Garibaldi nella sua epopea – Parte 12 di 24

Achille  Bizzoni

Garibaldi nella sua epopea

(dal 1807 al 1882)

(scritto all’inizio 1900)

Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14

Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15

(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)

Parte 12 di 24

Capitolo 21° – Cavour alla riscossa (1860)

Nel Diario di Persano si legge la seguente lettera di Cavour (a Persano indirizzata): “31 agosto 1860. … Onde impedire che la rivoluzione si estenda al nostro regno, non avvi ormai che un mezzo solo: renderci padroni senz’indugio dell’Umbria e delle Marche. … Un movimento insurrezionale scoppierà in quelle provincie dal dì 8 al 12 settembre… Il generale Cialdini entrerà nelle Marche e si porterà rapidamente avanti Ancona. …”

La stampa europea, della quale disponeva Cavour come arma, fu usata per denigrare Garibaldi … sui fogli del 1860 abbiamo intiere divisioni garibaldine distrutte, vi si legge della completa dissoluzione dei corpi, cariche fatali di cavalleria borbonica, guide massacrate dai contadini, avvelenamenti di intieri reggimenti. … Che più, il I.° ottobre la battaglia è vinta dai piemontesi, e l’intervento… dell’esercito sardo è giunto in punto per salvare l’esercito meridionale dalla completa distruzione. … Garibaldi aveva contro di sé tutti gli uomini gravi, che per troppe ragioni non volevano e, se avessero voluto, non potevano credere alla realtà. … Una dinastia è crollata contro quest’uomo, partito quasi inerme da Genova, con mille compagni. Una dinastia, sostenuta da un potente esercito, è crollata davanti alla sublime audacia di quest’uomo, semplice, modesto, ingenuo quasi nella sua bontà. “È mai possibile?”… prendendo gli uomini, non dagli interessi materiali, dalle promesse; ma non chiedendo loro che sagrifizi, privazioni, non promettendo che combattimenti e la morte, e abbattere in pochi mesi un regno? “Non è possibile!” dicevano i giornali di Cavour.

Marco Monnier, uno dei giornalisti che Cavour non poté avere adulatore, schizzava ispirato una pagina sublime sul dittatore, in data I.° settembre 1860: “… esser solo, povero e senza diritto; ma sommuovere le nazioni, improvvisare uomini, trovar milioni, sollevare il mondo con una parola; e ciò senza intrighi, senza cospirazioni, senza mistero… poi partire con un pugno d’uomini e così dichiarar guerra ad un sovrano che aveva centinaia di legni e ottantamila soldati[1]. Denunziato, sorvegliato dovunque, sfilare tra crociere formidabili… poi in quindici giorni, con 1902 italiani e tre ungheresi, battere trentamila uomini e conquistar la Sicilia, Infine… occupar lo stretto, passar d’un salto su d’una piazza forte, e in diciassette giorni, marciando avanti senza deviar d’un passo, conquistare un regno… E per un corsaro disapprovato dal suo re, un tratto di penna, dare al re un centinaio di legni, dieci milioni di uomini!…”

Cavour inviava Cialdini e Farina a Chambery ad incontrare Napoleone III… allo scopo di ottenere l’assenso di lui alla meditata spedizione negli Stati del papa. Dall’Austria sola, l’eterna nemica, poteva Cavour temere una seria opposizione. Occorreva un pretesto alla invasione dell’Umbria e delle Marche: il pretesto esisteva negli arruolamenti di truppe straniere dall’Austria favoriti… il giorno 12 di settembre le truppe piemontesi varcarono le nuove frontiere degli Stati pontifici.

L’annessione immediata della Sicilia e di Napoli era l’idea fissa di Cavour.

