Garibaldi nella sua epopea – Parte 21 di 24

Achille  Bizzoni

Garibaldi nella sua epopea

(dal 1807 al 1882)

(scritto all’inizio 1900)

Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14

Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15

(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)

Parte 21 di 24

Capitolo 20° – Bordeaux ═ Caprera (1871)

Garibaldi, eletto deputato… si recò a Bordeaux. Il suo programma, che non potè spiegare alla Camera, per i rumori bestiali con cui fu accolto dai rurali, rappresentanti tutte le reazioni… in nome di santa Chiesa… aveva preventivamente spiegato in un breve scritto agli amici, il 13 febbraio…: “I.° Il mio voto è per la Repubblica: La Repubblica è il governo delle genti oneste… è il solo governo che può impedire alla Francia di avere una rivoluzione fra sei mesi, 2.° Come condizione di pace, lo statu quo ante bellum. Le spese di guerra devono essere pagate… particolarmente dagli imperialisti e dai preti…”

Garibaldi fu sempre repubblicano… E se in Italia scrisse sulla bandiera sua “Vittorio Emanuele”, gli è perché per lui la questione del governo era secondaria, importando anzitutto costituire la nazione, liberarla dallo straniero, e la monarchia doveva essere, come fu, lo strumento per ottenere lo scopo che egli, date le condizioni d’Italia, non sperava poter raggiungere con un governo popolare.

Garibaldi stesso scriveva al Movimento di Genova… in una lettera del 7 settembre 1870: “La nostra meta non sarà certamente di combattere i fratelli della Germania… Ma noi andremo a sostenere il solo sistema che possa assicurare la pace e la prosperità tra le nazioni… la Repubblica francese…”

Allorché la guerra minacciò di mutarsi in lotta intestina, si ritrasse inorridito… piuttosto che spargere una goccia di sangue cittadino…

Senza nulla chiedere, ritornò alla sua Caprera… inviava commovente un addio ai suoi compagni d’arme (13 febbraio 1871): “Ai valorosi dell’esercito dei Vosgi! Vi lascio con dolore, miei valorosi… Ritornando ai vostri focolari, raccontate alle vostre famiglie i lavori, le fatiche, i combattimenti che abbiamo sostenuti insieme per la causa santa della Repubblica. Dite loro soprattutto che avete un capo il quale vi amava come figli, orgoglioso del vostro valore…”

Garibaldi partì il 14 sera[1], accompagnato da Stefano Canzio e da pochi amici… Le popolazioni di Bordeaux, di Lione, di Marsiglia decretarono un vero trionfo all’eroe di Digione… Al suo capo di stato maggiore, Bordone, Garibaldi lasciava la lettera seguente: “Vi raccomando i nostri valorosi fratelli d’arme in generale… Vi raccomando in modo speciale le famiglie, le vedove, gli orfani di coloro che son caduti sui campi di battaglia… vi prego a nome dell’amicizia che ci lega e del patriottismo che vi distingue, di non trascurare il nostro giovine esercito, finchè potrà aver bisogno di voi, intatto o disciolto.”

I vinti, i patteggiatori venivano alla riscossa; Bonaparte era caduto; sopravvivevano onnipotenti i bonapartisti; caduto l’impero, i monarchici trionfavano. …

L’ammiraglio Penhoat sostituì nel comando dell’esercito dei Vosgi l’interim del generale Menotti…

Il disarmo degli italiani doveva avvenire a Macon… Chi scrive trovavasi, per dovere di servizio, un mattino del febbraio 1871, presso Ricciotti Garibaldi, allorchè pallido, esterrefatto, entrò un ufficiale della Commissione di Bordeaux, assicurando che alcune compagnie dei franchi tiratori avevano caricato le armi, minacciando di far fuoco contro chi avesse tentato disarmarle. Ricciotti si alzò e accorse… A sera, la splendida, la gloriosa quarta brigata non era più. La brigata Canzio, composta quasi esclusivamente di stranieri, non oppose difficoltà al disarmo. Dolorosamente commovente fu il disarmo dei franchi tiratori di Menotti, avvenuto ad Autun, qualche giorno dopo. Il mattino seguente, i battaglioni furono chiamati per l’ultima volta sotto le armi. Dopo l’ultima rivista, sfilarono recandosi verso il magazzino militare. Le fanfare intonarono il mesto e solenne canto della Marsigliese: tremila voci fecero coro; tutti indistintamente i soldati portavano, in segno di lutto, il fucile capovolto.

