Garibaldi nella sua epopea – Parte 11 di 24

Achille  Bizzoni

Garibaldi nella sua epopea

(dal 1807 al 1882)

(scritto all’inizio 1900)

Casa Editrice Sorzogno – Milano – Via Pasquirolo, 14

Stab. Grafico Matarelli, via Passerella, 13-15

(Riduzione e sintesi di Mario Bruno, agosto 2006)

Parte 11 di 24

Capitolo 19° – Garibaldi a Napoli (1860)

I regi, all’avanzarsi fulmineo di Garibaldi, avevano, insieme al coraggio, perduto la testa. In un definitivo Consiglio di generali, tenuto da Francesco II, fu deciso di non dare né accettare battaglia, di lasciar Napoli indifesa, di ritirare le truppe oltre il Volturno e serbare l’estrema difesa sotto Capua. E il re, finalmente, si decise a seguire il consiglio dei suoi ministri dimissionari, preparando la partenza.

Il 6 settembre 1860 Francesco II rivolse al suo popolo un accorato proclama d’addio, già preparato da Liborio Romano. Ma Francesco metteva solo la firma; e quel nobile documento era un nuovo falso, che la storia ha già condannato e i contemporanei hanno a ragione rinfacciato all’assoldatore del brigantaggio, che per tanti anni desolò le provincie meridionali a sì spaventosi orrori ci ha fatto assistere.

Francesco II indirizzava, il 6 settembre, alle potenze un proclama: “Poiché un ardito condottiero, con tutte le forze di cui l’Europa rivoluzionaria dispone, ha attaccato i nostri dominî invocando il nome di un Sovrano d’Italia, parente ed amico, abbiamo con tutti i mezzi in nostro potere combattuto per cinque mesi per la sola indipendenza dei nostri stati. Questa protesta sarà trasmessa da noi a tutte le Corti, e vogliamo sia conservata nei nostri reali ministeri di Stato come un monumento della nostra costante volontà di opporre sempre la ragione e il diritto alla violenza e alla usurpazione.” Il 6 mattina, con il tesoro reale, il re s’imbarcò, senza seguito sulla Saetta e, scortato da due navi da guerra Spagnuole, salpò per Gaeta. Così lasciava Napoli, per non più rivederla, l’ultimo regnante dei Borboni, discendente da san Luigi e da Enrico IV. Garibaldi, il giorno 6 settembre, aveva marciato con l’estrema avanguardia, la brigata Milano; in seguito alle notizie ricevute la precedette e si recò a Salerno.

Tutto ciò avveniva mentre i forti, le caserme i punti centrali di Napoli erano tuttavia occupati dalle truppe borboniche, mentre la fanteria di marina brulicava nell’Arsenale, e i cannoni del forte Sant’Elena erano tuttavia puntati contro la città. Alle 10 e 30 antimeridiane (7 settembre 1860), Garibaldi saliva in treno a Vietri: non aveva che un piccolo seguito d’ufficiali, fra i quali Cosenz, Nullo e Bertani, e giunse a Napoli verso il meriggio, accolto da Liborio Romano e dai ministri rimasti in carica.

Garibaldi ringraziò con simpatia riconoscente Liborio Romano: egli sapeva quanto aveva fatto quell’uomo per stornare e combattere la reazione in Napoli, quanto aveva fatto per evitare la guerra civile dalla reazione voluta. Dichiarò Liborio Romano salvatore di Napoli. Dalla stazione, Garibaldi procedette trionfante in mezzo al popolo affollato per le vie di Napoli e in preda a un entusiasmo che confinava con la frenesia. In diciassette giorni, da Reggio a Napoli, aveva conquistato un regno, distrutta una dinastia, creato il regno d’Italia. Garibaldi indossava la sua camicia rossa; portava il cappello a cencio, all’italiana, senza distintivi di sorta, un sorriso stanco gli aleggiava sulla bocca. Le poche camicie rosse dei seguaci di Garibaldi strappavano grida, urla, acclamazioni frenetiche dai balconi, dalle strade trasversali. Da certi punti eran pioggie di fiori, e anche i preti, in piedi nelle carrozze, che agitavano la croce di Savoia, la quale non era precisamente quella del Vaticano.