… Garibaldi era contrario al plebiscito immediato… i cavourriani… seppero organizzare un’imponente dimostrazione in favore del plebiscito immediato… E la dimostrazione diventò il giorno seguente tumultuosa e allarmante per l’ordine pubblico… Il Dittatore, sceso al palazzo della Foresteria, arringò il popolo affollato dal balcone…: “La città è in tumulto, e mi rincresce più che in quei tumulti soffia un partito avverso a me e ad ogni opera mia. Quel partito mi impedì l’anno passato di partire dalla Cattolica per venire in vostro soccorso; quel partito impedì a me che prendessi i denari[2] del milione dei fucili per la spedizione di Sicilia; quel partito mandò a Palermo La Farina per affrettare l’annessione della Sicilia, annessione che s’io avessi fatta, non avrei potuto venire a liberarti, o popolo di Napoli. Io lo conosco quel partito: non vuole l’Italia una, e tende a crear torbidi nel popolo e impacci a me. … Se avete cosa a dirmi, mandatemi una Commissione. Io non voglio né marchesi, né principi; mi bastano gli uomini di cuore, anche in camiciotto. … Dunque fra pochi dì vedremo il nostro re… ed a dispetto dei suoi nemici e che non la vogliono, l’Italia sarà una!”

Il decreto per il plebiscito fu confermato, e la grande giornata rimase fissata, tanto in Sicilia quanto nelle provincie napoletane, al 21 ottobre.

Il giorno 21 il reame intiero dichiaravasi sotto lo scettro di Vittorio Emanuele. … Era la prima volta che il popolo napoletano, da tempi immemorabili, veniva consultato su i suoi destini. … Era la prima volta che non solo il ricco, il nobile, i privilegiati… ben anche il lazzarone accorreva entusiasta all’urna, deponendo la sua scheda, che non sapeva che cosa volesse dire. … Si videro vecchi, che mal si reggevano sostenuti dai giovani, malati che vollero deporre la scheda, piangendo di gioia per la realizzazione del sogno sì lungamente accarezzato invano. … Il giorno stesso della proclamazione del plebiscito (21 ottobre), il Dittatore annunziava al suo esercito: “Il prode generale Cialdini ha vinto presso Isernia; I Borbonici sbaragliati hanno lasciato ottocento prigionieri, cinquanta ufficiali, bandiere e cannoni. Ben presto i valorosi dell’esercito settentrionale porgeranno la mano ai coraggiosi soldati di Calatafimi e del Volturno.”

