Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
(dal 1807 al 1882)
(scritto all’inizio 1900)
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 15 di 24
Capitolo 3° – Custoza (1866)
Scriveva Garibaldi nelle sue Memorie: “… non si parlava di cannoni: i volontari pensino a prenderseli; i soliti catenacci, non le buone carabine di cui era già fornito l’esercito. Parsimonia miserabile nel vestiario, per cui molti andarono al nemico vestiti da borghesi. Infine, le solite miserie, a cui hanno assuefatto i nostri volontari le cariatidi della monarchia. … Comunque fosse, la campagna del 66 si apriva con un orizzonte brillante; la nazione, benché esausta da un governo predone, si mostrava ricca d’entusiasmo e di sagrifizi. La flotta numerosa doveva misurarsi con un nemico inferiore, e che si teneva per vinto, mentre per la prima volta il nostro esercito, quasi doppio dell’austriaco in Italia, vedeva sotto i suoi vessilli i figli tutti della penisola… solo la boriosa ignoranza ed incapacità di chi guidava quell’esercito poteva condurlo a Custoza. … Il governo… sempre nemico dei volontari, di cui diffida e teme, perché rappresentanti dei diritti e della libertà d’Italia… essi sono spinti alla frontiera… era intenzione nelle alte sfere, per non mettere tanti volontari insieme, di dividerli in due…
Qui io devo fare giustizia al Re:… egli mi partecipava l’idea di gettarci sulle coste dalmate… La risoluzione di spingerci verso l’Adriatico mi piacque talmente… Sulle coste dalmate con trentamila uomini v’era proprio da sconvolgere la monarchia austriaca! … presto potei persuadermi che il trattener cinque reggimenti nel Mezzogiorno altro non era che diffidenza, volendoli togliere dai miei ordini, e fare all’incirca ciò che si era fatto nel 59 col reggimento degli Appennini. Ebbi dunque per campo d’azione le sponde del lago di Garda…”.
Sappiamo da Garibaldi stesso che appena un terzo dei volontari occorrenti fu arruolato…[1]
Tra il Mincio e il Po, contro le forze italiane, che consistevano in centottantamila combattenti, stavano settantaduemila combattenti austriaci… Era riserbato all’Italia sperimentare anche in guerra che la sventura più fatale dei popoli è di essere governati da uomini ignoranti…
Una rotta voleva una rivincita; invece si mutò in disfatta irreparabile per l’imperizia di alcuni generali, per la codardia di altri, per la insipienza somma del La Marmora… alla viltà si mischiava il tradimento, alla insipienza, alla codardia, la perfidia. Ecco la verità vera sulla giornata di Custoza (24 giugno).
Scrive Garibaldi: “… prima di ritirarsi davanti al nemico, per forte che sia, conviene almeno vederlo, assaggiarlo e calcolare freddamente il danno e la vergogna… aspettando tutti dei risultati brillanti da un brillante esercito, il doppio in numero del nemico e con tanti mezzi immensi, la prima artiglieria del mondo, molto entusiasmo nella truppa e molta bravura, il trovarsi un momento delusi, con quel bell’esercito in confusione, che si ritirava senza essere perseguito dal nemico… fu un terribile colpo per tutti. … E perché ritirarsi dal Po sino all’Appennino? Io non me ne posso dar ragione. … Tra i volontari però non vi fu confusione, non timore, non sconcerto. … se avessero avuto almeno un mese di organizzazione, di scuola di campo, e fossero stati armati a dovere, essi avrebbero operato miracoli. … È sempre voler battere il nemico colla metà sola del nostro esercito… L’esercito italiano dividevasi in due: il primo di centoventimila uomini sul Mincio, il secondo di novantamila sul Po. Ambi, come si vede, superiori all’esercito nemico che aveva circa ottantamila uomini. … Minacciare su vari punti con divisioni o al più con corpi dell’esercito, poi con una massa di circa ottantamila uomini dare il colpo decisivo al forte esercito nemico, questo sembrami il primo errore commesso dal nostro generale in capo. … Dopo la grande battaglia di Custoza noi tenemmo le posizioni di Lonato e Desenzano, sinchè un ordine del comando supremo ci ordinava di ripigliare le operazioni del Tirolo, essendo l’esercito nuovamente in istato di tornare all’offensiva.”
