Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
(dal 1807 al 1882)
(scritto all’inizio 1900)
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 18 di 24
Capitolo 12° – L’attacco di Digione (1870-1871)
Nella seconda metà di novembre, col quartier generale di Autun, gli avamposti dell’esercito dei Vosgi si irradiavano sulla fronte e sui fianchi da Espinac, Nolay, Bligny Bessay, Pont-d’Ouche, Sombernon, Pont-de-Pagny, Urcey, Chamboeuf, Drousson, Arnay-le Duc, Château-Chinon, fino a Saulieu, Semur e Montbard.
Garibaldi pensò di tentare una sorpresa su Dijon, occupata dalle truppe di Werder. Prevenne del suo movimento il generale Cremer e il colonnello Bourras… Nella notte dal 24 al 25 novembre, si pose in marcia da Malain… il piccolo esercito sostò la notte serenando fra Malain ed Ancey, per riporsi in marcia la mattina del 25.
Di buon mattino il mio generale, Menotti, era già a cavallo con tutti i suoi ufficiali… Avevamo tutti una faccia color pergamena… Non vi parlo dei soldati: le marce, il sonno, il freddo li aveva ridotti giallognoli come malati d’itterizia… Le legioni italiane ci raggiunsero ad Ancey, a tre o quattro chilometri da Malain… Gran parte della giornata fu impiegata in ricognizioni; il generale ci raggiunse e con noi si spinse avanti, per studiare il terreno…
Il giorno seguente, il generale Garibaldi di buon mattino era in sella.
Garibaldi percorreva la fronte delle truppe; disponendo ogni cosa… Frattanto le alture di fronte si popolavano di nemici… L’attesa impazientiva il generale… L’intenzione dei prussiani era evidente: aspettarci all’attacco dei villaggi occupati. L’ordine di marciare avanti fu dato… Allora soltanto, il nemico uscì dalla sua apparente inazione.
– Generale, non si esponga troppo! osai osservargli dopo lo scoppio d’una granata, che, caduta a pochi passi, ci aveva tutti inzaccherati.
– Fate il vostro dovere e non occupatevi di me! mi rispose impazientito, lui, con me, con tutti sempre sì cortese e benevolo. … Intanto il combattimento continuava ostinato; ma era evidente che il nemico, furiosamente investito, preparava la ritirata.
Comandava il pelottone dei chasseurs à cheval il capitano Bondet del 7.° chasseurs, il reggimento che avevamo contro di noi a Mentana. … Fra i due eroi, durante la carica forsennata, una sola frase scambiata: – “Nous etions à Mentana!” dice il capitano Bondet. – “Tant mieux!” risponde Canzio. Ed entrambi con quel saluto… si scagliano, seguiti dai pochi chasseurs, contro il villaggio di Prenois. Una follia, biasimata durante e dopo dal generale. … Finalmente la nostra artiglieria[1], trascinata a braccia, può essere messa in batteria sul ciglione; ma appena in tempo per salutare i battaglioni nemici che si ritiravano in buon ordine…
Una parola di Dell’Isola di Torino, ufficiale nella legione Tanara: … lo abbiamo visto steso al suolo… Una scheggia di granata… gli fratturò una coscia. Salvato miracolosamente dalla morte per le affettuose cure della signora Mario, che eroicamente supplì all’insufficienza del nostro servizio d’ambulanza, ritornò bensì in patria…
Entriamo in Prenois, salutati dalle acclamazioni degli abitanti impazziti dal terrore, e dalla gioia di vedersi liberati. Ma Garibaldi non vuol lasciare al nemico il tempo di riaversi… Per quanto rapidi nella nostra marcia in avanti, del nemico non trovammo più traccia…
Bisognava prevenire il nemico, attaccando noi stessi col favore della notte. …
“Con circa cinquemila uomini”, scrive Garibaldi nelle sue Memorie autobiografiche, “e con pochissima artiglieria attaccare il corpo di Werder, trincerato nella capitale della Borgogna, era temerità, lo confesso… ma tale era il concepito progetto: un colpo di mano! … solo un colpo di mano felicemente riuscito poteva rialzare la causa della sventurata Repubblica in quella parte della Francia e forse obbligare il nemico ad abbandonare l’assedio di Parigi. … Ma quali mezzi aveva posti in mia mano il governo della difesa? Io rabbrividisco pensandovi! Lo spirito dei miei poveri militi era stupendo, e tutti marciarono all’assalto della città con mirabile slancio. … Comunque, sia detto ad onore della Germania, i numerosi corpi di fanteria stanziati in Dijon… ci ricevettero con una grandinata tale di fucilate, come non vidi l’eguale mai, e vi voleva qualche cosa più che l’intrepidezza per presentare il muso a tale tempesta.”
