PIETRO BEMBO
Letterato italiano (Venezia, 1470 – Roma, 1547). Figlio di Bernardo, buon cultore di letteratura e uomo politico.
Dopo aver studiato latino a Venezia, nel 1492 andò a Messina per apprendere il greco. Decisivi per la sua carriera di maestro della letteratura volgare furono gli anni trascorsi a Ferrara (1497-1505) e alla corte di Urbino (1506-1511).
Nel 1512 si trasferì a Roma e, l’anno seguente, Leone X lo nominò suo segretario.
Innamoratosi di una donna, la Morosina, convisse con lei per non perdere i benefici ecclesiastici.
Alla morte del padre, nel 1519, tornò a Venezia. Visse nel Veneto fino al 1539 quando, eletto cardinale da Paolo III, tornò a Roma.
Assolse a una grande funzione storica come maestro del classicismo volgare.
Prose della volgar lingua
Trattato in tre libri, edito nel 1525. Vi sono fissati i principi del classicismo volgare, in quanto nei trecentisti fiorentini, particolarmente nel Petrarca per la poesia e nel Boccaccio per la prosa, sono riconosciuti i modelli eccellenti da imitare.
Il trattato riferisce discussioni avvenute a Venezia in casa di Carlo Bembo, suo fratello, nel 1503.
La forma dialogica consente di esporre e confutare sia il parere dei difensori del latino sia quello dei sostenitori della fiorentinità parlata.
Le Prose sono un grande trattato di retorica, come risulta specialmente dalle analisi dello stile petrarchesco del 2° libro, ma nel 3° libro, attraverso esempi desunti quasi esclusivamente dal Boccaccio, offrono anche la prima grammatica normativa della lingua italiana.
Mirko Tavoni
Prose della volgar lingua
di Pietro Bembo
1. Genesi e storia
1.1. Lo sfondo linguistico-letterario.
Il retroterra delle Prose è rappresentato dalla situazione letteraria dell’ultimo ‘400, segnata da un vigoroso e rapido processo di appropriazione del patrimonio toscano da parte dei non toscani, da una crescente iniziativa letteraria di questi, da una concomitante relativa marginalizzazione di Firenze (dopo la morte del Magnifico e del Poliziano) e dallo sviluppo della letteratura detta cortigiana che incarna una tendenza verso una demunicipalizzazione linguistica che si pone in continuità sia con la scrittura cancelleresca sia con l’uso parlato colto.
Le Prose sono state scritte essenzialmente contro la letteratura cortigiana. Riguardo ai toscani, scontano il giudizio negativo sulla lingua e letteratura fiorentina contemporanee e pretendono che gli eredi di Dante studino la propria lingua sui libri.
1.2. Le Prose nella carriera del Bembo.
La teorizzazione delle Prose è illuminata in particolare da tre operazioni realizzate dal Bembo: a) l’ideazione e cura delle edizioni aldine di Petrarca e Dante; b) l’elaborazione della prosa boccacciana degli Asolani e della poesia petrarchista delle Rime; c) la discussione con Giovan Francesco Pico intorno al principio di imitazione.
La veste linguistica voluta dal Bembo mira a educare retoricamente e linguisticamente un pubblico di estrazione in senso lato cortigiana.
L’epistola De imitatione sostiene, in polemica con Giovan Francesco Pico, il principio della imitazione-emulazione di un modello unico, contro l’eclettismo che il Pico ereditava dal Poliziano.
L’elaborazione del testo è intermittente e lentissima, tanto da occupare per intero il primo quarto del secolo fino al settembre 1525.
I primi due libri delle Prose furono elaborati durante il soggiorno di Urbino (1506-1511).
Durante gli anni romani, la produzione in volgare, compresa la composizione delle Prose, langue o è latente.
Lasciata Roma e stabilitosi a Padova, dopo un periodo di salute malferma, nel 1522 il Bembo attese all’ultima revisione del testo e nell’ottobre 1524 tornò a Roma per offrirlo a Clemente VII.
La stampa inizia nel luglio 1525 a Venezia, sotto l’attento interessamento dell’autore per la forma e la diffusione del testo.
2. Struttura.
2.1. Cronologia fittizia.
Le Prose comparvero dunque a stampa dedicate al papa Clemente VII, precedentemente cardinale Giulio de’ Medici (fino a novembre 1523).