Capitolo 4° – Nel Trentino (1866)
Comandava il corpo di spedizione austriaco nel Trentino e nel Tirolo il generale Kuhn, il quale, all’annunzio della vittoria di Custoza, spinse le sue teste di colonna oltre il Tonale, lo Stelvio e il Caffaro… Per ventura, le vittorie Prussiane arrestarono il generale austriaco…
Scrive Garibaldi: “Partito il 3 luglio da Salò, all’alba, giunsi a Rocca d’Anfo verso il meriggio e trovai il colonnello Corte… che aveva già preso le sue disposizioni per sloggiare il nemico dalla nostra frontiera. … Il colonnello Corte… disponeva, con quel sangue freddo che lo distingue, l’attacco in buon ordine e con slancio degno di volontari italiani. Per un pezzo tutto andava bene, ed il nemico ripiegava. … Il numero dei feriti nostri fu certo molto maggiore di quello dei nemici… dovendo essi combattere con catenacci contro armi superiori. … La maggior parte… non avevano una sola cartuccia asciutta[2], e fucili pessimi, che non facean fuoco, o se lo facevano non arrivavano il nemico, che armato di superbe carabine ci fulminava. … si rimase nella posizione occupata sotto Monte Snello. Ferito alla coscia sinistra fui obbligato di ritirarmi, lasciando il comando al colonnello Corte…”
Gli austriaci tentarono a loro volta l’assalto; fulminati dalla batteria di montagna, posta sull’altura di Sant’Antonio, caricati alla baionetta dal terzo reggimento, furono ributtati con gravi perdite sulle disputate alture di Monte Snello, che abbandonarono il giorno seguente…
La mattina de 4… gli austriaci piombarono su Vezza. Assente era il comandante in capo, dissenzienti erano i due maggiori Caldesi e Castellini. … Dopo vani prodigi di valore, i due battaglioni dovettero malconci battere in ritirata fino ad Edolo. Gli austriaci, vincitori, ritornarono a Ponte di Legno, alle falde del Tonale. … Col disgraziato scontro di Vezza cessa il periodo dei combattimenti dei garibaldini in Lombardia. Garibaldi portava, il 5 luglio, il suo quartier generale da Rocca d’Anfo a Bagolino, dove i volontari lentamente lo raggiunsero, ancora sprovvisti di tutto il corredo indispensabile. L’esercito di Garibaldi, tanto male in arnese, alla fine della campagna componevasi… in tutto… 38.000 uomini.
Da più d’un mese ch’era stata dichiarata la guerra, molti dei volontari erano ancora vestiti dei loro abiti borghesi; facevano difetto le scarpe; non si parlava di coperte, i servizi di campo erano insufficienti, e spesso i volontari dovettero protrarre i loro digiuni per giornate intiere. …
Il 7, gli austriaci, avendo spinto una ricognizione fino quasi a Lodrone, furono brillantemente ricacciati indietro, e tre giorni dopo, essendo ritornati all’assalto, furono nuovamente respinti e inseguiti fino oltre Darzo, che gli austriaci abbandonarono… Garibaldi si avanzò col quartier generale a Storo… Scrive Garibaldi: “… Avendo coperto la nostra sinistra coll’occupazione di Condino e delle alture di ponente, tutta la nostra cura fu rivolta nel dominare e circuire il forte d’Ampola. In quei giorni ci giunse la famosa 18.a brigata comandata dal maggiore Dogliotti, con quindici magnifici pezzi da 12. Con tale brillante artiglieria io ho potuto formarmi un’idea esatta di ciò che vale l’artiglieria italiana, ch’io stimo con orgoglio, non seconda a nessuno nel mondo. … l’inferiorità dei nostri fucili fu causa delle perdite nostre, maggiori di quelle del nemico.”
