Garibaldi nella sua epopea – Parte 19 di 24

Achille  Bizzoni

Garibaldi nella sua epopea

(dal 1807 al 1882)

(scritto all’inizio 1900)

Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14

Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15

(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)

Parte 19 di 24

Capitolo 14° – L’esercito dell’est (1870-1871)

Se il generale Cremer e il colonnello Bourras avessero sinceramente combinato le loro operazioni con quelle di Garibaldi, le vittorie del piccolo esercito dei Vosgi sarebbero state complete; ma sventuratamente così non fu.

Cremer non si trovò al combattimento di Paques e Prenois, sull’altopiano di Lantenay, né all’attacco di Digione, né alla difesa di Autun.

Nel Nord e nell’Ovest gli eserciti francesi perdevano Amiens il 30 novembre e Rouen il 6 dicembre. Sulla Loira i tedeschi prendevano ad Arselle il ponte d’Orléans. Infine Ducrot, dopo avere giurato, uscendo da Parigi, di non ritornare che morto o vittorioso, vi ritornava vivente e battuto. I tedeschi, che avevano tremato a Versailles, ripresero l’assedio di Parigi con maggiore fiducia. Cosa curiosa, soggiunse il signor Dormoy… è l’esercito peggio organizzato, il più piccolo fra i cinque eserciti, ch’è meno maltrattato, e precisamente perché assunse l’offensiva. Gli altri quattro lasciarono al nemico bandiera, cannoni, migliaia di prigionieri. Noi invece riportammo tutti i nostri cannoni, tutte le nostre compagnie, più di trecento prigionieri tedeschi, e non cedemmo un palmo di terreno.

Fui chiamato dal generale Menotti, del cui stato maggiore facevo parte: “ – Bisogna che rimontiate subito a cavallo e vi rechiate a Molinot prima… poi vi recherete colle due compagnie ad Ivry… partirete per Bligny a vi farete alto. … ripartirete per Beaune…”… La neve cadeva tanto larga e fitta… non mancavano neppure tratto tratto le monotone cantilene… Poi una bella voce di tenore a intonare, sul noto inno di Garibaldi… la strofa seguente, riduzione di un anonimo poeta soldato:

L’esclave irritè à la fin se lasse!

De ces fiers tyrans effacons la trace,

Que le monde entier detruise leur race,

Soyons tous unis, peuples valeureux !

Bientôt délivrès de la guerre impie,

O peuples formons une seule patrie

Et l’Europe entière à jamais unie

Oubliera bientôt les jours malheureux !

A nous l’Italie, vive la patrie,

C’est Garibaldi que craint l’ennemi !

… A Bligny giungemmo all’alba, stanchi, affamati, pieni di sonno e per giunta discretamente inzuppati.

Il giorno seguente eravamo a Beaune. … lunghe file di giovani soldati… schierati per le vie attendevano d’essere caricati sui treni di ferrovia per partire in ritirata alla volta di Chagny. – Come, noi giungiamo ed essi partono? … Ma perché chiamarci quando la ritirata era decisa? … M’affrettai alla ricerca del generale Cremer per chiedere ordini, ma era introvabile… Il sottoprefetto… mi informò che il giorno innanzi Cremer… era stato attaccato violentemente… i nuovi reggimenti francesi… dopo una lotta ostinata, dovettero mettersi in completa ritirata…

Il mattino seguente in Beaune non v’erano più che i franchi tiratori miei. L’esercito di Cremer era scomparso.

Garibaldi disponeva, alla fine di dicembre, di circa sedicimila uomini… Il piano di campagna dell’Est… imponeva all’esercito dei Vosgi di coprire, mascherare il passaggio del secondo esercito della Loira, comandato dal generale Bourbaki, dalla valle della Loira nella valle della Saona (La Saona o Sona, in francese Saône, è un importante fiume dell’est della Francia, principale affluente di destra del Rodano). Infatti, fra il 15 e il 27 dicembre le truppe d’avanguardia dell’esercito dei Vosgi scaramucciavano contemporaneamente a Saulieu, Semur, Château-Chinon, Pouilly, Chauceaux, Lorme, Courson, Coulange-sur-Yonne, Cussy, Rouvray e Precy, sloggiando i prussiani dalle posizioni di Nuits-sous-Ravière, Noyers e Montbard.

