Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
(dal 1807 al 1882)
(scritto all’inizio 1900)
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 16 di 24
Capitolo 6° – L’arresto di Sinalunga (1866-1867)
In Sicilia… Facile fu al governo di Vittorio Emanuele sostituirsi a Garibaldi, ma impossibile il farsi amare… imponendo le pastoie della burocrazia piemontese, che si volle impiantare nelle provincie meridionali… con criteri da caserma. Parve alla Sicilia d’essere trattata come terra di conquista, e ovvia fu l’opera del partito reazionario onde convincere molta parte del popolo che preferibile fosse il corruttibile gendarme borbonico al rigido carabiniere piemontese. … La Gazzetta ufficiale il 17 settembre annunziò la rivoluzione di Palermo. … Sinistra meteora… non durò vittoriosa che cinque giorni: ma quanti orrori in quei cinque giorni di strage!!
La Convenzione di settembre (1864), stretta dal ministro Minghetti con l’imperatore dei francesi… dava al papa due protettori…: l’Italia garante dell’intangibilità delle frontiere pontificie e la Francia imperiale provvida soccorritrice, pronta sempre a rinnovare spedizioni per salvare il potere temporale dei papi contro gli attentati della rivoluzione. … Soltanto l’11 dicembre 1866 terminava definitivamente l’occupazione francese, ma l’articolo 2°, ammettendo la ricostituzione di un esercito per conto del papa, permetteva la creazione della legione d’Antibo, per la continuazione dell’occupazione, che non fu interrotta di un giorno.
Il 22 febbraio 1867 Garibaldi giungeva a Firenze, ospite della Signora Mario. … Nei suoi primi discorsi… parla bensì contro il clericalismo, che, come Gambetta più tardi, dichiarava il più terribile e nefasto nemico dell’umanità, ma non bandiva la crociata armata per Roma: “… Dunque Roma, che quei signori mitrati non vogliono cedere all’Italia e che pure è nostra capitale! … Quei signori preti, che per tanti secoli l’hanno goduta, deturpata, trascinata nel fango, e del primo popolo hanno fatto una cloaca, sarebbe tempo che finissero d’insudiciarci, che ci lasciassero la nostra capitale… oggi gli italiani devono ottener Roma coi mezzi legali; chiederla al Governo italiano e per conseguenza mandare rappresentanti al Parlamento che non patteggino coi preti, né coi complici dei preti, né coi protettori dei preti…”
Roma doveva essere restituita all’Italia non con le armi, ma per la sola forza del diritto. … Però, a ottenere l’intento, bisognava strappare il prete dal pergamo e il popolo dalla sua idolatria cattolica.
Ministro egli stesso dell’idea nuova, battezzava in Verona un fanciullo “in nome di Dio e del legislatore Gesù… possa tu divenire un apostolo del vero; ama il tuo simile; assisti gli sventurati; sii forte a combattere i tiranni del corpo e dell’anima, sii degno del bravo Chiassi[1] di cui ti impongo il nome.”
La Lombardia e il Piemonte accolsero Garibaldi con non minore entusiasmo del Veneto… A Mantova diceva: “Avversate i preti, ma non i preti come Tazzoli, Grioli, Grazioli, veri sacerdoti di Dio!”
Ma lo sperato trionfo delle urne fallì. Dei 60 candidati raccomandati da Garibaldi nel Veneto, non uno riuscì… Forse da quel momento disperò della Camera… e pensò di ricorrere alle armi… iniziò cogli scritti la nuova campagna che doveva condurlo a Mentana.