Si sarebbe detto che in quel debole corpo, affievolito dagli anni, martoriato dalle ferite e dalle infermità, affranto dai disagi di una vita tempestosa trascorsa sui campi di battaglia o sul cassero di un naviglio, si fosse annidata, con la squisita gentilezza di una fanciulla, l’energia dell’omerico Marte. Da undici ore stava a cavallo e appariva meno stanco di noi giovani: un bicchier d’acqua, sorseggiato e Prenois, era stato il suo pranzo. …
“Vive la Republique!” La carica è suonata dalle trombe e battuta dai tamburi… la colonna s’avanza di corsa, al grido di riconoscimento e d’attacco…
Le scariche del nemico si facevano più frequenti, e, purtroppo, più micidiali; ad onta di ciò, si avanzava, si guadagnava terreno. Il generale mi ordinò di recarmi alla testa della colonna per sapere fin dove fosse giunta: partii sollecito, ma la mia corsa era rallentata dai fuggiaschi… il mio cavallo era costretto a calpestare, morti, feriti e sani, insieme confusi al suolo. … Così rabbiosa, così nutrita e terribile riprese la fucilata nemica, che anche le avanguardie cominciarono a titubare; la ritirata divenne irresistibile… Nuove scariche aumentavano la babelica confusione, il terrore dei fuggitivi. … Ad ogni scarica piombavano come fulminati a terra…
Il colonnello Canzio, il generale Menotti, tutti gli ufficiali del quartier generale insistettero presso il generale perché cedesse alla ineluttabile necessità di ritirarsi… Fu giocoforza usargli violenza e far retrocedere la vettura[2] contro la sua decisa volontà. … Accresceva il nostro sconforto l’inescusabile negligenza delle nostre ambulanze… Non un carro avevamo con noi, e i feriti più aggravati dovevamo necessariamente abbandonare nel fango sull’orlo della strada… gli uomini… sì allegramente spensierati al mattino, appena appena si reggevano, trascinandosi più che non camminassero per via. …
Il generale non dormiva: provvedeva alla difesa di Lantenay… per ritardare l’avanzata del nemico… Quando entrai da lui, lo trovai che impartiva ordini, circondato da Canzio, da Menotti, Ricciotti e alcuni altri ufficiali del quartier generale…
Alle undici del mattino seguente, il 27 novembre, la signora Mario giungeva in Lantenay, annunziandoci che precedeva di poco le colonne tedesche, le quali con cavalleria e moltissima artiglieria, erano uscite da Digione per riattaccarci. La signora Mario aveva impiegato l’intera mattinata a raccogliere i feriti sul campo di battaglia, a deporli sui carri ch’essa con la sua fenomenale attività aveva saputo procurarsi. Aveva fatto di più: alcune carrette le restavano e su quelle caricò le armi gettate… non lasciando un solo fucile nostro in mano del nemico…
Tuttavia i battaglioni prussiani avanzavano, lentamente; ma avanzavano. … Il segnale della ritirata fu dato… Si ritiravano lentamente, rispondendo sempre, mantenendo un contegno sì risoluto in presenza del numeroso nemico che tolse a Werder ogni voglia d’inseguirci. A Malain si fece alto, onde riordinare al meglio i pochi uomini che ci restavano. … La ritirata si effettuava per Sombernon, Commarin, Vandenesse. A notte giungemmo col quartier generale a Sombernon.
La partenza da Sombernon doveva effettuarsi all’alba; ma Garibaldi non voleva riprendere la ritirata finchè anche gli ultimi dispersi non ci avessero raggiunto… l’atteggiamento energico del generale imponeva a Werder, che, non osando attaccarci, ci inseguiva con una lentezza veramente provvidenziale.