Per il suo concentramento a Chagny, l’esercito della Loira assorbiva tutto il materiale di ferrovia, e Garibaldi non riceveva più né cappotti, né scarpe… Le munizioni da guerra bisognava rintracciarle in lontane stazioni… e trasportarle su carri e carrette per mancanza di carrozze ferroviarie.

Il 3 dicembre un falso allarme aveva fatto temere al generale Bourbaki e al generale Cremer, i quali essendo alla testa di un esercito di centoquarantamila uomini, non avevano in quel momento davanti che i trentacinquemila di Werder; aveva fatto temere, dico, un ritorno offensivo dei prussiani contro Digione. Da dove? Garibaldi, avvertito dal governo e dal signor Serre… vi accorse immediatamente solo, senza truppe… Giunto a Digione, potè constatare che il pericolo temuto non esisteva; ed essendogli stati rifiutati i mezzi di trasporto per le sue truppe dalla’amministrazione ferroviaria, telegrafava sdegnato a Bordeaux…: “Impossibile far marciare i soldati senza cappotti; io ritorno ad Autun.”

Pochi giorni dopo l’occupazione di Digione, Garibaldi riceveva l’ordine di difenderla inébranlabrement[1]

Il 9 gennaio Bourbaki è a Montbozon: ha impiegato quattordici giorni, una media di cinque chilometri al giorno, a percorrere la breve distanza. Finalmente, il 19, incontra il nemico a Villersexel. Non ha davanti a sé che le truppe di Werder; Zastrow non è ancora giunto, perché trattenuto dai volontari dell’esercito dei Vosgi, sulla linea Saulieu-Montbard, a più di centotrenta chilometri.

Il signor De Serres, dal campo di Bourbaki, scriveva ringraziando l’esercito dei Vosgi per aver mantenuto immobile l’esercito di Zastrow, e additando per l’avvenire l’altopiano di Langres come futura base d’operazione; ma è da domandare perché quello che si chiedeva ai sedicimila uomini di Garibaldi, impegnati nella difesa di Digione, non lo si pretendeva dal generale Meyère, i cui quarantamila uomini non avevano ancora scaricato un fucile durante tutta la campagna, e poltrivano inoperosi dietro le mura di Langres.

Capitolo 15° – Talant (1870-1871)

Non so precisare bene la data (mi sembra il 27 dicembre 1870): il generale Menotti si era recato da Arnay-le-Duc, dov’era il suo quartier generale, ad Autun per conferire col padre; io l’accompagnavo. Entrarono dal generale Garibaldi, nella camera del quale mi trovavo, il colonnello comandante del personale telegrafico e il colonnello pagatore M.r Baumez, per comunicargli un telegramma giunto in quell’istante. Dijon evacuata dal nemico! … In quel mentre giungeva un dispaccio di Cremer confermante il telegramma…

Il generale Menotti, spiccò il capitano Baghino per levare dal loro accantonamento i Francs Tireurs Réunis, e farli marciare su Digione, che fu primissimamente occupata da noi, in attesa di Bourbaki[2]. Il quartier generale di Menotti, frattanto si trasferiva a Vandenesse, a pochi chilometri da Digione. …

Garibaldi occupava già Dijon col quartier generale, e noi ricevevamo ordine di raggiungerlo; il grosso della brigata si arrestò a Plombières, e il generale Menotti, accompagnato da me, procedette per Digione. …

Al colonnello Canzio era stato affidato il comando di una brigata composta di egiziani, di greci, di spagnuoli, di italiani – il bellissimo battaglione Perla – ed altri corpi stranieri… Il comando del quartier generale in sostituzione di Canzio, doveva essere assunto dal maggiore Fontana. Il capitano Orense, promosso maggiore, doveva prendere il comando della legione spagnuola…