Da San Fiorano scriveva al signor Preda: “Ho letto il vostro libro Rivelazione e Ragione, e sono con voi. Noi siamo nella religione del vero, ed è questa che sostituiremo a quella del prete, che è la menzogna. Libertà di ragione, ecco la bandiera che opponiamo al cattolicesimo, il quale ha per tanti secoli abbrutito la creatura umana. Col lavoro assiduo d’intelligenza e di affetto si sostituisca dunque alla menzogna, il vero, al pregiudizio la retta ragione, l’educazione all’ignoranza, l’apostolato della volgarizzazione della scienza alla superstizione. In ciò il trionfo della virtù sul vizio, del bene sul male, il trionfo dell’emancipazione della coscienza, che è quello della dignità umana. …”
Nel maggio, nominato presidente della Lega Riformista degli operai inglesi, scrive ancora: “In luogo dell’impurità, dell’irreligione, della miseria e della tirannia, sostituiremo la vera religione di Dio, padre e salvatore di tutti, e la vera fratellanza delle nazioni.”
Allorché venne in continente per combattere la lotta elettorale, egli era ben lungi dall’idea di una invasione armata nello Stato pontificio; egli sperava, riteneva che la stessa Italia ufficiale… si sarebbe mossa; le nuove delusioni e gli inganni dei ministri della monarchia lo spinsero all’ardimento supremo: egli si sostituì all’esercito e al re… Era destino che l’apostolo-soldato… alla monarchia dovesse essere eternamente ribelle!
Il Rattazzi… aspettava e assai sperava dall’opera garibaldina, dalla quale si asteneva apparentemente, aspettando dall’ignoto una soluzione ch’egli stesso non sapeva né prevedere, né preparare… pescava nel torbido.
Al direttore della Gazzetta di Torino Garibaldi scriveva da Monsummano, il 7 luglio 1867: “Vi è forse una tirannide più degradante di quella del papato, messa lì nel cuore della penisola per impedire di costituirsi, per seminarla di briganti, per raccogliere nel suo seno tutto quanto l’oscurantismo mondiale, per mantenere tra questo povero popolo la miseria, l’ignoranza, la discordia? … Senza Roma non v’è quiete, non v’è prosperità, non v’è Italia possibile. E ben lo sa l’imperatore menzogna, il cattivo genio d’Italia, e della libertà, le cui tendenze, da diciotto anni, ad altro non mirano che ad assoggettarla. … La setta che da tanti anni degrada l’Italia e la impoverisce, parla dell’uomo del 2 dicembre con riverenza e gratitudine. E veramente egli protegge i patteggiatori complici delle sue malvagità, siccome il clericume. Questo per mantenere il popolo italiano nell’ignoranza; gli altri, afferrati al potere, e sostenuti dalla influente potenza di lui. Ambi puntelli e propugnatori di una politica scellerata, che si mantiene a forza di menzogne e corruzioni”.
Da Monsummano Garibaldi si reca a Vinci… e di là lancia un manifesto agli italiani… e chiama intorno a sé i suoi amici, impartendo disposizioni, per la rinfrescata[2]. Da Vinci, Garibaldi passa a Montepulciano, a Siena, ad Orvieto, a Rapolano, bandendo sempre la sua crociata: “a Roma! a Roma!”.
Incaricato Menotti di sostituirlo nel raccogliere i volontari alle frontiere, Garibaldi si recò al Congresso internazionale della pace in Ginevra. Le sue proposte furono: “1a Tutte le nazioni sono sorelle – 2a La guerra tra di loro è impossibile – 3a Tutte le querele che sorgeranno tra le nazioni dovranno essere giudicate dal Congresso… – 6a Il papato, essendo la più nociva delle sette, è dichiarato decaduto – 7a La religione di Dio è adottata dal Congresso… Intendo per religione di Dio la religione della verità e della ragione – 8a Supplire al sacerdozio delle rivelazioni e dell’ignoranza col sacerdozio della scienza e dell’intelligenza. La democrazia sola può rimediare al flagello della guerra. Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno…”
Il Congresso tributava onoranze infinite all’eroe dei due mondi, ma non alle sue teorie, e non lo seguì sulla via che egli additava.
A Belgirate pronunziò uno de’ suoi più violenti discorsi contro “la razza nera” e sull’urgenza di avere Roma “per snidare il covo di vipere”.