I borbonici, all’annunzio di quella rotta, si decisero a sgombrare la linea del Volturno, levarono le batterie dai punti fortificati e si ritirarono, lasciando diecimila uomini di presidio a Capua. Appena Garibaldi ebbe notizia della ritirata dei borbonici, decise di passare il Volturno con un distaccamento, per assicurare alle spalle i piemontesi, che si avanzavano, dirigendosi al Garigliano. Il 25 passarono Medici, Bixio, Rüstow… circa cinquemila uomini in tutto. … Il generale borbonico Solzano evitò ogni scontro, ma molti furono i borbonici sbandati che caddero prigionieri dei garibaldini. … Nella mattina del 26, Garibaldi…. Eragli pervenuto avviso che il re non era molto lontano: lasciato quindi il comando delle truppe a Rüstow, s’avviò ad incontrarlo, seguito da alcuni suoi ufficiali, fra i quali Missori, Nullo, Zazio, Canzio, Mario. Appunto Mario dipinse con maestria infinita quella scena memorabile: “Proveniente da Venafro, sfilava verso Teano l’esercito settentrionale… Non tardò guari[3] a giungere Garibaldi. Sceso di sella, si pose sul davanti a guardare la truppa con lieta pupilla. Della Rocca, generale d’armata, se gli accostò cortesemente. Alcuni uffiziali salutavano con visi sfavillanti… Quando improvvisamente una botta di tamburi troncò le musiche e s’intese la marcia reale. … Il re, coll’assisa di generale, in berretto, montava un cavallo arabo storno[4], e lo seguiva un codazzo di generali, di ciambellani, di servitori… Disotto al cappellino, Garibaldi s’era acconciato il fazzoletto di seta, annodandoselo al mento per proteggere le orecchie e le tempia dalla mattutina umidità. All’arrivo del re, cavatosi il cappellino, rimase il fazzoletto. Il re gli strinse la mano, dicendo: – «Oh! vi saluto, mio caro Garibaldi; come state?» E Garibaldi: – «Bene, Maestà, e lei?» E il re: – «Benone!» Garibaldi, alzando la voce e girando gli occhi come chi parla alle turbe, gridò: «Ecco il re d’Italia!» E i circostanti: – «Viva il re!». Vittorio Emanuele, trattosi in disparte pel libero transito delle truppe, s’intrattenne qualche tempo a colloquio col generale… Sua Maestà favellò del buon tempo e delle cattive strade, intercalando le considerazioni con rauchi richiami e con alcune ceffate al nobile corsiero irrequieto. Indi si mosse. Garibaldi gli cavalcava a sinistra… i contadini accorrevano attoniti ad acclamare Garibaldi. Dei due che precedevano, ignorando quale ei fosse, posero con certezza gli occhi sul più bello. Garibaldi procacciava di deviare quegli applausi sul re… I paesani tacevano e ascoltavano, ma non comprendevano sillaba di tutto ciò; ripicchiavano il «Viva Calibardo!»… Al ponte di un torrentello che tocca Teano, Garibaldi fece di cappello al re; questi proseguì sulla strada suburbana; quegli passò il ponte, e separaronsi l’un l’altro ad angolo retto.” … Il re si recò a colazione, ma Garibaldi non fu invitato; portò il cavallo ad uno stallaggio. … Prosegue Mario: “Entrai nella stalla con Missori, Nullo, Zazio, e vi trovai il Dittatore seduto su una pancuccia, a due passi dalla coda del suo cavallo; stavagli davanti un barile in piedi, sul quale gli fu apprestata la colazione. Una bottiglia d’acqua, una fetta di cacio e un pane. L’acqua. Per giunta infetta. Appena ne bevve egli alcun sorso, la sputò dicendo tranquillamente: « – Dev’esservi nel pozzo una bestia morta da un pezzo. » …”

Capitolo 22° – Il ritorno a Caprera (1860)

