Achille Bizzoni
Garibaldi nella sua epopea
(dal 1807 al 1882)
(scritto all’inizio 1900)
Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14
Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15
(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)
Parte 13 di 24
Capitolo 24° – Sarnico (1861-1862)
Il signor Kersauie, erede della spada di Latour D’Auvergne, il leggendario primo granatiere di Francia, la purissima gloria militare della Rivoluzione francese, cadendo sul campo di battaglia legava la sua spada Al più degno! E quel glorioso ricordo non aveva ancora trovato chi ne fosse meritevole, e, appeso alle muraglie del castello dei Latour d’Auvergne, aspettava invano da più di mezzo secolo l’eroe degno di cingerla e brandirla. La democrazia francese, ammirata delle gesta immortali di Garibaldi, la decretava a lui, in verità il più degno!… Garibaldi, grato, al signor Kersauie scriveva: “Ho accettato colla gratitudine di cui sono capace… Non volendo privare i vostri nipoti del loro retaggio, desidero che, alla mia morte, questo simbolo della Democrazia militante ritorni a’ suoi naturali possessori…”
Quella spada, dopo la morte del generale, fu recata da Stefano Canzio al Comune di Parigi, che religiosamente la conserva…
Lincoln, presidente degli Stati Uniti d’America, fece offrire a Garibaldi il comando dell’esercito unionista; declinò il generale la lusinghiera offerta…
Un presunto fallito attentato a Garibaldi viene descritto da C. Augusto Vecchi l’8 agosto 1861: due uomini venuti da fuori, armeggiano attorno alla residenza di Garibaldi, ma vengono messi in fuga e feriti da tre cavalleggeri a caccia di briganti.
Il re voleva che la questione romana fosse lasciata in disparte e che tutti gli sforzi fossero rivolti per avere Venezia. … la questione romana la trovò sempre ripugnante. È nota la sua esclamazione per la breccia di Porta Pia: “Anca custa balussada am fan fé!” [Anche questa sciocchezza mi fanno fare]
Troviamo Garibaldi sul continente il primo marzo 1862, chiamato dal presidente del Consiglio, Ricasoli.
Dimessosi Ricasoli, gli successe Rattazzi il quale presentò il nuovo Ministero l’8 marzo 1862 (Mancini all’Istruzione Pubblica).
Frattanto riunivansi a Genova i Comitati di Provvedimento e le Associazioni Unitarie e Garibaldi, malgrado il suo precedente rifiuto, si lasciò indurre a presiederli… Le Associazioni Unitarie, ispirate e capitanate da Mazzini, accettavano la monarchia come mezzo… i Comitati di Provvedimento, quantunque si dicessero repubblicani, protestavano di voler fare con la monarchia e per la monarchia. – I Comitati di Provvedimento si fusero con le mazziniane Associazioni Unitarie in un solo sodalizio, che assunse il nome di Società Emancipatrice.
A Torino, Garibaldi era ospite del senatore Plezza. … Fatto è che Torino, per la prima volta e, diciamolo anche per l’ultima, parve garibaldina; l’entusiasmo dei pochi si era propagato ai molti… Alla fine di marzo, accompagnato dai figli e da molti compagni d’arme… lasciava il Piemonte per la Lombardia. … Le popolazioni intiere, capitanate dai loro sindaci, dai prefetti, dai preti, accorrono sulla via dall’eroe percorsa; i prefetti gli offrono banchetti, le guardie nazionali gli rendono gli onori, come a un sovrano; le campane squillano a festa, tramandando il saluto da torre a torre, da villaggio a villaggio, da città a città; il popolo acclama; bandiere, archi di trionfo, festoni; le turbe lo seguono, lo precedono; le donne gli portano fiori, gli abbandonano i figli, i fidanzati, gli sposi. … Il misticismo se ne immischia: per molti è un santo, è un dio; si fa a gara per vederlo, per avvicinarlo, per toccarlo, per parlargli, per avere da lui un ricordo, una reliquia, un amuleto. Il suo ingresso in Milano è indescrivibile, la folla impazza, la carrozza non procede… le finestre, i balconi sono gremiti di gente; dagli alberi della circonvallazione, dai bastioni, pendono grappoli umani; i malati, i morenti si fanno trasportare ai balconi per salutare il redentore d’Italia… Il prefetto Pasolini ottiene l’onore di averlo a pranzo… Il generale si reca ad ossequiare Manzoni… Tutti subiscono il fascino di Garibaldi … E come a Milano… in tutte le città lombarde visitate… A Lodi, a Como, a Monza… E fra quei deliri, anche Garibaldi diventava mistico… egli pure canonizzò santificando la carabina… La religione della Santa Carabina fu da Garibaldi predicata fra gli entusiasmi del popolo… A Cremona, il clero, capitanato dal vescovo, che malato si alza dal letto per incontrare l’eroe, tributa onoranze… al generale liberatore di popoli. Dodici donne abbrunate, vedove, madri, sorelle, fidanzate di morti per la patria l’incontrano latrici di un indirizzo delle signore di Cremona, che promettono gli sposi, i fratelli, i fidanzati per la battaglia suprema. …
Il governo… si impensierì.