Roma non aspettava che d’essere armata per insorgere… L’ora era venuta, e la Giunta romana assicurava l’esito della battaglia di popolo, purchè sovvenuta dall’opera e dal nome di Garibaldi.
Da Genestrelle, il 16 settembre 1867, Garibaldi rispondeva alla Giunta nazionale romana; “In Italia sonvi molti paolotti, molti gesuiti, molti che sagrificarono sull’altare del ventre. Ma, è pure consolante il dirlo, vi sono molti prodi “San Martino”, molti eroici bersaglieri del re d’Italia, molti soldati della prima artiglieria del mondo, molti nipoti dei trecento Fabî ed un avanzo dei Mille di Marsala… Avanti dunque; spezzate i rottami dei vostri ferri sulle cocolle dei vostri oppressori”.
Ai capi Garibaldi emanava le seguenti istruzioni: “Non impegnate combattimenti colle truppe pontificie, senonchè con molta probabilità di riuscita. … A qualunque costo i comandanti delle colonne non devono impegnarsi in combattimenti colle truppe dell’esercito italiano. … un lodevole contegno verso le popolazioni: i militi in libertà, nostri fratelli d’arme, sono assuefatti a trattare il popolo da fratelli e giammai vi fu esempio che si macchiassero di brutture. … Abbisognando di viveri od altro, ne faranno richiesta alle autorità municipali o locali, rilasciando loro idonee ricevute. … In questa impresa gli Italiani devono ben penetrarsi d’avere su di loro gli occhi del mondo intiero, e che quindi il nome italiano deve uscirne bello, radiante di gloria, salutato con entusiasmo e rispettato da tutte le nazioni.
Il 21 settembre, Garibaldi si recava ad Arezzo onde ingannare la vigilanza del governo, mentre faceva partire il suo bagaglio per Perugia. Da Arezzo si recò a Sinalunga, dove giunse il 23. Là lo attendeva l’agguato tesogli da Rattazzi… All’alba del 24 Garibaldi era prigioniero. Così narrava l’accaduto il signor Del Vecchio, testimone dell’arresto: “Al mattino, martedì 24, prima delle cinque, in sull’albeggiare, una compagnia del 37° fanteria, venuta da Orvieto, circuiva la casa. … Un luogotenente dei carabinieri, salito al primo piano, lo trovava ancora a letto… e senza altro dirgli gli presentava un ordine di arresto… Si trovavano sulla piazza una cinquantina di soldati, distesi in cordone alla distanza di 20 a 30 metri dalla casa, ed altri in pelottone ritenevano prigionieri pochi ex volontari del paese i quali, per la venuta del Generale, avevano indossato la camicia rossa, facendogli la guardia d’onore… dopo ordini e contrordini… venne l’ordine di proseguire fino a Pistoia… Alla stazione di questa città ci si disse che il detenuto era solo il generale Garibaldi, e che noi potevamo andarcene…”
E il detenuto, separato dai suoi compagni, ben anco dal suo fido Basso, fu tradotto a tutto vapore nascostamente alla fortezza d’Alessandria…
“Egli abitava, scrive la Mario, in un’orribile stanzuccia, aveva passata la notte senza spogliarsi, era ravvolto in un panno da viaggio e inferocito contro Rattazzi.”
Alla notizia dell’arresto del generale sorse un urlo di sdegno e d’ira in tutte le città d’Italia contro il governo, contro Rattazzi, l’uomo fatale di Aspromonte. … La truppa dovette difendere dall’ira del popolo l’abitazione[3] del ministro, e furonvi conflitti sanguinosi, che si protrassero fino ad ora tarda in molti punti della città. … Cariche di cavalleria vi furono a Milano, a Napoli, a Bologna, a Verona, a Pavia, a Genova, a Torino. … al Alessandria, i soldati stessi del presidio gridavano sotto alle finestre della cittadella, nella quale era prigioniero Garibaldi: “A Roma! A Roma!”