Alla sera, Autun era diventata silenziosa come un cimitero…

Quando l’assemblea fu riunita a Versailles, la Commissione d’inchiesta sul governo del 4 settembre, le commissioni di liquidazione e quelle dette dei mercati fecero sforzi inauditi per macchiare l’esercito dei Vosgi, il solo che seppe vincere, serbandosi intatto. … Il nostro capo di stato maggiore, Bordone… rispose vittoriosamente… in proposito scriveva: “Si può dire, senza timore di essere smentiti, che bastò spingere col piede l’edificio di fango e di sputi, perché crollasse nelle immondizie.”

Alle accuse di Bourbaki, ripetute dal Times di Londra, rispose Garibaldi stesso con una lettera al generale Fabrizi, che fu pubblicata dalla Riforma…: “Non è la prima volta che il Times mi colpisce a torto… io disprezzo simili pubblicazioni, da parte di un giornale universalmente diffuso, ma sempre scritto per colui che lo paga. … L’esercito dei Vosgi, il quale non si potè chiamare veramente così che negli ultimi giorni della sua esistenza, e allorché tutto era per così dire finito, tranne duemila italiani, qualche centinaio di spagnuoli, greci e polacchi, un migliaio di franchi tiratori di Ricciotti, due battaglioni di mobili, un po’ d’artiglieria, vale a dire un totale di sette od ottomila uomini, non aveva truppe sulle quali si potesse contare, perché di recente formazione, male armate. Con quel pugno d’uomini, l’esercito dei Vosgi ha fatto rispettare Dôle, Autun, la più gran parte della Borgogna; e però, dietro il suo cordone leggiero, ma vittorioso, poteronsi effettuare i due movimenti di fianco da Chagny e Orléans, ove il generale Cronzat accorreva a rafforzare l’esercito della Loira con 40.000 uomini, e quello del generale Bourbaki, che, distaccato dal grande esercito della Loira battuto a Orléans, mettevasi in marcia per Belfort; movimenti resi possibili dal povero esercito che io comandavo. Quei movimenti bene concepiti, ma male eseguiti, ebbero la sorte che tutti conoscono; e l’esercito dei Vosgi, occupando onorevolmente le posizioni del centro, era nell’impossibilità assoluta di cooperare alle azioni militari degli eserciti suddetti. L’esercito dei Vosgi, lasciato lungamente in uno stato d’abbandono, con alcuni dei suoi battaglioni senz’armi o armati di ferravecchi, con poca cavalleria e artiglieria, non fu mai in nessuna circostanza soccorso dagli altri eserciti; esso, al contrario, sostenne la ritirata del generale Cremer battuto a Nuits, disponendo la sua quarta brigata fra il nemico e l’esercito suo, che si scaglionava fra Nuits e Beaune. Il passaggio dell’esercito di Manteuffel al nord, per soccorrere quello di Werder era conosciuto da me come dalle mie quattro brigate; la seconda, comandata dal colonnello Lobbia e la quarta comandata da Ricciotti, manovrarono congiuntamente a tutti gli altri corpi di franchi tiratori, ed erano distaccate per contrariare la giunzione dei due eserciti. Lobbia, Ricciotti, i franchi tiratori fecero prodigi, e furono più di una volta sul punto di essere circuiti e schiacciati dalle forti colonne nemiche. Col resto dell’esercito noi occupavamo Digione, e coloro che assistettero ai seri combattimenti del 21, 22 e 23 gennaio sanno se noi avevamo forze sufficienti per distrarne una parte e mandarla in soccorso a Bourbaki sotto Belfort. … Perfettamente al corrente dell’ingrossare delle forze nemiche nell’Est, dopo la capitolazione di Parigi, mi son visto costretto… di abbandonare questa città[2]… La mia ritirata si effettò il I° febbraio, e il medesimo giorno io ricevetti dal generale Clinchant, successore di Bourbaki, l’annunzio che era accerchiato dal nemico. Senza attendere un istante… partii con tutto ciò che potei condurre delle mie truppe; arrivai a Lons-le-Saunier… Da tutto ciò che precede, vedrete che il dispiacere dei gesuiti e dei loro soci è ben fondato. Aggiungo solamente che il generale Bourbaki, co’ suoi 120.000 uomini, ebbe abbastanza buon senso per non chiedermi mai soccorso per il suo esercito.”

I generali prussiani rendevano a Garibaldi quella giustizia che il militarismo bonapartista gli negava. Il generale Manteuffel, capo di stato maggiore tedesco… scriveva: “La tattica del generale Garibaldi va notata specialmente per la sorprendente rapidità delle mosse, per le sapienti disposizioni durante il combattimento, per l’energia e impetuosità dell’attacco… il generale non dimentica mai l’obbiettivo del combattimento: quello di scacciare il nemico dalle posizioni occupate, mediante assalti rapidi, vigorosi, risoluti. La prova della sua abilità l’avemmo nel fatto d’armi che illustrò, non solo l’eroismo dei nostri soldati, ma fece rifulgere il valore dei garibaldini. Il 61° fucilieri ebbe sepolta la sua bandiera sotto un mucchio di morti e feriti, perchè non gli fu possibile sottrarsi alla impetuosità de’ soldati, alla celerità delle mosse di Garibaldi. … se il generale Bourbaki ne avesse seguito i consigli, la campagna dell’Est sarebbe stata la più fortunata delle armi francesi nel 1870-71. L’insipienza del generale francese ci evitò molti imbarazzi.”