Garibaldi emanò da Salerno, il 7 settembre mattina, un manifesto: “Figlio di popolo, è con vero rispetto ed amore che io mi presento a questo nobile ed imponente centro di popolazioni italiane. I sacerdoti italiani consci della loro missione hanno, per garentia del rispetto con cui saranno trattati, lo slancio, il patriottismo, il contegno veramente cristiano dei numerosi loro confratelli, che dai benemeriti monaci della Gancia ai generosi sacerdoti del continente napolitano, noi abbiamo veduti alla testa dei nostri militi sfidare i maggiori pericoli delle battaglie”. Da quell’abile proclama è risultato che alla sera carrozze cariche di preti acclamavano a Garibaldi, a Vittorio Emanuele, all’Italia fra la folla di popolo pazza di gioia. Quella giornata di emozioni, di agitazioni, di trionfi fra le incessanti acclamazioni aveva sfinito il generale, che sentì prepotente il bisogno di riposo. Incaricò il frate Giovanni di affacciarsi a una finestra e pregare gli instancabili acclamanti di ritirarsi per lasciarlo tranquillo. A un tratto, come per effetto d’un incantesimo, quella folla impazzita divenne muta. Oo padre dorme!, fu sussurrato a mezza voce, e la folla, un istante dianzi tumultuosa, come la bufera, si diradò silenziosa. Più eloquente quel tacito omaggio delle deliranti acclamazioni di poco prima.

L’8 settembre, La brigata Milano, riordinata alle porte della città[1], entrava in buon ordine in Salerno. Alle 2 antimeridiane del 9 settembre la brigata Milano entrava in Napoli: mille e duecento uomini circa.

Il 6 settembre erano state ritirate le truppe borboniche da Salerno e da Avellino, ma all’estrema sinistra si era lasciato il generale Flores, il quale si era ripiegato sui confini del Principato Ulteriore, dove era sorta potente una formidabile reazione, alla testa della quale era parte del clero, capitanato dal vescovo di Ariano. Il partito reazionario commise orrori di ogni sorta, uccidendo famiglie intiere appartenenti al partito nazionale, senza riguardi per l’età e per il sesso. Seguirono le rapine e i saccheggi. Orde cattoliche, che in nome del loro Dio, del loro re, insanguinavano la provincia e commettevano massacri il cui racconto fa inorridire. Garibaldi mandò Türr in soccorso dei miseri che si trucidavano ad Ariano. Flores era fuggito. Ghio capitolò. L’opera politica di Garibaldi, iniziata col felice decreto preludente all’annessione, l’incorporazione della marina borbonica[2] a quella sarda, continuò mirabile di poi.

Mentre Cavour cospirava e strepitava come un ossesso, Garibaldi chiamava al governo Cosenz, Pisanelli, Liborio Romano, Antonio Ciccione, Rodolfo d’Affitto ed Antonio Scialoia. Andrea Colonna, che tanto aveva fatto per Napoli, eletto sindaco della città. Aboliti i gesuiti, passati al demanio i loro beni, liberazione di tutti i detenuti politici; restituzione dei pegni depositati ai Monti di Pietà del valore non eccedente i tre ducati, soppressione di ogni dogana fra Napoli e la Sicilia; istituzione di asili infantili nei dodici quartieri di Napoli; abolizione dei fondi segreti nei ministeri. – Ferdinando II non aveva che debiti, retaggio paterno; alla sua morte lasciava un patrimonio privato di 80 milioni di ducati, pari a 344 milioni di franchi. – Un collegio gratuito fu istituito (per decreto di Garibaldi) per i figli del popolo, istruiti nelle arti professionali a spese dello Stato.                          

Oltre quei decreti, le ordinanze di polizia contro le società segrete che colpivano specialmente la camorra. Dalle 11 alle 12 del mattino Garibaldi era accessibile a tutti, ascoltava tutti con la sua benevolenza cordiale, con l’affascinante sorriso. Da Garibaldi si sperava tutto, anche la pioggia e il bel tempo. – Cavour agiva per fermare Garibaldi nella sua marcia gloriosa. Il 10 settembre scriveva a Farini: “Se noi non siamo alla Cattolica prima di Garibaldi, noi siamo perduti, la rivoluzione invade l’Italia centrale. Noi siamo costretti ad agire.”

Il ministro di Francia, Thouvenel, scriveva in una circolare: “Il Farini ha esposto all’imperatore a Chambery la posizione molto imbarazzante e pericolosa, in cui il trionfo della rivoluzione, personificata in Garibaldi, minacciava il governo di Sua Maestà sarda”. Garibaldi stava per proseguire liberamente il suo cammino attraverso gli Stati Romani, sollevando la popolazione e, varcato questo confine, diventava affatto impossibile l’impedire un attacco contro Venezia. Al gabinetto di Torino non rimaneva più che un mezzo: entrare nelle Marche e nell’Umbria appena l’arrivo di Garibaldi v’avesse suscitato dei torbidi, e ristabilirvi l’ordine, senza toccare l’autorità del papa”. – Cavour scrive all’ammiraglio Persano, il 14 luglio, sollecitandolo a “impedire ad ogni costo che Garibaldi passi sul continente” e a recarsi a Napoli “e condurrà seco le navi napoletane, quand’anche il Generale Dittatore non consentisse.”