Da Trescorre Balneario, presso Bergamo, dove Garibaldi si era recato per curare i suoi dolori reumatici, ospite del suo amico Camozzi, dettava un proclama agli Italiani: “… Italia e Vittorio Emanuele!… Ecco la nostra bandiera, ecco il nostro voto consacrato dalle moltitudini, proclamato oggi dall’entusiasmo per il re guerriero di mezzo milione di popolo, a cui fanno eco tutte le popolazioni della penisola. Ecco la mèta cui devono tendere tutte le aspirazioni; ecco finalmente il vangelo politico, su cui posero la destra, ieri, uomini che l’Italia ed il re troveranno sempre cooperatori…”
Capitolo 25° – Aspromonte (1862)
Alla metà di giugno era a Torino; si abboccò col re e altercò con Rattazzi. … possiamo essere sicuri che il sovrano non incoraggiò un moto per Roma. …
In luglio, Garibaldi salpa da Genova con un manipolo di compagni, va a Caprera; poco dopo, giunge sorprendente la notizia ch’è sbarcato a Palermo. Scrive Garibaldi nelle Memorie: “… I miei amici di quelle parti – massime della Sicilia – mi narravano il malcontento crescente ed il pericolo di un movimento autonomista…”
Era ritornato a Palermo per rinfocolare con la sua presenza lo spirito unitario, per combattere le sètte clericali, borboniche e autonomiste. … E al Foro Italico, il 15 luglio… in presenza del prefetto, del sindaco, dei magistrati della città, di ufficiali dell’esercito… al popolo brulicante nell’arena… lanciò la seguente terribile invettiva: “Popolo di Palermo, Il padrone della Francia, il traditore del 2 dicembre, colui che versò il sangue dei fratelli di Parigi, sotto pretesto di tutelare la persona del papa, di tutelare la religione, il cattolicesimo, occupa Roma. Menzogna! Menzogna! Egli è mosso da libidine di rapina, da sete infame d’impero; egli è il primo che alimenta il brigantaggio. Egli si è fatto capo di briganti, di assassini. Popolo del Vespro, popolo del 1860, bisogna che Napoleone sgombri Roma. Se è necessario, si faccia un nuovo Vespro.”… Il 16 luglio 1862, da Palermo, Garibaldi scriveva al suo amico P. Stuart: “Un prestito di 20.000 lire sterline mi è necessario per Roma. … Tale prestito non deve farsi che in Inghilterra. In Italia, esso non può aver luogo senza compromettere il segreto necessario ai miei piani…”
Il grido di guerra di Garibaldi, trasmesso a Torino dal telegrafo, sollevò una tempesta alla Camera. … Dal Parlamento l’agitazione si propagò nel paese: le dimostrazioni si moltiplicavano al grido di: “Roma o morte!”… A Palermo, il prefetto Pallavicino faceva apertamente causa comune con Garibaldi … Da Marsala cominciarono febbrili gli apprestamenti per l’impresa vagheggiata e proclamata. … le autorità di Sicilia non oppongono ostacoli all’opera di preparazione, credendola tacitamente approvata dal governo. … Ci si crederebbe ritornati ai giorni eroici del 1860; colonne in pieno assetto di guerra si avviano al suono delle trombe guerriere al ritrovo…
Il 26 luglio Garibaldi indirizzava un manifesto al popolo ungherese, dicendogli di non lasciarsi cullare dalla debole speranza di ottenere l’indipendenza coi mezzi legali. … il generale Klapka, rappresentante del partito magiaro moderato, rispondeva il 23 agosto: “Generale, Voi avete indirizzato un appello alle armi all’Ungheria. La vostra voce avrebbe potuto avere eco fra i miei concittadini, se voi aveste mandato il grido di guerra alla testa dei vostri volontari uniti alle truppe regie, per marciare concordi contro la dinastia degli Asburgo. Oggi non potrebbe essere ascoltata; perocché non è più la voce d’Italia; ma quella di un uomo che lavora a distruggere la propria gloria…”
Il 1° agosto, il generale passava in rassegna, alla Ficuzza, i suoi volontari, circa tremila…
Diviso il suo piccolo esercito in tre colonne, poste le due più piccole sotto il comando di Bentivegna e di Trasselli, la terza al suo comando diretto, dispose che Bentivegna percorresse la costa meridionale della Sicilia per Girgenti, e che Trasselli si dirigesse per Termini su Messina, e il 2 d’agosto per Corleone si avvia a Mezzojuso. …
A Corleone… Medici fece un ultimo tentativo per distogliere il suo antico capo dalla impresa audace a cui si accingeva.