Garibaldi, dal mattino, appoggiato al suo bastone, passeggiava davanti la casa dove era alloggiato il quartier generale. … i militi gli facevano ressa intorno, ansiosi di avere da lui una parola, una stretta di mano, un incoraggiamento… Finalmente, l’esigua colonna si mise in marcia, preceduta dalla carrozza del generale. Da Sombernon a Commarin… si lascia a sinistra, in fondo alla valle, il villaggio di Echannay, si attraversa quello di Montoillot, e infine si giunge a Commarin, dove sorge l’ospitale castello dei signori di Vogué.
Il 29 novembre 1870 Garibaldi indirizzava il seguente ordine del giorno: “Ai prodi dell’esercito dei Vosgi, Voi avete certamente la coscienza d’aver compiuto il vostro dovere. Dopo di aver valorosamente combattuto un nemico superiore di forze per due giorni, voi non abbandonaste il vostro posto d’onore, ad onta delle fatiche, delle privazioni e dei rigori di una stagione orribilmente piovosa e fredda. … Onore a voi dunque, miei prodi di Commarin, che, servendo la santa causa della Repubblica, sapeste mostrare ai vostri giovani compagni la via del dovere e della vittoria.”
L’alba del 29 non era molto rassicurante. Il nemico, per quanto lento nell’avanzarsi, aveva occupato Sombernon… il generale non pareva disposto a continuare la ritirata senza combattere, onde ritardare l’avanzata dei prussiani e lasciar tempo ai battaglioni di riordinarsi ad Arnay-le Duc e ad Autun…
Alle due pomeridiane Garibaldi… si spinse in ricognizione sulle alture che sorgevano formidabili sulla nostra destra… Ma le ore passavano lente… mentre i cavalieri prussiani giungevano in vista dei nostri scarsi avamposti. … Il generale era al castello di Loizerolle… Posizione migliore non si poteva scegliere per molestare il nemico… Ma erano i nostri soldati in stato di combattere? Il generale pretendeva lo dovessero essere; noi timidamente osavamo osservare che no. Dopo aver raccolto le istruzioni dal generale in persona e da Menotti, scesi nuovamente a Commarin per sollecitare il movimento delle due legioni. … Era tempo, perché, appena usciti i nostri da Commarin, i foraggeri nemici vi entravano… Volle fortuna che il maggiore Fontana, mandato in cerca di guide, si scontrasse con una carretta a due ruote che correva rapida per le sassose stradicciuole del bosco. …
Misurata la larghezza del veicolo, fu trovata identica a quella dei nostri equipaggi… e gli ordini di ritirata per Châteauneuf furono dati. … La carretta provvidenziale fu mandata in testa alla colonna per servirci da guida, poi veniva la vettura del generale[3], quindi la legione Ravelli e i carri; chiudeva la marcia la legione Tanara. … Nella valle, parallelamente a noi, a quell’ora dovevano marciare i prussiani. … A mezzanotte, il generale era davanti a Châteauneuf…
Da Châteauneuf si distaccano ad angolo acuto due strade: una che mette a Sainte-Sabine, l’altra a Vendenesse e ad Arnay-le-Duc. Giunti al bivio, il generale Menotti ordinò a me e al maggiore Sant’Ambrogio di pigliare quella che stava alla nostra destra, di recarci ad Arnay, dove avremmo trovato Ricciotti, di raggranellare i dispersi e d’inviarli tutti ad Autun, dove il generale Garibaldi si recava difilato…
S’è mai visto un generale, abbandonato dal suo esercito in fuga, rimanere con un pugno d’uomini agli avamposti, e con suo contegno energico imporre tanto al numerosissimo nemico vittorioso da impedirgli di usufruire della vittoria? … Il 29 novembre, l’esercito dei Vosgi non era più; con soli settecento uomini Garibaldi teneva Commarin, in vista degli corridori nemici…
Capitolo 13° – La difesa di Autun (1870-1871)
La marcia del corpo del generale Werder sulla strada nazionale era diretta su Autun per Arnay-le-Duc, ov’era Ricciotti…
Era un doloroso corteo quello che si vedeva sfilare disordinato da Arnay ad Autun: carrette, carrozze, carriole, su cui stavano accatastati malati, feriti, che coll’avvicinarsi del nemico abbandonavano le case e gli ospedali, per non essere fatti prigionieri. Ricciotti doveva rimanere co’ suoi franchi tiratori ad Arnay, per proteggere la ritirata di quel guazzabuglio di sani e di morenti, di animali e di cose.
