Libri da leggere – PIETRO BEMBO – Parte 10 di 22

Il Cortegiano
(dall’Enciclopedia Rizzoli-Larousse)

Trattato in 4 libri Di Baldassar Castiglione, portato a termine fra il 1513 e il 1518, pubblicato a Venezia nel 1528.

L’ambiente nel quale si svolgono i dialoghi in 4 sere consecutive è la corte di Urbino nel 1506, ai tempi di Guidobaldo da Montefeltro e di Elisabetta Gonzaga.

Conformemente agli ideali pedagogici dell’Umanesimo e allo spirito delle corti rinascimentali, vi è delineata la figura del perfetto cortigiano, esperto delle armi e buon conoscitore delle lettere, della musica, del disegno e della vita mondana.

Nel primo libro Ludovico di Canossa tratta delle doti fisiche e morali del cortigiano.

Nel secondo, Federico Fregoso dice in quali modi e circostanze egli ne debba dare prova.

Nel terzo Giuliano de’ Medici delinea la figura della donna di palazzo.

Nel quarto Ottaviano Fregoso discorre dei rapporti col principe.

La forma dialogica consente di introdurre novelle, facezie, esempi morali e di discutere alcune questioni che appassionavano la società colta del principio del ‘500, quali il problema della lingua e dell’amore platonico.

Baldassar Castiglione

Letterato italiano (Casatico, Mantova, 1478 – Toledo, 1529). Di nobile famiglia, visse successivamente alle corti di Milano, Mantova, Urbino, quindi si trasferì a Roma e seguì nella avversa sorte Francesco Maria Della Rovere quando fu spogliato del Ducato d’Urbino (1516), per divenire poi ambasciatore dei Gonzaga presso la Santa Sede.

Nel 1525 fu inviato da Clemente VII in Spagna come nunzio e, non per errori suoi ma per le incertezze del papa, non riuscì a smorzare quella tensione tra Carlo V e Clemente VII, che portò al doloroso sacco di Roma (maggio 1527).

Nel soggiorno urbinate il Castiglione compose l’egloga Tirsi (componimento poetico di genere pastorale, 1506), la maggior parte dei suoi versi italiani e latini, il prologo della Calandria del Bibbiena e un primo abbozzo del Cortegiano, il suo capolavoro, che ebbe grande fortuna in Italia e all’estero per un secolo e più sino a Baltasar Graciàn e ai moralisti francesi del ’600.

Il Castiglione ha lasciato anche un nutrito epistolario, interessante soprattutto dal punto di vista storico.

Angela Carella
IL LIBRO DEL CORTEGIANO
di Baldassarre Castiglione

I.  Genesi e storia.

I.1.  Il punto di vista dell’autore e il nuovo destinatario dell’opera.

Già noto prima della sua pubblicazione e atteso, Il libro del Cortegiano veniva affidato per la stampa ai due più prestigiosi tipografi del tempo: I Manuzio (Venezia, 1528) e i Giunti (Firenze, pochi mesi dopo). L’edizione fu tratta dal manoscritto che Castiglione, dalla Spagna, ormai da tre anni nelle vesti di nunzio apostolico presso la corte imperiale di Carlo V, aveva dovuto consegnare alle cure del Ramusio e del Bembo.

Castiglione morì a Toledo nel 1529 e non vide la fortuna della sua opera, fortuna che si realizzò in Europa, dove l’opera si poneva come modello stabile, in quanto sublimata interpretazione della nuova burocrazia degli stati centralizzati.

Il “ritratto” che si offre alla contemplazione altrui è espressione del grado di consapevolezza dell’autore di aver raggiunto il limite estremo di un processo storico di notevole portata. La corte di Urbino non c’è più e con essa è svanita l’ipotesi di un potenziale sviluppo del sistema signorile italiano: il sacco di Roma sancisce ora la fine irreparabile di un mondo. Quella di Castiglione vuole essere una “memoria storica” che mira a ricreare un ambiente trascorso, ma che è stato e ha valore di per sé.

Castiglione scrisse una dedica a Miguel De Silva, nobile cortigiano, ambasciatore a Roma tra il 1515 e il 1525. De Silva, il nuovo destinatario, sembra indicare, in quella precisa situazione di crisi e di trapasso in cui si dibattevano le corti italiane, le nuove tendenziali linee di orientamento alle quali doveva volgersi l’élite intellettuale di corte.