Il re, nel proclama “agli italiani”, datato dal 3 agosto, raccomandava di guardarsi “dalle colpevoli impazienze, e dalle improvvide agitazioni”, e allorché “sarà giunta l’ora della grande opera la voce del re si farà udire”; quindi “ogni appello che non sia il suo” è dichiarato “appello alla ribellione e alla guerra civile.”… Dal canto suo Rattazzi proclama lo stato d’assedio…
Il 6 agosto la colonna è in marcia per Allia… continua il 7 per Valledolmo, l’8 è a Villalba. … Il 9 Garibaldi giunge a Santa Caterina; il 10 è a Marianopoli… a Caltanisetta, dove arriva l’11, al suo appressarsi le regie truppe la sgombrano quasi in fuga… A Villarosa, il 13, è raggiunto dalla colonna Bentivegna… sono ormai quattromila uomini e vengono ripartiti in due legioni, la prima comandata da Menotti, la seconda da Corrao. … Garibaldi marcia per Catania… Giunse a Paternò… trovandosi di fronte un battaglione regolare schierato in battaglia. … A sera Garibaldi levò tranquillamente il campo, e ripresa la strada maestra… riprese la sua marcia.
Catania è evacuata dai regi… La guardia nazionale esce da Catania per incontrare il generale e rendergli gli onori. …
Due piroscafi mercantili gettano l’àncora nel porto di Catania… Garibaldi se ne impadronì in presenza delle fregate regie che assistettero immobili… Garibaldi, nella sua ingenuità sublime, si illuse: credette che ancora una volta lo si volesse lasciar agire e che tutti gli apprestamenti regi fossero lustre per ingannare la diplomazia. …
Garibaldi ci lasciò tre descrizioni della grande sventura d’Aspromonte: una nei Frammenti a matita, e ci fu serbata dal Guerrazzi; una seconda pubblicata dallo Ximenes nell’Epistolario da lui raccolto, datata da bordo del Duca di Genova il primo settembre, la terza è quella che si legge nelle Memorie. Ci atterremo alla prima versione più particolareggiata… i due vapori l’Abbatucci e il Dispaccio salparono da Catania la sera del 24 agosto. Lo sbarco a Melito avvenne il giorno seguente, a Santo Stefano giunsero il 28; il 29 avvenne la tragedia d’Aspromonte.