Le pressioni della Francia, sappiamo, in alto luogo erano ordini. Si finse di liberare Garibaldi, per tranquillare l’agitazione crescente; ma in realtà lo si deportò a Caprera.
Imbarcato a bordo dell’Esploratore… fu tradotto a Caprera… Da bordo dell’Esploratore… scriveva a Crispi… la seguente lettera, apparsa sulla Riforma, il giornale del futuro dittatore: “Dopo ben maturo esame della situazione, io vedo un solo modo di rimediarla a soddisfazione della nazione e del governo: invadere Roma coll’esercito italiano e subito. …”.
Capitolo 7° – La fuga da Caprera (1867)
L’Italia si agitava e fremeva: il solo Rattazzi, tentennante, faceva il sordo. Né soltanto i democratici, ma gli stessi aderenti del governo incitavano il re e il suo ministro a prevenire Garibaldi e la democrazia.
Ma, se Rattazzi avesse voluto, il re non voleva andarvi, senza il consenso di Napoleone, e andandovi voleva, non già apparire nemico, bensì protettore del pontefice, insidiato dai miscredenti! Però, invece di agire, Rattazzi perdette tempo.
Numerose bande di volontari invasero l’Agro Viterbese e la Sabina. Menotti, partito da Terni, il 4 ottobre passava la frontiera con 20 uomini; pochi giorni dopo ne aveva circa mille, ed occupata Nerola aveva già avuto qualche scontro felice contro le ricognizioni pontificie.
Il 5 ottobre 1867 Garibaldi, da Caprera, scriveva ai Romani: “Io non ricuso il glorioso mandato di guidarvi, ma finchè io giunga, cedo al vostro e al desiderio di tutti gli amici e trasmetto la direzione dell’impresa nelle mani di mio figlio Menotti.
L’8 ottobre… Appena giuntagli la notizia dei primi scontri felici di Bagnorea e d’Acquapendente… scrisse: “I mercenari stranieri sono fuggiti davanti ai giovani e valorosi campioni della libertà italiana, e gli sgherri assetati di sangue hanno provato la squisita generosità dei superbi vincitori. A voi, preti, raffinatori e maestri di carcere, di torture e di roghi, a voi che beveste nel calice delle vostre menzogne il sangue dei liberatori colla voluttà della iena, a voi si perdona![4]; si perdona ai vostri assoldati carnefici, melma pestifera di tutte le cloache sanfediste. … armatevi e non posate il ferro finchè non vediate sventolare il vostro vessillo sui sette colli ed avviati ai loro padroni i neri ruffiani del dispotismo.”… Garibaldi non aveva supposto neppure lontanamente che la libertà resagli dal ministro della Marina, a nome di tutto il ministero, fosse un nuovo agguato per sottrarlo alle entusiastiche acclamazioni del presidio di Alessandria.
Alle poco sicure inferriate della cittadella di Alessandria si era sostituito l’immenso mare. Il mare, non già guardato, come la cittadella, da un presidio entusiasticamente acclamante al prigioniero, ma da sei navigli da guerra, dalle bieche cannoniere, e da un’infinità di imbarcazioni leggiere.
Alla signora Mario, giunta a Caprera, diceva: “Io venni qui libero e senza condizione e colla promessa di un vapore ogniqualvolta volessi recarmi sul continente. … Dite al capitano della Toscana di aspettarmi alla solita punta di Santa Maria… Dite agli amici che aspetto il vapore promesso…
Si imbarcarono la Mario e Basso, compagno inseparabile del generale; ma alla punta di Santa Maria attesero invano. Il generale era stato arrestato nella sua barchetta dalla pirocorvetta Sesia, con lusso inutile e spavaldo di cannonate… Il governo e la Gazzetta Ufficiale avevano, ancora una volta, mentito!
