Libri da leggere – PIETRO BEMBO – Parte 7 di 22

RAGIONAMENTO  OTTAVO

A – Che hai Giusto, questa notte, che non dormi? Come mai ti rigiri nel letto? Stai bene di salute e il nostro accordo è perfetto.

G – Nonostante ciò ci sono altri pensieri che mi impediscono di riposare.

A – Ma quali pensieri? Allora, se c’è accordo fra di noi, che cosa ti turba?

G – Come, che cosa! Le cose che disturbano tutte le creature: il mondo e la fortuna.

A – Il mondo e la fortuna infastidiscono soltanto coloro che non sanno guidare la propria vita.

G – Queste cose è più facile dirle che farle. Dimmi: in quale modo si può vincere l’invidia che è causa di mille dispiaceri?

A – È un problema per te l’invidia? È questo che ti disturba il sonno?

G – Questo, sì. Perché, avendo scelto questa vita lieta e quieta, secondo i tuoi consigli, ora mi sento dire: “Ma chi si crede di essere il bottaio?”. Qualcuno dice che sono diventato schivo di tutto e di tutti, che credo di essere troppo saggio e che mi atteggio al biasimo. Insomma, sono tanto invidiato che mi pare di essere lontano un mare dagli altri.

A – Questa tua è una falsa opinione di cui da tempo ti volevo parlare. Voglio che fra noi corra sempre il vero.

G – Anch’io. Non desidero altro.

A – Allora, dimmi: di che invidia si tratta?

G – Come, che invidia! Te l’ho detto: pare che da un po’ di tempo tutti mi disprezzino. Questo non può essere se non per invidia verso il mio vivere in serenità.

A – Bisogna distinguere se si tratta di odio o di invidia.

G – E che importa questo?

A – Come, che importa: l’invidia nasce da una cattiva intenzione di chi invidia, l’odio invece viene da qualche colpa che risiede nella cosa odiata. E a te pare la stessa cosa?

G – Credevo di sì, o almeno che ci fosse pochissima differenza.

A – Non c’è da meravigliarsi, essendo entrambi vizi, come scrive Plutarco, simili a molti ami che si intrecciano, portano contagio. Tuttavia sono molto differenti, poiché l’invidia è rivolta a coloro che hanno una vita fortunata e l’odio a coloro che sono macchiati da colpa. In più, l’invidia è rivolta solo agli uomini, mentre l’odio si porta anche alle belve. Gli animali, poi, provano odio, non invidia, non potendo valutare il grado di felicità dei loro simili.

G – Mi stai facendo conoscere la verità.

A – L’odio può talvolta essere giusto e ragionevole, l’invidia mai: si può odiare la malvagità, mai invidiare il bene. Molti uomini confessano di provare odio; nessuno dirà mai di essere invidioso.

G – È proprio vero.

A – Ancora, se la persona invidiata cade in disgrazia, nessuno la invidia più; non così per l’odio.

G – E questo è anche vero.

A – L’odio può scomparire se ti convinci della bontà della persona odiata. Per l’invidia succede il contrario.

G – Sì, certamente.

A – Così se la persona odiata ti porge aiuto, ma non per la persona invidiata.

G – È tutto vero! Anzi, i piaceri ricevuti dalla persona invidiata aumentano l’invidia.

A – Non c’è neppure da meravigliarsi se persino la giustizia si lascia corrompere. L’odio, infine, perseguita l’oggetto odiato sino alla fine, mentre l’invidia svanisce se la persona invidiata cade in disgrazia. Come per una casa più alta della tua e che ti sottrae luce: se viene abbassata, cessa anche il tuo fastidio.

G – Questo è un paragone che calza!

A – Sei convinto ora che odio e invidia non siano la stessa cosa?

G – Sì, certamente.

A – Credi allora che il motivo dell’invidia risiede nella persona che prova questo sentimento e che esso proviene da una sua cattiva disposizione d’animo? Quando invece la causa dell’odio sta nell’oggetto odiato.

G – Anche questo è vero.

A – Allora, dimmi, che cosa c’è in te che possa destare invidia?

G – Che so io? Me ne sto tranquillo, pago del poco che ho e non mi curo più di tanto delle cose del mondo.

A – Ma questo è un merito che può essere riconosciuto a qualsiasi persona.