Il “ritratto” preserva la capacità di vivida rappresentazione dell’ambiente di corte. Nella nuova prospettiva assunta con la dedica al De Silva, il “ritratto” poteva essere consegnato alle corti europee dell’ancien régime e letto come modello assoluto e coerente, codice generale dei modi di vivere in corte, in un’età di incipiente specializzazione professionale.

I.2.  Le stratificazioni del testo.

L’inserimento, a opera finita, della Lettera dedicatoria al De Silva dimostra la condizione oggettiva di un testo nato, di fatto, da una complicata stratificazione di momenti e fasi scrittorie diverse, in un travagliatissimo, sistematico processo elaborativo: un continuo, appassionato lavoro di ripensamenti e aggiunte che avevano modificato anche profondamente il tono generale dell’opera.

Cinque manoscritti superstiti testimoniano le tappe principali di tale processo:

a) gli “Abbozzi di casa Castiglioni, conservati a Mantova;

b) i tre codici Vaticani latini e il codice Laurenziano Ashburnhamiano (Firenze).

La prima redazione fu compiuta dal Castiglione tra il 1513 e il gennaio 1516 il testo è in 4 libri. L’elaborazione testuale continua con il ritorno di Castiglione a Mantova, conseguente al colpo di mano di papa Leone X che, nel 1516, spodestò il Della Rovere dal Ducato d’Urbino.

La seconda redazione si attuava tra il 1520 e il 1521.

Attraverso graduali ripensamenti sui temi cruciali della donna, della bellezza e dell’amore si realizzano i mutamenti più significativi della terza e ultima redazione. Il tema femminile confluisce nella vulgata, ma isolato da altre argomentazioni in posizione centrale, nel libro III. Il motivo neoplatonico dell’amore spirituale, libero da contaminazioni con concezioni cortesi e ovidiane, si svolgeva ampiamente nel IV libro della terza redazione. Il codice Laurenziano, interamente trascritto nel 1524, è l’unico testimone posseduto di questa definitiva rielaborazione del testo.

Un’ultima revisione linguistica, a opera del veneziano Giovan Francesco Valerio, avrebbe poi eliminato usi linguistici regionali e sottoposto decisamente l’opera alla norma toscana.

2.  Struttura.

2.1.  Un classicismo radicato nella realtà presente:

il dialogo come “imagine o più presto vita delle parole”.

Sin dall’inizio la forma dialogica prescelta vuole essere libera, duttile, mai determinata preventivamente in uno schema fisso. La forma dialogica si struttura sui modelli di Platone e di Cicerone che erano stati i maestri ideali per la generazione degli umanisti. La scelta della forma dialogica risponde, nel Cortegiano, a una immediata esigenza rappresentativa dell’ambiente di corte, al desiderio di una vivida riproduzione delle più antiche forme di rapporto sociale cortigiano. Vi si trova riferimento al Fedro di Platone, con la difesa che, rispetto ai discorsi scritti, Socrate fa del dialogo, per la capacità che questo ha di riprodurre, più che l’immediatezza del parlato, le sue potenzialità euristiche, di ricerca e di conoscenza. Più decisivo ancora è il riferimento al De oratore diCicerone, nell’intento di rifondare il modello della realtà concreta del presente, per la convinzione che autentica efficacia educativa potesse derivare proprio dalla “recitazione” dialogica delle opinioni degli uomini di ingegno.

Il dialogo euristico, che è messa a confronto di voci diverse, traduce in modo esemplare il vivo senso della difforme molteplicità e mutevolezza del reale. Il tema della “varietà” rappresenta una questione fondamentale posta come premessa e limite dell’argomentazione stessa, ma anche come stimolo all’adozione di forme espressive che, per loro natura, rifiutano le verità univoche e incontrovertibili.

2.2.  Il gioco di corte.

Già nei suoi tratti strutturali il Cortegiano presenta insoluti contrasti e suggestivi effetti di chiaroscuro: l’incontro di asprezza naturale e di raffinatissima cultura all’interno del palazzo di Urbino, la contrapposizione di figure antitetiche, come Federico da Montefeltro (esemplare di virtù politiche e militari) e Guidobaldo (modello di virtuosismo inattivo).