Quando chi scrive, in compagnia di Sant’Ambrogio, giunse ad Autun (30 novembre) con l’artiglieria e i due battaglioni, formati di dispersi, Ricciotti era tuttavia occupato a far caricare gli ultimi oggetti dei magazzini militari per metterli in salvo…
Giunto davanti ad Arnay, Il generale Werder… aprì un fuoco vivissimo contro le povere, innocenti muraglie delle case. … Ricciotti eseguì tranquillamente gli ordini ricevuti, ripiegando su Autun senza combattere…
Quattro colonne partirono da Digione: tre dirette contro Garibaldi. … Quelle colonne formavano un totale di quindici battaglioni, quattordici squadroni e quarantotto pezzi d’artiglieria. L’esercito dei Vosgi, la sera del 29, a Commarin e al castello di Loizerolle, non contava più di settecento uomini in linea. …
Garibaldi era tornato ad Autun il 30 novembre, precedendo Menotti… Bastò la sua presenza in Autun per mutar faccia alla disordinata moltitudine. … Ogni capitano riuscì a ripescare i suoi uomini, e le compagnie si ricostituirono da sé, ogni maggiore si trovò alla testa del proprio battaglione. … poco prima dell’entrata di Ricciotti da Arnay-le-Duc avevamo ricevuto una nuova batteria da campagna… de’ nuovi piccoli corpi di volontari francesi erano giunti da Lyon. … Frattanto Garibaldi poneva Autun in difesa. … Il giorno I.° di dicembre, alle ore 10 antimeridiane, rientrava ultimo Menotti co’ suoi italiani…
L’avamposto principale, quello al quale la salvezza dell’esercito era stata specialmente affidata, era vilmente disertato, lasciando Autun completamente indifesa… tradimento! … Il colonnello Chenet non fu soltanto un vile, ma un traditore, il quale deliberatamente abbandonava il suo posto davanti al nemico, d’accordo con molti notabili di Autun, che avevano preventivamente pattuito col nemico la somma da versarsi come taglia per avere incolume la loro città. Il fatto fu indiscutibilmente provato da un processo per diffamazione, discusso davanti all’Assise della Senna, il 28, 29, 30 giugno 1872. (Affaire Bordone – Procés en diffamation. – Paget. editeur, Paris). …
Se il generale Keller avesse saputo approfittare della vile diserzione del colonnello Chenet, assaltanto vivamente la città, sarebbe entrato in Autun. …
In un batter d’occhio fummo tutti a cavallo… Le batterie non avevano parapetti; e però, completamente esposti, gli artiglieri subirono perdite enormi senza rallentare il loro fuoco, attingendo coraggio dall’esempio di Garibaldi, che, ritto dietro i pezzi, quanto e più di essi esposto, dirigeva la battaglia, rianimava i tiratori. Più volte il nemico ebbe la velleità d’assaltarci alla baionetta; ma le colonne non appena osarono sbucare da Saint-Martin, furono ricacciate dalla furiosa fucilata dei nostri. … Alla sera, con grande meraviglia nostra ci trovammo tuttavia padroni di Autun.
Molti…, troppi, nell’ora del panico, della sorpresa, non erano corsi ai loro accantonamenti per prendere le armi, ma avevano infilato la strada del Creuzot, per riprendere, continuare la fuga. … La maggior parte dei fuggiaschi ritornò a fare ammenda della viltà di un giorno…
In quella notte, eccezionale anche nel rigido inverno del 1870, il termometro era sceso a venti gradi sotto zero. Furono veduti soldati piangere pel freddo… I rigori di quella notte gelida mutarono la ritirata dei prussiani in una vera rotta…
Cremer, che non s’era mosso per dividere con noi pericoli e gloria, dopo il fatto d’arme di Prenois, e di Pâques, sull’altopiano di Lantenay, all’annuncio della nostra vittoria d’Autun, partì da Nuits per Villars-Fontaine, Chevanne, Detain e Labussière; a Châteauneuf (il 3 dicembre) raggiunse la retroguardia tedesca e la potè cannoneggiare dall’alto della collina. La sorpresa pare non riuscisse gradita al nemico, che dopo due lunghe tappe disastrose rientrava in Digione, meno numeroso e demoralizzato. Quel pugno di straccioni dell’esercito dei Vosgi aveva provato di saper combattere!