G – Sarà forse allora perché sto bene e possiedo qualche buona qualità e molti amici che mi apprezzano.

A- Con tutto ciò non sei proprio ricco e, per questo, non puoi suscitare invidia. Le tue buone qualità, poi, non sono così eccelse da poter essere invidiate.

G – Ma allora qual è la causa del fatto che molti mi vedono male?

A – Questo è ciò che desideravo dirti.

G – E questo è ciò che anch’io desidero sapere. Dimmi che cosa devo fare.

A – Sappi, Giusto, che la vecchiaia porta con sé il difetto di una eccessiva considerazione della propria saggezza. Il vecchio non fa che vantare la propria esperienza e biasimare i giovani, senza ricordare le cose che egli stesso ha fatto quand’era giovane.

G – Non è forse più saggio, un vecchio, per via dell’esperienza?

A – Sì, ma l’importante è saperla usare bene l’esperienza.

G – Come posso diventarne capace?

A – Te lo dirò. La tua vanità è così grande da farti sentire superiore a tutti. Sono la tua presunzione e la tua arroganza ad averti circondato di nemici che stanno sempre all’erta per coglierti in fallo. E sono questi coloro che tu ritieni possano invidiarti, il che non è possibile, visto che tu non hai proprio qualità da invidiare; ma possono odiarti, per via del tuo atteggiamento. Se mi ascolterai, potrai comunque renderteli amici.

G – Amici-nemici? Come è possibile?

A – Non c’è cosa così cattiva dalla quale non possa scaturire un po’ di bene. Come certe sostanze velenose usate in medicina. La persona saggia non si accontenta di fare in modo che i suoi nemici non le facciano del male, ma cerca di ricavare da loro anche qualche utilità.

G – E quale utilità è possibile ricavare dai nemici?

A – Essi sono come le tue sentinelle che, mediante le loro critiche, ti rendono consapevole dei tuoi punti deboli.

G – Anche i veri amici si comportano così.

A – Sì, ma, poiché ti sono affezionati, non vedono tutti i difetti che invece i tuoi nemici riescono a scorgere, oppure li vedono e li sminuiscono.

G – Infatti, è anche vero che stiamo più guardinghi sui nostri difetti di fronte a un nemico che a un amico.

A – È bene avere sia amici che nemici. Come disse Scipione Nasica udendo affermare che, dopo la distruzione di Cartagine, Roma non aveva più nulla da temere: “Anzi, è adesso che corre il maggior pericolo, poiché non c’è più chi temere né chi riverire”. I nemici, facendo come quel tale che, credendo di ferire con un colpo di spada Prometeo di Tessaglia, colpì giusto su un ascesso che egli portava con fastidio, causandogli così la guarigione.

G – Vorrai mica dirmi che è meglio avere nemici che amici?

A – No, è sempre meglio avere amici, specie se sono fedeli. Voglio solo dire che i nemici servono a volte in cose che gli amici non possono fare, ti possono essere di particolare stimolo, anche in modo più efficace. Nel sopportare le loro ingiurie, poi, ti fortifichi e diventi ben più disposto ad affrontare altri problemi della quotidianità. Sopportare i nemici rende mansueti e pazienti. Inoltre, dovendoti confrontare con i tuoi nemici, impari a essere più cauto nel parlare, più pronto nel rispondere, più acuto, più sagace, più destro e più prudente.

G – Come devo comportarmi con coloro che, come dici tu, mi odiano?

A – Devi fare due cose. Per prima cosa devi eliminare le cause che stanno in te: il tuo atteggiamento altezzoso e giudicante.

G – Non devo forse condannare le cose sbagliate?

A – Se vuoi essere saggio, diventalo con il tuo operato, non con la critica. Se vedi una cosa sbagliata, limitati a non lodarla. Abbandona poi la presunzione che hai di essere più saggio di altri: tutti gli altri sono uomini come te.

G – Non stento a crederlo, non c’è alcun uomo che non sappia qualcosa che io non so.

