PIETRO BEMBO
LA SOPHONISBA
Al Santissimo
Nostro Signore
Papa Leone Decimo
Giovan Giorgio
Trissino
Beatissimo Padre, ho indugiato a lungo, se dovessi farvi avere questa opera, per via della grande cultura che Ella possiede e degli impegni gravosi che la tengono occupata.
Ma, valutando che la tragedia, come dice Aristotele, è superiore a tutti gli altri poemi, e che è capace di rendere migliori i costumi, più di quanto possa fare la commedia, ciò mi convinse a mandarla a Voi, superando i miei dubbi.
Offro e dedico dunque a Vostra Beatitudine questo mio lavoro al quale non v’è ragione di muovere rimprovero per il fatto di essere scritto in lingua italiana e di aver lasciato libere molte rime, senza la preoccupazione di creare un accordo fra di loro.
Poiché, infatti, la Tragedia è composta necessariamente di sei parti (Favola, Costumi, Parole, Discorso, Rappresentazione, Canto), non sarebbe intesa da tutto il popolo se fosse composta in altra lingua. Ma anche per non eliminare la Rappresentazione che, come dice Aristotele, è la parte più piacevole della Tragedia.
Pertanto, Beatissimo Padre, poiché è molto nobile per un gran Signore accettare lietamente le cose piccole, come dice Plutarco, oso pregare Vostra Beatitudine di accettare questo mio piccolo dono, offerto con sincerità, fede e amore.
La Scena della Favola si svolge in Cirta, città della Numidia.
Il coro è di donne Cirtensi.
Personaggi della Favola: Sophonisba, Herminia, il Coro, un Familio, un Messo, Massinissa, Lelio, Catone, Scipione, Siface, una serva.
Sophonisba esordisce nel Prologo:
Sof. (Sofonisba) – Come posso liberarmi dai pensieri che mi tormentano? Ti voglio raccontare tutto.
Erm. (Herminia) – Confidatevi, mia Regina, nessuno, come me, potrebbe amarvi e capirvi.
Sof. – Erminia mia, siamo cresciute insieme, so che mi vuoi bene, per questo mi hai seguita in Cirta, e per questo sarò sincera, ti parlerò col cuore. Quando la bella moglie di Sicheo, dopo la morte del marito, raggiunse con le sue navi le coste dell’Africa, acquistò del terreno e fondò una città che chiamò Cartagine. Questa città, in seguito al suicidio della regina Didone, visse in libertà e conquistò la supremazia sulle altre città. Ma poi vi fu una guerra orribile con i Romani discendenti di Enea il quale, per aver ingannato Didone, fu causa della sua morte. Fu una guerra lunga. Accadde che Annibale si spinse in Italia sino a Canne, perpetrando immani stragi. Nello stesso tempo Asdrubale, mio padre (non il fratello di Annibale, ma un omonimo), penetrò in Spagna per contrastare l’avanzata dei Romani. Ma non ebbe fortuna. Ecco che giunse qui Siface, re dei Numidi, e giunse anche il vincitore Scipione (Publio Cornelio Scipione Africano) che cercò l’alleanza di Siface, sino ad ottenerla. Per rompere questa alleanza mi diedero in moglie, ancor giovane, a lui, senza rispettare la volontà di mio padre che mi aveva promessa a Massinissa, figlio di Gala, già re dei Massuli. Fu così che venni qui a Cirta. Asdrubale e Siface fecero un’incursione nel campo di Scipione, mettendo in fuga i Romani col fuoco. Fu l’inizio dei miei tormenti. I Cartaginesi furono presto sconfitti. I Romani non si accontentarono, ma ci tolsero anche il regno. E oggi ci sarà ancora battaglia. Ho fatto un sogno che mi ha terrorizzata: ero in una selva oscura, circondata da cani e pastori che avevano sequestrato il mio consorte; implorai pietà a un pastore e questi mi fece rifugiare in una grotta. Poi mi ridestai, confusa.
Erm. – Mia regina, comprendo il dolore che vi tormenta. Dio non voglia che non si trovi una soluzione. Non prestate fede a quel sogno spaventoso, è solo un inganno delle sensazioni della veglia. Non temete, poiché il cielo non vi condanna.
Sof. – Come sei serena, tu. Non tutti lo possono essere.
Erm. – Anche la gloria e le cose apprezzate dal mondo si troveranno nell’altra vita.