Vi fu anche una questione Chenet… Chenet, il disertore, Chenet, il traditore, che per poco non fu causa, non solo della perdita dell’esercito dei Vosgi, ma di Autun, di Creuzot, di Lione e di tutto il Mezzogiorno della Francia, affidati alla difesa di Garibaldi. … Il comandante della guerriglia d’Oriente, il nominato Chenet, arrestato dopo qualche tempo a Roanne, tradotto ad Autun, fu condannato alla fucilazione dalla Corte marziale, ma Garibaldi fece grazia della vita al traditore, il quale divenne… il protetto del governo, e… fu uno dei più sordidi istrumenti di denigrazione dei (in mano ai) clerico-bonapartisti.
Il generale… tutt’intorno[4] fece costruire barricate, trincee e batterie… La posizione d’Autun era troppo importante…
I fuggiaschi del Creuzot rientravano lentamente… accolti dai compagni come figlioli prodighi, da Garibaldi stesso col suo bel sorriso benevolo, ma non senza una leggiera punta d’ironia. – “Ah, vous voilà!”, esclamava un mattino rivolgendosi a due colonnelli “quali notizie dal Creuzot?”… “Un’altra volta almeno voltatevi indietro, per vedere se siete inseguiti!” e li licenziò sorridente.
Lasciamo narrare Garibaldi… la sua modesta narrazione nella quale egli, come sempre, dimentica se stesso… “Il I° dicembre, il nemico, imbaldanzito dalla nostra ritirata, ci cercò nelle nostre posizioni d’Autun e ci comparve inaspettato. … Io avevo visitato, in una mia passeggiata nella mattina a buon’ora, cotesti avamposti; m’ero assicurato della loro esistenza… Avevo un piede sul montatoio della carrozza… quando, rivolto l’occhi ad Autun, scorsi… una testa di colonna nemica, che s’avanzava lentamente; se avesse continuato a progredire, certo la città di Autun diventava facilissima preda dei prussiani e l’esercito dei Vosgi… avrebbe subìto una di quelle sconfitte da far paura. «Subito» ai miei aiutanti a cavallo: «correte da Bordone, da Menotti, che prendano le armi e si combatta.» Io ero più schiacciato dalla vergogna e dal dispetto che dal timore… L’artiglieria nostra componevasi allora di due batterie da quattro rigate da campagna e di una da montagna, in tutto diciotto pezzi, ma non v’erano artiglieri. Canzio e Basso misero il primo pezzo in batteria… Furono tosto coadiuvati dagli altri miei aiutanti… e finalmente dagli altri artiglieri rispettivi…
La sorte nostra fu non essere il nemico conscio dello stato di sorpresa in cui ci trovavamo… se in luogo di fermarsi… a Saint-Martin, egli entrava celermente in Autun, certo non trovava nessuna resistenza… I prussiani invece collocarono le loro artiglierie sulle alture di Saint-Martin… Da tale disposizione del nemico noi fummo salvi… I nostri diciotto pezzi… tempestarono di proiettili l’avversario, e l’obbligarono, dopo varie ore di combattimento, a ritirare indietro i suoi pezzi. Alcune compagnie di franchi tiratori ed alcuni battaglioni di mobili lanciati sul fianco sinistro dei prussiani completarono la giornata, ed il nemico fu obbligato a ritirarsi. … Nel centro però la forte posizione di Saint-Martin venne abbandonata dalle due guerriglie d’Oriente e Marsigliese, circa settecento uomini, per ordine codardo del colonnello Chenet… la sua condotta, dico, è qualche cosa che non ha nome! Qualche cosa che non mi ricordo di avere udito mai nella mia vita militare! Una colpa che non ha castigo sufficiente. Ebbene! quel colonnello Chenet, che io ebbi la dabbenaggine di strappare alla morte cui lo aveva condannato la Corte marziale, quel vigliacco diventò il sommo eroe dei preti e della Chauvinerie, da cui poco mancò non venisse beatificato, mentre i giornali reazionari gli dedicarono sperticate biografie e lodi per l’azione più scellerata del mondo. Tale è questo secolo civilizzato, la cui base principale di civiltà è la corruzione e la menzogna! …”.
[1] Composta dalla sconquassata batteria da campagna e da una batteria da montagna abbastanza bene in arnese.
[2] La vettura era stata confiscata dai volontari per gli spostamenti del generale e veniva trainata a mano. In quel frangente fu adibita a trasporto di feriti.
[3] Trainata a mano dai volontari, come già detto.
[4] Intorno ad Autun.
Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