Emerge l’aspetto amabilmente conviviale delle conversazioni dopo la cena, intorno alla duchessa Elisabetta Gonzaga e a Emilia Pio: il dialogo diviene l’espressione di una umanità che nella conversazione si nobilita e si perfeziona. La compagnia di cortigiani sviluppa il dialogo su un “gioco”, attingendo all’esperienza del dialogo umanistico che proprio nell’imitazione, attraverso il gioco, dell’argomentare dialettico e filosofico, aveva fondato il presupposto di ogni interno sviluppo dialogico. Nel Cortegiano, tuttavia, il “gioco” si riveste di connotati in apparenza stravaganti e bizzarri, ma in realtà fortemente ironici e problematici. D’altra parte, il “gioco” di società svolge una funzione chiaramente terapeutica, di vera e propria “terapia di gruppo”.

Sul concetto di gioco disserta Cesare Gonzaga (cap. VIII del libro I), partendo dal presupposto teorico fondamentale della “varietà”: la parzialità e la relatività della conoscenza umana va a interessare certe situazioni di paradosso, come quella di chi sa ciò che un altro ignora, ma non potendo conoscerne le intenzioni, ognuno dei due vede l’errore del compagno, ma non il proprio e ognuno crede di essere furbo, ma in realtà è soltanto pazzo. La pazzia viene sempre dalla doppiezza, dalla dissociazione, dallo sfuggire della conoscenza al controllo del giudizio critico e, per questo, è simile a una presunzione di saggezza. Non sempre negativa, la pazzia può produrre effetti meravigliosi, come nelle persone geniali.

2.3.  Uno sviluppo dialogico sotto il segno dell’ambiguità e del paradosso.

Il Cortegiano presenta una particolarissima struttura dialogica che vede un oscillare continuo tra i suoi presupposti ideologici fondamentali: da una parte la prospettiva relativistica, contenuta nella stessa forma dialogica, dall’altra l’armonica solidarietà dei suoi interlocutori.

Le regole del gioco impongono uno scontro di opinioni, simile al dire “ogni cosa al contrario”. Ogni libro del dialogo ha un interlocutore principale, con un funzionario di sostegno e due contraddittori. Alla fine, quasi sempre, il gruppo perviene a un tacito, unanime consenso.

La regolarità è più apparente che reale, in quanto la struttura del dialogo è caratterizzata da tensione. Talvolta il dialogo sembra svolgersi nel senso di un trattato organico e disteso, altre volte assume forma di controversia irrisolvibile sino all’ultimo.

La logica è di tipo argomentativo, senza predeterminazioni, dove si accentuano le divergenze prive di vere soluzioni, anche di fronte a questioni fondamentali come quelle della lingua, della nobiltà e della donna. Le possibili “verità” sono viste nei termini di valutazioni parziali relative a determinati “punti di vista”; c’è pertanto un’aperta rinuncia alla presunzione di dover persuadere a tutti i costi. Prendono corpo elementi dialogici come la contraddizione, la relatività, il valore non assoluto di un enunciato, per cui quest’ultimo viene recepito da ciascuno secondo il proprio particolare punto di vista.

Diviene così possibile rilevare una frattura importante tra l’enunciato meta-discorsivo dei primi tre libri e il discorso teoricamente impegnato del quarto libro, dove si cerca di determinare una precisa finalità etico-politica per il cortigiano.

Il dialogo affronta problematiche di carattere globale (gioventù, vecchiaia, lingua, armi, cultura, amore, donne) ricorrendo a diverse forme espressive (facezia, monologo mistico, novella, trattato).

Nella studiata conclusione dell’opera, con il dialogo che si interrompe su una questione lasciata in sospeso, è anche perfettamente riuscito il proposito di presentare come reale la corte ideale.

3.  Tematiche e contenuti.

Il Cortegiano è un libro ricco di sostanza autobiografica. Al suo interno si muove una strategia operativa che mira a portare dentro la dinamica del dialogo tematiche di genere molto vario, con lo scopo di definire un ideale esemplare umano come punto di convergenza di tradizioni culturali non omogenee. Non si tratta di una summa di tematiche umanistiche, ma di una loro continua elaborazione di significato. Tutte le questioni affrontate nel Cortegiano vengono dibattute in una continua polarità di valori positivi e negativi.

La definizione del perfetto cortigiano si pone in opposizione alla presenza minacciosa dell’ignoranza e presunzione nella concreta prassi cortigiana del tempo: una opposizione fra ciò che esiste e ciò che si propone come esemplare perfetto (libri I), che deriva dalla necessità di riabilitare socialmente la classe cortigiana e di riqualificarne la professionalità. Su tutto dominano sempre il deciso rifiuto di ogni eccesso e la deliberata ricerca di un ideale di equilibrio e di misura. Il cortigiano deve adottare comportamenti prudenti, discreti, in omaggio alla formula classica e umanistica della “mediocrità”, cioè equilibrio, armonica proporzione di forme, collegata alla categoria della “grazia” e, quindi, di “sprezzatura”. Quest’ultima si pone come punto intermedio di convergenza tra l’affettazione o l’artificio da una parte e la spontaneità o naturalezza dall’altra. La “sprezzatura” è capacità di autocontrollo, superiore consapevolezza intellettuale, padronanza, sicurezza.

