PIETRO BEMBO
Coro – O sventura immensa! Ti prego, raccontaci tutto.
Serva – Come uscì Massinissa, La Regina ordinò di ornare tutti gli altari del palazzo. Lavò il suo bel corpo nell’acqua del fiume e indossò preziose e bianche vesti. Era la creatura più bella che mai il sole avesse potuto ammirare. E, mentre offriva a Giunone, per ottenerne il favore alle nozze, ecco un uomo di Massinissa con in mano una coppa ricolma di veleno e, alquanto conturbato, disse alla Regina: Madonna, il mio Signore mi manda a voi per dirvi che avrebbe mantenuto volentieri la sua promessa di matrimonio, ma, costretto con la forza da altri, vuole tenere fede alla sua seconda promessa, che non sarete consegnata viva ai Romani. Ciò udito, la Regina porse la mano e prese arditamente la coppa, con queste parole: dirai al tuo Signore che la sua nuova sposa accetta volentieri il primo dono che le manda, poiché non le può offrire cosa migliore. Rimase alquanto con la coppa fra le mani e aggiunse: Per nessun motivo si deve rinunciare di rendere onore a Dio (Giunone) e, riposta la coppa, si apprestò a fare le oblazioni, pregando: O Regina del cielo, prima che io muoia sono venuta a offrirvi questi doni e queste mie ultime preghiere, assai diversi da quelli che pensavo di fare. Ora vi prego, salvate mio figlio, che rimarrà senza padre e senza madre, prima ancora di compiere due anni. Liberatelo dalla schiavitù, non come faccio io, ma in modo più felice. E che gli anni sottratti alla mia vita siano aggiunti alla sua. Abbiate anche pietà di queste mie fedeli ancelle che io lascio fra lupi affamati. Difendete il suo onore e la sua vita. Detto questo, si allontanò e, visitati tutti gli altari, fece ritorno alla sua camera dove, senza altro attendere, bevve il veleno, tutto, sino al fondo della coppa. Ma ciò che ha più sorpreso, è che ha fatto tutte queste cose senza una lacrima o un sospiro e senza perdere il suo colore. Quindi si volse, prese da una cassa un bel drappo di seta e uno di lino, dicendo: Donne, quando sarò morta, avvolgete il mio corpo in questi panni e dategli sepoltura. E, distesasi sul suo letto, sospirò forte e disse: O letto mio, ove deposi il fior della mia vita, stai in pace. D’ora in poi dormirò nella terra l’eterno sonno. Quindi, voltasi al figlio che piangeva, lo prese in braccio con queste parole: O figliolino, tu non sai in quale stato stai per cadere. C’è dolcezza nel non conoscere il male che ti attende. Dio voglia che tu sia più fortunato di me e di tuo padre. Detto questo, se lo strinse al petto e lo baciò teneramente in fronte, mentre bagnava il bel viso di rugiadose lacrime. Ciascuna di noi piangeva così forte da non riuscire più a parlare. Voltasi a ciascuna di esse, la Regina disse: O donne mie, questa è l’ultima volta che vi vedo. State in pace, vi chiedo perdono, se mai vi avessi arrecato qualche offesa. Poi ciascuno, nel palazzo, chiamato da lei, le porse la mano. Pensate dunque se, di fronte a tale disgrazia, non mi struggo e piango.
Coro – O speranza fallace, o mondo cieco, Ma tu, perché non sei con la Regina?
Serva – Dopo questo, la Regina era andata nel luogo più segreto del palazzo per sacrificare a Proserpina (dea degli Inferi) ed ottenere favori per la sua morte. Poi verrà fuori, perché assistiate anche voi alla sua fine. Qui mi mandò perché l’aspettassi.
Coro – Dimmi: Herminia, che tanto l’amava, che faceva?
Serva – La poveretta ne fu informata solo tardi, perché stava di sopra a preparare degnamente il convito per le prossime nozze. Appena seppe, si precipitò piangendo e con le mani si strappa i capelli e si ferisce le guance e urla e grida da far piangere anche le pietre.
Coro – Quando avrà mai pace questa reggia se sempre è colpita da sciagure? Chi avrà pietà di lei? Quale speranza le viene lasciata? È ora di vestirsi a lutto per rendere onore a questa donna eletta, la sola che fra noi è ricolma di perfezione.
Servo – Grave è questo colpo che la sorte ci riserva, o donne mie. Poveri noi, quante sciagure, quante aspre pene tutte in una volta! O stelle, o sole, o luna, o Dio che le governi, degna del tuo sguardo la nostra Signora che si sta avvicinando all’ora suprema.