La mattina stessa dell’incontro col re avvenne un piccolo scontro fra cavalieri garibaldini e borbonici. Il fatto, senza importanza di sorta, svisato dai napoletani, fu dagli storici legittimisti rinfacciato come uno sleale agguato teso dai garibaldini. È bene, per la storia, ristabilire la verità. Cialdini si era messo in rapporti col comandante provvisorio delle truppe borboniche, generale Salzano, invitandolo ad un colloquio, che venne fissato pel 26, sulla strada da Teano a Taverna della Catena, presso Caianello Vecchio. Salzano, per recarsi al ritrovo, quella mattina si fece scortare da uno squadrone di cavalleria fino a Teano e, ivi lasciata la scorta, procedeva in mezzo alla cavalleria piemontese. Il capitano garibaldino Ronchetti, essendo in perlustrazione con trenta ussari e ignorando il convegno dei due generali nemici, si spinse fino a Teano, dove fu attaccato dalla scorta ivi lasciata da Salzano. Si difesero i garibaldini, fugarono il nemico e fecero parecchi prigionieri. Salzano, di ritorno, non trovò più la sua scorta. Ecco tutto. Se fuvvi agguato, vi fu da parte dei borbonici, non dei garibaldini: ma tutto serviva per calunniare l’esercito meridionale. … Garibaldi sperava ancora di poter partecipare all’ultima battaglia coi fratelli del settentrione; ma fu deluso: non v’era più bisogno di lui, e il 27 dava ordine alle sue truppe di occupare le posizioni primitive, di tanto sangue garibaldino intrise, sulla sinistra del Volturno, a Sant’Angelo e Caserta, che furono occupate il 28. Alcuni storici, tratti in inganno da voci erronee, dissero di una rivista passata dal re alla colonna garibaldina che l’aveva incontrato sulla destra del Volturno. No, non vi furono riviste. Il re passò il 27 da Calvi per recarsi a Sant’Angelo, durante un’assenza del dittatore; e le truppe dell’esercito meridionale, accampate sulla strada da lui percorsa, presero le armi e resero gli onori. Questa la pretesa rivista, che strappava alla penna di Mario la malinconica osservazione: “A più tarda ora, il re percorse le nostre linee sino al Volturno. Il colonnello Dezza faceva gli onori di campo. Era una ressa affannosa di generali garibaldini e di uffiziali superiori intorno al nuovo astro sorgente; e intanto tramontava malinconicamente dietro le pianure della Campania l’astro di Marsala.” … Mentre una parte dei piemontesi marciarono per il Garigliano, l’altra stette intorno a Capua per stringerla d’assedio. Garibaldi era d’avviso che si poteva ottenere la dedizione della piazza senza bombardamento. Dello stesso consiglio non era il generale Della Rocca, comandante in capo di tutte le truppe innanzi a Capua, quindi anche dell’esercito meridionale… Il 2 novembre, all’alba, si presentarono due parlamentari borbonici a trattare la resa, che diede ai piemontesi: diecimila e cinquecento prigionieri con sei generali, duecentonovanta pezzi di bronzo, centosessanta affusti, ventimila fucili, ottanta carri, duecentoquaranta metri di materiale da ponte, cinquecento cavalli e muli, grandi scorte di munizioni ed oggetti d’abbigliamento. Le batterie piemontesi avevano tirato (il 1° novembre, con 40 pezzi) trecento colpi contro Capua; venti proiettili entrarono in città, sei soltanto produssero danni. Caduta Capua, a re Francesco, ormai, non restavano che Gaeta, Civitella del Tronto e la cittadella di Messina.

Quarantacinquemila soldati del re Vittorio Emanuele avevano marciato attraverso l’Umbria e le Marche; cinquemila erano giunti per mare: un totale di cinquantamila uomini, e una grande flotta – regalata da Garibaldi – unita a quella sarda, potevano bastare ad aver ragione dell’ultima bicocca rimasta al Borbone, senza costringere il regio esercito ad incanagliarsi coi volontari del filibustiere… Era l’ora delle ingratitudini; e l’eroe, che un solo pensiero guidava, l’Italia, senza dispetto, senza ira, senza rancore, subiva, fingendo di non avvedersene, le disconoscenze più mostruose. Una sola cosa lo addolorava profondamente: l’aver dovuto rinunziare al completamento della sua opera sì felicemente iniziata. … Repubblicano, faceva olocausto dei suoi ideali politici sull’altare della patria. … sempre pronto a sacrificare se stesso, ribelle allorché gli sembrava che la regalità, anziché assecondare le aspirazioni nazionali, si frapponesse come ostacolo. … Per Garibaldi la monarchia, grata o ingrata, era mezzo, il mezzo indispensabile per unificare la patria; il monarca e i cortigiani vollero credersi scopo.

Il 29 ottobre scriveva nuovamente al re, ma non per chiedere favori o riconoscenza, soltanto per domandare giustizia per i suoi compagni d’arme, per sé nulla: “… Adempio dunque ad un voto del mio cuore, sciolgo una promessa da me in varî atti decretata, deponendo nelle mani Vostre il potere… Io vi rimetto il potere su dieci milioni di Italiani, tormentati fin pochi mesi addietro da un dispotismo stupido e feroce. … Voi troverete in queste contrade un popolo docile, quanto intelligente, amico dell’ordine, quanto desideroso di libertà, pronto ai maggiori sacrifizi… Nei sei mesi, che io ho tenuto la suprema direzione, non ebbi che a lodarmi dell’indole e del buon volere di questo popolo… Vogliate intanto, Maestà, permettermi una sola preghiera, nell’atto di rimettervi il potere supremo. Io vi imploro che mettiate sotto la vostra altissima tutela coloro che m’ebbi a collaboratori in questa grande opera di affrancamento dell’Italia meridionale e che accogliate nel Vostro esercito i miei commilitoni che hanno bene meritato di Voi e della Patria.