A Palermo Garibaldi aveva nominato in sostituzione del Torrearsa, dimissionario, un avvocatuccio che teneva il bastone di maresciallo in tasca, il deputato Depretis che, però, lo ingannava. Dimissionario Depretis, Garibaldi partì per Palermo dove, il 17 settembre, indirizzò al popolo un manifesto: “A Roma, popolo di Palermo, noi proclameremo il Regno Italico. A Palermo si volle l’annessione perché io non passassi lo stretto. A Napoli si vuol l’annessione perché io non possa passare il Volturno. Ma in quanto vi siano in Italia catene da infrangere – io seguirò la via – o vi seminerò le ossa. Mordini vi lascio per Prodittatore, e certamente egli sarà degno di voi e dell’Italia.”. – Il 18, Garibaldi ripartì per Napoli. – L’esercito borbonico era concentrato lungo il Volturno, a Capua, e più indietro verso il Garigliano con le ultime riserve a Gaeta. La forza rimasta al re era calcolata in sessantamila uomini almeno.

Le prime scaramuccie sul Volturno fra i garibaldini e gli avamposti borbonici cominciarono il 15.

La battaglia divampò il 19 per la presa del forte di Capua. Poche migliaia di uomini batterono ripetutamente circa ventimila borbonici. Il 19 settembre Garibaldi rivolgeva agli Italiani un manifesto: “L’Italia non è ancora libera tutta, e noi siamo ben lungi dalle Alpi, meta nostra gloriosa. Italiani, il momento è supremo. Già fratelli nostri combattono lo straniero nel cuore dell’Italia. Andiamo ad incontrarli in Roma, per marciare di là assieme sulle venete terre”.

Caiazzo, conquistata il 19, fu ripresa dai regi il 21, dove i garibaldini lasciarono in mano al nemico duecento feriti e molti prigionieri. I borbonici ebbero 110 uomini fuori di combattimento. Il maggiore Cattabene, comandante del battaglione di stanza in Caiazzo, insieme ad altri otto ufficiali feriti, furono condotti prigionieri a Capua.

Garibaldi narra il combattimento di Caiazzo nel suo libro I Mille: “Io avevo raccomandato al general Sirtori di lanciar delle bande nostre sulle comunicazioni del nemico, ma chi ne aveva l’incarico[3] stimò più opportuno di far qualche cosa di più serio. Fu decisa l’occupazione di Caiazzo, villaggio all’oriente di Capua, sulla sponda destra del Volturno. Tale posizione distava dall’esercito borbonico, accampato a levante di Capua, di poche miglia. Quell’esercito contava circa quarantamila uomini, ed ingrossava ogni giorno. L’operazione di Caiazzo fu, più che un’imprudenza, una mancanza di tatto militare da parte di chi la comandava. E serva quell’esempio ai nostri giovani militi, tuttora obbligati a studiare quella manìa di macellar uomini, che si chiama la guerra”.

Capitolo 20° – Battaglia sul Volturno, 1-2 Ottobre (1860)

Il giorno 27 settembre, Garibaldi emanava all’esercito meridionale il seguente Ordine del giorno: “Il posto principale di difesa delle nostre posizioni è Maddaloni. In caso di attacco serio del nemico, il punto di riunione di tutti i posti grandi e piccoli sarà Maddaloni”.

Bixio stava all’ala destra dell’esercito meridionale innanzi a Maddaloni, occupando Monte Caro e il monte Longano; teneva i suoi estremi avamposti sulla strada di Ducenta presso Valle. I corpi da lui comandati si componevano della sua divisione, la 18.a, formata dalla brigata Dezza e dalla brigata Spinazzi; aveva inoltre seco la brigata Eberhard e la colonna Fabrizi, della divisione Medici: in totale, circa cinquemila e seicento uomini. Aveva otto obici da montagna e circa cinquanta cavalieri. A Castel Morone, prossimo alla scafa di Limatola sul Volturno, stava il battaglione dei bersaglieri Bronzetti della 16.a divisione; duecentoventisette uomini. A San Leucio e al Gradillo, verso il nord, era la brigata Sacchi; mille e cinquecento uomini. Medici, che occupava le alture di Sant’Angelo fino a Santa Maria, aveva le due brigate della sua divisione 17.a, i carabinieri genovesi, il genio (Brocchi), la brigata Spanzaro della 15.a divisione. In tutto, circa quattromila uomini. All’ala sinistra di Medici, davanti a Santa Maria, Milbitz che, in assenza del ministro della guerra Cosenz, comandava la 16.a divisione, disponeva di quattromila uomini con quattro cannoni. L’estrema sinistra, ad Aversa, la brigata Basilicata, comandata dal colonnello Corte: mille e cinquecento uomini. Le riserve stavano a Caserta col quartier generale principale; esse, sotto il comando di Türr, si componevano di quattromila e cinquecento uomini. Garibaldi aveva schierato un esercito di ventimila uomini circa (21.327). Il critico militare Rüstow, attore nella battaglia che narra, calcola l’effettivo nelle file dell’esercito meridionale, la mattina del 1.° ottobre, diciottomila uomini.