A – Ti capitasse, poi, di sostenere un tuo punto di vista, fallo con modestia. E, se proprio devi muovere un rimprovero, usa maniere dolci e bada di non trovare in altri i difetti che tu stesso hai, per non rischiare di ottenere risposte che ti mettano a disagio. Devi cercare di parlare bene degli altri e, se vieni a sapere che dicono male di te, tu per risposta parla bene di loro, cercando delle attenuanti al loro dire: farai sicuramente ottima impressione su tutti. Rammenta che non esiste vendetta migliore, verso i nemici, del diventare noi stessi sempre più virtuosi.

G – Questi tuoi consigli, se pure in contraddizione con il comune modo di vivere, mi piacciono assai.

A – Come cristiano, non basta. Tu devi anche amare i tuoi nemici, in questo consiste la perfezione della nostra dottrina. Non solo non si devono restituire le offese ricevute, ma si deve perdonare e anche amare chi ci ha offeso.

G – E come si può arrivare a tanto? Tu stesso mi hai detto che l’offesa attira odio.

A – Il nemico può essere amato, non già per se stesso, ma a motivo di altri, come si amano i figli di un tuo grandissimo amico, anche nel caso ti abbiano offeso. Così devi amare anche i tuoi nemici, per amore di Dio, altrimenti perderesti il paradiso.

G – Come, perderei! Forse che è mio?

A – Tuo, sì, e devi crederci se ti ritieni cristiano vero.

G – Ma, mio in che modo?

A – Dimmi un po’: in quale momento l’eredità passa dal padre ai figli?

G – Appena dopo morto.

A – E il paradiso fu nostro dopo la morte di Cristo, se valesse la tua risposta. Ma tu non hai detto bene, perché l’eredità del padre passa al figlio appena questo nasce. Così noi, nel momento in cui nasciamo per il battesimo e per la fede, come figli di Dio, diventiamo eredi del regno dei cieli.

G – Oh, ma se il paradiso ci appartiene, non è allora necessario che facciamo del bene?

A – È necessario, anzi, per evitare che il Padre celeste ci diseredi, ma prima ancora per la gloria e l’onore di Dio. Non è neppure sufficiente non fare il male, se neanche non fai del bene, perché chi non è con lui è contro di lui.

G – Oh, anima mia, stamani hai acceso nel mio cuore un amore così grande verso il mio Creatore, che mi dolgo ora immensamente di aver mai fatto qualcosa che gli possa essere dispiaciuta, dopo che a me egli ha dimostrato tanta benevolenza.

A – E questo è quanto io desideravo grandemente sopra ogni cosa, perché è ciò che ti guiderà a comportarti come un figlio libero e non come un servo timoroso. E, con questo buon proposito, voglio che a gloria e onor suo noi concludiamo, per questa mattina, i nostri discorsi.

RAGIONAMENTO  NONO

G – Infine si deve dare retta ai proverbi. La nostra vecchiaia ci porta ogni sorta di acciacchi, priva le persone dei piaceri e toglie loro il sonno. Così io mi rigiro nel letto tutta la notte, perché il mio calore naturale è venuto meno. Maledizione, invece di dormire non faccio che tossire tutta la notte!

A – Giusto, che pazzie son queste? Com’è che ti lasci andare a maledire il tempo e gli anni?

G – E chi non lo farebbe, vedendo nella vecchiaia il ricettacolo di noie e affanni?

A – Quante volte t’ho ripetuto che ogni età ha il suo lato positivo se la sappiamo vivere? Anziché lamentartene, dovresti essere grato alla tua vecchiaia.

G – E perché, anima mia? È una contraddizione dover ringraziare chi non mi lascia riposare.

A – Perché il sonno è privazione.

G – No, è un riposo dolcissimo.

A – Questo è vero, ma non prova la sua utilità. Per me è dannoso, perché mi priva delle mie facoltà contemplative. Per di più, non mi dà ristoro affatto, perché io non mi stanco mai.

G – Come, non provi fatica! E allora perché mi hai fatto venir sonno quando leggevo dopo cena?

A – La fatica non ha preso me, ma le tue parti corporee.

G – Non lo so, ma vedo che tu stessa hai dormito molto bene, come me.

A – Non devi parlare così, perché io non ho dormito. Anzi, mentre tu dormi, io faccio sempre qualcosa.

G – E che cosa fai?

A – Innanzitutto favorisco la tua digestione.

G – E io non c’entro in questa operazione?