Il 31 ottobre, sulla piazza di San Francesco di Paola, Garibaldi, giunto da Caserta, elogiò gli Ungheresi, comandati dal conte Teleki. Un uragano d’applausi accolse le sue parole… “Eliyen Italia! Eliyen Garibaldi!”, risposero in coro gli ungheresi. … Poi rivoltosi al popolo, dal palazzo della Foresteria, così parlò: “… Il cancro, la rovina d’Italia furono sempre le ambizioni personali – e ancora lo sono. È l’ambizione personale che accieca il papa-re e lo spinge ad avversare questo movimento nazionale… È il papa-re che ritarda il momento della completa liberazione dell’Italia. Il solo, il vero ostacolo è questo. … Io amo e venero la religione di Cristo, perché Cristo venne per sottrarre l’umanità alla schiavitù, per cui Dio non l’ha creata. Ma il papa, che vuole schiavi gli uomini, che domanda ai potenti della terra dei ceppi, e catene per gli Italiani, il papa-re disconosce Cristo, mentisce alla sua religione…” … egli stesso credente, non avrebbe voluto una società atea, ma accattolica. Soldato ed apostolo, vagheggiava non solo la liberazione della patria dallo straniero e dal dominio dei pontefici, ma ben anche una libera fede nazionale, educatrice, a libertà e progresso. (391-392)

Garibaldi scrisse (l’8 novembre 1860, dall’albergo della Gran Brettagna) l’addio ai volontari; più che addio, un caldo arrivederci!… : “… All’armi tutti! – tutti; e gli oppressori – i prepotenti sfumeranno come la polvere. … Questo popolo è padrone di sé. Egli vuol essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi colla fronte alta: non rampicarsi, mendicando la sua libertà – egli non vuole essere a rimorchio d’uomini a cuore di fango. … Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, di Ancona, di Castelfidardo, d’Isernia e con noi ogni uomo di questa terra non codardo, non servile; tutti, tutti serrati intorno al glorioso soldato di Palestro, daremo l’ultima scossa, l’ultimo colpo alla crollante tirannide!…” … Garibaldi impiegò la giornata dell’8 nel visitare i suoi feriti nei vari ospedali, e, ritornato all’albergo, a ricevere le numerose deputazioni, che tutte in coro lo scongiuravano a rimanere. Gli apprestamenti della partenza non furono lunghi. Portava seco pianticelle e sementi, poche provvigioni di bocca, da marinaio, un barile di merluzzo, fagioli e patate, il leggero fagotto dei suoi abiti… e null’altro.

All’alba del 9 novembre tre carrozze da nolo si arrestarono al portone della Gran Brettagna. Garibaldi, suo figlio Menotti e Basso salirono sulla prima; Missori, Nullo, Canzio, Trecchi, Zazio nelle altre. Scesero all’approdo di Santa Lucia, dove li attendeva una lancia. Il Washington era all’àncora in porto. Il generale salì a bordo, accompagnato da Menotti e da Basso; mandò ai fidi amici restanti il saluto: “Arrivederci in primavera sulla via di Roma!” – Appena due mesi erano trascorsi dall’ingresso trionfale in Napoli; il dittatore delle Due Sicilie ritornava alla sua Caprera povero come ne era partito.