La trattazione delinea il cortigiano perfetto come alta figura morale, dotato di prudenza, fortezza, temperanza, bontà, votato alla professione delle armi.

L’esordio al libro II è un’appassionata difesa delle corti del tempo e di Urbino in particolare: ancora contrapposizione fra progresso di virtù e costumi raggiunto nelle corti attuali da una parte, e il dilagare dei vizi dall’altra; in omaggio alla concezione relativistica e antinomica della realtà, che si ritrova in ogni sequenza dialogica, in presenza di tensioni molteplici. Il riferimento è all’idea platonica: devono esserci il bene e il male perché l’uno giustifica l’essere dell’altro.

Nel libro II vengono precisate le varie modalità di applicazione delle virtù del cortigiano, con la elaborazione di “alcune regole universali” in grado di orientare il cortigiano nelle particolari circostanze: evitare l’affettazione e usare sempre opportunità e discrezione che si accompagna al garbo, alla modestia, all’onestà e alla benevolenza.

Emerge la problematica dell’apparire, sia nelle conversazioni sia nella foggia esteriore e nella scelta degli amici. Nella conversazione il cortigiano può far ricorso alla facezia, esibendosi in raffinati esercizi d’arguzia, evitando però la buffoneria e la malignità offensiva.

La disputa sulle donne riporta la definizione di Ottaviano Fregoso “animali imperfettissimi e di poca o niuna dignità a rispetto degli omini”. Le donne, sottomesse all’uomo, restano spettatrici inattive al dialogo. La tesi misogina del Pallavicino sottolinea la materialità informe e caotica della natura femminile, mente Giuliano de’ Medici suggerisce il tema della perfetta “donna di palazzo”, nella quale affiora il riconoscimento di pari dignità fra i sessi; la donna come ideale di perfezione, raffinata e aristocratica come il cortigiano.

Nel III libro della vulgata si parla del “gioco” del “formar con parole” la donna di palazzo. La tematica femminile viene investita di un rilievo fondamentale all’interno del progetto elaborato dall’opera. Il problema trattato non si riduce soltanto a convalidare la tesi a favore del valore e della dignità della donna, ma muove a dare forma e sostanza a un ideale alto e nobile di perfezione muliebre. Alla donna di palazzo si richiedono discrezione, prudenza, forte senso del decoro nei modi e negli atteggiamenti. È proprio nell’affermazione della sua positiva diversità che la donna acquista valore, in modo complementare all’uomo, pur sempre indispensabile alla elaborazione di un’immagine armonica, equilibrata e “totale” della realtà cortigiana.

Nel libro IV Ottaviano Fregoso considera la complessa questione politica dei rapporti fra il cortigiano e il principe, mentre il Bembo conclude con un’appassionata esaltazione dell’amore divino che si addice al cortigiano.

Le “danze” che precedono i ragionamenti di questa quarta serata segnano una frattura che, nel testo, si produce fra i primi tre libri e il quarto. Dalla avvenuta individuazione dei caratteri di relativa autonomia del cortigiano si passa alla ricerca di una sua funzione etico-politica specifica nella struttura sociale della corte: un cortigiano non solo più esperto nella professione delle armi, ma consigliere del principe. Si tratta della rivalutazione di qualità e competenze attribuite al cortigiano nei primi libri, in vista di una loro concreta funzionalità pratica, di una loro incidenza positiva nell’esercizio del potere. Emerge la natura “diplomatica” del rapporto cortigiano/principe, un rapporto che diventa prioritario grazie alla valorizzazione delle qualità riconosciute al cortigiano nei precedenti libri e necessarie per ottenere la benevolenza del principe. Viene delineata un’immagine complessiva di cortigiano più autorevole e meglio legittimato rispetto a quella definita nei libri precedenti: un’immagine forte, capace di appagare aspirazioni, come riflesso di una vera e propria evoluzione storica della classe intellettuale italiana.

Viene quindi dibattuta la questione della educazione del principe. Il ritratto del principe si risolve in quello del “bon governatore”.