A – Sì, ma come parte passiva. Mentre io lavoro di fantasia, rivisito i fantasmi e le immagini che si sono impressi nella tua sensibilità e ti porto i sogni.

G – Sì, ma c’è anche chi non sogna e chi fa sogno orrendi.

A – Sono rarissimi coloro che non sognano, per esempio i fanciulli o coloro che si coricano appena mangiato. Sarà nella loro vecchiaia che riusciranno qualche volta a sognare. I sogni orrendi, poi, sono causati da difetti organici, malattie, malinconia, pensieri strani o dal troppo bere. Ma, che dire del sonno se, privandovi della sensibilità, vi priva anche di tutti i vostri piaceri?

G – Se non si sentono i piaceri, non si sentono neppure i dispiaceri.

A – Qualcuno ha detto che il sonno rende tutti uguali, il povero come il ricco, i quali nel sonno provano tutti la stessa felicità. Ma io non sono d’accordo, altrimenti tanto varrebbe essere una pietra o un vegetale. E, chi dormisse sempre, dovrebbe essere più felice degli altri: nulla di più sbagliato, perché il sonno è fratello della morte.

G – Non è strano: anche fra due fratelli uno può essere buono e l’altro cattivo, come successe per Esaù e Giacobbe.

A – Certo, ma chi l’ha chiamato fratello della morte voleva fare riferimento a una similitudine, in quanto privazione della capacità di agire e, quindi, di una fonte di felicità. Non per nulla Dio è detto felicissimo, perché egli può intendere sempre se stesso, senza soluzione di continuità; così pure gli Angeli. Noi, con l’intelletto, possiamo intendere solo in certi momenti della vita.

G – Le tue sono certo buone ragioni, ma non mi convincono dell’inutilità del sonno. Se penso a quanto un buon sonno sia ristoratore, non posso che dolermi di questa vecchiaia che me ne priva.

A – Ah, Ah, vedi che tu stesso stai affermando l’inutilità del sonno?

G – Ma come, allora mi hai frainteso.

A – No, ti ho capito benissimo.

G – E perché?

A – Perché ci sono cose che non sono buone per natura propria, ma solo accidentalmente, fra le quali c’è il sonno che serve solo ai corpi e soltanto quando essi ne hanno bisogno. Ma, dimmi, pensi tu che il mangiare e il bere si possano considerare cose buone?

G – E chi ne dubita?

A – E allora per quale motivo non ti dài a mangiare e a bere in continuazione?

G – Questa è bella! Perché quando sono sazio non ne sento più il desiderio e, senza desiderio, non c’è neppure piacere.

A – Vedi dunque che mangiare, bere, dormire sono buoni solo quando se ne sente il bisogno. Sarebbe meglio che fosse proprio il bisogno a essere assente. Ed è per questo che sei stolto e ingrato nei confronti della tua vecchiaia.

G – Questo perché mi dolgo del tempo che è causa del mio invecchiamento?

A – Primo, perché non è detto che la vecchiaia sia l’età peggiore; secondo, perché non è il tempo a essere il responsabile dell’invecchiamento.

G – Vorrai mica dire che è meglio essere vecchio che non giovane! Sarei felice, se avessi ancora 25 anni.

A – Saresti pur sempre Giusto bottaio, come lo sei ora, ma in un’età piena di pericoli. Piuttosto, voglio dimostrarti quanto hai torto a lagnarti del tempo.

G – Allora parla, perché io possa conoscere i vantaggi che provengono dal poco dormire.

A – Stai comportandoti come tutti quelli che, non scorgendo il motivo del logorarsi delle cose, lo trovano nel tempo.

G – Con ciò che cosa vuoi dire?

A – Prima ti dico che cosa è il tempo: è una misura che sottopone tutti i moti delle cose corporee, tanto che il tempo in sé è il moto del cielo.

G – Capisco e non capisco, devi essere più chiara.

A – Ascolta. Quando vuoi misurare qualcosa devi usare uno strumento adeguato. Così, per misurare i moti delle cose sensibili, è necessario fare uso di uno strumento della stessa categoria, che deve essere un altro moto. E questo moto, dovendo essere costante, come ogni unità di misura, fu trovato nel movimento della sfera stellata, come ne parla Dante nel Paradiso.