Capitolo 23° – Da Caprera al Parlamento (1860-1861)

Da Caprera, scriveva un amico di Garibaldi alla sig.a Mario: “È come un ragazzo in vacanza. Appena giunto, ha percorso tutta l’isola; mise in libertà i suoi cavalli Marsala e Calatafimi, passò in rivista i suoi asini, seminò qualche zolla, per darsi il piacere di seminare colle proprie mani; ora è tutto intento a completare la Casa Bianca… si accontenta di trasportare il materiale nella carriola. Sembra affatto dimentico di aver liberato dieci milioni d’Italiani; non parla affatto di politica… Intanto si vive qui al solito, col prodotto del fucile di Basso, col pesce e coi legumi secchi. …”

Un milione d’armati era il suo sogno… cinquecentomila l’esercito, cinquecentomila il popolo. Il 29 dicembre 1860 scriveva all’amico Federico Bellazzi: “Io desidero l’opera concorde di tutti i Comitati italiani per coadiuvare al gran riscatto. Così Vittorio Emanuele, con un milione d’Italiani armati, potrà questa primavera chiedere giustamente ciò che manca all’Italia. Nella sacra via che si segue, io desidero che scomparisca ogni indizio di partiti; i nostri antagonisti sono un partito; essi vogliono l’Italia fatta da loro con il concorso dello straniero senza di noi. Noi siamo la Nazione, non vogliamo altro capo che Vittorio Emanuele, e non escludiamo nessun italiano che pensi francamente come noi. Dunque sopra ogni cosa, si predichi energicamente la concordia.” … Ma gran parte dell’esercito meridionale fu congedato. Ai volontarî congedati si fornivano i fogli di via e sei mesi di paga, circa 160 franchi. Rimasero solamente pochi volontarî delle provincie Venete, dell’Istria e del Patrimonio di San Pietro, ai quali il ritorno era precluso dagli austriaci e dal governo dei preti. Quindi dell’esercito meridionale rimasero solamente una gran parte degli ufficiali, circa duemila. … Dagli ufficiali dell’esercito regolare i garibaldini erano considerati come nemici delle istituzioni… Il mal d’animo non si rivelò soltanto contro gli ufficiali rimasti dell’esercito meridionale: non si voleva neppure riconoscere i meriti dei valorosissimi compagni di Garibaldi, accordando le decorazioni proposte dai capi di corpo per i loro subordinati. … Nel dicembre del 1860, appena un mese dopo la partenza di Garibaldi per Caprera, Vittorio Emanuele si recava in Sicilia a raccogliere i frutti dell’eroica epopea garibaldina, e nel proclama del re, Garibaldi non è neppure ricordato: “… Siciliani! La vostra storia è storia di grandi gesta e di generosi ardimenti; ora è tempo per Voi, come per tutti gli Italiani, di mostrare all’Europa che, se sapemmo conquistare col valore l’indipendenza e la libertà…” … Il governo era largo di favori ai garibaldini ravveduti e transfughi quanto accanito nell’infliggere l’ostracismo a quelli che rimanevano fedeli al loro capo, ai loro ideali, coerenti col passato loro. … Persino il sopraintendente generale dei teatri, marchese di Rudinì, prescriveva: “… resta espressamente proibito di produrre in qualunque spettacolo teatrale tutto ciò che avvi di garibaldino…” … Non era più una cospirazione segreta, ma una guerra aperta, a cui prendevano parte, con la maggioranza del Parlamento a Cavour asservito, anche illustri patriotti, i quali, già profughi in Piemonte o incatenati nelle galere borboniche, prima che Garibaldi accorresse a liberarli, parteggiavano contro di lui e de’ suoi, in ciò alleati anche della camorra napoletana, di cui il governo immorale e stolto, credendo di essere abile, si serviva ai suoi scopi, legandoci a una triste eredità… L’ostracismo, le carceri, il domicilio coatto erano serbati a chi osava apertamente affermarsi, agitarsi per Garibaldi.