Sof. – Sì, ma è una gloria debole e fallace. Il potere è allettante, ma, quando lo possiedi, ne senti il peso, ora per carestie, ora per guerre o pestilenze. Oppure per le maldicenze del popolo, tradimenti, dai quali è difficile difendersi.
Erm. – Questa vita mortale non può essere priva di dolori, così volle la giustizia eterna. Non si nasce liberi da ogni male né una situazione buona o avversa può durare in eterno. Ciascuno porta legato ai piedi un vaso: uno ricolmo do male, l’altro di bene. A noi giungono gioia e affanni mescolati insieme. Vi rammento che uno spirito valoroso deve dedicarsi a imprese degne e sperare con spirito di sopportazione.
Sof. – So che si deve fare così, ma il mio dolore è troppo grande, pertanto mi sento priva di forze per reagire al dolore che mi distrugge. Se il cielo non mi aiuta, sento che morirò.
Erm. – Preghiamo dunque Dio che ci aiuti e sparga il male fra i nostri nemici, liberandoci dalla paura che ci opprime.
Sof. – Mi piace questo tuo consiglio, perché solo Dio può donarci pace.
Coro – Che farò? Devo chiamare qualcuna delle serve, che riferisca dell’avvicinarsi del nemico alle porte della città? Oppure devo attendere che accada qualcosa, per non turbare la sua quiete? O è meglio non rimandare? Perché non sapere le notizie brutte non le rende più belle, ma ne alimenta l’aspetto negativo. Come il troppo ozio finisce con l’affaticare, così il troppo diletto porta infine alla noia. O gioia fugace, o speranza, come si soffre quando ci abbandonate, e quanto meglio sarebbe vivere senza di voi! Almeno la mia Regina starebbe ancora nella dimora paterna, noncurante degli onori regali, ma anche sollevata da tanti affanni, lei che è così piena di grazia, di modestia, di bellezza. Abituata a dominare, preferirebbe morire che essere ridotta in schiavitù. Signore del cielo, non permettere che ciò avvenga, perché so che lei ti è cara. Ecco un familio del Signore, che a mala pena respira, per aver camminato troppo o per qualche altro disturbo.
Fam. (Familio) – Donne!
Coro – Che vuoi, perché non parli?
Fam. – Povero me, non riesco a parlare.
Coro – Costui mi riempie di paura.
Fam. – Donne, dov’è la Regina?
Coro – Eccola che sta per uscire di casa. Ma tu, da dove vieni, così affannato e stanco?
Fam. – Vengo dal nostro sventurato campo di battaglia.
Sof. – Chiamatemi, appena sia pronta la veste che Herminia preparava per fare l’offerta al tempio. In tanto cercherò di avere notizie del Re.
Fam. – Ne sentirete di molto brutte.
Coro – Aspettiamo che costui ci chiarisca le idee.
Fam. – Regina Sophonisba, vi porto pessime notizie, a malincuore.
Sof. – Che cosa sento! È vivo il mio consorte?
Fam. – Non è morto, ma non posso definirlo vivo.
Sof. – È lui ferito, oppure l’esercito sconfitto?
Fam. – La battaglia è persa e lui non è ferito, ma fatto prigioniero.
Sof. – Me sventurata! Oggi sono distrutta. Ma, com’è accaduto?
Fam. – Questa mattina, all’alba, alcuni nostri cavalieri attaccarono i Romani. A poco a poco tutti i cavalieri entrarono in battaglia. All’inizio i nostri ebbero il sopravvento e avrebbero avuto vittoria se non fossero intervenuti alcuni fanti. Altri rinforzi romani giunsero a creare lo scompiglio fra i nostri, mettendoli in fuga. Il Re, a quella vista, affrontò di punta i nemici, per spronare i suoi soldati alla controffensiva. Si trovò così circondato dai nemici che, ucciso il suo cavallo, lo fecero prigioniero. Fu la rotta totale. Fuggimmo, con i Romani alle calcagna. Appena riuscii a entrare oltre la porta della città e a far sollevare i ponti levatoi. Infine stabilii turni di guardia e per questo sono giunto qui tardi.
Coro – Disgrazia! Vedo la fine di questo impero.
Sof. – Me infelice! Che cosa mi è toccato!
Coro – Quanto mi dolgo per voi!
Sof. – O misero Siface, quale sarà la nostra sorte?
Coro – Chi si tratterrebbe dal piangere assistendo a questa scena?