Lasciamo narrare il generale: “… Ostile l’esercito che circondava Catania, e che aumentava di numero ogni giorno. Ostile la squadra… Non v’era miglior espediente che approfittare dei due provvidenziali vapori e tentare il passaggio… Erano tremila e più i miei compagni – che meco dovevano attraversare il mare – e appena mille ne potevano ricevere i due piroscafi. … Nessuno voleva rimanere, eppure molti lo dovevano. … Con cuore lacerato io vidi rimanersi quella cara gioventù… I piroscafi che non potevano ricevere più di mille uomini – ne ricevettero più di duemila – … Chi poteva impedire l’imbarco a quella buona ma disperata gioventù?… Così si uscì dal porto di Catania verso le 10 pomeridiane. … prima di giorno noi toccammo le sponde meridionali della Calabria a pochissima distanza dal punto ove sbarcammo nel 60 ed ove rimaneva lo scheletro del Torino… uno dei più bei piroscafi che io m’avessi veduto. Proprietà nazionale ed individuale italiana… Lo stesso giorno… si occupò Melito. … saremmo entrati in Reggio. Ma molto dubbioso era se potevamo entrare senza combattere, e contrariamente al 60 noi dovevamo evitare i combattimenti. Tali considerazioni mi obbligarono d’accennare a Reggio, ma poi deviare; e presimo a destra nella direzione d’Aspromonte. … la retroguardia nostra fu attaccata da una compagnia di truppa. … La strada dei monti che avevamo presa ci faceva evitare i corpi di truppa, ma ci lasciava in quasi assoluto difetto di viveri. … Non è da stupirsi se i sedicenti briganti che con tanta ostinazione tengono testa alle nostre truppe regolari nelle provincie napoletane hanno potuto sostenersi fino a oggi e vi si sosteranno forse per un pezzo ancora, se dura loro la protezione del Papa e di Buonaparte. … Il 28 agosto, credo, giunsimo in Aspromonte in numero di circa cinquecento ed accampammo… I miei poveri compagni giungevano alla spicciolata in uno stato da far pietà, affranti dalla fatica e dalla fame… Ciò non ostante, non si sentiva un lamento. … Poi molti… prendendo consiglio dalla fame si dirigevano di preferenza verso i paesi, ove si presentasse loro maggiore probabilità di trovare viveri. Tali e tanti motivi fecero sì che alla fine del giorno 28 ci mancarono ancora più di cinquecento dei nostri. La maggior parte di quei nostri che ci mancavano caddero in potere della truppa che si avvicinava ad Aspromonte… E qui commisi un errore… Non volendo combattere, perché aspettare la truppa?… Ma non dovevo io supporre che finalmente si voleva rompere… Io dovevo supporre tutto questo e non lo feci. Dovevo marciare prima dell’arrivo della truppa, lo potevo e non lo feci. … Infine, un po’ di irresoluzione da parte mia, posso dire insolita, fu per gran parte colpa di quanto avvenne. Ora devo confessare che quando vidi la forza (…) alla distanza di circa tre miglia, che marciava su di noi con sollecitudine, non mi passò nemmeno per idea la ritirata, quando fosse stata quella forza doppia di quello che era. Solamente ordinai al Capo di Stato Maggiore di rettificare la linea occupata dai nostri, e prendere alcune convenienti posizioni. … Avevo commesso l’errore di non marciare appena scoperta la truppa: non dovevo più marciare alla vista di essa. Ciò sarebbe stata una fuga, e poca voglia v’era di fuggire. Dimodoché noi contemplammo tranquillamente il celere avvicinarsi dei soldati italiani, i quali giunsero al passo di trotto sulla collina che fronteggiava la nostra al di là del torrente, stendersi in linea e cominciare un fuoco d’inferno. Fu cosa d’un momento. Io passeggiavo al fronte delle nostre catene… continuavo colla raccomandazione di non far fuoco. … ed ordinavo alle trombe di comandare di cessare il fuoco. Io fui ferito al principio della fucilata, ed accompagnato all’orlo del bosco, ove fui obbligato di sedermi… Ove avessimo avuto da fare con dei nemici, la cosa andava certo diversamente. … ebbi la prima medicatura al mio piede destro; alla coscia sinistra un’altra palla mi aveva contuso, ma fu poca cosa. … fummo trattati come prigionieri di guerra, come tali accompagnati a Scilla, e come tali imbarcati a bordo della fregata il Duca di Genova e condotti a Spezia”.
Poco dopo lo sbarco, la Maria Adelaide, co’ suoi tiri, obbligò la colonna a piegare a destra per mettere al coperto i suoi uomini; la marcia fu anche molestata da scariche di moschetteria della corazzata regia Terribile, specialmente, dice il Guerzoni, contro il gruppo in cui marciava Garibaldi … Vi furono feriti e morti da ambe le parti. La faticosissima e disastrosa marcia per Aspromonte si protrasse per due giorni… perché la guida, o mal pratica o traditrice, la protrasse per circa quaranta ore, mentre in dieci ore poteva essere eseguita. Ecco perché i regi lo raggiunsero così presto. … L’ordine impartito al Pallavicini dal generale Cialdini suonava così: “Raggiunto Garibaldi, attaccarlo senza più, schiacciarlo e non accordargli che la resa a discrezione.”… diremo che il fuoco s’accese in un punto solo della linea garibaldina e non durò più di dieci minuti e che la maggior parte dei volontari non scaricarono il fucile.