La vigilanza intorno all’isola si faceva sempre più rigorosa: sequestrate tutte le barche del generale, compresa la bella goletta regalatagli dagli inglesi; affondate alla spiaggia le barche minori; solo era sfuggita alla sospettosa vigilanza dei gendarmi una minuscola barchetta da caccia, appena capace di portare due uomini.
Rattazzi fece rafforzare la squadra. Essa dapprima si componeva dell’avviso Esploratore, delle pirocorvette Gulnara e Sesia, della pirofregata Principe Umberto, dei vapori Washington e Takery; furono aggiunti il Weoesel, l’Indipendente, la Confienza e il Ferruccio: dieci navigli da guerra e una schiera di imbarcazioni minori.
Canzio, l’audacissimo genero del generale, aveva pensato al modo di liberarlo… noleggiò una paranzella da pesca… il giorno 7 ottobre Canzio era imbarcato… potè salpare soltanto la sera dell’8, sfidando la tempesta che tuttavia infuriava. La paranzella San Francesco… potè approdare felicemente all’isolotto di Santa Maria il 10. … Noleggiata una piccola barca, tentarono di deludere la crociera, ma invano… furono respinti e scortati fino alla spiaggia della Maddalena. Abitavano alla Maddalena i coniugi Collins, inglesi, amicissimi del generale; Canzio si rivolse a essi, onde prevenissero il generale del suo arrivo… Rispondeva il generale, mandando la sua Teresita ambasciatrice al marito Stefano, accompagnata da Basso. La nave ammiraglia, Principe Umberto, fece fuoco contro la giovane messaggiera; non si intimorì la figlia di Anita, ma redarguì severamente i prodi che vendicavano Lissa contro le donne inermi.
L’ex prete Gusmaroli, valoroso maggiore garibaldino, entusiasta del suo generale, s’era fatta una faccia che in distanza, molto in distanza, gli rassomigliava; l’abbigliamento rendeva l’illusione più sorprendente; l’affettata zoppicatura e a volte le gruccie che il generale spesso usava… completarono l’inganno. Il comandante Isola… vedeva da bordo del Principe Umberto il suo prigioniero zoppicare sul terrazzo, mentre Garibaldi varcava il mare, eseguendo una delle più incredibili evasioni che registri la storia.
Nelle sue Memorie autobiografiche Garibaldi scrive: “… Lascio pensare se io potevo rimanermi ozioso mentre quei miei cari, per istigazione mia, stavan pugnando per la liberazione di Roma, il bell’ideale di tutta la mia vita! … Il 14 ottobre 1867, alle sei pomeridiane io abbandonavo casa mia, dirigendomi verso il mare a settentrione. Giunsi alla spiaggia e vi trovai il Beccaccino, piccolo legno comprato sull’Arno e capace di trasportare due sole persone. … Giovanni, un giovane sardo, custode della goletta, dono generoso dei miei amici inglesi… stava sulla spiaggia, aspettandomi.
Io costeggiai a sinistra la spiaggia della Caprera, facendo meno rumore di un’anitra, ed uscii in mare per la punta di Arcaccio… I miei custodi eran molti. … Era plenilunio… secondo i miei calcoli la luna doveva uscire dal Teggiolone un’ora circa dopo il tramontar del sole. La mia pratica acquistata nei fiumi d’America, con le canoe indiane, che si governano con un remo solo, mi valse immensamente. … tranquillamente traversavo lo stretto della Moneta ed approdavo all’isoletta divisa dalla Maddalena da un piccolo canale guadabile. … Nel canale suddetto m’avevano aspettato il maggiore Basso e il capitano Cuneo, amico mio… ma il cataclisma mauriziano[5] e la quantità di fucilate, che credettero sparate contro di me, li persuasero… di ritirarsi alla Maddalena. … Indebolito dagli anni e dai malanni, l’agilità mia era poca tra gli scogli della Maddalena. Per fortuna era illuminata dalla luna, che avrei temuta sul mare, ma che benedivo in quel mio difficile transito… giunsi con tutte le precauzioni possibili in casa della signora Collins e vi fui accolto generosamente.”