Coro – O sventurato figlio di Gisgone (Asdrubale, il padre di Sofonisba), che farai quando saprei della morte della tua figliola? Mi pare di udire l’eco dei tuoi lamenti, senza consolazione. O madre, già un tempo così lieta, come potrai sopravvivere a tanto dolore? Vivrai giorni tristi, piangerai amaramente. Quanta pietà sto provando. O morte avara, di quale tesoro mi derubi!
Sof. – Cara luce del sole, stai ora con Dio. E tu, dolce mia terra, di cui mi sono pasciuti gli occhi prima di morire.
Erm. – Voglio seguirvi nell’altra vita. Non voglio restare in questa senza la mia Signora.
Sof. – Me sventurata, non ho più forze!
Coro – Sostenetela saldamente, poverina! Fatela sedere, non la muovete, ché le passi questo affanno.
Sof. – Donne, io vi lascio in mano di un altro Signore che forse governerà con migliore fortuna questo paese. Ricordatevi qualche volta del nostro affetto. E pregate Dio che la mia morte serva a ridare pace a tutte voi.
Coro – Non vi potremo dimenticare finché avremo vita. Renderemo onore al vostro sepolcro con le nostre lacrime e i nostri capelli e ogni anno vi porteremo fiori, come si addice a una Dea.
Sof. – Le vostre parole mi confondono. Non posso offrirvi altro, ma prego Dio che vi renda merito per tanta pietà. Tu, poi, Herminia mia, avrai cura di questo bambino come fosse tuo figlio e, spero, lo condurrai in posti più sicuri.
Erm. – Pensate che io possa vivere senza di voi? Non pensate al bene che vi voglio e a quante volte mi avete detto che non avreste sopportato di stare senza di me, neppure come Regina in cielo? E ora pensate di andare ad altra vita e lasciare me nella disperazione? Non sarà così, perché io verrò con voi. Dovevate chiamarmi quando vi fu porto il veleno, e darmene la metà, ché saremmo morte insieme e insieme fuggite nell’altra vita. Ma poiché non l’avete voluto, troverò un altro modo per seguirvi, perché non voglio che s’abbia a dire che sono rimasta viva senza di voi.
Sof. – Erminia, ti prego, non parlare così e non cercare di raddoppiare il mio dolore: è già abbastanza una morte sola. Se non ti feci chiamare quando presi la coppa, lo feci perché tu non me lo impedissi, perché ben sapevo che non avrei potuto resistere alle tue preghiere. Chi è di nobili natali deve desiderare una vita onorata oppure una morte onorata. Tu devi vivere, presto staremo nuovamente insieme, forse per l’eternità. Così, continuando tu a vivere, a mio figlio non mancherà la madre. Lo alleverai in modo che un giorno possa essere di guida al tuo popolo. Se, un giorno, tornerai qui, potrai raccontare ai miei parenti come sono morta e per quale motivo e come, per sfuggire alla schiavitù e in omaggio alla nostra stirpe, ancor giovane presi il veleno. Sarai di conforto alla mia vecchia e sconsolata madre che già ti diede in sposo mio fratello. Sarai per lei figlia e nuora. E allora, sorella mia, se mi ami così tanto, come io so, ascoltami, e fa che io possa dipartirmi con la speranza che tu vivrai: la mia morte sarà meno grave. Se vivrai tu, io non muoio del tutto; anzi, di me continua a vivere la parte migliore.
Coro – Non avrò timore di rassicurarla, conosciuta la fiducia che ha in me.
Erm. – Vi amo così tanto che ogni desiderio vostro è anche mio, ma non sarò capace di sopportare un dolore così grande.
Sof. – Sì, fai come senti di dover fare.
Erm. – Mi sforzerò di accontentarvi, sarò ancora la nutrice di vostro figlio e, per vostra madre, serva e nuora. Imploro il vostro perdono se qualche volta sono stata arrogante, è il dolore che mi toglie il senno. E poiché temo che il mio dolore non riuscirà a spegnere la volontà di vivere che voi implorate da me, terrò sempre con me il vostro ritratto che fu mandato dal Re quando vi prese in moglie, e da esso avrò conforto alla mia disperazione. Spero mi visiterete in sogno per portarmi consolazione. Questo è ciò che farò, sino al giorno desiderato che mi ricongiungerò a voi. Lascerò volontà che i nostri corpi giacciano nello stesso sepolcro, affinché restino in eterno uniti i corpi in terra e le anime in paradiso.
Sof. – Sono felice che tu mi voglia assecondare. Ora posso morire contenta. Ma tu, sorella mia, ora prendi il mio figliolino dalla mia mano.
Erm. – O quale caro dono, da quale cara mano!
Sof. – Ora sari tu sua madre.
Erm. – Così farò.