Una Commissione napoletana, giunta a Caprera, presentava a Garibaldi una panoramica pericolosa: l’Austria incalzante nei Ducati, i francesi a Roma: “… Il malcontento in Napoli e nella Sicilia è al colmo. Un sentimento di tristezza indefinita ingombra la mente e il cuore delle nostre popolazioni libere, ed un gemito di dolore supremo, misto all’anelito della speranza, muove invano da Roma e Venezia. …”

(Nota[5]) … Garibaldi (aveva intanto accettato la candidatura al Parlamento), che nel tempo e nella diplomazia non sperava, voleva cogli armamenti la guerra immediata; il ministro Cavour e il ministro Ricasoli, che gli succedette, volevano attendere; però non curavano a sufficienza gli armamenti… lasciando l’Italia non solo inerte, ma indifesa contro la reazione clericale austro-franco-borbonica.

L’atmosfera del Parlamento era gravida di burrasche… Parla Garibaldi: “… Dirò qualche parola sull’oggetto principale di questa discussione, sull’esercito meridionale. Dovrei raccontare fatti ben gloriosi. La sua gloria non è stata oscurata se non quando questo Ministero ha steso sul Mezzogiorno la fredda e malefica mano. … Io credo che trent’anni di servizio alla patria mi diano il diritto di dire la verità ai miei colleghi. Quando l’amore della concordia e l’orrore di una guerra fratricida…” – La frase resta interrotta da uno spaventevole uragano. … Cavour protesta, poi abbandona l’aula. … Dopo un quarto d’ora si riapre la seduta e Garibaldi …: “Quando mi fermarono sulla via sacra di Roma, io non feci che una sola raccomandazione, quella dell’esercito di prodi che aveva liberati 10 milioni di fratelli, e il re promise di averlo caro, di rendergli giustizia. Che ha fatto il Ministero di quell’esercito? … non aveva il diritto di umiliarlo… si esclusero gli uffiziali… se n’è cacciato un terzo dell’intero… si è troncata la loro carriera. … La dittatura fu un governo legittimo; essa è l’autrice del plebiscito che vi ha dato due regni; perché, accettando questi due regni, avete rifiutato l’esercito che ve li dava? La sola cosa che mi chiama qui è l’armamento del paese: io non conosco altro mezzo per salvare la patria…”.

Cavour parlava di tempo di pace; per Garibaldi con i francesi a Roma e gli austriaci al Mincio, la pace di Cavour non era neppure una tregua; l’Italia non poteva, non doveva posar l’armi, finché Roma e Venezia non fossero congiunte alla madre patria. … Ancora Garibaldi: “Nel 1859 io fui grato al conte di Cavour d’avermi dato i mezzi di servire il mio paese, ma dopo d’allora non ebbi a lodarmi del presidente del Consiglio. È una storia dolorosa. Quando io giunsi a Torino, accorrevano i volontarî, ma a me non si assegnavano che i gobbi e gli zoppi; tutti gli abili furono arruolati nell’esercito regolare. Eravamo tremila, dopo Treponti fummo ridotti a milleottocento. Il re diede ordine che mi si spedissero subito i volontarî formati in Acqui, ed io non ne vidi uno. Nell’Italia centrale… Si preferì stabilire un tempo determinato, e si perdettero ventimila buoni soldati. …”

Garibaldi… tendeva a riunire per il momento eccezionale una rilevante forza militare, affinché l’Italia potesse far fronte all’ignoto, che si presentava torbido e minaccioso