Il generale, nella sua narrazione, dice di alcuni giovani ufficiali dell’esercito i cui spropositi provocarono il suo intervento; alludeva forse all’ufficiale di stato maggiore mandato dal Pallavicini ad intimare la resa al generale ferito. Quell’ufficiale… si presentò parlamentario senza farsi precedere da un trombetto, non togliendosi neppure il berretto in presenza del generale ferito, e intimando brutalmente la resa a discrezione, rimanendo a cavallo. L’indignazione del generale, che giaceva a terra fu al colmo e con voce tonante, rivolgendosi a quel preteso parlamentario, esclamò: “Faccio la guerra da trent’anni e ne conosco le leggi. Non è così che si presentano i parlamentari.” Rivolgendosi ai suoi, soggiunse: “Disarmatelo!” Il capitano fu disarmato, allora Garibaldi chiese egli stesso di vedere il Pallavicini, il quale si affrettò a lui, ma in ben diverso atteggiamento…
Nella notte, il ferito d’Aspromonte fu trasportato dai suoi fedeli alla prossima cascina dei Forestali, alla Marchesina. All’alba vegnente, su una barella composta di rami e di frasche fu portato alla marina di Scilla…
Garibaldi, allorché fu ferito, cadde nelle braccia di Enrico Cairoli, gridando: “Viva Italia!” Nullo e Guastalla adagiarono il ferito sotto l’albero ove lo incontrò il Pallavicini…
“Io ordinai che non si facesse fuoco”, scrive ancora Garibaldi, “e tale ordine fu ubbidito, meno da pochi giovanotti bollenti alla nostra sinistra, agli ordini di Menotti… ed io che mi trovavo tra le due linee per risparmiare la strage, fui regalato con due palle di carabina, l’una all’anca sinistra e l’altra al malleolo interno del piede destro. Anche Menotti fu ferito nello stesso tempo. … Mi ripugna raccontar miserie! Ma tante mi furono manifestate in quella circostanza da nauseare anche i frequentatori di cloache! Vi fu chi si fregò le mani al fausto per lui annunzio delle mie ferite, che si credettero mortali. Vi fu chi sconfessò l’amicizia mia, e vi fu chi disse essersi ingannato decantando qualche merito mio. … Invece di lasciarmi in un ospedale di Reggio o di Messina, mi imbarcarono a bordo di una fregata e condotto al Varignano, facendomi così navigare tutto il Tirreno, con immenso tormento della mia ferita al piede destro… Ma la preda si voleva vicina e al sicuro. … Fui dunque condotto al Varignano, alla Spezia, a Pisa e quindi a Caprera. … al decano dei chirurghi italiani, al professor Zanetti toccò l’onore dell’estrazione della palla. Finalmente, dopo tredici mesi, cicatrizzò la mia ferita al piede destro, e sino al ’66 condussi vita inerte ed inutile.”
Capitolo 26° – Ritorno a Caprera (Dal 1862 al 1863)
L’amnistia era nel voto universale: la Francia e l’Inghilterra l’invocavano giornalmente, con l’Italia; il governo, che non osava processare, simulò di essere generoso. Il giorno 8 ottobre il decreto fu emanato… Solo le sfere tedesche e russe avevano serbato una certa indifferenza sulla questione suscitata dall’infausto avvenimento d’Aspromonte…
All’inizio del 1863 scoppiava l’insurrezione polacca contro il dispotismo russo dell’imperatore Alessandro. … Pochissimi soltanto dei seguaci di Garibaldi portarono il loro braccio alla causa polacca, e divisero la sorte di Francesco Nullo, che cadeva combattendo a Korykawka…
Nel dicembre del 1863 Garibaldi, indignato dallo sgoverno della Sicilia, la quale, caduta in mano di burocrati ignoranti, rapaci e immorali, era giunta quasi a rimpiangere il regime passato, si dimetteva da deputato, motivando le sue dimissioni con una lettera agli elettori di Napoli…: “Quando vidi duecento deputati del Parlamento Italiano suggellare col loro voto il mercato d’una terra italiana… Ma oggi, in cui alla vendita di Nizza veggo succedere il vituperio della Sicilia, che io sarei orgoglioso di chiamare la mia seconda terra di adozione, mi sento costretto… a rassegnarvi il mandato… A questo atto… mi consiglia… il pensiero che in essi furono offesi il diritto e l’onore, compromessa la salute d’Italia. Nonpertanto voi mi troverete sempre col popolo in armi sulla via di Roma e Venezia. …”.
Immagine di Copertina tratta da Artsupp.