Più laconico, il generale Kettler scrisse: “Se il generale Garibaldi avesse comandato gli eserciti francesi, la bandiera del 61.° non sarebbe stata la sola da noi perduta!”

Ingratitudini! … lo dicono quasi tutti gli storici di Garibaldi, scandalizzati dalla campagna di denigrazioni iniziata dai preti, continuata dai soldati di Bonaparte reduci dalle fortezze Prussiane, erettisi a giudici del generale che non aveva capitolato, ma aveva vinto e serbato intatto il suo esercito alla repubblica. …

A Digione non solo si intitolò una delle principali vie: “Avenue Garibaldi”… nell’ottobre del 1875 la città di Digione aveva eretto un monumento a Garibaldi, al suo esercito dedicato. … L’artista[3] aveva vagamente delineato sul capo dell’eroina un berretto frigio[4] appena sospettabile. Quel sospetto di berretto frigio fu pretesto alla condanna del monumento. Il signor Buffet, allora ministro… ordinò che la statua fosse abbattuta. … Dei soldati del genio furono incaricati dell’esecuzione. … I miseri rottami di quella splendida opera d’arte[5] furono caricati su un carretto e occultati sotterra, come infetti. Ma non furono tanto bene occultati… vennero religiosamente distribuiti fra la popolazione, che li serbò… Ciò avveniva il 27 ottobre 1875.

Il signor Dormoy soggiunse: “… Il 30 ottobre 1880, la statua[6] fu eretta sul suo piedistallo, nella stessa piazza, egualmente raffigurata, e col suo berretto frigio.”

EPILOGO

L’APOTEOSI

Capitolo I.  –  Il dono nazionale  (1871 – 1873)

L’eroe di Digione, scriveva de’ mediocri romanzi… per vivere! …

Allorché abbandonava la villa di Fino presso Como, ripudiando la sposa di un’ora, la marchesa Giuseppina Raimondi… Fu nuovamente padre nelle solitudini della sua isola; padre di una bimba, Rosa, che presto andò a raggiungere Anita nel poetico cimitero di Caprera, una bimba sbocciata alla luce prima ancora della campagna del 1859 e subito morta. A Caprera due tombe di due bimbe, che coi loro melodiosissimi nomi ricordavano i più grandi affetti del più affettuoso fra gli uomini: la madre e la indimenticabile eroina di Rio Grande… Sopravvissuti alle sorelline spente anzi tempo, Clelia e Manlio e, a Garibaldi carissima, la madre loro, Francesca Armosino. … Scrisse i suoi tre romazi: “Clelia, Cantoni il volontario, I Mille. Ma il disagio perdurò… Un grido scosse l’Italia: “A Caprera si manca di pane! … e il ministro Minghetti… intervenne presentando, il 19 novembre 1874, un progetto di legge al Parlamento… Il Senato all’unanimità votò il progetto; lo votò la Camera, con venticinque voti contrarî (!), e il 27 la Gazzetta Ufficiale pubblicava il seguente decreto: “… è autorizzato il governo del re ad iscrivere sul gran libro del debito pubblico dello Stato una rendita di cinquantamila lire annue del consolidato cinque per cento, con decorrenza dal I° gennaio 1875… un’annua pensione vitalizia di altrettante cinquantamila lire, con la stessa decorrenza…”

Garibaldi, sorpreso della tardiva riconoscenza degli alti poteri dello Stato, incaricava l’onorevole Mancini di rifiutare la donazione nazionale in suo nome.

Pochi giorni dopo scriveva a Menotti, il 31 dicembre 1874: “… le centomila lire, pesandomi sulle spalle come la camicia di Nesso[7]… ne avrei perduto il sonno, avrei sentito ai polsi il freddo delle manette: le mani calde di sangue; ed ogni volta che mi fossero giunte notizie di depredazioni governative e di pubbliche miserie, mi sarei coperto il volto dalla vergogna. Ai nostri amici ed al Parlamento in generale, immensa gratitudine; cotesto governo però, la di cui missione è di impoverire il paese per corromperlo, si cerchi dei complici altrove.”