Ancora Garibaldi: “In casa della signora Collins… io rimasi sino alle sette pomeridiane del 15 ottobre 1867. A quell’ora giunse… il mio amico Pietro Suzini col suo cavallo. Montai, e… attraversai l’isola della Maddalena e giunsi a Calla Francese, a ponente dell’isola, ove m’aspettavano Basso ed il capitano Cuneo… M’imbarcai ed attraversammo in sei lo stretto che divide la Maddalena dalla Sardegna… passammo il resto della notte in una conca[6]… Verso le sei pomeridiane del 16… traversammo i monti della Gallura, il golfo ed il paese di Terranova, ed all’albeggiare del 17 ci trovammo sulle alture che dominano il porto di San Paolo. … Il 17 ottobre 1867, alle due pomeridiane circa, io abbracciavo affettuosamente Canzio e Vigiani a bordo della paranza San Francesco… Alle tre pomeridiane dello stesso giorno si salpava… Il 18 verso il meriggio avvistammo Monte Cristo e nella stessa notte entrammo nello stretto di Piombino. Il 19 albeggiò minaccioso… Verso le sette pomeridiane sbarcammo sulla spiaggia algosa ad ostro di Vada, in cinque: Canzio, Vigiani, Basso, Maurizio ed io. … Canzio e Vigiani trovarono subito due barroccini, e via per Livorno. A Livorno si giunse in casa Sgarallino… Ivi venne Lemmi… con una carrozza per condurci a Firenze. … si giunse nella capitale verso la mattina…”
Il 20 mattina, il comandante della squadra del blocco di Caprera telegrafava ancora al governo: “Nulla di nuovo! Il generale passeggia al solito sul terrazzo.”
Capitolo 8° – Monterotondo (1867)
L’intervento delle truppe del regio esercito, da Garibaldi prigioniero consigliato, sembrava deciso, con o senza il consenso di Parigi. … allorché, alle nuove intimazioni ricevute da Parigi, si deponeva ogni idea bellicosa; e Rattazzi… dovette dimettersi. … mentre da Tolone giungeva la novella che una formidabile spedizione di soldati francesi era per salpare alla volta di Civitavecchia.
Garibaldi, prima di partire per Terni, in compagnia di Canzio, di Basso e di pochi amici, aveva dettato da Firenze un proclama: “… L’Italia si è persuasa ch’essa non può vivere senza il suo capo, senza il suo cuore, senza la sua Roma, che alcuni servili, ledendo il diritto e il decoro nazionale, vogliono sacrificare ai capricci di un dispregevole tiranno. …”
Pernottò a Terni; il giorno seguente dovette procedere in vettura, perché la ferrovia era rotta, ma a Rieti dovette soffermarsi alla entusiastica accoglienza della popolazione, che, staccati i cavalli, volle portare a spalle la vettura.
Giungeva in Rieti la notizia che a Roma era scoppiata la rivoluzione, e sorgevano le barricate, fervendo la battaglia. … A Passo Corese, ultimo lembo della frontiera, il generale si trovò riunito col figlio Menotti e con parecchi dei migliori suoi ufficiali… ma l’alba non era ancor sorta che un telegramma di Crispi annunziava avere il governo spiccato mandato di arresto contro Garibaldi. Fu giocoforza svegliare il generale… per varcare immediatamente il confine e mettersi al sicuro.
Il Cucchi era stato mandato da tempo in Roma, scelto da Garibaldi stesso… per ordire le fila di una grande congiura… ma mancavano due elementi indispensabili alla buona riuscita…: l’entusiasmo nella popolazione e le armi. … bastava una sollevazione clamorosa per dare pretesto al governo italiano di intervenire, onde salvaguardare, si comprende, il pontefice.