G – Dice molto bene, Dante, ma forse noi lo sopravvalutiamo.

A – Non devi temere questo, Giusto.

G – Soltanto non vorrei incontrare il biasimo altrui, come fu quando prendemmo le sue difese contro le accuse rivoltegli dal Bembo.

A – Come potremmo essere biasimati?

G – Per il fatto che noi dovevamo rispetto alle sue buone qualità (del Bembo).

A – Certo, lo meritava; ma, non avendo usato rispetto per Dante, non lo merita neppure lui, tanto meno da noi Fiorentini. Dobbiamo piuttosto fare come quel tale che, morso da un cane, lo allontanò con la punta di una lunga asta; alla contestazione del padrone del cane “potevi allontanarlo col manico, non con la punta”, l’aggredito aveva risposto “e il tuo cane doveva mordermi con la coda”. Ma andiamo oltre. Dicevamo, del tempo: è la sfera celeste, il primo mobile, a scandire i giorni, i mesi, gli anni.

G – Ma ho sempre sentito parlare di giorno per il tempo che si vede il sole, non per l’arco delle 24 ore.

A – Quelli che dici tu sono i giorni artificiali. Quelli segnati dal moto della sfera celeste sono i giorni naturali.

G – Non capisco come, nel pronunciare la parola , vi sia inclusa anche la notte.

A – La differenza sta nel parlare di cose naturali o di cose artificiali. Il grano, per esempio, per crescere vuole solo il dì o anche la notte?

G – Il dì e la notte.

A – Ma, quando si semina?

G – Soltanto di giorno.

A – Ecco allora la distinzione fra il giorno naturale e il giorno artificiale.

G – Già, è vero. Ma dove hai imparato queste cose così belle?

A – Dall’esperienza che mi è giunta attraverso i tuoi sensi.

G – Ora so in quale modo il tempo è misura dei moti sensibili. Desidero però che tu mi spieghi che cosa siano questi moti.

A – C’è il moto locale (da un luogo all’altro); il moto d’alterazione (da una qualità a un’altra); il moto della quantità (del crescere e del diminuire); infine il nascere e il morire, che sono più mutazioni che moti.

G – E come si misurano i moti celesti?

A – Non lo vedi da solo? C’è chi percorre tre miglia in un’ora e chi ha bisogno di un giorno intero. La tua vita stessa: a te pare di star fermo, e invece ti muovi sempre per moto di alterazione, perché invecchi continuamente.

G – Ho capito perfettamente.

A – Per questo tutte le cose mortali sono sottoposte alla misurazione del tempo. Non così per le cose divine e immortali, per le quali a nulla servono i nostri strumenti di misura. Esse non occupano neppure un luogo, ma si rivelano per le loro manifestazioni sensibili.

G – E allora perché dici che ho torto a lagnarmi del tempo che, in quanto corpo, mi ha fatto invecchiare?

A – Perché il tempo è solo una nostra astrazione. Come un metro di misura non sarebbe tale se non fosse usato per misurare, ma soltanto un pezzo di legno e, in quella natura, non può fare né bene né male.

G – Domandalo un po’ al mio garzone, se non può far male, dopo che l’ho usato sulla sua schiena certe volte come bastone!

A – Compie questa azione soltanto come legno, non come strumento di misura. Se proprio vuoi lagnarti, allora, fallo con il cielo, il vero responsabile dell’invecchiamento delle cose; ma non puoi lamentartene, se soltanto pensi che da esso è dipesa la tua stessa esistenza. Ma nemmeno il cielo ne è colpa, visto che il suo compito è mantenere questo universo. D’altra parte è sempre meglio essere fatti di materia corruttibile che non esistere affatto. Inoltre, se tu sei mortale, sei anche unito a me che sono immortale; e lo diventerai anche tu, dopo il giorno del Giudizio. Vedi allora quanto hai torto a lagnarti del tempo e della tua vecchiaia che è forse l’età migliore per te.

G – Sarai veramente brava, se riuscirai a persuadermi.

A – Spero non mi sia difficile, se mi darai retta. Ma, dal momento che si avvicina il giorno, alzati e vai al lavoro. Quando vorrai riparlarne, sarò pronta ad accontentarti, promesso!

Immagine di Copertina tratta da PsicologiaPathos.

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