Ricordate la notte terribile del nostro attacco a Digione? La marea dei mobili fuggenti ingrossava, la grandine delle palle nemiche tempestava; i più valorosi s’erano sentiti infiacchire, vivi e morti, sani e feriti cadevano nella mota o vi si gettavano; egli, ritto sulla vettura, trascinata a mano da pochi fidi, intonava il canto sublime, che scosse il mondo e il mondo percorse vittorioso… E a chi voleva farlo retrocedere onde salvare la sua vita preziosa: “Volete farmi ferire alle spalle?”, rispondeva irritato. … L’armistizio Favre, consegnandoci come branco di montoni al vincitore, ci costrinse ad abbandonare la patriottica Digione, da noi inutilmente difesa ad oltranza…

Alla brigata Menotti fu assegnata dal generale la difesa di Talant. …

Le nostre alture, a poco a poco, si munivano di cannoni, che finalmente il governo s’era deciso ad inviarci… Il dì 16 gennaio, Ricciotti giungeva co’ suoi franchi tiratori, dopo ventisette giorni di marcie e contromarcie e continui fatti d’armi… A Baigneuz-les-Juifs, Ricciotti aveva nuovamente sorpreso gli avamposti nemici e fatto numerosi prigionieri. Il nemico, intimorito dall’apparizione dei garibaldini, abbandonò Auxerre, e non osò rioccuparla se non allorquando i franchi tiratori furono lungi. …

Intanto, scrivevo or sono trent’anni, il nemico ingrossava sempre sulla nostra fronte, Is-sur-Tille era fortemente occupata. …

La mattina del 17, il generale Garibaldi, uscito in ricognizione, com’era suo costume, essendosi spinto verso Is-sur-Tille, si scontrò nelle vedette nemiche, le quali all’apparire della debole scorta, da cui era accompagnato, si ripiegarono. … il mattino seguente, ad onta della neve che cadeva a larghi e fitti fiocchi, tutto l’esercito dei Vosgi si mise in marcia nella direzione di Is-sur-Tille. … Dalle alture, coi cannocchiali, si distinguevano le grosse avanguardie nemiche. … le forze nemiche erano imponenti. Sarebbe stata follia attaccarle… Era quindi miglior consiglio ritornare sui nostri passi… A sera occupavamo le posizioni primitive intorno a Digione. Ormai non potevamo più dubitare che l’attacco contro di noi era imminente. …

Menotti, appena avvertito dal telegrafo di Digione, il 20 gennaio, dell’ingrossare del nemico a Sainte Seine, mi ordinò di montare a cavallo con una decina di chasseurs… onde attingere sull’essere del nemico più ampie e precise informazioni. …

Il contegno delle truppe, malgrado un freddo a diciotto gradi, era veramente ammirevole. … Per lungo tratto la strada da noi battuta era quella già fatta e rifatta la notte terribile del nostro attacco a Digione. … Attraversato Darois… in breve ora giungemmo in vista di Val de Suzon. … Perlustrata diligentemente la strada… non un solo casco ci fu dato intravvedere, sì che, ritornando a Talant… io potei quasi accertare il generale che in quel momento il nemico non si sarebbe mosso.

Capitolo 16° – La giornata del 21 gennaio (1871)

Ben tristi erano le notizie che ci giungevano da ogni dove sulle condizioni di tutti gli eserciti francesi. … Garibaldi in quei giorni scriveva: “… La condizione della Francia, com’è ritratta dal pessimismo, sembra fosca. Eppure, non è così: questo paese è tutt’altro che sconfortato. Esso non fu rovesciato da Sedan, da Metz, né da tutte le turpitudini bonapartistiche e pretesche, e quand’anche la sua eroica capitale fosse obbligata a cedere, dopo una settimana di sgomento la nazione riprenderebbe la maschia risoluzione di resistere ad oltranza. … Qui pure esistono in gran numero gli scarafaggi contrari naturalmente alla Repubblica, che, facendo causa comune con tutta quella scabbia che si chiama bonapartismo, legittimismo, ecc., tutta nera famiglia più o meno nociva e codarda, riassume l’infame sua vita nell’adorazione del ventre. … La parte generosa e cavalleresca di questa Nazione la porterà a non piegare il ginocchio davanti allo straniero giammai… Gli eserciti prussiani… oggi sono titubanti davanti a questi sans culottes del 1870… negli scontri parziali non è difficile veder forti colonne nemiche davanti a pochi franchi-tiratori cedere il terreno. La Francia ha due milioni di uomini sotto le armi, ed un terzo milione che si sta armando. Le sue ricchezze sono immense… L’entusiasmo nazionale va progredendo in ragione della durata dell’occupazione straniera, dei soprusi, degli oltraggi ricevuti. … non avrei mai creduto, nella povera mia vita, poter giungere quasi alla fine, e servire ancora fra i generosi la santissima causa della Repubblica, e ne vado superbo.”