Il ponte di Cimego era occupato, le alture non erano state dai nostri guardate e, il giorno 16, quando gli austriaci scesero all’attacco, fin dall’alba si trovarono al ponte di fronte al nemico, che in quel giorno tentava uno sforzo supremo. … i nostri, malgrado l’inferiorità delle armi, tennero fronte bravamente per parecchie ore. Ma poi, sentendosi assaliti da ogni parte e fulminati dalle alture a tergo, indietreggiarono, combattendo accanitamente… il maggiore Lombardi soldato valorosissimo di cento battaglie, coi suoi animosi che lo seguono sono travolti miseramente dalla corrente… colpito da una palla, cadde eroicamente. …
Garibaldi giunge sul campo; la sua presenza basta a rinfrancare i volontari in ritirata… Tutte le colonne austriache sono respinte su tutti i punti… a sua volta l’austriaco si ritira.
Il 16 si vinceva fra Condino e Cimego; il 17, il forte d’Ampola era completamente investito e il 19, non sperando più in alcun soccorso da parte del generale Kuhn, si arrendeva a discrezione… La signora Mario, sulla resa del forte d’Ampola, ci narra: “Garibaldi… al momento della resa accordò l’onore delle armi agli ufficiali nemici, che si arresero a discrezione, lasciando morti e feriti e duecento prigionieri.” … nelle sue Memorie il generale scriveva: “I pezzi portati a spalla dai volontarî ed artiglieri, o tirati con corde fra i dirupi sulle alture, fecero ben presto un mucchio di macerie… Un pezzo nostro collocato sulla strada dal valoroso tenente Alasia[3], che vi perdè la vita, contribuì molto a sconcertare il nemico. … La guerra nel Tirolo, come in tutti i paesi di montagna, non può esser condotta senonchè col possesso delle alture. … e quantunque i cacciatori tirolesi[4] siano pratici di quel genere di guerra, armati di eccellenti carabine, e siano anche valorosi, se si arriva a dominarli dalle creste, non sanno resistere… “Fare l’aquila” era quindi il motto prevalso tra i volontari… cioè di impadronirsi delle alture prima di qualunque marcia in avanti per le vallate. …
La resa del forte d’Ampola e l’occupazione della catena di monti che stendonsi da Rocca Pagana sino alla sommità del Burelli, Giovio, Cadrè, ecc., dominando le due valli di Ledro e Giudicaria, ci apersero facile la via in Val di Ledro e ci permisero di stendere la testa della nostra colonna di destra sino a Tiarno e Bezzecca. … Il movimento di Val di Ledro, fu fatto a tempo, poiché il nemico aveva riunito nella valle di Conzei seimila dei suoi migliori soldati, scendeva per quella valle su Bezzecca, coll’intenzione di separare da noi i distaccamenti del 2° reggimento e di farli a pezzi. …”
Capitolo 5° – Bezzecca (1866)
Oltre la colonna di seimila uomini che scendeva su Tiarno e Bezzecca, per tagliare il 2° reggimento, il Kuhn ne lanciava un’altra, da Valle di Conzei, di circa cinquemila, munita d’una batteria d’artiglieria, sulla destra di Garibaldi … Lo sforzo delle due colonne doveva essere appoggiato da una terza sboccante da Riva.
Scrive Garibaldi: “Il nemico, gonfio de’ suoi primi successi, venne avanti con una intrepidezza alla quale eravamo poco assuefatti, e successivamente cacciò da tutta la valle di Conzei i nostri. … Sino a Bezzecca, tutte le posizioni nostre furono guadagnate dal nemico… Io ero partito all’alba da Storo, in carrozza, essendo ancor fresca la mia ferita del 3 giugno…
Tutti gli ufficiali del mio quartier generale, e quanti ne capitavano a portata della voce, ebbero da me l’incarico di raggranellar gente, e spingerla avanti. Canzio, Ricciotti, Cariolati, Damiani, Ravini ed altri, si precipitarono alla testa d’un nucleo di valorosi e coadiuvati dall’intrepido 9.° sulla sinistra, fugarono il nemico già scosso dal fulminar della nostra artiglieria, oltre Bezzecca ed i villaggi attigui. Il nemico non resse più e si diede ad una ritirata completa… Codesto combattimento del 21 agosto, il più serio e micidiale di tutta la campagna, ci costò un gran numero di morti e feriti. …”
Menotti piombando co’ suoi battaglioni su Bezzecca, ne spazza gli ultimi difensori che fuggono inseguiti fino a Locca, ad Enguiso, a Lensumo, fino alle falde del monte Pichea.