Sof. – Quale sventura, quale triste sogno o, piuttosto, visione che sogno!
Coro – Avete motivo di piangere.
Sof. – Chi, se non io, potrebbe piangere? Che così, all’improvviso, ogni gioia s’è tramutata in lutto. Il mare è burrascoso e la mia nave, inerme, gettata contro gli scogli. Meglio se fossi morta in fasce: ben morendo, quasi si rinasce.
Coro – Avreste ragione a piangere, se il pianto vi recasse conforto. Ma se vi deprimete ancor più, è meglio rinunciarvi.
Sof. – O padre mio, quale destino mi avete serbato! Come vi siete ingannato! Della gioia per le mie nozze non resta che un sospirare. Destino mio sarà lasciare questa città amata ed essere condotta lontano in schiavitù. Non voglio che ciò accada: meglio morire che vivere da schiava.
Coro – Che cosa sento dire?
Sof. – Che voglio morire, piuttosto di vivere asservita ai Romani.
Coro – È bene liberarsi da loro, ma non con la morte, perché essa è l’estremo male di tutti i mali.
Sof. – La nostra vita è come un bel tesoro che non va speso invano né risparmiato di fronte ad occasioni grandiose. Una bella e gloriosa morte rende luminosa tutta la vita trascorsa.
Messo – Donne, fuggite al sicuro, ché i nemici sono già dentro le mura.
Sof. – Dove fuggire? Dove possiamo essere al sicuro, senza l’aiuto divino? Ma come sono entrati in città, con la forza o con l’inganno?
Messo – Si può dire con l’accordo o anche no.
Sof. – Sii più chiaro.
Messo – Dirò tutto. Dal campo romano, piantato presso le mura, giunse un araldo disarmato per chiedere la resa della città, cosa che gli fu recisamente rifiutata. I Romani non desistettero. Un loro comandante si avvicinò alle mura e gridò: quale speranza vana e quale illusione vi chiude gli occhi di fronte a un sicuro disastro? Siete stati sconfitti sul campo e il vostro Re è prigioniero: e voi volete difendere la città? Per chi? Per chi non c’è più? Sappiate che io sono Massinissa, re dei Massuli che saranno padroni di questo paese: per questo mi spiace doverlo saccheggiare a ferro e fuoco. Mi è testimone Dio che sarete stati voi la causa della vostra sventura. Detto questo, portò alla nostra vista il Re in catene, muovendo a pianto ciascuno di noi. Furono allora aperte le porte e la città consegnata a Massinissa.
Sof. – Sorte crudele! Com’è stolto chi fa affidamento sulla fedeltà del popolo! Potevano almeno attendere un giorno per riflettere e negoziare con saggezza.
Messo – Ecco, i nemici giungono sulla piazza.
Sof. – Indicami chi è Massinissa.
Messo – Quello in testa al corteo, con tre penne rosse sull’elmo.
Coro – Una paura struggente mi giunge al cuore. Né so che cosa fare, sto impietrita come una colomba alla vista dell’aquila.
Sof. – Signore del cielo, so bene che potete fare di me ciò che vi piace. Se dovrò cadere sotto un nuovo signore, vi chiedo una sola grazia: fate di me ciò che volete, pur di non soggiogarmi alla servitù di un Romano. Voi solo, Signore, lo potete fare e io ve ne prego per il mio stato regale e per i nostri Dei, che non abbiano a subire la sorte di Siface. Vorrei cadere piuttosto sotto la tutela di un nativo d’Africa, come lo sono io, che non di uno straniero. Pensate poi che cosa dovrei fare, essendo cartaginese e figlia di Asdrubale, pensando alla vendetta dei Romani. Abbiate pietà dello stato in cui mi trovo, dopo una vita felice.
Coro – Signore, accogliete la preghiera di questa nobile donna.
Mass. (Massinissa) – Regina, non voglio parlare delle offese ricevute da Siface per anni e anni, per non far riaffiorare vecchi rancori o indebolire la vostra speranza. Ma io sono avvezzo a perseguitare i miei nemici sino a sconfiggerli, dopo di che metto da parte le offese ricevute. Altrimenti non userei questa cortesia con voi. Anche perché non vi è nulla di più vile che recare offesa a donne e a chi è indifeso. Il vostro aspetto soave, poi, ammansirebbe anche una tigre. Allontanate dunque da voi ogni timore: da me non avrete altro che onore. Mi rammarico di non potere accontentare la vostra richiesta, cioè di non consegnarvi ai Romani. Non mi è possibile, perché anch’io sono sottomesso a loro, ma vi prometto che farò di tutto per intercedere. Ma, se ciò non accadesse, non temete, non vi sarà fatto alcun oltraggio.