Sventuratamente, le generose speranze dovevano troppo presto essere deluse dall’armistizio concluso tra Favre e Bismarck… Purtroppo, ancora una volta la reazione prevalse sulla parte generosa e cavalleresca della nazione…

La giornata del 20 gennaio… ricevetti l’oedine di recarmi a Pont de Pany, dove avrei trovato i franchi tiratori di Oran e attinte notizie sicure sull’avanzarsi del nemico…

Quando fummo all’altezza di Fleury-sur-Ouche… scorsi una lunga striscia nera che s’avanzava lenta lenta lungo la ferrovia. … Dato di sprone, affrettammo la corsa per giungere in tempo a prevenire il generale. Ma ben presto ci accorgemmo d’essere in ritardo… All’altezza di Velars, la ferrovia correva a cinquecento metri da noi ed era completamente coperta di nemici… anche Plombières era già occupata dal nemico… Non ci restava altro scampo che abbandonare i cavalli e tentare di inerpicarci sulla collina. … scorgiamo alla nostra destra una specie di burrone… di fianco al burrone, un angusto sentiero… Su! quattro speronate, e i nostri bucefali s’arrampicarono veloci come camosci, mandando scintille con le zampe ferrate. … Quando fummo sull’altura, salvi per il momento, lasciammo fiatare i cavalli pochi secondi; quindi, nuovamente al trotto serrato, ci dirigemmo verso Digione. Scorgevamo Talant. Superbo, vomitando fuoco contro le opposte alture da cui lo fulminavano le batterie nemiche. … Talant e Fontaine, visti dalle alture, da noi percorse, erano splendidi; alle batterie nemiche, che tempestavano di granate, rispondevano con un fuoco terribile… Quando fummo alla porta Guglielmo, che mette sulla strada di Parigi… ci si offerse uno spettacolo straziante e sublime ad un tempo. Una cinquantina di vetture con la croce rossa… andavano vuote e tornavano cariche di feriti, a cui donne, uomini e anche parecchi preti porgevano soccorsi, portavano da bere.

Lungo la strada del cimitero ai piedi di Talant, era una lunga fila di carrettini, di barelle; veniva poi un doloroso corteo di feriti portati a braccia, di altri aggrappati ai loro compagni che, pietosi, li sorreggevano per trascinarli lungi dal combattimento. E sparsi, incurati, sui lembi della strada i cadaveri di giovani volontari e di mobili adolescenti, in atteggiamenti pieni di abbandono, molti col sorriso sulle labbra, orribile contrasto col sangue di cui erano intrisi e con le larghe ferite per cui erano caduti fulminati.

… il nemico, sempre più numeroso, sempre più compatto, invadeva i vigneti, che sembravano in fiamme, tanto era viva in quelle ultime ore del giorno la fucileria. Per salvare la giornata, bisognava salvare Fontaine. Porto l’ordine di Menotti al colonnello Ravelli di accorrere con due battaglioni… Mentre ascendevo la collina, vedevo i due battaglioni correre al nemico… un fuoco terribile li accolse, non si scossero e caricarono alla baionetta. Fu l’affare di un quarto d’ora, e Fontaine era salva; ma a qual prezzo! Fontaine salvata, la vittoria fu nostra. …