Sof. – O figlio, figlio, quando tu più hai bisogno della mia vita, ecco, io ti lascio!
Erm. – Dolore atroce, come farò?
Sof. – Il tempo lenisce ogni dolore.
Erm. – Ancora una preghiera: lasciate che venga con voi!
Sof. – È già abbastanza la morte mia.
Erm. – O sorte crudele, che cosa mi porti via!
Sof. – O madre mia, quanto siete lontana! Nel momento della mia morte, almeno vi avessi potuto vedere e abbracciare una sola volta.
Erm. – Felice lei, che non assiste a questa crudeltà!
Sof. – O caro padre, o dolci miei fratelli, da quanto tempo non vi vedo né mai più vi rivedrò. Dio vi conceda felicità.
Erm. – Quanto grande bene stanno per perdere!
Sof. – Erminia mia, tu sola, in questo momento, sei per me padre, fratello, sorella e madre.
Erm. – Sventurata, fosse questo per uno almeno di loro!
Sof. – Ora sento che le forze mi abbandonano, a poco a poco, e tuttavia sto viaggiando.
Erm. – Quanto amaro è per me questo viaggio!
Sof. – Chi vedo? Chi sono queste persone sconosciute?
Erm. – O me infelice, chi vedete?
Sof. – Non vedete costui che mi trascina? Che fai? Dove mi porti? Ho inteso. Puoi lasciarmi, ti seguirò.
Erm. – Quale strazio, quale atroce dolore!
Sof. – Perché piangete? Non sapete che ciò che nasce è destinato a morire?
Coro – Povera, così anzi tempo: non ha ancora vent’anni.
Sof. – Non è dato godere troppo a lungo.
Erm. – Quale triste necessità è quella che ci distrugge!
Sof. – Avvicinatevi, voglio appoggiarmi, ché mi sento mancare e già i miei occhi sprofondano nelle tenebre.
Erm. – Appoggiatevi al mio petto.
Sof. – O figlio mio, non avrai più madre, che lei se ne sta per andare. State con Dio.
Erm. – Quali parole strazianti sento! Non ci lasciate ancora, non ci lasciate!
Sof. – Non posso fare altro, già il mio viaggio è iniziato.
Erm. – Volgete il viso a questo che vi bacia.
Coro – Fissatelo un poco.
Sof. – Ahimé, non posso.
Coro – Dio vi accolga in pace.
Sof. – Io vado, addio.
Erm. – O me misera, sono distrutta!
Coro – Se n’è andata con soave morte. È bene che la ricopriamo.
Erm. – Lasciatela ancora un po’, vi prego. O donna cara, luce degli occhi miei, dolce mia vita, mi avete abbandonata! O dolce sguardo, delicate mani, in quale stato vi vedo! O anima felice, udite la mia voce! È la vostra cara Herminia che v’implora.
Coro – Povera, che più non vede e più non ode. Ora coprila, e riportiamola dentro.
Erm. – Ohimé!
Coro – Non distoglietela dalla sedia, ma portatela via con essa.
Erm. – Ohimé, ohimé!
Coro – Tenetela dai lati. Ora che è nell’atrio, riponetela al centro e ricomponiamo la sua salma.
Erm. – Ohimé, ohimé, ohimé!
Coro – Ohimé, Signora, o sola mia speranza, che per fuggire la schiavitù ci fate morire tutte! Ora non c’è più nulla da fare. È certo meglio morire che vivere troppo. Che cosa sarà di noi? Voi siete partita e io sono qui. O misera la mia vita!
Erm. – Ohimé, ohimé, perché non muoio, vedendovi in questo stato?
Coro – Nessun danno è maggiore del volere del fato: il male, quando se ne fugge ogni speranza, è fonte di dolore insopportabile.
Erm. – O Signora mia cara, o Signora mia dolce, come potrò vivere senza più vedervi?
Coro – O amara sorte, o diletti fallaci, o destino crudele! Come speravo di avervi Regina in una sorte diversa. Ma il bene che ci tocca è fragile come vetro e il male è forte e ci perseguita.
Erm. – Ohimé, quale sventura per me! Corpo, perché non ti sfaceli? Perché non abbandoni l’anima tenace? Perché la carne e lo spirito non si annientano in sospiri e pianti? La caduta è così profonda che il mio precipitare non conosce fine.
Coro – Trattieni il tuo dolore, Herminia, che ti provoca un pianto troppo amaro. Tu non sei la prima né sarai l’ultima ad essere privata dalla morte di una Regina così cara e insieme sorella. Tu sai che ogni mortale è destinato a dipartirsi. Affronta allora con coraggio questa aspra imposizione della natura.