Il testo si riferisce a un dialogo svoltosi in tre giornate a Venezia nel 1502, indirizzato al cardinale nel 1515 e pubblicato dopo altri 10 anni, senza modifiche. Una finzione che doveva servire ad affermare la priorità dell’opera rispetto alle analoghe Regole della volgar lingua pubblicate nel 1516 da G.F. Fortunio.
2.2 La forma-dialogo.
Il Dionisotti paragona le Prose con l’attività grammaticale, retorica e poetica sul volgare del Trissino, dedicata anche a Clemente VII in esatta coincidenza con le Prose. Queste ultime vogliono apparire un vero dialogo di uomini e di idee.
2.3. La dissoluzione della forma-grammatica.
La materia più ostica a essere calata nella forma dialogico-discorsiva del testo è la materia grammaticale trattata nel terzo libro: una grammatica di ostica lettura e non pensata per la consultazione, ma inserita nel dialogo, capace di trattare anche i fatti grammaticali più semplici come se avessero dignità di fatti stilistici.
2.4. I ruoli dei personaggi.
La distribuzione dei ruoli fra gli interlocutori è oculata e significativa. L’intero dialogo è presentato come il tentativo concorde di tre interlocutori per convincere il quarto, il latinista Ercole Strozzi, della dignità dello scrivere in volgare, tema fondamentale in quegli anni di ancora incerta transizione dal massimo splendore della cultura umanistica al periodo di pieno slancio della letteratura italiana.
Il Bembo sentiva dunque come essenziale una piena legittimazione umanistica della letteratura in volgare. La sua perorazione per il volgare nulla ha però in comune con le aggressioni mosse da altri (Gelli, Muzio) contro il latino: mira alla persuasione, non alla sconfitta, degli umanisti; un messaggio, questo, affidato anzitutto alla struttura del dialogo.
La funzione dello Strozzi è dunque quella di porre domande stimolanti e farsi convincere dai suoi tre interlocutori.
Il ruolo di messer Federigo Fregoso è sancito dalla sua qualifica di provenzalista.
Carlo, fratello dell’autore, sostiene la superiorità del fiorentino sul veneziano.
2.5. Le forme-libro.
La prima edizione (1525) avvenne a cura di Giovanni Tacuino, la seconda (1538) a cura di Francesco Marcolini. Il passaggio dal primo (di prevalente produzione latina) al Tacuino (con orientamento moderno-italianista) sembra alludere alla ricerca di un “pubblico ideale”, costituito meno da umanisti e più da gentiluomini.
L’edizione Marcolini, invece, sembra sancire il distacco delle Prose dalla loro matrice umanistica e il primo inserimento nella editoria letteraria volgare di punta, con l’esclusione per gli strati inferiori del pubblico.
La terza edizione uscirà postuma, nel 1549: apre la strada alle edizioni “manualizzate” che saranno in grado di divulgare e rendere operativa la normativa grammaticale del Bembo presso più larghi ceti di scriventi.
3. Tematiche e “contenuti”.
3.1. Libro I: fondamenti e storia del volgare.
3.1.1. Varietà delle lingue.
La varietà delle lingue è introdotta con accenti di generico vagheggiamento per un’umanità che fosse unita nell’esercizio del dono supremo della parola.
Si pone in luce il carattere puramente umanistico-letterario della riflessione bembiana e l’indifferenza dell’autore alla dimensione religiosa della lingua nonché alle lingue in se stesse.
3.1.2. Latino e volgare.
È la tematica portante. Il Bembo si rifà all’esempio dei Romani che avevano ricusato l’uso del greco. Il Bembo adotta, a questo proposito, tre vedute storiche: a) gli antichi Romani erano monolingui; b) il volgare ha avuto origine dalla “corruzione” del latino in seguito alle invasioni barbariche; c) il latino deriva dal greco.
3.1.3. Origine provenzale della poesia italiana.
Diversamente dall’opinione di Dante e del Petrarca, il Bembo non riconosce ai Siciliani alcun primato cronologico e fa derivare la poesia “italiana” direttamente dalla provenzale. Il Bembo ha il merito di cogliere l’influsso storico esercitato dalla tradizione linguistico-letteraria provenzale su quella italiana, pur essendo portato a descriverlo impropriamente come influsso di una lingua “tout court” sull’altra.
3.1.4. La lingua cortigiana.
Viene discussa e rigettata la teoria di Vincenzo Colli (il Calmeta), di una “lingua cortigiana” tale a quella in uso a Roma e che risulta dalla mescolanza di molte lingue.