Se, da una parte, la funzione del buon cortigiano riguarda una tendenziale capacità formativa, dall’altra viene riconosciuta la nobiltà del suo ruolo, attraverso l’identificazione del cortigiano con il filosofo della classicità. Si assiste al tentativo di fare della “cortigianìa” una generale strategia di educazione umana alla virtù, mentre, alla luce dei compiti che il cortigiano deve affrontare, essa viene a consistere nel saper trattare diplomaticamente con i principi.

Nel capitolo 49° si parla della possibilità che un cortigiano, supposto di tarda età, possa essere innamorato. Ne parla il Bembo, riferendosi a un amore tutto spirituale, platonico, fatto di rapimento estatico, svolgendo un discorso che ripercorre gradualmente tutte le varie tappe dell’ascesi mistica: dalla contemplazione razionale della bellezza particolare alla percezione della bellezza universale astratta, alla bellezza angelica, sino alla beatitudine della pura bellezza divina.

Quando il discorso sfiora la questione se le donne sono capaci di amore divino al pari degli uomini, le prime luci dell’alba convincono il gruppo a sciogliersi e ognuno torna nella propria stanza.

4.  Modelli e fonti.

Il Cortegiano è per molti versi costituito da un mosaico di prestiti di varia origine, da una rete fittissima di citazioni classiche e umanistiche, da allusioni più o meno esplicite a testi antichi e moderni.

Ruolo dominante nel contesto delle fonti è occupato da Cicerone (De oratore), ma anche da Platone (Repubblica) e da Senofonte (Ciropedia).

Gli influssi del classicismo si manifestano in maniera evidente nella stessa scelta della forma dialogica. I testi antichi hanno sempre la funzione di legittimare posizioni particolari, rispondenti a istanze vive e attuali. Se, nel Cortegiano, la trama dei riferimenti classici funge da contenitore della pressione incalzante esercitata dalla realtà sociale attuale, contemporaneamente l’attenzione costante al presente è rivolta a indirizzare quelle stesse fonti antiche verso un processo di attualizzazione e modernizzazione.

Il II libro del De oratore di Cicerone è ripreso alla lettera, soprattutto nella trattazione delle facezie, ma le fonti classiche sono numerose (Orazio, Quintiliano).

Nel libro III della vulgata il tema nuovissimo della “donna di palazzo” fa ampio riferimento ai testi classici e umanistici: Platone e Aristotele per le problematiche misogine, Boccaccio e Bandello per le virtù muliebri utili.

Mentre nei primi tre libri del Cortegiano si vogliono dissimulare le fonti antiche rendendo attuali e moderni gli aneddoti classici, nel quarto libro si giunge a privilegiare in maniera quasi esclusiva gli esempi tratti dai classici, in ordine all’esigenza di promuovere una definitiva riqualificazione etico-politica del cortigiano. Troviamo riferimenti a Plutarco, a Senofonte, al Pontano e, ancora, a Platone e ad Aristotele. Fonti antiche e moderne concorrono a guidare un complesso processo di elaborazione di idee, a chiarire situazioni e problemi attuali, in una tensione equilibratrice tra antico e moderno, all’interno della quale la capacità persuasiva dell’ideale di perfezione formale, etica e politico-sociale emerge dal prestigio delle fonti classiche.

Questa ricchissima rete di apporti culturali classici ha due importanti effetti: a) si pone come valido strumento di legittimazione e di piena riabilitazione nei confronti di una precisa realtà sociale; b) fa, del Libro del Cortegiano, un modello assoluto per la nuova élite intellettuale e burocratica degli Stati moderni europei.

5.  Le soluzioni linguistico-stilistiche.

Nell’ambito delle particolari soluzioni linguistico-stilistiche adottate nel Cortegiano, la “sprezzatura” (teoria linguistica del Cortegiano: il “bon giudicio” attiva la mediocritas la quale si esterna poi nella “discrezione” e nella “sprezzatura”) svolge un ruolo fondamentale e prioritario, riuscendo a nascondere l’espressione immediata di tensioni reali e simulando, nel contempo, una pacata e olimpica serenità, trasformando in elemento di equilibrio ciò che invece si presentava come fattore di contrasti.

Le incoerenze grafiche, dovute alla combinazione delle abitudini dialettali con quelle umanistico-latineggianti, con tracce vistose di toscanismi, sono dovute a una sostanziale indifferenza per la stessa questione ortografica.