Le truppe borboniche ammontavano a 45.000 uomini. Francesco II da Gaeta si trasferì a Capua coi conti di Caserta e di Trapani. Ai soldati dava promessa di lasciarli liberamente saccheggiare tutti i paesi che avrebbero incontrati nella loro marcia vittoriosa. Il generale Ritucci ebbe il comando in capo.

Comandavano le truppe borboniche i generali Mechel, Perrone, Afan de Rivera, Tabacchi. Con il re e i conti di Caserta e di Trapani. Il movimento di Mechel verso Ducenta cominciò il giorno 30 nelle prime ore pomeridiane, aprendo un fuoco vivissimo di artiglieria[4] e di fucileria dalla riva destra del fiume sugli avamposti di Medici.

Alle 5 del mattino I.° ottobre gli avamposti di Milbitz furono attaccati dalla colonna Tabacchi. Afan de Rivera attaccava gli avamposti di Medici alle 5 e mezza del mattino. Medici resisteva valorosamente, ma le truppe sue scemavano a vista d’occhio: numerosi i feriti, numerosissimi gli sbandati. Verso il meriggio la tenace resistenza di Medici aveva fiaccato la violenza dei borbonici attaccanti.

Bixio, che si aspettava un attacco, aveva preso le sue disposizioni e non si lasciò sorprendere come Medici. L’attacco di Mechel cominciò alle 8 e mezza. Bixio, a Maddaloni, ha perduto la sua posizione verso Valle; però la sua sinistra si mantiene sulle alture del monte Caro. Le forze dei regi sono soverchianti, ma dopo il primo successo, Mechel non sa decidersi ad un nuovo attacco. Garibaldi, giunto attraverso alle montagne a Santa Maria, è in attesa delle riserve.

La sola brigata Milano, essendo giunta in ferrovia, fu subito mandata al fuoco sulla strada verso Sant’Angelo. Garibaldi ne era alla testa. Garibaldi, raccolte alcune compagnie di calabresi, le lanciò contro il nemico alla sinistra della brigata Milano. La fanteria nemica cominciò a retrocedere. La ritirata di Tabacchi si convertì in rotta. Giunsero le altre riserve e altre truppe che non erano di riserva e tutto fu lanciato in quella carica decisiva. La rotta di Tabacchi decise la ritirata di Afan de Rivera. A Maddaloni, Bixio aveva ripreso l’offensiva.

La vittoria era completa su tutti i punti, e alle 5 pomeridiane il cannone taceva su tutta la linea. Garibaldi così scriveva di Bronzetti nei Mille: “Mentre la pugna ferveva nelle pianure capuane, il maggiore Bronzetti, alla testa di circa trecento uomini, sosteneva l’urto di quattromila borbonici, e li respingeva a varie riprese. Invano il nemico intimò la resa. Avanzo di dieci assalti, pochi restavano del suo piccolo battaglione. Essi terminarono sino all’ultima cartuccia, sostennero l’attacco finale colla baionetta, e caddero tutti!”. Fino alle 4 pomeridiane del I.° ottobre resistettero nel loro castello i duecentoventisette uomini di Bronzetti[5].

Le avanguardie di Perrone erano già scese in Caserta, allorché Bixio attaccò alle spalle sulle alture di Caserta Vecchia. Quell’attacco decise Perrone ad arrendersi. Tutta la colonna fu prigioniera. San Tammaro, ch’era stato occupato il giorno innanzi (1° ottobre) dai regi, fu rioccupato la mattina (2 ottobre) dai garibaldini senza colpo ferire.