Erm. – So che non c’è più nulla da fare, ma son fatta di carne e, quand’anche fossi di pietra, non sfuggirei a questo dolore. Ho perso ogni mio bene, andrò dunque vestita a lutto, rifuggirò l’allegria e vivrò tra lacrime e sospiri.
Coro – Facciamo silenzio, donne, poiché vedo Massinissa dirigersi verso il palazzo.
Mass. – L’aver udito pianti e lamenti mi fa temere che Sofonisba abbia preso il veleno. Misero me, sono giunto tardi per aiutarla.
Coro – Non serve impietosirsi troppo tardi.
Mass. – Che cosa significano, donne, tutti questi lamenti?
Coro – L’amore e la pietà, Signore, ci mossero a lamentarci e a piangere la Regina.
Mass. – È forse morta?
Coro – Or ora se n’è andata.
Mass. – Povera Regina, o infelice matrimonio nostro! Dunque ella prese subito il veleno?
Coro – Non subito, ma non attese molto.
Servo – Il servo che lo portò mi riferì che aveva riposto la coppa per recarsi a visitare alcuni altari nel palazzo e questo mi fece pensare che non avrebbe bevuto il veleno.
Coro – Così fu dapprima, ma lo bevve appena fece ritorno.
Mass. – La sua decisione fu troppo affrettata, e io troppo restìo mentre cercavo il modo di affrancarla dalla schiavitù.
Coro – Volevate dunque aiutarla?
Mass. – Appena fosse calata la sera l’avrei mandata verso Cartagine, nel silenzio della notte, sperando nella fortuna.
Coro – Povera, nulla poteva l’ingegno umano contro il destino voluto dal cielo.
Mass. – Dov’è ora l’infelice?
Coro – Al centro dell’atrio, sopra un tappeto.
Mass. – Voglio vederla, prima che la terra nasconda per sempre il suo bel volto.
Coro – Levate quel panno che la copre.
Erm. – Ohimé!
Mass. – Cara mia sposa, in quale stato vi vedo! Ogni mia gioia è svanita all’improvviso. Era un matrimonio cercato per tanti anni e finalmente realizzato e ora s’è disciolto in un solo attimo. Sorte crudele, sono io la causa del mio dolore. Soltanto a me addosso la colpa, che sarà per me cagione di eterno pianto.
Coro – Spesso non ci rendiamo conto del bene che possediamo, se non nel momento di perderlo.
Mass. – Voglio toccarle ancora la mano.
Erm. – No, Signore, vi prego, se non volete recare offesa all’anima dipartita.
Mass. – È vero, perché le sarebbe sgradita la mano che recò a lei la morte e a me la rovina. Resta in pace, dunque, anima santa.
Coro – Il tempo comanda su ogni cosa mortale e la manipola come a lui piace, ma la virtù che possediamo resta con noi e non avrà fine. Per questo spero abbia ancora vita questa donna.
Mass. – Farete esequie belle e onorate alla mia diletta novella sposa, prima che giunga il tramonto. Ognuno, come me, si vesta di nero, perché mi accingo a seppellire ciò che avevo di più caro. E voi, Herminia, vi voglio come cognata fin tanto che vivrò. E, se posso fare qualcosa per voi, chiedete, e sarà mio piacere accontentarvi. Voglio che il bene che ho serbato per Sofonisba, quand’era viva, sia esteso alle persone che le erano più care.
Erm. – Signore, voi sapete che non ho che un desiderio, quello di fare ritorno nella mia patria. Credo sia inutile farvene preghiera.
Mass. – Col sopraggiungere della notte potrete lasciare Cirta di sicuro; e sono maggiormente contento darvi tutto il necessario. Vi darò cavalli e scorta, che vi condurranno nella vostra terra. Sono sicuro che Sofonisba, nell’altra vita, ne gioirà.
Erm. – Ve ne sarò molto obbligata, non potreste fare di più per me.
Mass. – Rientrate, e allestite belle e sontuose esequie, al resto penserò io: ma voi, donne, non ne fate parola con nessuno. Mandate piuttosto a chiamare tutti i cittadini, che vengano a tributare onore alla loro regina.
Erm. – Sarà fatto tutto ciò che avete comandato.
Coro – La fallace speranza dei mortali, come onda in un fiume superbo, ora si vede, ora pare si dilegui. Molto spesso, quando tutto sembra quieto, il cielo fa capitare qualche disgrazia. E talvolta, quando il mare diventa furioso, e già si teme per la vita, ecco che d’improvviso si calma, lasciando intravedere soltanto il tremolio delle onde. Poiché il futuro appartiene agli Dei, la cui legge recondita rende oscure le nostre previsioni.
Immagine di Copertina tratta da The Portrait Timeline.