L’orientamento eclettico nelle scelte lessicali produce la creazione di un vocabolario ibrido (latinismi, lombardismi, toscanismi arcaici e attuali). Tale vocabolario composito è però sempre l’espressione personalissima del pensiero e della cultura dell’autore, libero e spregiudicato nel coniare neologismi, battute e locuzioni originali.

L’originalità delle soluzioni linguistiche del Cortegiano si coglie soprattutto nelle strutture sintattiche: traspare la lucida razionalità della composizione espressiva, con proposizioni saldamente organizzate attraverso la sapiente successione logica dei legami sintattici. L’organica struttura compositiva dimostra una volontà di chiarezza perseguita con serio proposito e l’impegno a precisare analiticamente il pensiero. La nitidezza espressiva e l’abitudine alla determinazione sottile e ordinata di particolari di rilievo sono quindi le caratteristiche della prosa del Cortegiano (pacata compostezza interiore; equilibrio di fronte a una realtà complessa che si vuole definire nei dettagli, senza incertezze né approssimazioni; organicità e coerenza argomentativa; strutture ordinate in rapporti armonici).

Il modulo stilistico più ricorrente e significativo della prosa del Cortegiano è la struttura binaria (dire due affermazioni contrapposte per rendere più chiaro il concetto, es. “la lingua volgare è tanto più bella quanto è meno simile alla latina) sorretta da una serie di contrapposizioni o comparazioni, nella quale si realizzano sia una coerente e organica disposizione dei periodi sia una ordinata determinazione analitica dei particolari.

5.1.  Conclusioni.

Le scelte stilistiche del Cortegiano, in particolare la struttura binaria, sono testimonianza di quella concezione relativistica e dialettica del mondo che si pone come elemento fondante e costitutivo del testo. Tutto sembra così ridursi a quel vivo senso della varietas, cioè della difformità complessa e mutevole del reale che si accompagna alla proposta di un “gioco” paradossale favorevole alla libera contrapposizione di opinioni diverse attivata nello scontro dialogico. Con il dissimulare ogni conflittualità, il dialogo è riuscito a simulare, con spontanea naturalezza, un’imperturbabile serenità, un accordo perfetto di istanze diverse avvicinando fra loro tradizione letteraria e realtà vissuta: una “mediocrità difficile e quasi composta di cose contrarie” che è sublime opera di “sprezzatura”.

L’ordine raggiunto è ricomposizione di un disordine con il dissolversi di tutte le difficoltà presenti nella elaborazione del progetto dell’opera. Permane tuttavia una conflittualità irrisolta tra i vari membri dell’equilibrio, tra i singoli elementi sintattici o grammaticali che risultano pur sempre abilmente bilanciati. È uno stato di tensione e di contrasto che viene in luce nel discorso, come succede nella contrapposizione di lettere/armi, affettazione/sprezzatura, grazia/disgrazia, arte/natura, mostrare/nascondere, vizio/virtù. Ci troviamo di fronte a una serie di opposizioni binarie, di relazioni oppositive, all’interno di un’autentica articolazione dialettica del discorso (passato/presente, forma/materia, luce/tenebre).

La complessità del Cortegiano scaturisce dalla sottile ambivalenza dialettica insita nei temi affrontati e nei modi specifici di organizzare il discorso. Sin dalla prima redazione, infatti, l’opera si costituisce attorno a un nucleo tematico fortemente controverso, con il ricorso a una serie di polarità antitetiche di valori positivi e negativi (v. il tema della donna). Se si parte da presupposti di fondo, restano pur sempre aperte le possibilità di ulteriore sviluppo, nella ricerca di nuove soluzioni utili allo scopo.

Il Cortegiano è una delle più felici rappresentazioni e interpretazioni della vita sociale e culturale del nostro Rinascimento, in quanto riesce a coglierne la sostanziale conflittualità, le oggettive tensioni e lacerazioni di una situazione di crisi politico-sociale e di rapida e radicale trasformazione.

6.  Nota bibliografica.

*   Ed. Aldina (dal 1528 al 1547).

*   Ed. Cian (Firenze, 1894, 1910, 1929, 1947), edizione fondamentale.

*   Dopo il Cian, tutti i successivi editori del Cortegiano hanno seguito la lezione del codice Laurenziano (apografo), utilizzando l’edizione Aldina solo per un controllo del testo manoscritto.

*   Ed. B. Maier (Torino, 1955, 1964), utilizzata dall’autrice Angela Carella.

*   Ed. G. Ghinassi (Firenze, 1968).


Immagine di Copertina tratta da Meisterdrucke.

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