La battaglia del Volturno, narrata da Garibaldi: “La nostra linea di battaglia era difettosa, perché troppo estesa da Maddaloni a Santa Maria. E veramente il difetto della nostra linea non mi lasciava tranquillo, non meno dei preparativi d’una imminente battaglia, a cui preparavasi l’esercito borbonico, più numeroso ed in ogni cosa meglio fornito del nostro. Circa alle tre del mattino del I.° ottobre, io montavo in via ferrata a Caserta, ove tenevo il mio quartier generale e, giungendo, fui accolto da una grandine di palle nemiche. Il mio cocchiere fu ucciso, la carrozza crivellata di palle, ed io co’ miei aiutanti fummo obbligati di scendere e sguainar le sciabole per aprirci un cammino. Disimpegnandomi dalla mischia io m’incamminai coi miei aiutanti verso Sant’Angelo da dove vidi la pugna fervere energicamente su tutta la linea da Santa Maria a Sant’Angelo. I borbonici impiegarono contro di noi, il I.° ottobre, quanta forza disponibile ancora avevano in campo e nelle fortezze, e per fortuna ci attaccarono simultaneamente su tutte le posizioni nell’estensione della nostra linea. Uno dei grandi vantaggi nostri alla battaglia del Volturno fu pure la bravura degli ufficiali. Avezzana, Medici, Bixio, Sirtori, Türr, Eberhard, Sacchi, Milbitz, Simonetta, Missori, Nullo, ecc. – Ebbi notizia che una colonna nemica di quattro o cinquemila uomini trovatasi a Caserta Vecchia, minacciando di scendere a Caserta. Mentre io stavo marciando al coperto per girare il loro fianco destro, duemila di loro scendevano dalle alture piombando sul nostro quartier generale, e se ne sarebbero forse impadroniti se il generale Sirtori non li avesse respinti. Di tutto il corpo nemico, che giustamente ci aveva alquanto sgomentati, pochi furono che poterono salvarsi”.

La vittoria costò gravi perdite all’esercito meridionale: circa tremila e cinquecento uomini fra morti, feriti e dispersi. Le perdite dei regi furono inferiori alle perdite dell’esercito meridionale. Perdettero i regi, specialmente il 2 ottobre, più di tremila prigionieri e 7 cannoni da campagna di grosso calibro.

L’urto principale del combattimento fu sostenuto da Milbitz a Santa Maria e da Medici sulle alture di Sant’Angelo. La vittoria stende le sue ali su tutta la linea, dell’estensione di dodici miglia, guardata da appena diciottomila uomini, contro quarantamila. Rüstow, attore glorioso nella grande battaglia, esclama (parlando di Garibaldi) ammirando: “Risponde a ogni attacco dei napoletani con un nuovo attacco, dovunque egli può mettere insieme una dozzina di soldati. Solo quando ebbe quasi consumato l’ultima forza nella furibonda vicissitudine di una difesa da leoni, allora soltanto egli chiama la sua ultima riserva correndogli incontro, egli solo per sentieri pericolosi, quasi in mezzo alle schiere nemiche. E l’anima pure col suo coraggio, quindi la slancia sulle schiere dei regi fuggenti confusamente, che a fronte di quel pugno di gente non osano neppure pensare a ulteriore resistenza”.


[1] Era stata trasportata in gran parte da carri messi a disposizione dai patrioti di Salerno.

[2] La flotta borbonica era così composta: vascelli: Vesuvio, Monarca; fregate: Borbone, Farnese, Regina, Amelia, Isabella; corvette, Cristina, Zeffiro, Valoroso; brigantini, Generoso, Intrepido, Principe Carlo; fregate a vapore a ruote, Ruggiero, Guiscardo, Tancredi, Roberto, Ercole, Archimede, Sannitta, Fieramosca, Veloce, Fulminante; corvette a vapore a ruote, Stromboli, Miseno, Ferdinando II; brigantini a vapore a ruote, Sirena, Aquila, Peloso, Maria Teresa; golette a vapore a ruote, Rondine, Antelope. Bombardieri due e varie cannoniere. Bastimenti rimasti a Gaeta e poi riunitisi alla flotta: fregata a vela Partenope; i brigantini a ruote, Saetta, Messaggero, Delfino.

[3] Quasi sicuramente Türr.

[4] I borbonici disponevano di 64 cannoni, oltre la batteria di posizione delle alture di Gerusalemme e l’artiglieria di fortezza delle fronti di Capua rivolte contro il nemico (45.000 uomini contro i 18.000 dell’esercito meridionale).

[5] Garibaldi dirà poi che fu questa eroica resistenza a salvare l’intero esercito.

Immagine di Copertina tratta da Wikipedia.

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