questa terra nei marmi, se questa non avesse ad essere la terra del mio ideale, un’Italia cresciuta alla virtù dei liberi, una Italia degna dei martiri suoi, degna di aprire la nuova era nel mondo”.[2]
APPENDICE
Il filosofo Bovio, filosofo e poeta ad un tempo, in un suo discorso pronunziato a Bari, analizzando la figura storica di Garibaldi, ci rivela dei lati insospettati del grande carattere di lui…: “… Quest’uomo è assai più che un nome e disdegna accanto al suo nome qualunque aggiunta, come innanzi ai suoi fini disdegnava i partiti e gli espedienti. … se gli parlate di un re o di un presidente di repubblica, ei vi parlerà di nazioni; e se della grandezza di questa o di quella nazione, ci dirà che il cammino va più sopra, verso l’umanità. … Fine immediato della vita di Garibaldi fu la sovranità di ciascuna nazione; fine mediato la umanità, associazione finale di nazioni sovrane. Metodo: cominciar dall’Italia destinata ad una terza civiltà, e procedere ovunque. Mezzi: alzare la plebe a popolo, il popolo a nazione, la nazione ad umanità con le forze della plebe, della nazione, e di ogni nazione.
Se italiana la sua bandiera, la sua divisa potevasi dire cosmopolitana; quella foggia d’indumenti non era di nessuna nazione e avea di tutte. … Dalle nazioni salire all’umanità, dal diritto nazionale al diritto umano, dagli Stati autonomi alla cosmopolis… Nemmeno può il Nizzardo esser paragonato ad alcun eroe moderno… perché nessuno ebbe la universalità dei fini di Garibaldi. … Hegel moriva in quell’anno appunto in cui Garibaldi cominciava la sua missione. Quando il grande idealista tedesco aveva conchiuso la sua filosofia stimando la guerra migliore strumento di civiltà che non l’utopia di un codice delle genti, Garibaldi ordinava la guerra a conseguire quel codice delle genti… I filosofi contemporanei arrivavano contro la rivoluzione, all’organismo di Stato; Garibaldi perveniva, con la rivoluzione, all’organismo del’umanità. Kant aveva vagheggiato la pace universale; Garibaldi uno Stato universale, fondamento di quella pace. …
Gaetano Trezzo commemora Garibaldi a Verona…: “Un ideale lo sostiene e lo ciba… In terra straniera, facendo miracoli di valore inaudito, mostrandosi di pari generale e soldato, preparava all’Italia i difensori eroici del 1848. Non erano avventurieri, venduti ad un duce venduto, ma apostoli di una grande idea, la libertà delle nazioni…”
Ecco come il Villari narra di Napoli subito prima dell’ingresso di Garibaldi in quella città: “La città di Napoli era ancora occupata da un numeroso esercito borbonico… Nelle strade, nei vicoli di Mercato, di Porto Paladino; là dove le case si inalzano al sesto e settimo piano, e sono così vicine che sembrano toccarsi, le mura erano letteralmente coperte di bandiere tricolori, che uscivano d’ogni finestra. A Porto si friggeva, si comprava, si vendeva al grido di Viva Garibaldi! In alcune luride botteghe dei fondaci, si vedevano la sera, al lume di una fioca lanterna, uomini seminudi, che spelavano piedi e teste di animali lessi, cantando l’inno nazionale, e brandendo i coltelli gridavano: Viva Garibaldi! La polizia guardava stupefatta e taceva.
Giovanni Mestica pone in rilievo i lati poetici, sentimentali del carattere dell’eroe…: “Ogni affetto più nobile e gentile… aveva albergo in quel cuore. … Quante volte egli… a rischio della propria vita salvò l’altrui! … in un ospedale di Marsiglia… si è messo ad assistere i malati di colèra, che nel 1836 fieramente v’imperversava. … Veleggiava nei primi del 1852, capitano di un bastimento mercantile, per l’Oceano Pacifico del Chilì alla volta dell’Asia. … lo contrista un sogno pauroso. Gli par di vedere, giungendo nella terra natale, un mesto accompagnamento di persone e una bara coperta di drappo funereo. … guarda chi v’è sotto a quel drappo… È il volto di sua madre già freddo cadavere. E in realtà l’onorata donna moriva a Nizza, in quel giorno, in quell’ora appunto del lagrimevole sogno; e quel giorno era il 19 marzo natalizio di lui… Quel dì funesto che è stato l’ultimo a lui, due capinere si posarono sul verone della finestra della sua stanza. Il vecchio eroe, girando il languido sguardo bramoso della fuggente luce le vede: « – Sono le anime delle mie figliuole che vengono attorno al padre moribondo; non fate mancar loro da mangiare; date loro del miglio quando non sarò più »”
E Agostino Berenini, a Parma… esclamava: “… Egli, che lancia invettive incancellabili alla Curia di Roma, spera in un clero buono, evangelico, liberale. Lo venerano gli atei perché spinse lo sguardo nelle viscere della natura e ne trasse la sua fede; non lo esecrano i credenti, perché nelle forze della natura cercò e volle trovare Iddio. … la bandiera di Garibaldi era la difesa del debole e dell’oppresso, era il labaro della libertà e della giustizia. Garibaldi credeva: Iddio ha creato tutti gli uomini uguali dal grembo vergine di madre natura. La terra è grande ed ospitale per tutti: ovunque sorge una spica per l’affamato e vi è un raggio di luce per ogni intelletto… Ma la società ha violato le leggi della natura… È in questa fede che combatte, è per questa fede che vince; ed è la fede, più che il genio, che dà alle sue armi fortuna. E ovunque… scende in campo… per l’oppresso contro l’oppressore, per la libertà contro la tirannide, pel diritto contro la violenza, per la giustizia umana sempre…”