Intanto che la colonna rientrava lentamente in Digione… le ambulanze scendevano dalla città verso il campo, primissima quella della signora Mario. Ma, giunta alle case sotto Talant, furono accolte da una scarica di nemici. Il cocchiere della prima ambulanza, che stava al fianco della signora Mario, è trafitto da una palla… La Mario, veramente eroina, abbranca le redini ed incurante del fuoco dell’avamposto nemico, frusta ed entra trionfalmente nel campo Prussiano; fa riconoscere le ambulanze in mezzo alle fucilate, e la notte passa fra quei feroci soldati… Quanti non le dovettero la vita in quella gelida notte! … L’esempio della signora Mario da altre, da altre molte fu imitato; e furono vedute donne digionesi errare, coraggiose suore di carità, per la campagna, munite di lanterne, in cerca di infelici invocanti conforto. …

Al quartier generale, abbiamo la spiegazione della molle difesa di Fontaine: il generale Bossak-Haukè era morto o prigioniero… Povero Bossak! … Nobile cuore, scampato cento volte alla morte, allorché si battè per la sua patria, la dimenticata Polonia, doveva morire, proscritto, per la repubblica, nella bella terra di Francia! Fu lungamente rimpianta fra noi la perdita di quel difensore della libertà, che al valore eroico accoppiava gentilezza di fanciulla. Era bello, della maschia bellezza dei leggendari cavalieri lituani! Lasciò dietro di sé una vedova desolata, giovane madre.

Una tristezza indomita vi assale in presenza dei numerosi cadaveri disseminati sul campo. Giovani baldi, pieni di vita e di speranza al mattino, correnti spensierati al nemico, freddi, inerti alla sera… e fra i numerosi soldati perduti in quello scontro moriva, trapassato da una palla, il giovinetto Imbriani. Bello, intelligente, generoso, circondato dall’affetto della famiglia che l’adorava, prometteva per il cuore e per l’ingegno uno splendido avvenire. Una cieca palla troncava d’un colpo il filo di quella vita, di quelle speranze, di quegli affetti.

Le perdite più gravi furono toccate dalla legione Tanara… Occorrerebbero volumi per narrare gli episodi di quella terribile giornata… Il dì seguente, tutto coperto di croci di bianco abete era il cimitero di Digione…

L’entusiasmo, la riconoscenza, l’ammirazione di quei[3] buoni abitanti erano al colmo. Le botteghe furono quasi dappertutto lasciate aperte, perché i soldati vi potessero trovare asilo contro gli inclementi rigori della notte. … – Oh! les braves garçons!…, sentivate esclamare lungo le vie… “Oh! le brave général!”, esclamavano ad ogni tratto parlando di Garibaldi… “Si les généraux français etaient comme lui!”. …

Mi fu dato di vedere il generale in quella notte: era grave, solennemente grave nell’aspetto. Le perdite subite lo avevano profondamente rattristato, ma era pieno di fiducia nell’esito finale della nostra difesa. … Alle due dopo mezzanotte, giunse la signora Mario, annunziando che i prussiani, raccolti i loro feriti, si erano ritirati e che essa era stata lasciata libera di ritornare con le sue ambulanze. …

Giunsero al quartier generale alcuni signori, uno dei quali si annunziava sindaco di Digione: con essi era il generale Pellissier. … il sindaco presentò al generale un consigliere comunale di Digione, che asseriva di aver parlamentato col generale nemico, il quale lo aveva incaricato di intimarci lo sgombero immediato della città, altrimenti il giorno seguente avrebbe bombardato Fontaine, Talant, Digione e incendiato i villaggi vicini. Sorrise il generale alla gradassata Prussiana… E Garibaldi, congedando cortesemente i magistrati cittadini, fu giustamente severo col Pellissier, che “ad un vecchio stanco per faticosa giornata di battaglia osava consigliare una viltà”.


[1] Fermamente, senza cedimenti.

[2] Perfino la priorità dell’occupazione di Digione ci fu contrastata dai capolardi clerico-bonapartisti!!

[3] di Digione.

Immagine di Copertina tratta da Wikimedia Commons.

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