La colonna austriaca, che doveva scendere in Val di Chiese, tentò l’attacco meditato, ma, accolta dai garibaldini, si ritirò quasi senza combattere.
Gli austriaci, giunti in piena rotta a Riva, seppero d’essere stati battuti dovunque… Era giunta la notizia che Medici, con la sua divisione, procedeva rapido sulla sinistra dell’Adige, vittorioso a Levico e a Pergine, allorché il 25, quattro giorni dopo la battaglia di Bezzecca, giungeva a Garibaldi l’infausto dispaccio del Consiglio aulico del quartier generale di Vittorio Emanuele: “Armistizio, evacuate il Trentino.”… la Prussia era venuta meno ai patti d’alleanza, deponendo le armi, pei patti stipulati a Nicolsburgo, senza avere consultato l’alleato… i destini d’Italia, abbandonata dalla Prussia, erano in balìa della volontà di un uomo, Napoleone III, al servilismo di Vittorio Emanuele, ai risentimenti dell’imperatore Francesco Giuseppe. …
Garibaldi, fiammeggiante di sdegno e d’ira, dolorosamente esclamò: “Oh se fossi più giovane!…”, e rispondeva laconicamente: “Obbedisco”. … indicibile la disperazione cui fu in preda il suo piccolo esercito, allorché conobbe il patto indegno che lo costringeva a rifare come vinto la via con tanti disagi, tanti combattimenti conquistata, di tanti cadaveri disseminata, di tanto sangue bagnata. E parve più duro l’abbandonare l’impresa allorché il successo era imminente, alla vigilia della felice liberazione di Trento! … All’armistizio succedette la pace di Praga; Venezia fu data all’imperatore dei francesi… ma Trento, Trento rimase all’Austria, come Trieste…
La pace stabiliva: I°, che l’Austria cederebbe le provincie venete… 2°, che l’Italia assumerebbe sopra di sé il debito di trentacinque milioni di fiorini, oltre quello che già pesava sul Monte Lombardo-Veneto; 3°, che si restituirebbe all’Italia la Corona di ferro e tutte le cose d’arte e i documenti tolti agli archivi appartenenti alle provincie venete…
Scrive Garibaldi: “… La campagna del 66 è così improntata di eventi sciagurati, che non si sa se si debba imprecare alla fatalità o alla malevolenza di chi la dirigeva. … il 25 agosto, giorno in cui fu imposta la sospensione d’armi, non si trovavan più nemici fino a Trento; che Riva si abbandonava, gettando i cannoni delle fortezze nel lago… che il 9° reggimento nostro già scendeva dai monti alle spalle dei forti di Lardaro, senza nessun ostacolo… che il generale Kuhn, comandante supremo delle forze austriache in Tirolo… si ripiegava alla difesa del Tirolo tedesco. In quel giorno il generale Medici… trovavasi a pochi chilometri da Trento. Il generale Cosenz lo seguiva colla sua divisione e certo in due giorni noi potevamo effettuare la nostra giunzione sulla capitale del Tirolo con cinquantamila uomini. … che cosa non avremmo potuto tentare? Invece io sono qui a insudiciar carta, perché i venturi sappiano le nostre miserie. … Anche questa volta alcune buone carabine ci giunsero a guerra finita; e fermo il dire! Dal Tirolo ci ritirammo a Brescia, ov’ebbe luogo lo scioglimento dei volontari, quindi il mio ritiro a Caprera.”
La Venezia, ceduta dall’Austria all’imperatore dei francesi, fu riceduta all’Italia, quale compenso di Custoza e di Lissa e della rapida ritirata dal Trentino. Ne arrossì l’Italia; ma i suoi governanti se ne mostrarono lieti. E non doveva essere l’ultima vergogna!
[1] Nota di pag. 21: …Ogni bersagliere doveva provvedersi della carabina a proprie spese, come ogni guida doveva avere il proprio cavallo.
[2] Essendo sprovvisti di giberne.
[3] Tancredi Alasia.
[4] Jägher
Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