Il 3 giugno 1883, Felice Cavallotti commemorava Garibaldi, compiendosi l’anniversario della sua morte, al teatro Castelli in Milano…: “… E voi mi venite colle vostre analisi, coi vostri processi chimici a scrutare le cause di questo strano fenomeno del fascino di Garibaldi? … L’ultimo dei garibaldini vi potrà dar la risposta! Domandatelo ai soldati di Roma precipitantisi, nel dì della suprema ruina, dietro i passi e la fortuna del biondo condottiero che offre a chi lo segue: « fame, sete, fatiche, pericoli e morte ». Domandatelo ai salpanti da Quarto… Domandatelo agli artiglieri del Borbone, che là in Napoli, al Carmine… son presi da sgomento e restano inchiodati, lì immobili al passar dell’inerme, solitario trionfatore! Domandatelo ai vinti di Mentana, che nell’ultima ora, quando tutto è perduto, dietro a lui si slanciano all’ultima carica disperata, al tuono della sua voce: Venite a morire con me! Così, così, egli marciava fatato cavaliero, sempre dritto alla morte, con passo inesorabile! Questo era il suo fascino, questo il suo segreto. … O nobile, superbo sogno[3], perché incedi sì cauto e pauroso, per così piccole strade? Perché ad ogni tratto ti arresti, ad ogni svolto di via ti nascondi? Ecco l’armi ti han data la Lombardia: e già sei pago, e dimentico dei fratelli non redenti, già ti acconci col papa, confederato e protettore a Zurigo. Ma la mèta è più in là. Ecco il voler tenace dei popoli ti butta sulle braccia ritrose Emilia e Romagna e Toscana, pingue, gradito regalo! E tu contento lo accetti e già sei pago, e ti par toccar il cielo col dito, e fermi Garibaldi fremente alla Cattolica. Ma la mèta è più in là. Ecco i Mille salpan da Quarto; e devoti alla morte, in faccia al mondo, li sconfessi; vincitori, ti degni stendere loro la mano… per invitarli a fermarsi, a non passare lo Stretto! e già ti acconci ad aver confederato il Borbone! … Ecco anche Napoli senza tuo merito è tua. Ma la mèta è più in là. Manca Roma. Che tardi? Perché ne sbarri a fucilate la strada, e all’eroe, già alle porte, intimi di tornar dietro le file? … ma l’ombre dei martiri ti cacciano a Roma tuo malgrado, a urtoni, a spintoni. Ah, ci sei finalmente, per Dio! … Ed ecco secondo il costume, già sei pago… Hic manebimus optime, e non faremo un passo avanti di più…, anzi ne faremo qualcuno indietro… lunga è la via dell’uom del destino[4]… Chiunque altro al suo posto, a ogni tappa, si fermerebbe contento di aver tentato abbastanza la sorte e la gloria. … Egli solo non s’arresta e cammina! La mèta è pù in là! In questa inesorabilità del suo cammino, sempre vòlto a una mèta luminosa… è la grandezza di questo eroe… Ah sì, ripetetela pure questa parola ribelle con cui lo saluteranno le età più lontane… Perché, se il suo obbedisco vi ha imposto una responsabilità, le sue disobbedienze vi hanno salvato da molte altre! Eccolo in Palermo, dittatore, colla vittoria in pugno… Ah, fortuna per voi e per l’Italia che l’ora dell’obbedisco di Trento non era ancor giunta! … Eccolo a Milazzo: è il 25 luglio; la vittoria gli ha arriso ancora: la Sicilia è sua. … E in quel dì, un ufficiale d’ordinanza gli reca una lettera reale: è un invito a fermarsi, un ordine di non passare lo stretto, di non proseguire le operazioni sul continente. Ah, fortuna per voi e per l’Italia che l’ora dell’obbedisco non è giunta ancora! … – Garibaldi odiava i codardi, ma disprezzava ancor più i non sinceri. Non si accosti a quel marmo chi non intende la voce che da quel marmo si leva: perché l’eroe, se dall’urna risorgesse, gli ripeterebbe con Cristo: Costoro mi onorano col labbro, ma il loro cuore è lontano da me. E aggiungerebbe: Non datemi corone, se venite dall’avere rinnegato, ingiuriato il martirio! … se venite dall’aver commesso viltà; perché io qui vivo coll’ombre degli eroi; e pur oggi nel dì della mia morte, ho abbracciato di essi il più eroico e gentile![5] Sventura per l’Italia! Oh date a me, date a lei cuori che prendano il posto dei cuori che se ne vanno; datemi fiamme che prendano il posto delle fiamme che si spengono. Scaldate l’aria! scaldate l’aria! fa così freddo qui nel sepolcro! pare il gelo della nuova vita italiana.”
[1] Milano.
[2] Cavallotti, Ettore e Garibaldi.
[3] Qui Cavallotti pone in rassegna le indecisioni di sempre e gli ostacoli frapposti dalla morchia sabauda alle imprese di Garibaldi.
[4] Qui Cavallotti torna a descrivere Garibaldi.
[5] Alberto Mario, moriva il 2 giugno 1883, nello stesso giorno del generale, ad un anno di distanza.
Immagine di Copertina tratta da Mole 24.