Il 21 aprile 1861 il generale Cialdini scriveva a Garibaldi: “… Voi osate mettervi al livello del Re… Voi intendeste collocarvi al disopra degli usi, presentandovi alla Camera in un costume stranissimo, al disopra del Governo… al disopra del paese… Nemico di ogni tirannia, sia dessa vestita di nero o di rosso, combatterò ad oltranza anche la vostra. Mi sono noti gli ordini dati da voi, o dai vostri, al colonnello Tripoti per riceverci negli Abruzzi a fucilate… e giungo all’intimo pensiero del vostro partito. Esso vuole impadronirsi del paese e dell’armata, minacciandoci, in caso contrario, di una guerra civile. … Generale, voi compieste una grande, meravigliosa impresa coi vostri volontarî… ma avete torto di esagerarne i risultati. Voi eravate sul Volturno in pessime condizioni, quando noi arrivammo. Capua, Gaeta, Messina e Civitella, non caddero per opera vostra, e cinquantaseimila borbonici furono battuti, dispersi e fatti prigionieri da noi, non da Voi. È dunque inesatto il dire che il Regno delle Due Sicilie fu tutto liberato dalle armi vostre. …”.

Quella lettera era davvero un appello alla guerra civile… e i volontarî garibaldini avrebbero voluto raccogliere il guanto… Ma Garibaldi impose silenzio a tutti. … Il 22 aprile 1861 Garibaldi rispondeva a Cialdini: “Anch’io fui vostro amico e ammiratore delle vostre gesta. … Come deputato io credo avere esposto alla Camera una piccolissima parte dei torti ricevuti dall’esercito meridionale… Noi eravamo sul Volturno al vespro della più splendida vittoria nostra… e tutt’altro che in pessime condizioni…”

Il re s’interpose per calmare le inimicizie… Chiamò Garibaldi e Cavour alla reggia, scongiurandoli di riconciliarsi. Per deferenza al re, scambiarono parole di pace, ma non si strinsero le destre. … La riconciliazione di Garibaldi con Cavour doveva condurre a quella con Cialdini.

Il dottore Diomede Pantaleoni, interprete e consigliere di Cavour a Roma, sottometteva al conte un progetto che avrebbe dovuto servire di base alle trattative col Vaticano. … Se il papato avesse accettato quelle proposte, l’Italia sarebbe diventata una grande sagrestia, e il motto di Cavour sarebbe stato invertito: “Libera Chiesa in Stato schiavo”. Era la dedizione completa dell’Italia al clero… Per fortuna il Vaticano, testardo, non volle sapere di accordi… E già una nuova convenzione pareva assicurata per lo sgombro dei francesi da Roma… Allorché Cavour morì, quasi improvvisamente, il 6 giugno 1861.


[1] L’idea, la sfida, il rischio, la pazzia, l’irrazionale, la passione, la fede, l’amore (annotazione di M.B.)

[2] (Frutto di una sottoscrizione)

[3] (Molto)

[4] (Con mantello grigio scuro costellato di piccoli ciuffi bianchi)

[5] È notorio l’ordine sibillino di Cavour a Persano, allorché Garibaldi era salpato da Quarto coi Mille, ordine che il Persano così enuncia nel suo Diario…: “9 maggio 1860. – Devo arrestare i volontari, partiti da Genova per la Sicilia su due piroscafi della Società Rubattino sotto il comando del generale Garibaldi, ove tocchino a qualche porto della Sardegna, e più particolarmente a quelli della Maddalena e del Golfo di Cagliari, ma devo lasciarli procedere nel loro cammino incontrandoli per mare…” … Ma è certo che, se la spedizione dei Mille, per un fortuito caso qualunque di mare, avesse toccato un porto della Sardegna, invece di Talamone, sarebbe stata arrestata, e Garibaldi non avrebbe potuto redimere le Due Sicilie. … agli incrociatori napoletani si lasciava l’odiosità di prendere al largo Garibaldi, che, arrestato da Cavour, sarebbe stato per il governo sardo di grave imbarazzo. Non è quindi merito di Cavour se il Piemonte e il Lombardo seppero sfuggire alla crociera napoletana ed ebbero la buona sorte di non cadere nell’agguato di Sardegna.


Immagine di Copertina tratta da GeoPop.

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