3.1.5. Fiorentino classico e fiorentino moderno.
Viene riconosciuta la superiorità del fiorentino sul veneziano e su ogni altro volgare d’Italia. Si disserta sulla mutevolezza della lingua, sottolineando il dovere di “scrivere bene” in assoluto, a imitazione di Petrarca e Boccaccio. È il modello insieme linguistico e stilistico di autori sommi a essere prescritto per l’imitazione.
3.2. Libro II: retorica del volgare.
3.2.1. “Materia” e “forma”, “elezione” e “disposizione delle voci”.
Viene portata l’attenzione sulla forma o apparenza del comporre. La forma si articola in “elezione delle voci” (voci gravi, alte, sonanti, apparenti, luminose, lievi, piane, dimesse, popolari, chete) e in “disposizione delle voci” la quale, oltre all’ordine delle parole nella frase, include la loro flessione morfologica e la loro modificazione fonetica.
3.2.2. “Gravità” e “piacevolezza”: suono, numero, variazione, decoro, persuasione.
Si parla di due parti che fanno bella ogni scrittura (la gravità e la piacevolezza). L’ideale è quello del sapiente equilibrio tra i due estremi, come si verifica nel Petrarca. Il suono si ottiene attraverso il gioco dei valori fonici delle parole. Il numero riguarda il tempo che si dà alle sillabe. La variazione si riferisce all’equilibrio, alla contemperazione. Il decoro serve a non oltrepassare i limiti fra gli opposti. La persuasione segna l’ideale nuovo, discorsivo e privato alla lettura interiore.
3.3 Libro III: grammatica del volgare.
3.3.1. Gli schemi grammaticali.
La trattazione del Bembo è marcatamente non-schematica: come già aveva fatto Fortunio, riduce le 8 o 9 parti del discorso della grammatica latina a 4, mostrando una tendenza a lasciar cadere tutte le definizioni e le classificazioni che non servono alla dichiarazione-prescrizione delle forme. Nelle Prose non si dà alcuna definizione delle varie parti del discorso, o si danno definizioni molto semplici e sintetiche. Nel caso dei nomi si conservano solo gli “accidenti” di genere e numero, lasciando cadere quelli di caso, specie e figura. Anche del verbo sono lasciate cadere le categorie di specie e figura.
3.3.2. La terminologia grammaticale.
Come l’apparato grammaticale viene sfrondato e quasi dissolto nel discorso, così la terminologia tecnica viene largamente sostituita con espressioni tratte dal linguaggio comune. È una tendenza antieconomica che non attecchirà.
3.3.3. Le forme codificate.
Il Bembo limita l’esemplificazione al settore verbale, dimostrando un progresso ulteriore in termini di standardizzazione rispetto alle prescrizioni date dal Fortunio.
4. Modelli e fonti.
4.1. Il De vulgari eloquentia di Dante.
Il De vulgari sta a monte di varie formulazioni bembiane della mutevolezza del linguaggio in generale e dei volgari d’Italia nel tempo e nello spazio. Anche l’opposizione tra il volgare appreso dalle nutrici e il latino appreso dai maestri richiama il De vulgari. Ma il punto di contatto più qualificante sta nell’uso di alcune espressioni che fanno eco alle frequenti espressioni dantesche come gesto di distacco dal proprio volgare municipale da parte dei poeti che hanno optato per il volgare illustre. La teoria del De vulgari sembra aver contribuito all’idea bembiana del discostarsi dagli idiomi parlati, locali, popolari, incluso il fiorentino.
4.2. Le fonti per la difesa del volgare.
Sono il primo libro del Convivio e la coerente adozione della teoria di Biondo Flavio sull’origine del volgare come “corruzione” del latino. Vengono ripresi argomenti già usati in difesa del volgare da Lorenzo il Magnifico.
4.3. Fonti retoriche latine e greche.
L’impianto del secondo libro è debitore, nella sua parte centrale, della retorica latina, in particolare del De oratore di Cicerone e della Institutio oratoria di Quintiliano. In riferimento al valore estetico, si vede un rapporto fra le Prose e un passo della De compositione verborum (la composizione delle parole) di Dionigi di Alicarnasso. Si sostiene, ancora, che una fonte musicale greca, la Scienza armonica di Aristosseno, sia la fonte della poetica del Bembo.
4.4. Le Regole della volgar lingua del Fortunio.
La prima grammatica a stampa del volgare, la cui apparizione aveva indispettito il Bembo al punto da indurlo alla finzione cronologica (v. punto 2.1.), è l’implicito termine di paragone di tutta la trattazione grammaticale delle Prose.
Immagine di Copertina tratta da King’s Treasures.