Coro – Continuate a pregare, Regina, ché l’albero non cade al primo colpo.
Sof. – Signore, il vostro parlare discreto m’infonde speranza. Non avrò paura a parlare francamente con voi. Benché provi vergogna perché, prossima alla morte, non vi potrò che tediare con il raccontarvi le mie pene, anche se mi volete aiutare. Vi prego, tuttavia, fatemi questa promessa: impedite che io cada schiava di un Romano. Voi potete farlo, se volete. Chi potrebbe contestare il fatto che voi prendiate me come preda di guerra? E non dite che io non possa temere offese da parte dei Romani. Conosciamo la loro crudeltà e il loro odio per la nostra gente. Da loro non mi attendo che vergogna e strazio, in confronto ai quali è da preferirsi la morte. Vi supplico, non lasciate che cada in mano loro. Ve ne supplico in ginocchio, baciando la vostra valorosa mano. Non mi rimane altro rifugio se non voi, dolce Signore. E, se non avete modo di liberarmi dalla schiavitù dei Romani, piuttosto uccidetemi. Ve lo chiedo come estremo rimedio.
Coro – Dovrebbero avere una forza irresistibile le parole che vengono dal cuore e pronunciate con dolcezza da una bella donna.
Mass. – Talvolta si deve essere rispettosi, altre volte audaci, anche nelle opere pietose. Io non mi rallegro del male altrui e presto volentieri il mio aiuto agli oppressi: non c’è altro che possa renderci più simili a Dio. Vi prometto fermamente di fare ciò che mi avete chiesto. Se soltanto qualcuno oserà sfiorarvi, se la dovrà vedere con me. E, per rassicurarvi, vi prendo la mano destra e con questo giuro, per quel Dio che m’ha concesso di riacquistare il dominio di mio padre, che manterrò la promessa. Non sarete consegnata ai Romani fin tanto che avrò vita.
Coro – Quale parlare degno di lode!
Sof. – Quali parole posso trovare per ringraziarvi? La vostra risposta è degna del vostro lignaggio e della vostra autorità. Non so come farvi sapere la mia gratitudine e temo di dire cose sconvenienti nel tentativo di rendervi grazie. Così, per evitare di sbagliare, lascerò di lodarvi. Ma, poiché la sorte mi ha privato di ogni cosa, tranne che della vita, pregherò il Dio dei cieli che, invece che a me, dia a voi merito per l’atto che state facendo.
Mass. – Non voglio meriti, perché il bene si deve fare per se stesso, come fine di tutte le opere umane.
Sof. – Spesso è il premio ad incoraggiare le persone verso imprese onorate.
Mass. – Quelle persone, certo, che non conoscono la dolcezza che risiede nello stesso fare il bene.
Sof. – Come si voglia, io prego Dio che vi renda merito per l’aiuto che mi date.
Mass. – Mi ha già ricompensato nel concedermi l’occasione di fare qualcosa per voi.
Sof. – Così sia, Signore. Consigliatemi su che cosa dovrò fare.
Mass. – Tornerò a casa e penserò al modo di aiutarvi.
Sof. – Sì, mio Signore, non mi scordate.
Mass. – Non avete fiducia?
Sof. – Non dubito, è soltanto il grande desiderio che fa in modo di farmi apparire timorosa.
Mass. – Siate certa, è mio costume mantenere le promesse. Detesto chi pensa una cosa e ne dice un’altra.
Sof. – Andiamo, dunque, e confidiamo nella buona sorte.