Garibaldi… non fu mai povero, peerchè non sentì mai il bisogno delle ricchezze…

Il 10 novembre 1874 aveva scritto a Riboli[8]: “… Io giammai fui povero… dal tempo quando, servendo le Repubbliche americane, io possedevo una sola camicia di ricambio sotto la sella del mio cavallo, a quello in cui fui dittatore delle Due Sicilie. … Gli stranieri, massime gli inglesi, mi furono prodighi di vistosissimi doni – tali come la metà di quest’isola, che comprarono e mi regalarono – una magnifica goletta che, per non aver mezzi di mantenerla, io vendetti al governo italiano, e non riscossi che l’ottava parte del valore della stessa – avendo un signore Antonio Bò, intermediario nella transazione, e che si diceva fidatissimo del governo, rubato i sette ottavi di codesto valore. Gli americani pure mi furono generosi di sussidi – ed ultimamente il mio amico John Anderson di Nuova York m’inviò mille dollari. … Io accettai l’offerta generosa del dottore Ross – non realizzata… quella di mille lire annue dal municipio di Reggio Calabria – mille lire annue dal municipio di Salerno – mille lire dal mio amico Delfinoni di Milano – cento lire dalla Società operaia di Guastalla – duecento lire dalla signora Santa Cadet – lire cinque dall’operaio Giulio Mancinelli e lire cinquecento dal municipio di Velletri. Tutto ciò basta a farmi ricco ed a mettermi nel caso di non dover accettare ulteriori sottoscrizioni…”

Fin dal luglio del 1873, aveva indirizzato ai deputati di sinistra un manifesto pubblicato dal Popolo di Genova… In quello scritto era dichiarata guerra ad oltranza alla fazione moderata, colpevole del malgoverno, di tante violazioni della libertà, di tante sconfessioni dell’italianità delle provincie irredente, di tante vessazioni del popolo e, per usare d’una sua frase, si avrebbe preferito “il taglio della mano” all’accettazione del dono proposto “dall’uomo brutto del sangue dei torinesi”.

Il 22 luglio 1873, da Caprera, scriveva quel manifesto: “… Noi conosciamo la via dell’esilio, della prigione, e molto da vicino l’abbiamo veduta la livellatrice dell’insetto uomo; e se consigliammo sempre la concordia e la moderazione, non fu certo per timore dei cimieri, dei sciaboloni e dei Krupp. … Che non vengano a parlarci d’ordine i grassi divoratori delle sostanze nostre; gli uomini d’ordine siamo noi, che vogliamo vivere col sudore della fronte. Essi gli sfrenati spartani, preti o consorti, tengono coi loro sgherri corrotti e prostituiti il mondo sconvolto, e la Francia e la Spagna sono travolte coll’oro e coi complotti da codesto strazio del genere umano. …”

Capitolo II.  –  A Roma  (1874 – 1877)

Sullo scorcio dell’anno 1874, gli elettori d’Italia furono chiamati ai comizî. … Garibaldi fu proclamato eletto nel primo collegio di Roma. Accettò il mandato… Due propositi ve lo spingevano, oltre il disimpegno del suo mandato: una nuova battaglia in pro’ di Roma; il desiderio illimitato di annullare il suo matrimonio con la marchesa Giuseppina Raimondi, onde poter liberamente legittimare i suoi due ultimi figli Clelia e Manlio…

La battaglia che si proponeva di combattere in favore di Roma era ancor più ardua di quelle pugnate sotto le mura di San Pancrazio. Quante cupidigie, quanti interessi, quante ambizioni e inimicizie da sgominare!

Nella lotta contro i cardinali dell’ingegneria, contro l’apatia e la malevolenza dei molti e del governo di Minghetti, il generale aveva sentito il bisogno di fondare un giornale proprio, specialmente dedicato alla difesa de’ suoi progetti di risanamento dell’Agro Romano, alla creazione del porto di Fiumicino, dell’analogo canale tra Fiumicino e Roma.


[1] Il 14 febbraio 1871.

[2] Digione, ovviamente.

[3] Lo scultore Cabet.

[4] Il berretto adottato dalla Rivoluzione francese – il bounet rouge – diventato un simbolo dei rivoluzionari.

[5] La Difesa nazionale sotto l’aspetto di una donna che stringeva nella sua mano sinistra una bandiera, nella sua destra una spada infranta.

[6] L’artista aveva donato il piccolo modello della statua alla signora Robin.

[7] Si dice di una condizione angosciosa, di un tormento da cui sia impossibile liberarsi, in riferimento alla tunica intrisa del sangue di Nesso che Deianira fece indossare a Eracle, provocandone la morte fra atroci sofferenze.

[8] Da lui incaricato di pubblicare la sua ultima lettera di non accettazione.

Immagine di Copertina tratta da Sardinia Island Tour.

Lascia un commento