Venne il giorno del tentativo, il 22 d’ottobre; scoccò l’ora dei simultanei assalti, le sette pomeridiane. L’assalto di Cucchi al Campidoglio fallito… Roma non era morta: aveva assistito inerte… Disperata, veramente eroica, la difesa. … Cade l’eroina Giuditta Tavani-Arquati con il marito e il figlio. … Così finiva il tentativo di rivolta in Roma, la sera del 22 ottobre 1867.
Enrico e Giovanni Cairoli, accorsi con settantasette giovani di valore, caddero massacrati da zuavi e antiboini.
Garibaldi aveva bensì dimostrato da Caprera il desiderio che, in sua assenza, il comando supremo fosse esercitato da Menotti, ma l’Acerbi l’aveva prevenuto creandosi di moto proprio prodittatore; Nicotera, lontano, agli ordini di Menotti era sottratto dalle stesse impossibilità di trasmettergliene. … All’apparire di Garibaldi tutto muta d’aspetto, i dualismi cessano; il 22 ottobre, egli emana ai distaccamenti del centro l’ordine di riunirsi presso Passo Corese e il giorno 25 il concentramento di tutte le colonne del centro era compiuto.
Fallito l’attacco di Monterotondo per mancanza di guide, Garibaldi scrive: “… È incredibile lo stato di cretinismo e di timore in cui il prete ha ridotto quei discendenti delle antiche legioni di Mario e di Scipione. Io già l’avevo provato nella mia ritirata di Roma nel ’49, ove con l’oro alla mano non mi era possibile di trovare una guida: e lo stesso successe nel ’67. …”
Scrive Garibaldi nel capitolo VII delle sue Memorie, intitolato: Assalto di Monterotondo: “L’attacco era deciso per le quattro antimeridiane del 25. I nostri poveri volontari affamati, colle poche vesti bagnate, si erano sdraiati sull’orlo delle strade, che le dirotte pioggie dei giorni antecedenti avevano colme di fango e rese impraticabili. Spossati dalla stanchezza, nel fango si sdraiavano quei bravi giovani! Confesso che quasi disperavo di poter rialzare quei sofferenti per l’ora dell’assalto, e volli dividere la loro misera situazione sino verso le tre antimeridiane, seduto tra loro.”
Giornate sanguinose quelle dell’attacco e della presa di Monterotondo. Circa quaranta morti e centocinquanta feriti, perché la guarnigione papalina, armata di eccellenti remington, sostenne il fuoco per due giorni dietro i suoi ripari, invisibile e intangibile.
Il 25 ottobre Garibaldi scriveva al generale Fabrizi: “… Eppure questi valorosi giovani, stanchi ed affamati, hanno compiuto in quella notte un sanguinoso e difficile assalto, come non avrebbero fatto meglio i primi soldati del mondo; sono le quattro e siamo padroni di Monterotondo, meno il palazzo in cui si sono rifugiati gli zuavi, antiboini e svizzeri. …”
Ai suoi volontari lanciava il seguente, spartano ordine del giorno: “Anche in questa campagna di Roma i valorosi volontari hanno compiuto il loro glorioso Calatafimi; temporali, umidità, fame, quasi da non credersi sostenibili, non furono capaci di scuotere il brillante loro contegno. Essi assaltarono una città murata, colle porte barricate, provvista di cannoni e guernita dagli esperti tiratori che i preti regalano agli Italiani da tanti secoli, con uno slancio di cui l’Italia può andare superba”. … Le truppe papaline… si ritirarono dietro i ponti del Tevere e del Beverone, per concentrare ogni sforzo alla difesa della città, fortificata in gran fretta.