Coro – O raggio luminoso che con la tua santa luce adorni il cielo e infondi vita nel mondo, rendendo piacevole la nostra esistenza. Tu, che sei rotondo, infinito ed eterno, ci porti il dì e la notte, le stagioni, riempi la terra e il mare di cose preziose e rare, donaci una giornata che non sia così carica di affanni. Tu sai quali dolori devo sopportare. Già dalle prime offese arrecate da Siface al valoroso Massinissa, io dissi: questo malaffare ci porterà via la pace. E come indovinai! Quante disgrazie da quel tempo sono piombate sul nostro paese. Abbiamo perso la gioventù migliore. Chi ha avuto distrutta la casa, chi ha perso il padre in battaglia, chi il figlio, il fratello, il marito. Chi s’è visto strappare la figlia per stupro, chi restava impietrito vedendosi spogliato di tutto. Siano testimoni del mio cordoglio Muluca e Tusca (i fiumi della Numidia, che delimitavano il regno ereditario di Siface) che videro le proprie acque rosse di sangue. Sangue dappertutto, sugli scogli, nelle valli, nelle foreste. sospiri, lacrime, martìri di chi abbandonava il proprio corpo ai cani e agli avvoltoi. Ora, che stava per rinascere la speranza, ecco il ritorno di altre disgrazie. Il Cielo doveva avere più compassione per noi! Quale cosa più terribile? Il Re preso prigioniero e la città invasa dai nemici: nulla di più crudele da sopportare. Fra tante rovine non resta che una speranza: che il nuovo Re è benevolo e pietoso. Con quali parole ha accolto la Regina! Con quale atteggiamento, pieno di grazia, gentilezza, bontà! O libertà cara, forse c’è una speranza! Se la Regina avrà fortuna, avrà cura anche di noi, quando la promessa fattale si avvererà.
Lelio – Mi guardo intorno e ammiro la grandezza e la potenza della città che abbiamo conquistato. E quasi mi rammarico di esservi penetrati così in pochi, pensando al pericoloso viaggio affrontato. Sto pertanto in guardia se vedo qualcuno armato. Mi allarmo ancor di più non ritrovando alcuno di coloro che sono entrati nella città con Massinissa. Domanderò a queste donne. Donne, chi siete, che state parlando fra di voi con aspetto sconsolato?
Coro – Cittadine di Cirta, questa città che voi avete espugnato, la cui conquista così improvvisa ci ha rese tanto confuse.
Lelio – Voi saprete certo dove si trova il nuovo Re, conquistatore della vostra città: indicatecelo.
Coro – È andato a palazzo, non è molto, con molto seguito. Lì lo troverete. Ma ora diteci il vostro nome.
Lelio – Mi chiamo Lelio, sono Romano e, dopo Scipione, comandante supremo, ho il grado più alto in campo.
Coro – Ora ricordo chi siete, il vostro nome è famoso dal Nilo alle Colonne. A voi mi inchino, chiedendo scusa per non avervi riconosciuto subito.
Lelio – Non è il caso, anzi, vedo che siete molto gentili.
Coro – Ecco uno dei vostri che sta uscendo: sicuramente saprà ciò che succede.
Messo – Ecco Lelio, proprio a proposito. Signore, devo dirvi alcune cose.
Lelio – Vuoi parlarmi del bottino fatto all’interno del palazzo?
Messo – Non si è ancora pensato a questo.
Lelio – Che ci fa dunque Massinissa, se non prelevare i tesori regali?
Messo – Se ne sta gioiosamente con la novella sposa.
Lelio – Quale nuova sposa?
Messo – La sposa di Massinissa.
Lelio – E di chi si tratta?
Messo – Sofonisba, la figlia di Asdrubale.
Lelio – La moglie di Siface?
Messo – Proprio lei, la Regina.
Lelio – Costui ha preso Sofonisba per moglie?
Messo – Sì, non parlo al vento.
Lelio – Oh, quale ardire!
Messo – È proprio come vi ho detto.
Lelio – Ma dove si sono incontrati?
Messo – Nella piazza davanti al palazzo.
Lelio – E che le disse nel primo incontro?
Messo – Fu lei a parlargli per prima.
Lelio – Gli parlò prima di essergli moglie?
Messo – No, ma gli chiese umilmente una grazia.
Lelio – La libertà?
Messo – Sì, per non andare schiava ai Romani.
Lelio – Ed egli la promise?
Messo – No.
Lelio – Che fece lei, allora?
Messo – Aumentò le suppliche.
Lelio – E lui che rispose?
Messo – Promise tutto.
Lelio – Ma come poteva farlo?
Messo – Non saprei.
Lelio – Che cosa poté indurlo a fare questa promessa?
Messo – L’amore e le parole dolcissime di lei.
Lelio – Come Amore ha potuto essere più forte dello spirito guerriero?
Messo – Nessun pensiero regge al suo potere.
Lelio – E, poi, che accadde?
Messo – Andammo tutti ad accompagnarli in casa.
Lelio – E colà la sposò in segreto?
Messo – No, ma con testimoni.
Immagine di Copertina tratta da NGV.