Pur troppo, gli italiani non si mossero, come non si mosse Roma… Roma liberale si era esaurita nella tragica difesa di una donna eroica[7] del lanificio Ajani. … scrive Garibaldi: “… Persuaso che nulla si faceva a Roma… io disposi la ritirata in Monterotondo… Qui la mazzineria profittò della circostanza per fare il broncio e seminare il malcontento tra i volontari… Le diserzioni… La propaganda dissolvitrice del governo fra i volontari esisteva, ma essa, con volontari per la massima parte repubblicani e al governo avversi, aveva poca presa. Da dove venisse il lavoro dissolvente ce lo disse Garibaldi: “dalla mazzineria”. … eranvi in Italia taluni più mazziniani di Mazzini, e la propaganda dissolvente… si propagò fra i volontari… era una parola d’ordine imperativa dei capi del partito mazziniano che imponeva ai militi di far ritorno alle loro case, dove li attendeva la rivoluzione. … all’ordine di ritirata da Castel Giubileo, una specie di disperazione corse pel campo affamato, e la marcia retrograda su Monterotondo parve una rotta disastrosa dopo una battaglia perduta. A centinaia, i volontari gettarono i loro fucili nei fossati e procedettero fino a Passo Corese, oltre il confine. … Chi scrive, comandava il quarto battaglione della legione Missori. … La mattina del 2 ottobre mi si presentarono i furieri, quasi piangenti, per dirmi addio. … Il battaglione li seguì in massa… Del mio battaglione solo quattordici volontari furono presenti alla battaglia di Mentana…
Il primo atto del ministro Menabrea fu di pubblicare un bando del re che poneva fuori legge Garibaldi e i suoi, sconfessando ogni moto contro il governo pontificio; il secondo atto fu lo scioglimento del Comitato centrale di soccorso; il terzo, la fermata al confine dei viveri, delle munizioni e degli effetti diretti al campo garibaldino per affamarlo, e l’aperta sottomissione ai voleri di Napoleone III, che sbarcava a Civitavecchia diecimila uomini. E mentre il Rouher alla Camera francese pronunziava il suo insolente e famoso “Jamais!”, mentre le truppe francesi marciavano su Roma, il Menabrea dava ordine alle truppe italiane di varcare la frontiera pontificia, occupandovi i punti più prossimi, per tutelare l’ordine, evitare conflitti fra garibaldini e francesi e mettersi d’accordo con questi ultimi. E Garibaldi, nuovamente bandito, rispondeva col celebre ordine del giorno: – Monterotondo, 1 novembre 1867 – “Volontari! Il governo di Firenze ha fatto invadere il territorio romano da noi conquistato con prezioso sangue sui nemici dell’Italia. Noi dobbiamo accogliere i nostri fratelli dell’esercito colla solita amorevolezza ed aiutarli a cacciare da Roma i mercenari stranieri sostenitori della tirannide. Se però fatti infami, continuazione della vigliacca Convenzione del 15 settembre 1864, spingessero il gesuitismo ed una sudicia consorteria a farci metter giù le armi in obbedienza del 2 dicembre 1851, ricorderò al mondo che qui, io solo, generale romano, con pieni poteri del solo governo legale della Repubblica Romana, eletto con suffragio universale, ho il diritto di mantenermi armato su questo territorio di mia giurisdizione. E che, se questi volontari, campioni della libertà e dell’unificazione italiana, vogliono Roma capitale d’Italia, compiendo il voto del Parlamento e della Nazione, essi non deporranno le armi se non quando la patria sarà compiuta, la libertà di coscienza e di culto edificata sulle rovine del negromantismo, ed i soldati dei tiranni fuori.”
[1] Il colonnello Chiassi, dopo Garibaldi l’uomo più amato, più ammirato dai suoi soldati, caduto a Bezzecca.
[2] Da un accordo con i patrioti di Roma, che l’insurrezione sarebbe avvenuta in autunno.
[3] Il palazzo Guadagno.
[4] Allude ai gendarmi pontifici, che, fatti prigionieri dai volontari, furono lasciati liberi su parola.
[5] Maurizio, assistente di G., stava tornando dalla Maddalena a Caprera, un po’ allegro forse non badò al “chi vive” delle barche da guerra che lo fulminarono di fucilate, che felicemente non lo colpirono.
[6] Balma.
[7] Giuditta Tavani-Arquati.
Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

